Riforme giudiziarie della XIII legislatura

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Questa voce tratta delle riforme della giustizia promosse dai governi legati alla coalizione dell'Ulivo durante la XIII Legislatura della Repubblica Italiana.

Legislatura 1996-2001[modifica | modifica sorgente]

Tra i punti cardine del programma sulla giustizia con cui L'Ulivo si era presentato alle elezioni del 1996 erano previste:

  • norme per sveltire i processi e renderli più efficienti;
  • norme anticorruzione per rafforzare la lotta a fenomeni come quello di Tangentopoli (in particolare nella tesi 20);
  • norme per riequilibrare il potere dell'accusa e della difesa e rendere la magistratura maggiormente indipendente dal potere politico.

Secondo alcuni corsivisti, le riforme giudiziarie effettivamente promosse in parlamento dall'Ulivo durante la XIII legislatura avrebbero rispecchiato per la maggior parte quelle previste dal programma del Polo, scritto da Cesare Previti indagato assieme a Silvio Berlusconi, e sarebbero state di segno opposto rispetto a quelle scritte da Flick. Gli stessi autori asseriscono che il ministro Flick sarebbe stato ostacolato da numerosi dei responsabili in materia dei partiti dell'Ulivo e non sarebbe pertanto riuscito a realizzare il suo programma.[1]

Le proposte di riforma approvate riscossero il parere di gran parte del parlamento, con maggioranze del 90-95%, riscuotendo il consenso sia dell'Ulivo sia del Polo delle Libertà.

Riforma della fattispecie di abuso d'ufficio (art. 323 c.p.)[modifica | modifica sorgente]

Con questa legge (n. 234, 16 luglio 1997, in vigore dal 9 agosto), è stato riscritto l'articolo 323 del codice penale, che prevede e punisce l'abuso d'ufficio.

Secondo i fautori di tale modifica, la precedente formulazione del reato di abuso d'ufficio avrebbe violato i principi di legalità e tassatività della norma penale, in quanto la sostanziale indeterminatezza della previsione legislativa avrebbe lasciato eccessiva discrezionalità alla magistratura riguardo alle violazioni nella Pubblica Amministrazione[2]. Per le ragioni sopra esposte il legislatore ha ritenuto opportuno delimitare la punibilità a casi di violazione di legge, regolamento o di un preciso obbligo di astensione.

Come tutte le riforme della giustizia approvate in questa legislatura, la riforma della fattispecie di abuso d'ufficio fu approvata a larga maggioranza, frutto di accordi tra l'Ulivo (che aveva vinto le elezioni ed era in maggioranza) e il Polo delle Libertà (nel quale votarono favorevolmente Forza Italia e Centro Cristiano Democratico). Rifondazione Comunista e Alleanza Nazionale votarono invece contro.

La nuova legge ha portato ad esempio alla fine prematura dell'inchiesta di Affittopoli e all'assoluzione di due ex presidenti del CONI, Mario Pescante e Bruno Gattai, per 959 assunzioni senza concorso. Inoltre il 22 dicembre 1997 questa riforma, approvata mentre Romano Prodi era presidente del Consiglio, fu una delle motivazioni alla base del proscioglimento dello stesso Prodi accusato di abuso d'ufficio nella sua qualità di presidente dell'IRI in merito alla privatizzazione di parte della SME: ciò - ad anni di distanza - ha fatto discutere di una possibile "legge ad personam".[senza fonte]

La riduzione della pena edittale massima da 5 a 3 anni rende inammissibili eventuali intercettazioni degli indagati, e riduce i termini di prescrizione che, ai sensi dell'articolo 157 del codice penale, sono legati ai massimi edittali.

