Ṛṣi

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Ṛṣi è un sostantivo maschile sanscrito (devanāgarī: ऋषि) che indica in quella lingua i "cantori ispirati" (o "veggenti") degli inni sacri denominati come Veda, inni che sono alla base della religione vedica, del Brahmanesimo e dell'Induismo.

In un significato più generico, e successivo, tale termine indica anche un saggio, un santo, un eremita, oppure il settimo degli otto gradi dei brahmani, o ancora la Luna, o un "raggio di luce".

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

L'etimologia del termine sanscrito Ṛṣi è incerta. Si pensa che tale termine possa essere collegato all'antico avestico ərəšiš (Avestā, Gāthā Ahunavaitī, Yasna, 31,5) con il significato di "estasi".

(AVE)

« tat môi vîcidyâi vaocâ hyat môi ashâ dâtâ vahyô vîduyê vohû mananghâ mêñcâ daidyâi ýehyâ-mâ ereshish [ərəšiš] tâcît mazdâ ahurâ ýâ nôit vâ anghat anghaitî vâ. »

(IT)

« Dimmi quindi che cosa tu Aša[1], e cosa voi mi avete assegnato da meglio conoscere e successivamente da tenere bene a mente, grazie a te, Buon pensiero (Vohû mananghâ)[2], quello che io ho contemplato ('ərəšiš)[3] e per la quale provocherò invidia. Dimmi di tutto questo, o Ahura Mazdā, ciò che accadrà e ciò che non accadrà »

(Avestā, Gāthā Ahunavaitī, Yasna, 31,5)

Il Sanskrit-English Dictionary di Monier Monier-Williams (1819-1899) concorda con delle ipotesi derivate da opere piuttosto tarde che indicano la derivazione di ṛṣi dalla radice ṛṣ a sua volta derivata dalla radice drś il cui significato è "vedere" e da qui il termine ṛṣi-kṛt ("colui che fa vedere", o "colui che canta l'inno sacro"), mettendolo inoltre a confronto con l'antico irlandese, arsan, "un saggio", un "anziano avvezzo alla saggezza".

Manfred Mayrhofer (1926) nel suo Etymologisches Wörterbuch des Altindoarischen preferisce una connessione ad entrambe le radici: ṛṣ "versare, fluire" PIE PIE|*h1ers, o a ras "urlo".

I "cantori" dei Veda[modifica | modifica wikitesto]

Il termine sanscrito ṛṣi indica principalmente quella figura di "cantori ispirati" dei popoli Ārya cui fu consegnato il Veda, tale opera religiosa è considerata quindi come apauruṣeya ovvero non composta da esseri umani ma "ascoltata" dagli Ṛṣi e da questi raccolta e consegnata agli uomini.

Gli Ṛṣi sono all'origine del culto e del sacrificio:

(SA)

« cākḷipre tena ṛṣayo manuṣyā yajñe jāte pitaro naḥpurāṇe paśyan manye manasā cakṣasā tān ya imaṃyajñamayajanta pūrve »

(IT)

« Fu questo stesso rituale che i Veggenti, nostri Padri, adottarono quando in principio il sacrificio fu creato per primo. Con gli occhi della mia mente io credo di poter vedere quelli che per primi offrirono questo sacrificio »

(Ṛgveda X, 130,6. Traduzione di Raimon Panikkar in I Veda, vol.I, Milano, Rizzoli, 2001, pag.478)

Gli Ṛṣi non sono devaasura ma non corrispondono nemmeno ad esseri umani comuni essendo alcuni di loro di discendenza divina[4], collocandosi, in un'era mitica e primordiale, in una posizione mediana tra questi ultimi e le prime due entità soprannaturali.

I Saptaṛṣi (सप्तर्षि)[modifica | modifica wikitesto]

I Saptaṛṣi (Sette Cantori ispirati) sono sette Ṛṣi genericamente menzionati nel Ṛgveda, anche se i loro nominativi variano a seconda della letteratura successiva.

