Rimini (Fabrizio De André)
| Rimini | |
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| Artista | Fabrizio De André |
| Tipo album | Studio |
| Pubblicazione | 2 maggio 1978 |
| Durata | 40 min : 29 s |
| Dischi | 1 |
| Tracce | 10 |
| Genere | Musica d'autore Pop Folk rock |
| Etichetta | Dischi Ricordi |
| Arrangiamenti | Tony Mimms, Gian Piero Reverberi[1] |
| Registrazione | Registrato e mixato negli Studi Fonorama di Milano |
| Note | Archi arrangiati e diretti da Gian Piero Reverberi |
| Fabrizio De André - cronologia | |
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Album successivo
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Rimini (1978) è il nono album registrato in studio di Fabrizio De André.
Indice |
Il disco [modifica]
Dopo la collaborazione con Francesco De Gregori, con questo album De André comincia a lavorare con Massimo Bubola, co-autore di tutti i brani.
L'album, che presenta musicalità più lontane dalla chanson francese e più vicine al folk europeo e americano e al pop, nasce dopo la delusione politica di De André per le vicende degli ultimi anni settanta, in particolare per la rottura con le idee del sindacato (a cui si fa riferimento in Coda di Lupo).
I testi sono più oscuri e lirici che nei precedenti album.
In Sally e Volta la carta tornano i personaggi cari da sempre a De André: prostitute, tossicodipendenti ed emarginati.
Interessante la presenza di ben due brani esclusivamente strumentali: Folaghe e Tema di Rimini.
Le canzoni [modifica]
Rimini [modifica]
È la storia di una ragazza riminese figlia di un droghiere, Teresa, che spazia nel tempo con la fantasia. La canzone affronta, in maniera poetica, non solo il tema dell'aborto, ma anche il tema di quella gioventù di provincia romagnola che viveva di turismo e di amori che durano solo un'estate, già descritta con eloquenza da Federico Fellini ne I vitelloni. È una canzone in cui realtà e sogno si intrecciano: Teresa evade con la mente dalla Rimini estiva e spazia nel mare, nel tempo e nello spazio fino ad incontrare Colombo. I due sono accomunati da uno spirito d'avventura che li fa sentire stretti nella cartina geografica tracciata loro intorno e l'uno naviga verso l'ignoto, l'altra guarda oltre l'orizzonte e sogna.
Volta la carta [modifica]
Il brano affonda le sue radici in un filone di filastrocche di varie tradizioni italiane che accostano, verso dopo verso, concetti molto distanti tra loro (introdotti dalla frase «volta la carta»), ma spesso legati dalla rima, sfociando in quello che Bubola ha definito «un esempio di surrealismo popolare».[2][3] Tra le strofe c'è inoltre una citazione della canzone popolare Madamadorè.[4]
Il ritornello, che prende ispirazione contemporaneamente da una canzone popolare (Angiolina, bell'Angiolina) e dal neorealismo di Pane, amore e fantasia, racconta invece la storia di una ragazza di nome Angiolina, che patisce delusioni d'amore da un carabiniere ma che infine riesce a sposarsi.[4]
Coda di lupo [modifica]
| « Un brano come Coda di lupo è una disperata disamina del fallimento della rivolta sessantottina e del riflusso della speranza della "fantasia al potere nell'area dei gruppi autonomisti", come gli indiani metropolitani. Non a caso l'illustrazione che, nel libretto che accompagna il disco, si accoppia alla canzone è quella del venditore di cocomeri: un modo di dire, è fallito tutto, andiamo a fare un mestiere qualsiasi, allora vendere cocomeri può valere come "andare a cacciare bisonti in Brianza", come recita un verso del brano. » |
| (Fabrizio De André) |
| « Introduce il mondo degli indiani, ed è la storia di un bambino che, diventato uomo, scegli il nome di Coda di lupo e fa il suo ingresso nel mondo dei grandi, prima rubando un cavallo, poi uccidendo uno smocking, forse per vendicare la morte del nonno crocefisso sulla chiesa nella notte della lunga stella con la coda. Da vecchio assiste all'arringa del generale (riferimento al sindacalista Luciano Lama, criticato per il suo moderatismo) agli universitari romani, ma si rifiuta di fumare con lui: "non era venuto in pace". Il brano annuncia la fine delle grandi contestazioni e delle rivendicazioni sindacali ed esorta a non credere mai al "Dio della Scala", a un "Dio a lieto fine", ma neanche a un "Dio fatti il culo". » |
| (Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 112) |
La canzone è politica, poetica e fantasiosa. Attraverso la metafora di un ragazzo pellerossa che viene iniziato alla vita adulta e alle difficoltà della vita, parla della generazione dei ragazzi cresciuti negli anni settanta, nell'epoca della contestazione giovanile, dell'immaginazione al potere, durante gli anni di piombo. Molti sono i riferimenti all'attualità del tempo, come la cacciata di Luciano Lama dall'università di Roma da parte degli studenti contestatori, nel 1977: «vicino a Roma, a Little Big Horn / capelli corti generale ci parlò all'università / dei fratelli tute blu che seppellirono le asce / ma non fumammo con lui, non era venuto in pace».
