Romano (esarca)

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Romano (... – 596) fu esarca d'Italia fra il 590 e il 596 (o il 597).

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini: identificazione con Romano figlio di Anagaste?[modifica | modifica sorgente]

È stata proposta l'identificazione (non del tutto certa)[1] con un altro Romano a lui coevo, il figlio del patrizio Anagastes, di origine gotica; se tale identificazione è corretta, quando arrivò in Italia era già un generale di una certa esperienza:[2] con il grado di magister militum aveva sottomesso la popolazione caucasica dei Suani tra il 573 e il 576, portando a Costantinopoli, il re, l'intera corte e il tesoro reale;[3] nel 579, su ordini del magister militum per Orientem e futuro imperatore Maurizio, devastò il territorio persiano al di là del Tigri.[4]

Nel 589 Romano, figlio di Anagaste, ottenne dall'imperatore Maurizio il comando generale dell'esercito bizantino dislocato nella Lazica.[5] Si scontrò nello stesso anno con il generale persiano Bahram in Albania, riportando un'importante vittoria;[6] infatti il re persiano Ormisda IV, scontento per la sconfitta di Bahram Chobin contro Romano, lo privò del comando dell'esercito e lo riempì di insulti, determinando la rivolta di Bahram e l'inizio di una guerra civile in Persia, che permise ai Bizantini di vincere la guerra.[7]

Alleanza con i Franchi e campagna del 590[modifica | modifica sorgente]

L'Italia intorno al 590, prima delle conquiste di Agilulfo.

Nominato esarca d'Italia nel 590, succedendo all'esarca Giuliano, riprese, assieme ai Franchi, l'offensiva contro i Longobardi. Nello stesso anno, infatti, dopo che l'ambasciatore Grippone tornò da Costantinopoli riferendo al re che era stato trattato con tutti gli onori da Maurizio e che l'Imperatore aveva promesso di vendicare un'offesa ricevuta dai Franchi a Cartagine, il re dei Franchi Childeberto II accettò la richiesta di Maurizio di appoggiare i Bizantini in Italia, inviando il suo esercito contro i Longobardi.[8] I Franchi penetrarono in Italia con tre colonne di guerrieri e costrinsero il re longobardo Autari a rinchiudersi in Pavia.[9]

Nel frattempo, prima dell'arrivo dei Franchi, l'esercito di Romano conquistò le città di Modena, Altino e Mantova, le cui mura vennero rase al suolo.[10] Romano, venuto a conoscenza che un esercito dei Franchi condotto dal duca Cedino si era accampato nei pressi di Verona,[11] aveva l'intenzione di ricongiungere i suoi uomini con quelli di Cedino, e marciare insieme ai Franchi per andare ad assediare Pavia e ad espugnarla, ponendo così fine al regno longobardo[12]; quando andò però incontro a Cedino e agli altri duchi franchi per mettersi d'accordo con loro sulle successive mosse da attuare contro il nemico,[13] scoprì con «grande meraviglia» che essi, senza consultarsi prima con i Bizantini, avevano stretto una tregua di dieci mesi con i Longobardi, e si ritirarono con celerità dall'Italia.[14]

Comunque Romano continuò la sua campagna, anche se il ritiro dei Franchi lo spinse a rinunciare all'assedio di Pavia: egli ottenne la sottomissione dei duchi longobardi di Parma, Reggio Emilia e Piacenza, i quali consegnarono ai Bizantini i loro figli come ostaggio, dopodiché ritornò a Ravenna, per poi marciare verso la provincia di Venetia et Histria.[15] Qui ottenne la sottomissione del duca del Friuli Gisulfo, figlio di Grasulfo, che per propria volontà venne incontro all'esarca con i nobili e il suo esercito, e fece voto di sottomissione.[16] Nel frattempo due generali bizantini, Nordulfo e Ossone, recuperarono con il loro esercito diverse città nell'Istria.[17]

Molte delle conquiste di Romano furono comunque ottenute con il tradimento di duchi longobardi, che passarono dalla parte dell'Impero, e furono comunque effimere, perché le città recuperate vennero di nuovo perse agli inizi del VII secolo. Rammaricato per l'occasione persa di annientare il regno longobardo, fallita a causa del ritiro dei Franchi, Romano scrisse una lettera piena di sdegno a Re Childeberto in cui lo pregava di rimandare i suoi guerrieri franchi in Italia per riprendere la campagna da dove era stata interrotta, ma senza commettere saccheggi a danni degli Italici e delle Chiese:

(LA)
« Et quia Excellentiam vestram in eandem promissionem et devotionem, quam semel pissimis Patribus vestris dominis nostris promisistis, permanere non ambigimus, maxime dum displicuisse vobis constat, iussionibus vestris non impletis, Duces fuisse reversos, cosque in vestra iracundia constitutos; praecipiat Excellentia vestra omni cum celeritate implere ea, quae Patribus vestris piissimis nostris dominis promisistis: ut de effectu promissionis digna gratia augeatur, coque tempore dirigantur, ut fruges cunctas inimicorum foris inveniant. Nobisque designare tubete, quibus itineribus, vel quo tempore expectentur a nobis : sperantes prae omnibus, ut dum feliciter Francorum exercitus descenderit, Romani, pro quibus auxilia vostra poscimus, in depraedationem et captivitatem non perducantur; sed et eos, quos transacto tempore abstulerunt, relaxari et provinciae restitui iubeatis, ut praeterita emendantes, quid in futuro custodire debeant, demonstretis. Sed nec fabricas incendi praecipite, ut agnoscatur, quia pro detersione Italiae auxilium Christianae gentis habuimus. »
(IT)
« Non dubitiamo, che la vostra eccellenza non duri nella medesima devozione e nelle medesime promesse da voi fatte già a' vostri piissimi padri e signori nostri; e tanto più che sappiamo caduti in vostro dispiacere e vostra ira i duchi tornati senza adempire i vostri comandi. Imponga l’eccellenza vostra il pronto adempimento delle promesse fatte a' vostri piissimi padri, signori nostri, che ne saranno grati degnamente. Mandate poi vostra gente alla stagione che si trovin fuori le biade de' nemici; fateci sapere a qual tempo, per quali vie. Sopra ogni cosa speriamo, che nello scendere felicemente l'esercito de' Franchi, i Romani, per cui domandiamo vostri aiuti, non saranno messi a sacco né tratti in prigionia; e che anzi farete rilasciare e restituire a casa quelli portati via per lo addietro. Cosi emendando il passato, dimostrerete quello che per l' avvenire abbiano i vostri a custodire. Ancora non fate incendiar gli edifizi, affinché si conosca come ella è una nazione cristiana che viene in aiuto e difesa d'Italia. »
(Lettera di Romano (Esarca Ravennate) al Re Childeberto. Anno 590. Settembre.)

La lettera si rivelò però inutile: infatti i Franchi non ritornarono più sul campo di battaglia e i Longobardi, sotto la guida del loro nuovo re Agilulfo, poterono riprendere l'offensiva.

Contrasti con Papa Gregorio Magno (590-596)[modifica | modifica sorgente]

Papa Gregorio Magno fu uno degli oppositori alla politica dell'esarca Romano.

Nel 591, il duca di Spoleto, Ariulfo, appena asceso al ducato, iniziò a condurre una politica espansionistica a danni dei Bizantini, conquistando le città del corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna e assediando la Città Eterna stessa, da cui si ritirò solo dopo aver estorto alla città assediata un tributo; nel frattempo anche Napoli era minacciata dai Longobardi di Benevento. Papa Gregorio Magno (eletto nel 590) aveva chiesto all'esarca di liberare Roma dall'assedio, ma Romano, che considerava strategicamente secondaria la difesa di Roma e di Napoli, non si mosse. Ciò determinò l'inizio dei contrasti tra Romano e Papa Gregorio: poco tempo dopo l'assedio, infatti, il pontefice espresse in un'epistola tutto il risentimento che provava verso Romano, accusato di non difendere Roma dai suoi nemici e di impedirgli di raggiungere la pace. Papa Gregorio, infatti, premeva per una tregua tra Imperiali e Longobardi affinché ritornasse la pace nella penisola e si ponesse fine alle devastazioni belliche, ma Romano non era d'accordo e fece di tutto per ostacolarlo.[18]

Nel 592 Romano, venuto a conoscenza che Papa Gregorio era in trattative con il ducato di Spoleto per una pace separata, si mosse per rompere le trattative, un po' perché non tollerava l'insubordinazione del Pontefice, che stava trattando con il nemico senza alcuna autorizzazione imperiale, un po' perché concludere la pace in quel momento avrebbe riconosciuto il corridoio umbro in mani longobarde, cosa che l'esarca non intendeva che accadesse. Nel luglio 592, quindi, l'esarca, partendo da Ravenna, raggiunse via mare Roma e dalla Città Eterna partì alla riconquista delle città del Corridoio umbro: dopo una breve campagna, riuscì a riconquistarle.[19] Questa campagna, come previsto, ruppe le trattative di pace che Papa Gregorio aveva avviato con i Longobardi, provocando un ulteriore peggioramento dei rapporti con il pontefice, che si lamentò in seguito del comportamento dell'esarca, che aveva impedito che si giungesse a una tregua "senza alcun costo" con i Longobardi. La campagna di Romano non generò però solo lo sdegno del pontefice, ma anche la reazione di re Agilulfo, che da Pavia marciò in direzione di Perugia, dove giustiziò il duca longobardo traditore Maurisione, reo di aver consegnato la città all'Impero, e poi assediò Roma, da cui si ritirò solo dopo che il Santo Padre gli pagò di tasca propria un tributo. Perugia comunque ritornò presto in mano imperiale, probabilmente nel 594.

