Robert François Damiens

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Robert-François Damiens

Robert-François Damiens (La Thieuloye, 9 gennaio 1715Parigi, 28 marzo 1757) è stato un domestico francese. Autore di un fallito tentativo di regicidio, ai danni di Luigi XV di Francia, fu l'ultima persona, in Francia, a essere stata condannata a morte per mezzo dello squartamento (vedi François Ravaillac).

Biografia[modifica | modifica sorgente]

La vita[modifica | modifica sorgente]

Nato nella regione dell'Artois da contadini impoveriti, Robert François Damiens si arruolò molto giovane nell'esercito e, dopo esser stato congedato, trovò impiego come domestico presso il collegio dei Gesuiti di Parigi. Più tardi perse anche questa seconda occupazione presso Madame de Sainte-Reuze amante del marchese Marie-Constance Filleul de Marigny. Quest'ultima lo aveva cacciato su richiesta del suo amante che lo riteneva pericoloso per la sua cattiva condotta; così accadde, puntualmente, anche per altri impieghi tanto da meritargli il soprannome di Robert le Diable (Roberto il Diavolo). Instabile e violento, Damiens aveva compiuto in quella casa un furto di una certa entità. I periodi in cui era stato a servizio presso altri padroni, quasi tutti appartenenti all'ambiente della magistratura, non erano stati lunghi.

Secondo alcuni autori, Damiens potrebbe essere rimasto suggestionato dalle dispute che videro opposto il Parlamento di Parigi (una delle istituzioni dell'ancien régime) a papa Clemente XI, seguite al rifiuto, da parte del clero, di amministrare i sacramenti ai giansenisti ed ai convulsionari e - in seno all'atmosfera surriscaldata da scontri e polemiche - potrebbe avere maturato l'idea che la morte del Re avrebbe consentito di ristabilire la pace. Tutto quel che si può dire con certezza è quanto sostenuto più tardi da Damiens stesso, il quale - forse dicendo null'altro che la verità - asserì sempre di aver voluto solo spaventare il monarca, senza cagionargli alcuna seria ferita.

L'attentato al Re[modifica | modifica sorgente]

Il 1757 cominciò tristemente: il clima era freddo e umido e la maggior parte dei cortigiani tossiva da straziare l'anima. Troppo raffreddata per seguire la Corte al Trianon, Madame Victoire era rimasta nel suo appartamento a Versailles, dove il 5 gennaio il re, suo padre, andò a farle visita, nonostante il suo stato non destasse preoccupazioni. Dopo avere trascorso un po' di tempo con lei Luigi XV ripartì per il Trianon, dove avrebbe dovuto festeggiare l'Epifania. Alle sei meno un quarto, mentre si apprestava a risalire sulla propria carrozza, Damiens, che si trovava nei pressi, si aprì un varco tra i ranghi della sua guardia, gli si gettò addosso, ferendolo in modo non grave al fianco destro con la lama del coltello (lunga appena otto centimetri) che egli impugnava, e fuggì.

Il re fece due passi in avanti, barcollò, si appoggiò a Monsieur de Montmirail, quindi si voltò verso il delfino e il duca Louis de Noailles d'Ayen, e sussurrò: "Ho appena ricevuto un pugno terribile". A quelle parole si portò la mano al petto e la ritrasse, insanguinata. "Quell'uomo ha attentato alla mia vita" disse. "Non arrestatelo e non fategli del male." Rimasto sul luogo del misfatto, non fece alcun tentativo di ferire ulteriormente il Re, e si lasciò arrestare dalle guardie senza opporre particolare resistenza. Mentre le guardie si precipitano sul colpevole, il re viene portato nella sua stanza, spogliato e sdraiato sul letto, direttamente sul materasso. Germain Pichault de La Martinière, il suo chirurgo, accorso subito dal Trianon, esamina la ferita superficiale e dichiara che non è pericolosa, anche se ha già perso abbastanza sangue, come pure l'arma non era avvelenata. Trasferito nella prigione di Versailles, per ordine di Jean-Baptiste Machault d'Arnouville, Damiens fu sottoposto a una prima tortura: gli furono bruciati i piedi e i polpacci, con un ferro rovente, per farlo parlare. Si dibatté finché poté, ma non fece nomi.