Le varie "divinità" citate, a cui il protagonista dice di non credere, sono i simboli di condizioni e fatti: i valori della borghesia industriale (dio degli inglesi), il lavoro che arricchisce i già ricchi (dio "fatti il culo"), la paura della ribellione dei giovani da parte delle istituzioni (dio perdente), la fine degli ultimi vecchi partigiani sognatori, inghiottiti dalla storia (dio goloso), la contestazione alla Scala di Milano, che non cambiò nulla (dio della Scala), la fine della contestazione studentesca, sancita dalla repressione e dal numero chiuso alle Università (dio a lieto fine che manca), le illusioni fragili che rimangono ai pochi idealisti superstiti (dio senza fiato). L'ultima strofa descrive la condizione attuale di chi dopo nove anni di contestazione si trova o a protestare in maniera solitaria e convulsiva, magari violentemente, o sfoga la sua repressione nell'arte, viene mitizzato dalle generazioni più giovani e prova a guardarsi indietro, nel suo percorso.
Il tema è prettamente politico. Tuttavia, rispetto all'album Storia di un impiegato, De André appare più distaccato e disincantato. Il testo scivola sull'ironico e gioca tutto sul parallelismo tra gli indiani d'America e gli Indiani metropolitani, per finire con la strofa conclusiva che racchiude anche un'autocritica per chi "scarica la sua rabbia in un teatro di posa".
Andrea [modifica]
| « Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i "figli della luna"; quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese, anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene. » |
| (Fabrizio De André durante il concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano il 19/12/1992) |
In questo album, inoltre, viene per la prima volta registrata Andrea, canzone che diventerà, insieme a La guerra di Piero, una delle canzoni più fortemente antimilitariste non solo di De André, ma anche della musica italiana, sullo sfondo però di una storia di amore omosessuale durante la prima guerra mondiale. In tal senso Andrea è pure una canzone sulle diversità.
Dai versi finali "... il secchio gli disse signore il pozzo è profondo ... lui disse mi basta che sia più profondo di me" si può dedurre che Andrea, dopo aver perso l'innamorato al fronte, si suicida gettandosi nel pozzo.
Massimo Bubola, coautore insieme a De André del brano, ha interpretato lo stesso nell'album celebrativo Faber, amico fragile.