Principio del contraddittorio e della terzietà del giudice[modifica | modifica sorgente]

A fronte del modello accusatorio accolto nel codice di procedura penale varato da Giuliano Vassalli nel 1989, con sentenza n. 254 del 1992 la Corte costituzionale dichiarò l'illegittimità costituzionale dell'art.513, secondo comma, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedeva che il giudice, sentite le parti, disponesse la lettura dei verbali delle dichiarazioni rese dagli imputati in un procedimento connesso nei confronti dei quali si procedesse o si fosse proceduto separatamente, qualora questi si fossero avvalse della facoltà di non rispondere. Di conseguenza, da allora i giudizi si svolsero per lo più mediante lunghe e noiose udienze di lettura degli atti processuali, senza che alla difesa fosse consentito controinterrogare imputati di reato connesso che si avvalevano della facoltà di non rispondere.

Con la legge n. 267 del 1997, l'articolo 513 c.p.p. fu modificato, disciplinando le ipotesi in cui era possibile utilizzare dichiarazioni rese prima del dibattimento da imputati nello stesso processo ovvero in procedimenti connessi: la norma prevede, tra l'altro, che le dichiarazioni dell'imputato lette nel corso del dibattimento non potessero essere utilizzate nei confronti di altri (ad esempio di imputati per il medesimo reato) senza il loro consenso; e che, se non è possibile ottenere la presenza degli imputati in procedimento connesso (a mezzo di accompagnamento coattivo, esame domiciliare, rogatoria internazionale), è consentito dare lettura delle dichiarazioni da essi rese fuori del dibattimento solo quando ne è divenuta impossibile la ripetizione per fatti o circostanze imprevedibili, ma a condizione che l'imprevedibilità già sussistesse al momento delle dichiarazioni.

Il Parlamento approvò questa riforma a larghissima maggioranza (l'unico partito ad astenersi fu Rifondazione Comunista) il 31 luglio 1997. Il nuovo disposto dell'art. 513 c.p.p. impedisce che le dichiarazioni acquisite al di fuori del dibattimento siano utilizzate come prova contro i soggetti cui si riferiscono senza il loro consenso: ciò in osservanza del principio del contraddittorio - cardine del due process (in italiano, giusto processo) - in base al quale la prova processuale non deve essere precostituita, bensì formata nel contraddittorio tra le parti. A questa riforma i critici imputano l'annullamento di centinaia di sentenze - tra le quali alcune riguardanti processi relativi a Mani Pulite e a vicende di mafia - da parte della Cassazione, che le rinviò ai giudici di merito: ciò avrebbe favorito in numerosi casi il sopraggiungere della prescrizione.

«Il parlamento ha abrogato la mafia per legge», dichiarò all'epoca il celebre PM Gian Carlo Caselli[3], allora procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo.

Durante numerosi processi fu sollevata questione di legittimità costituzionale in ordine al nuovo disposto dell'articolo 513 c.p.p.; il 2 novembre 1998 la Corte Costituzionale si pronunciò al riguardo, giudicando il nuovo testo illegittimo in quanto lesivo dell'asserito principio costituzionale di "non dispersione della prova".

Tale declaratoria di illegittimità - pronunciata dalla Corte costituzionale con sentenza n. 361 del 1998 - colpiva la norma nella parte in cui non prevedeva che - qualora nel corso del dibattimento il dichiarante rifiuti di rispondere su fatti concernenti la responsabilità di altri - al dichiarante stesso potessero essere contestate, in mancanza di consenso, le dichiarazioni rese nel corso delle indagini, che faranno piena prova dei fatti affermati se sussistono altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità.

Il 9 novembre 1999 il parlamento modificò l'articolo 111 della Costituzione: il primato del contraddittorio, la necessaria terzietà del giudice e la ragionevole durata del processo diventarono così principi costituzionali. Secondo il nuovo testo, infatti, «[o]gni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.» (art. 111 c. 2 Cost.): inoltre, «[l]a colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore » (c. 4).

La modifica fu ottenuta in tempi rapidi - solo 9 mesi nonostante le quattro votazioni tra Camera e Senato necessarie. Il consenso di Polo e Ulivo assicurò l'approvazione a larga maggioranza: nell'ultima votazione furono soltanto sei i voti contrari.