Il processo[modifica | modifica sorgente]

Damiens, davanti ai suoi giudici.

Damiens venne incarcerato alla Conciergerie, nella torre Montgomery, dove, un tempo, era stato rinchiuso François Ravaillac. Anche i membri della sua famiglia vennero arrestati e imprigionati. Il re lo chiamava "quel signore". Fu duramente interrogato e torturato, allo scopo di fargli confessare l'identità di suoi eventuali complici o mandanti, ma tali tentativi, di scoprire un possibile complotto, si conclusero con un nulla di fatto. Nella speranza di carpirne i segreti, i magistrati chiesero alle guardie, che non lo lasciavano solo un attimo, di trascrivere, su un registro, i pensieri, che egli esprimeva liberamente. Ma anche quell'espediente non portò a nulla di più, rispetto a quanto era emerso, durante gli interrogatori.

Egli affermava di avere attentato alla vita del Re, perché Sua Maestà non aveva ascoltato le rimostranze del suo parlamento, di non avere voluto uccidere il Re, ma solo esortarlo a pensare alla miseria del suo popolo. Si mostrava, inoltre, preoccupato di sapere se il parlamento fosse stato ripristinato, se l'arcivescovo fosse sempre a Conflans e se si rifiutassero ancora i sacramenti. Accusava monsignor Beaumont di essere la causa dei disordini religiosi, e affermava che non ci sarebbe stata pace sociale, finché la Chiesa non avesse obbedito al parlamento. Sosteneva, inoltre, che Dio lo avrebbe perdonato, perché moriva per il suo popolo, che il Re aveva dei cattivi consiglieri e che i ministri gli nascondevano la maggior parte degli affari.

Agli occhi dei magistrati, Damiens era solo uno squilibrato, il cui debole intelletto era stato riscaldato da discorsi fraintesi, ascoltati nei pressi del palazzo di Giustizia e nelle locande, ma anche in casa dei suoi ex padroni. Tuttavia, trattandosi per lo più di consiglieri che sedevano in parlamento, i giudici insistettero sulla follia del criminale. Il processo si aprì il 12 febbraio 1757, seguito da dieci discussioni, durante le quali i giudici diedero prova di un particolare rigore, nell'intento di allontanare ogni sospetto dal parlamento. Il presidente della Chambre aux Requêtes, Hénault, che sedeva tra loro, lo giudicava così:

Quel mostro era unico nella sua specie; non era né RavaillacJacques Clément e la religione non rientrava minimamente in quell'esecrabile azione. Non vi erano complici; si trattava di un fanatismo senza altro oggetto che la pietà per il povero popolo, diceva, che lo aveva armato contro il migliore dei nostri re ... Ero uno dei suoi giudici. Non avevo mai visto un uomo più insolente. Osservando tutti i banchi ci faceva abbassare gli occhi. Il fatto stupefacente era che, quando veniva interrogato sui suoi furti, pareva umiliato, mentre riacquistava tutta la sua audacia quando era interrogato sull'odiosa azione che aveva compiuto. Manifestò tuttavia un certo pentimento, dicendo che, nel momento stesso in cui commetteva il crimine, gli sarebbe dispiaciuto compierlo fino in fondo.

Dal momento che Damiens aveva sempre negato di essere al corrente della dottrina regicida, si accettò la tesi del "mostro" solitario, debole di mente, che soddisfaceva tutti. Giudicato per tentato regicidio, il 26 marzo 1757, fu condannato a morte, dal Parlamento di Parigi, con sentenza da eseguirsi, secondo l'atroce e complesso rituale dello squartamento, previsto per gli autori di misfatti, reputati particolarmente efferati, e che richiedessero una forma di condanna particolarmente esemplare.