Avventura a Durango [Romance in Durango] [modifica]
Avventura a Durango, versione in italiano di Romance in Durango di Bob Dylan, è la storia di un messicano che fugge a cavallo verso il deserto, insieme alla sua ragazza, dopo aver ucciso un uomo. Non si sa se l'omicidio è avvenuto a torto o a ragione (egli si limita a ricordare durante la fuga "Sono stato proprio io all'osteria a premere le dita sul grilletto"), anche se si fa riferimento a un incubo e al denaro ricavato dal fatto di sangue (Ed egli ricorda che ormai "Quello che è fatto è fatto"). Si tratta probabilmente della storia di un bandito, combattuto tra il rimorso per un delitto e il suo sogno d'amore, che immagina un futuro di redenzione ("La strada è lunga ma ne vedo la fine"). Egli dice di voler andare ad assistere la corrida e di voler acquistare "degli stivali nuovi e un orecchino d'oro". Sogna poi di volersi redimere in "una missione" da un frate che "pregherà per il perdono" e che la sua ragazza prenda l'eucarestia sotto la protezione di Dio "sulle colline". Il fuggiasco ama teneramente la donna e la incoraggia a tenere duro e a confidare in Dio, attraverso la strofa reiterata in spagnolo. Ma l'epilogo volge verso un'atmosfera tragica perché all'improvviso l'uomo viene colpito da un proiettile alla schiena. Dylan lascia in sospeso il finale, senza chiarire se i due riescono o meno a salvarsi (e "Potremmo non vedere più Durango" canta alla fine lo stesso De André). De André e Bubola hanno traslato il ritornello di Dylan che mescolava parole in spagnolo e inglese ("No llores mi querida, soon the desert will be gone") con vivaci espressioni, ottenute mescolando all'italiano parole che ricordano i dialetti napoletano e abruzzese ("Nun chiagne Maddalena"; "Strigneme Maddalena, stu deserto finirà").
Sally [modifica]
Sally racconta in chiave fiabesca il distacco di un giovane dalla propria famiglia e il suo ingresso nel mondo, dove entra a contatto con la droga, la violenza e la prostituzione. Sally simboleggia la delusione di veder svaniti i propri sogni e le proprie illusioni, mostrando che chi non riesce ad adattarsi alla società finisce per esserne vittima. Il protagonista e voce narrante (che non è Sally) dapprima vive nell'autorità della madre, che gli raccomanda di non "giocare con gli zingari nel bosco". Con la trasgressione al divieto e l'incontro con Sally comincia la sua avventura, ed egli si avvia sprovveduto e senza le conoscenze necessarie ad affrontare tutto ciò che è il mondo.
Le prime strofe del brano e l'ultima, che riprende la prima, attingono ad una filastrocca britannica:
| « My mother said that I never should Play with the gypsies in the wood, The wood was dark; the grass was green; In came Sally with a tambourine. I went to the sea - no ship to get across; I paid ten shillings for a blind white horse; I up on his back and was off in a crack, Sally, tell my mother I shall never come back. » |
mentre le successive, che presentano i personaggi di Pilar e del Re dei Topi, si ispirano rispettivamente a Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez, di cui Pilar è uno dei personaggi femminili, e a El Topo di Alejandro Jodorowsky.[4]
Zirichiltaggia (Baddu tundu) [modifica]
Zirichiltaggia è una veloce ballata in gallurese che testimonia la forza e la cultura sarda che stavano sempre più affascinando e coinvolgendo De André in quegli anni:
| « Quattro anni di Sardegna vuol dire come minimo, se uno ci vive dentro, insieme, imparare il dialetto. Allora mi sono permesso di scrivere 'sta roba qua: si chiama Zirichiltaggia, che vuol dire lucertolaio. È un litigio fra due pastori per questioni di eredità. » |
| (Fabrizio De André, 1979, concerto con la PFM) |
Melodia e ritmica della canzone sono molto simili alla canzone Back Door (La Porte En Arrière) di D.L. Menard, hit degli anni sessanta in Louisiana, cantato in francese louisianais.
Parlando del naufragio della London Valour [modifica]
Parlando del naufragio della London Valour è una canzone "difficile", con un testo volutamente slegato dalla musica e recitato; il tema del titolo, il naufragio della London Valour, è nascosto in una storia apparentemente "favolistica", costruita sulla libera associazione di idee, in un testo in cui si trovano anche riferimenti alla realtà politica degli anni settanta. Il naufragio della London Valour, in tal senso, potrebbe essere una metafora dell'intera società italiana di quel periodo. Tra l'altro, l'intenzione di De André era quella di descrivere i comportamenti della massa, rappresentati in questo caso dagli abitanti della zona portuale di Genova, che quando si imbatte in una sciagura altrui vi assiste spinta dal solo movente della curiosità.