Il legislatore, all’inizio del 2001, in conseguenza della modifica all’uopo dello stesso articolo 111 Cost., ha ripristinato ancora una volta il principio del contraddittorio (legge 1º marzo 2001, n. 63: «Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in materia di formazione e valutazione della prova in attuazione della legge costituzionale di riforma dell'articolo 111 della Costituzione»), sul presupposto di una sostanziale equiparazione al testimone dell'imputato in procedimento connesso o collegato; qualora il dichiarante non risponda, il giudice dispone la lettura dei verbali contenenti le suddette dichiarazioni soltanto con l’accordo delle parti: le contestazioni possono essere effettuate solo nei confronti di fatti o circostanze per le quali si sia già deposto.


In dottrina c’è chi ha ricollegato “la gioiosa sanatoria con cui, all'articolo 26 della legge n. 63 del 2001, s'è esteso a buona parte dei processi in corso il nuovo regime”[4] con il definitivo passaggio in giudicato delle sentenze che sul vecchio articolo 513 si basavano; ciò anche ai fini della loro censura nella massima sede giurisdizionale europea dei diritti umani, che s’è di conseguenza rivelata impraticabile[5]. All'inverso, vi è stato chi ha ritenuto che l'articolo 513 introdotto nella XIII legislatura fosse, al di là dei principi, una concessione al garantismo inadatta ad un paese ad alta criminalità come l'Italia[6], oppure comunque una misura di per sé resa sospetta dal fatto che fosse nei pubblici auspici di vari inquisiti[7]

Giudice unico e pacchetto Carotti[modifica | modifica sorgente]

Approvato il 19 febbraio 1998, prevedeva di avere effetto dal 2 giugno 1999, anche se per quasi tutti i tribunali venne prorogato al 1º gennaio 2000.

Il disegno di legge sul giudice unico proposto dal ministro della giustizia Giovanni Maria Flick, venne emendato dal maggio del 1998 con molteplici aggiunte, che prenderanno poi il nome di pacchetto Carotti[8].

Parte di quell’ampio “pacchetto giustizia” elaborato dal Ministro Flick, il giudice unico è diventato legge grazie all'opera del Ministro Diliberto.

Si tratta di una riforma di grande spessore, con la finalità di ridurre tempi e costi della giustizia nel quadro di una più lineare geometria giudiziaria, quindi persegue l’obiettivo più importante, e a tale obiettivo sacrifica la romantica figura del pretore e parte della tradizionale collegialità; incide sul processo civile, già ampiamente rivisitato e in maniera più ampia sul processo penale con robuste innovazioni rispetto al codice del 1989.

Coinvolge buona parte del tessuto ordinamentale, l’organizzazione dei servizi, l’intera articolazione strutturale della macchina della giustizia.

Spesso i testi base, cioè la legge delega, il decreto legislativo 51 e la cosiddetta legge Carotti, non risultano sufficientemente assemblati né adeguatamente coordinati; vi sono intralci semantici e cadute lessicali che non favoriscono la lettura; talvolta ci si imbatte in problemi di sopravvivenza di norma diacroniche o ispirate ad una diversa ratio, con la fatica per l'interprete di appianare divergenze ideologiche tra vecchie e nuove norme. D'altronde, proprio nel settore del processo penale il cantiere normativo da molti anni a questa parte costantemente aperto sul terreno giustizia ha avuto una produzione legislativa cospicua: sei testi sul giudice unico (dalla legge delega del luglio 1997 alla Carotti), due sulla depenalizzazione, uno sulla competenza penale del giudice di pace, un altro relativo ai tribunali metropolitani che pure finisce per incidere sull’organizzazione del servizio penale, senza parlare delle complicazioni derivanti dal nuovo art. 111 della Costituzione e dal probabile “pacchetto sicurezza”.

Per una più ampia comprensione della portata di questa riforma, occorre ripercorrere con paziente acume una buona parte del codice di procedura penale nell’ottica del giudice unico, dalle più rilevanti modifiche sul piano sistematico ai temi della competenza e dalla riserva di collegialità, dalla disciplina dell’udienza preliminare alle varie fasi del processo, dai meccanismi di integrazione probatoria al rito monocratico nuova maniera.