Così il Ṛgveda:

(SA)

« sahastomāḥ sahachandasa āvṛtaḥ sahapramā ṛṣayaḥ saptadaivyāḥ pūrveṣāṃ panthāmanudṛśya dhīrā anvālebhirerathyo na raśmīn »

(IT)

« I rituali, i metri e gli inni furono secondo le rubriche, perfino quelli di Sette Veggenti dell'antichità simili a Dei. Quando i saggi seguono il sentiero tracciato dagli antenati essi prendono nelle loro mani le redini come aurighi. »

(Ṛgveda X, 130,7. Traduzione di Raimon Panikkar in I Veda, vol.I, Milano, Rizzoli, 2001, pag.478)

Nell'Atharvaveda questi Sette Veggenti (o Cantori ispirati) simili a Dei partecipano alla creazione:

« Su di lei[5] quei saggi del passato, i Sette Cantori ispirati (saptaṛṣi), che crearono questi mondi, compiendo il sacrificio con la forza del rito e con il fervore della creazione, cantarono gli inni ed ecco! le vacche vennero in essere. »
(Atharvaveda XII, 1, 39)

La letteratura vedica elenca diversi nominativi di Saptaṛṣi, ad esempio risultando essere nel:

Così la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad:

(SA)

« tad eṣa śloko bhavati arvāgbilaś camasa ūrdhvabudhnas tasmin yaśo nihitaṃ viśvarūpam tasyāsata ṛṣayaḥ sapta tīre vāg aṣṭamī brahmaṇā saṃvidāneti arvāgbilaś camasa ūrdhvabudhna iti idaṃ tac charīra eṣa hy arvāgbilaś camasa ūrdhvabudhnaḥ tasmin yaśo nihitaṃ viśvarūpam iti prāṇā vai yaśo viśvarūpam prāṇān etad āha tasyāsata ṛṣayaḥ sapta tīra iti prāṇā vā ṛṣayaḥ prāṇāṇ etad āha vāg aṣṭamī brahmaṇā saṃvidāneti vāg ghy aṣṭamī brahmaṇā saṃvitte imāv eva gotamabharadvājau ayam eva gotamo 'yaṃ bharadvājaḥ imāv eva viśvāmitrajamadagnī ayam eva viśvāmitro 'yaṃ jamadagniḥ imāv eva vasiṣṭhakaśyapau ayam eva vasiṣṭho 'yaṃ kaśyapaḥ vāg evātriḥ vācā hy annam adyate attir ha vai nāmaitad yad autrir iti sarvasyāttā bhavati sarvam asyānnaṃ bhavati ya evaṃ veda »

(IT)

« A ciò si riferiscono queste strofe:
C'è un vaso con il foro in basso e il fondo in alto.
In esso è posta la gloria di ogni forma.
Sul suo bordo siedono i sette Ṛṣi.
Ottava è la parola, unita alla preghiera.
"C'è un vaso con il foro in basso e il fondo in alto": esso è il corpo; esso è il vaso con il foro in basso e il fondo in alto."In esso è posta la gloria di ogni forma": i sensi sono la gloria di ogni forma, questo designa quindi i sensi. "Sul suo bordo siedono i sette Ṛṣi": i sensi sono i Ṛṣi, questo designa i sensi. "Ottava è la parola, unita alla preghiera": in verità la parola, che esce come ottava, si fonde alla preghiera.
Queste due [orecchie] sono Gotama e Bharadvāja: questi Gotama, questi Bharadvāja. Questi due [occhi] sono Viśvāmitra e Jamadagni: questi Viśvāmitra, questi Jamadagni. Queste due [narici] sono Vasiṣṭha e Kaśyapa: questi Vasiṣṭha, questi Kaśyapa. La parola poi è Atri: con la parola [bocca] si mangia e Atri è lo stesso che Atti [mangia]. Si ciba di ogni cosa colui che così conosce, tutto è cibo per lui. »

(Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad II,2,4)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Aša è di difficile traduzione, comunque analogo al termine sanscrito vedico di Ṛta, quindi come "ordine cosmico", "verità". È uno degli Ameša Spenta.
  2. ^ Vohū Manah, uno degli Ameša Spenta, inteso come Buon pensiero.
  3. ^ Si riferisce alla visione estatica del Paradiso quando Zarathustra accompagnato dall'Ameša Spenta Vohū Manah viene portato al cospetto di Ahura Mazdā.
  4. ^ Mario Piantelli. La "religione" vedica. in Hinduismo (a cura di Giovanni Filoramo). Bari, Laterza, 2007, pag.19
  5. ^ Indica la Terra

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]