Come svelato da Cristiano De Andrè, la canzone contiene anche una frecciatina a Francesco Guccini nel verso "il paralitico tiene in tasca un uccellino blu cobalto / ride con gli occhi al circo Togni quando l'acrobata sbaglia il salto", evidentemente come risposta ai riferimenti critici fatti da Guccini agli altri cantautori, tra cui De Andrè, in alcune sue canzoni, quali Via Paolo Fabbri 43 e L'avvelenata ("Colleghi cantautori, eletta schiera, / che si vende alla sera / per un po' di milioni, / voi che siete capaci fate bene / aver le tasche piene / e non solo i coglioni").
Max Manfredi ne ha fatto una versione nel 2000, rendendola molto più melodica dell'originale. Il brano si trova nel disco Aia da respia, raccolta di canzoni di De André interpretate da altri autori, prodotta dal Comune di Genova.
Tracce [modifica]
- Rimini - 4:08
- Volta la carta - 3:49
- Coda di lupo - 5:24
- Andrea - 5:31
- Tema di Rimini - 1:52
- Avventura a Durango [Romance in Durango] (Testo e musica originali di Bob Dylan e Jacques Levy) - 4:51
- Sally - 4:49
- Zirichiltaggia (Baddu tundu) - 2:18
- Parlando del naufragio della London Valour - 4:41
- Folaghe - 2:58
Testi e musiche: Fabrizio De André e Massimo Bubola, tranne ove diversamente indicato
Musicisti [modifica]
Le tastiere sono suonate da Gian Piero Reverberi, che sostituisce Tony Mimms anche come curatore degli arrangiamenti finali per motivi mai ufficialmente chiariti. Alla chitarra solista Marco Zoccheddu, già frontman di Nuova Idea, Osage Tribe e Duello Madre, esegue i riff di Coda di lupo e Parlando del naufragio della London Valour ed il finale del brano Rimini con suoni distorti caratterizzati dall'uso dello wah-wah; alla sezione ritmica vi sono due session man come Tullio De Piscopo e Bruno Crovetto, già insieme in vari album e progetti (Orfeo 9, Cara Napoli di Iva Zanicchi, Libertà obbligatoria di Gaber) a Sergio Farina, qui alla chitarra folk assieme all'ex-New Dada nonché componente del gruppo di pop melodico I vicini di casa Gilberto Ziglioli e allo stesso De André. Da ricordare infine la presenza del grande fisarmonicista Mario Battaini (qui alla sua ultima presenza discografica prima del ritiro), particolarmente in evidenza soprattutto in Sally.
- Riccardo Pellegrino - violino solista
- Marco Zoccheddu - chitarra elettrica solista
- Sergio Farina, Gilberto Ziglioli, Fabrizio De André - chitarre folk
- Gian Piero Reverberi - tastiere
- Bruno Crovetto - basso elettrico e acustico
- Tullio De Piscopo - batteria
- Vincenzo La Puma - tenore lirico
- Mario Battaini - fisarmonica
- Giuliano Bernicchi - tromba
- Luigi Bernardi, Attilio Casiero - mandolini
- Virginio Bianchi, Marino Pomarico - ocarine e fagotti
- Vanda Radicchi, Lella Esposito - voci
- Dori Ghezzi - voce femminile in Volta la carta e Andrea
Note [modifica]
- ^ Riccardo Bertoncelli, Intervista a Gian Piero Reverberi in Belin, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, 1a ed., Giunti, 2003. ISBN 978-88-09-02853-1
- ^ maggiesfarm.it - Massimo Bubola: Il cavaliere elettrico
- ^ Varie versioni della canzone popolare Volta la carta
- ^ a b c Massimo Cotto, Doppio lungo addio. Fabrizio De André raccontato da Massimo Bubola, 1a ed., Aliberti editore, 2006. ISBN 88-7424-182-8.
Altri progetti [modifica]
Collegamenti esterni [modifica]
- Andrea nelle Canzoni contro la guerra
- Marco Mangiarotti. Suonate le trombe, è tornato De André. Intervista da "Corriere della sera illustrato", 6 maggio 1978.
- Parlando del naufragio della London Valour pagine dedicate al racconto di quei fatti e ai legami con Fabrizio De Andrè