Nel passaggio dal decreto 51 alla legge Carotti, c’è di fondamentalmente nuovo nella funzione g.u.p. e nei riti alternativi. In base alle modifiche introdotte dalla riforma sul giudice unico, soprattutto nella materia penale, le norme hanno bisogno di robusti aggiustamenti interpretativi e forse meriterebbero il piglio di un legislatore dotato di rilevante e specifica esperienza tecnica. La stessa cauta neutralità dei primi interpreti non è il sintomo di esitazioni scientifiche bensì la consapevolezza delle difficoltà che si incontrano ove si voglia trarre dai testi una lettura utile per il giurista e una guida sicura per il pratico.

Fra le modifiche più importanti apportate nell’orientamento giudiziario, vanno ricordate:

  • la riforma del processo penale e l’istituzione del giudice unico di primo grado
    1. la normativa della riforma.
    2. i contenuti della riforma.
    3. gli obiettivi della riforma.
    4. la nuova geografia degli uffici giudiziari:
      • le sezioni distaccate;
      • i nuovi tribunali;
      • gli organici;
    5. le modifiche all’ordinamento giudiziario:
      • in generale;
      • le sezioni distaccate del tribunale;
      • il giudice delle indagini e dell’udienza preliminare;
      • il giudice monocratico del dibattimento.
    6. i magistrati onorari:
      • i giudici onorari di tribunale;
      • i vice procuratori e l’ufficio del pubblico ministero.
    7. i praticanti procuratori
  • la competenza
    1. le modifiche alla procedura.
    2. la competenza della corte di assise.
    3. la competenza del giudice di pace.
    4. la competenza delle sezioni distaccate:
      • le attribuzioni;
      • il rilievo della “incompetenza”.
    5. la connessione e la riunione.
  • la riserva di collegialità
    1. il tribunale in composizione collegiale:
      • la riserva di collegialità;
      • attribuzioni del tribunale in composizione collegiale;
      • i singoli reati;
      • la competenza per materia del giudice monocratico.
    2. la composizione del tribunale e i rapporti tra collegio e giudice monocratico:
      • la capacità del giudice;
      • la violazione delle regole sulla composizione monocratica o collegiale del tribunale: la decadenza per l’eccezione o il rilievo d’ufficio;
      • i provvedimenti conseguenti: nell’udienza preliminare;
      • i provvedimenti conseguenti: nel dibattimento;
      • i provvedimenti conseguenti: nel giudizio di appello e davanti alla corte di cassazione;
      • validità delle prove acquisite;
      • la connessione.
    3. il mutamento dei fatti e le nuove contestazioni:
      • la contestazione di fatti nuovi o diversi nel corso del dibattimento;
      • i provvedimenti del giudice.
    4. il collegio e le sezioni distaccate
  • il procedimento le modifiche al codice di rito
    1. i ritocchi al codice di rito:
      • le norme di mero coordinamento;
      • divieto di pubblicazione di atti o immagini;
      • riparazione per l’ingiusta detenzione;
      • la procura al difensore.
    2. le modifiche in tema di impugnazione:
      • l’appello contro le sentenze del tribunale;
      • la inappellabilità delle sentenze di condanna a pena pecuniaria; ##* le impugnazioni contro le sentenze del giudice di pace;
      • l’impugnazione contro la sentenza contumaciale;
      • il giudizio conseguente all’annullamento delle sentenze.
  • il procedimento: le indagini preliminari
    1. il giudice:
      • le disposizioni in tema di incompatibilità;
      • le esclusioni.
    2. il pubblico ministero:
      • il controllo della competenza nel corso delle indagini: l’archiviazione dei procedimenti contro ignoti.
    3. l’avviso della conclusione delle indagini:
      • l’avviso;
      • la discovery anticipata;
      • il potere di intervento dell’indagato;
      • le dichiarazioni dell’indagato;
      • le nuove indagini;
      • le nullità conseguenti alla mancanza dell’avviso;
      • il rilievo della nullità per le richieste o le citazioni già compiute secondo il precedente regime.
  • il procedimento: l’udienza preliminare
    1. le modifiche alla procedura.
    2. gli atti preliminari:
      • la richiesta di rinvio a giudizio e la fissazione dell’udienza;
      • la costituzione delle parti;
      • la rinnovazione dell’avviso all’imputato;
      • l’impedimento a comparire dell’imputato;
      • la contumacia dell’imputato;
      • il legittimo impedimento del difensore.
    3. le attività integrative delle indagini e l’assunzione di nuove prove:
      • le dichiarazioni dell’imputato;
      • l’ordinanza per l’integrazione delle indagini;
      • l’attività di integrazione probatoria del giudice;
      • l’assunzione delle prove disposte dal giudice.
    4. la conclusione dell’udienza preliminare:
      • la sentenza di non luogo a procedere;
      • il decreto che dispone il giudizio;
      • il divieto di assumere informazioni.
  • il procedimento: i riti alternativi e il giudizio
    1. il giudizio abbreviato:
      • premessa;
      • il giudizio allo stato degli atti;
      • la richiesta;
      • lo svolgimento del giudizio abbreviato;
      • la decisione;
      • limiti all’appello.
    2. l’applicazione della pena a richiesta delle parti:
      • in generale;
      • la richiesta e il consenso;
      • provvedimenti del giudice.
    3. il procedimento per decreto:
      • i casi di procedimento per decreto;
      • il procedimento per decreto;
      • contenuto ed effetti del decreto;
      • il giudizio conseguente all’opposizione.
      • l'0blazione.
    4. modifiche alle disposizioni sul giudizio:
      • gli atti introduttivi e la citazione testi;
      • le richieste di prova;
      • i poteri del presidente in ordine all’esame dei testi e delle parti private;
      • l’ammissione di nuove prove;
      • la lettura delle disposizioni rese da persona residente all’estero.
  • il procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica
      • il nuovo modello di procedimento monocratico;
      • i reati per cui è consentita la citazione diretta.
    1. la citazione diretta:
      • l’avviso all’indagato;
      • l’inosservanza delle regole sull’udienza preliminare e i dibattimenti già fissati;
      • procedimenti connessi;
      • requisiti della citazione;
      • la nullità della citazione;
      • la notificazione, il deposito e gli atti urgenti.
    2. il giudizio:
      • l’udienza di comparizione;
      • il dibattimento;
      • convalida dell’arresto e giudizio direttissimo;
      • procedimenti speciali
  • la normativa transitoria
    1. la normativa.
    2. le disposizioni di carattere organizzativo.
    3. i procedimenti in corso:
      • nel dibattimento;
      • nell’udienza preliminare;
      • la revoca del proscioglimento;
      • i riti alternativi;
      • in appello;
      • la prescrizione