L'esecuzione[modifica | modifica sorgente]

Il 28 marzo 1757, alle tre del pomeriggio, fu condotto, tra una folla immensa, sulla Place de Grève (oggi Place de l'Hôtel-de-Ville), a Parigi, dove ebbe luogo l'esecuzione. Costretto ad impugnare l'arma del delitto, subì, in primo luogo, il supplizio di vedersi bruciare, con lo zolfo rovente, la mano che aveva colpito il sovrano. Non fu che l'inizio di uno spettacolo orribile, condotto dal boia, coadiuvato da ben sedici assistenti e che ebbe tra i suoi testimoni anche Giacomo Casanova, parte di una platea nella quale molti ricorderanno di esser stati costretti a distogliere lo sguardo, incapaci di sostenere sino in fondo l'atrocità del prolungato supplizio. Alcune gran dame si ostinarono ad assistervi, ma la loro presenza a un simile supplizio scandalizzò la Corte, che preferì stendere un velo pietoso sull'abominevole punizione inflitta al condannato.

A Damiens, fissato su una tavola di legno con dei cerchi di ferro, venne quindi aperto il ventre e sulla piaga venne versata una miscela rovente di piombo fuso, olio, cera e resina di pino. L'operazione venne ripetuta sugli arti. A Damiens, che restò cosciente, vennero, quindi, offerti i conforti religiosi, prima che si tentasse di squartarlo. Le gambe e le braccia del condannato vennero, fermamente, fissate a quattro cavalli, che vennero spronati, in direzioni opposte. Ma gli arti del condannato non cedettero e, mentre il supplizio si prolungava ormai per ore, da quasi mezza giornata, si giunse alla decisione di aiutare l'opera dei quadrupedi, incidendo, con dei coltelli le giunture del morituro, che solo in tal modo cedettero. Ridotto ad un tronco sanguinante, ustionato e sventrato, Damiens era ancora in vita quando i suoi resti, raccolti assieme, vennero gettati su un rogo; in seguito, anche l'intero resto del corpo venne bruciato.

Nessuno insorse contro la barbarie del castigo, tranne qualche filosofo illuminista: il regicidio andava punito così. Disperse le ceneri al vento, si concluse così un'esecuzione la cui crudeltà - persino grottesca - fu tale che l'introduzione della ghigliottina, qualche anno dopo, fu senz'altro vista come un vero progresso umanitario. Il giorno successivo, la casa di Damiens fu rasa al suolo, e fu emesso un decreto che ne vietava la ricostruzione[senza fonte]. Il padre, la moglie e la figlia furono banditi dal regno, con minaccia di esecuzione immediata in caso di ritorno, mentre al resto della famiglia (inclusi i fratelli e le sorelle) fu imposto il cambio del nome.

Dopo l'attentato, le malelingue si scatenarono, tra gli scritti clandestini che esprimevano, con violenza, il malessere del regno. Damiens non appariva né come un fanatico isolato, né come lo strumento di una fazione politica, ma, piuttosto, come il portavoce del popolino disorientato, oberato dalle tasse e ansioso di trovare capri espiatori e difensori, al tempo stesso. Voltaire e la maggior parte dei philosophes, videro in Damiens un simbolo del fanatismo, che disonorava il secolo di Luigi XV, con il suo arcaismo. L'esecuzione di Damiens è stata descritta e discussa in diverse opere, di importanti autori, da Michel Foucault a Peter Weiss.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Michel Foucault, Sorvegliare e punire: la nascita della prigione, collana ET Saggi, traduzione di Alcesti Tarchetti, Einaudi, 1993. pp. 340 ISBN 88-06-17476-2
  • Evelyne Lever, Madame de Pompadour - Passioni e destino di una favorita, Le Scie, Mondadori, pagine 194-212

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