Papa Gregorio Magno continuò ad insistere per una pace, cercando di convincere lo scolastico di Romano, Severo, a convincere l'esarca a firmare una tregua con i Longobardi,[20] ma senza alcun risultato apprezzabile; anzi, i suoi tentativi subirono la disapprovazione dell'Imperatore Maurizio, che, concordando con la politica dell'esarca Romano, accusò il Papa di infedeltà all'Impero e di stupidità per i suoi tentativi di negoziazione. Papa Gregorio, punto, rispose con un'epistola, in cui difendeva sé stesso dalle accuse mossegli, consigliando l'Imperatore di guardarsi dai suoi cattivi consiglieri, Leone e Nordulfo, "le cui asserzioni ricevono più attenzione delle mie", mentre l'Italia intera, a causa del mancato ascolto del Papa, veniva "condotta giorno dopo giorno prigioniera sotto il giogo dei Longobardi".[21] Le trattative di pace non andarono avanti, perché sempre ostacolate dall'esarca Romano, "la cui malizia è persino peggiore delle spade dei Longobardi, tanto che i nemici che ci massacrano sembrano dolci in comparazione con i giudici della Repubblica che ci consumano con la rapina..."[22] (così scrisse Papa Gregorio Magno al vescovo di Sirmio nella prima metà del 596).

I contrasti con Papa Gregorio Magno non furono però unicamente politici, ma anche dottrinali, riguardanti lo scisma dei Tre Capitoli che ancora si trascinava in Istria[23]. Morì mentre ancora rivestiva la carica, probabilmente per cause naturali, forse nell'aprile del 596.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ La PLRE IIIb, pp. 1091-1093, ipotizza questa identificazione tra il Romano esarca e il Romano generale in Oriente pur facendo distinzione tra le due figure: il Romano esarca viene chiamato "Romanus 7", quello in Oriente "Romanus 4"
  2. ^ Per tutte le informazioni su Romano figlio di Anagaste, si veda PLRE IIIb, p. 1091.
  3. ^ Giovanni di Biclaro, anno 576.
  4. ^ Teofilatto, III,16-17.
  5. ^ Teofilatto, III,6.
  6. ^ Teofilatto, III,7.
  7. ^ Teofilatto, III,8.
  8. ^ Paolo Diacono, III,31.
  9. ^ Lettere di Romano a Childeberto, riportata in latino (con note in italiano) in Troya, pp. 130-134: «Questo re si era rinserrato egli stesso a Pavia; gli altri duchi e tutti i loro eserciti si erano rifugiati in diverse fortezze; ... i Longobardi non si sentivano al sicuro dai Franchi nemmeno dentro le mura delle loro stesse città.»
  10. ^ Lettere di Romano a Childeberto:«Anche prima del vostro arrivo, Dio ci consegnò, in risposta alle vostre preghiere, le città di Modena, Altino e Mantova, che vincemmo in combattimento e radendo al suolo le loro mura, in modo da impedire agli indicibili dall’attaccare i Franchi prima del nostro arrivo.»
  11. ^ Lettere di Romano a Childeberto: «Quando abbiamo udito che il vir magnificus Cedino era accampato con 20.000 uomini presso la città di Verona, e aveva inviato un ambasciatore ad Autari per discutere sulle condizioni di pace.»
  12. ^ Lettera di Romano a Childeberto: «stavamo dunque sul punto di ricongiungere l’esercito romano ai 20.000 di Cedino, sostenendoli con i nostri dromoni sul fiume, per assediare Pavia e fare prigioniero Re Autari, la cui cattura sarebbe stata il più grande premio per la vittoria.»
  13. ^ Lettera di Romano a Childeberto: «Mentre stavamo cercando di accordarci con Chedin e stavamo consultando con ansia i vostri duchi sulle successive mosse da attuare contro i nemici di Dio e nostri,»
  14. ^ Lettere di Romano a Childeberto: «fu con nostra grande meraviglia che scoprimmo che essi, senza consultarsi con noi, avevano stretto una tregua di dieci mesi con i Longobardi, abbandonarono le opportunità di fare bottino, e con celerità si ritirarono dal paese.»
  15. ^ Lettere di Romano a Childeberto: «Per nostro merito, Parma, Reggio e Piacenza furono prontamente consegnate dai loro duchi alla Santa Repubblica Romana, quando marciammo contro le suddette città. Ricevemmo i loro figli come ostaggio, ritornammo a Ravenna, e marciammo nella provincia d’Istria contro il nostro nemico Grasulfo.»
  16. ^ Lettere di Romano a Childeberto: «Suo figlio, il magnifico duca Gisulfo, desiderando mostrarsi un uomo migliore del padre, ci venne incontro con i nobili e l’intero esercito, e si sottomise egli stesso alla Santa Repubblica.»
  17. ^ Lettere di Romano a Childeberto: «Il glorioso patrizio, Nordulfo, essendo giunto per il favore dei Nostri Padroni in Italia, radunò i suoi uomini di nuovo e, in concerto con il glorioso Ossone, il suo esercito romano recuperò diverse città.»
  18. ^ Ravegnani 2004, pp. 95-99.
  19. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 8.
  20. ^ Papa Gregorio Magno, Epistole, V,36.
  21. ^ Papa Gregorio Magno, Epistole, V,40.
  22. ^ Papa Gregorio Magno, Epistole, V,42.
  23. ^ Papa Gregorio Magno, Epistole, II, 45.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Esarca di Ravenna Successore Double-headed eagle of the Greek Orthodox Church.svg
Smaragdo 590-596 Callinico