Reati finanziari e fiscali[modifica | modifica sorgente]

Sino al 24 novembre 2000 spettava al Tribunale la competenza ad autorizzare la nascita e le principali operazioni delle società di capitali, in modo da controllare la legalità delle deliberazioni e tutelare i soci e i risparmiatori. Con una riforma del governo Amato invece questo controllo passò dai giudici ai notai.

Il 5 gennaio 2001 lo stesso governo varò il d.lgs 74/2000 che parve introdurre una sostanziale depenalizzazione dell'utilizzo delle false fatture emesse al fine di distogliere risorse nella prospettiva della creazione di fondi neri: il nuovo testo della fattispecie (art. 8) stabilisce infatti che "È punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di consentire a terzi l'evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto, emette o rilascia fatture o altri documenti per operazioni inesistenti".

La specificazione del dolo sembrerebbe importare la non sussistenza del reato nel caso in cui l’emissione di false fatture abbia avuto luogo per ragioni non connesse all’evasione delle imposte sui redditi o dell’IVA, come nel caso dell'occultamento di risorse per la creazione di fondi neri; ha invece argomentato la Corte di Cassazione, nella sentenza 26138 del 2010, che "l’evasione di imposta non è un elemento costitutivo della fattispecie incriminatrice del delitto di emissione di fatture per operazioni inesistenti, ma configura un elemento del dolo specifico normativamente richiesto per la punibilità dell’agente".

In sostanza, per l’integrazione del reato è sufficiente che colui che emette le fatture voglia consentire a terzi l’evasione delle imposte sul reddito o sul valore aggiunto, senza che sia necessario che il terzo consegua effettivamente l’evasione, non rilevando perciò la circostanza che questi non abbia ottenuto alcun rimborso dell’IVA o evaso le imposte sui redditi a seguito dell'operazione.

Indagini degli avvocati difensori[modifica | modifica sorgente]

A fine legislatura il governo Amato approva una riforma riguardante le indagini difensive svolte dagli avvocati degli indagati. Secondo tale riforma gli atti raccolti dai difensori hanno lo stesso valore di quelli raccolti dai pm, ma mentre questi ultimi hanno l'obbligo di depositare tutti gli elementi raccolti, compresi quelli favorevoli per l'indagato, gli avvocati non sono tenuti a depositare quelli sfavorevoli ai clienti.

Questa riforma consente inoltre all'avvocato di svolgere delle indagini difensive, anche con la facoltà di interrogare i testimoni e le vittime di un delitto e in presenza del loro cliente. Secondo molti magistrati ciò comporta un alto rischio di intimidazione dei testimoni e di inquinamento delle prove.

A fine legislatura il governo Amato approva una riforma riguardante le indagini difensive svolte dai difensori degli indagati o degli imputati (la legge non lo prevede esplicitamente, ma in base al principio della parità delle parti nel processo di cui all'art. 111 Cost., sono legittimati a svolgere indagini anche il difensore della parte civile, del responsabile civile e del civilmente obbligato per la pena pecuniaria). Secondo tale riforma gli atti raccolti dai difensori hanno lo stesso valore di quelli raccolti dai pm, ma mentre questi ultimi hanno l'obbligo di depositare tutti gli elementi raccolti, compresi quelli favorevoli per l'indagato, gli avvocati non sono tenuti a depositare quelli sfavorevoli ai clienti.

Questa riforma consente inoltre all'avvocato di svolgere delle indagini difensive, anche con la facoltà di interrogare i testimoni e le vittime di un delitto. È bene precisare che l'art. 391-bis, comma 8, prevede che all'assunzione di informazioni non può assistere la persona sottoposta alle indagini, ossia il cliente del difensore.

La responsabilità degli enti[modifica | modifica sorgente]

Al termine della legislatura il Governo ha approvato il Decreto Legislativo n. 231 dell'8 giugno 2001 che, sulla base della Legge delega n. 300 del 2000, ha introdotto per la prima volta in Italia la responsabilità degli enti per i reati commessi dai propri dirigenti o funzionari a vantaggio o nell'interesse dell'ente stesso. Si tratta di una forma di responsabilità ibrida che, pur formalmente denominata dal decreto amministrativa, somiglia molto alla responsabilità penale, tanto che la competenza per il giudizio è in mano al giudice penale competente a conoscere dei reati commessi dagli autori materiali. È una responsabilità circoscritta ad un elenco tassativo di reati (tra cui corruzione, false comunicazioni sociali etc...) commessi da soggetti in posizione apicale (dirigenti) dell'ente o da a questi sottoposti (funzionari e dipendenti), nel caso gli illeciti siano commessi a vantaggio o nell'interesse dell'ente.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tra gli asseriti responsabili di tale condotta sono talvolta citati Pietro Folena, Cesare Salvi, Antonio Soda, Luigi Pellegrino (per il Pds), Giuseppe Gargani, Michele Pinto (PPI), Luigi Manconi, Paolo Cento, Marco Boato (Verdi).
  2. ^ “La norma, già riformulata nel 1990 con la legge n. 86, è stata per anni una sorta di incubo per funzionari e amministratori pubblici; era infatti considerata una "norma penale in bianco" in quanto la fattispecie criminosa ivi prevista era assolutamente indefinita, suscettibile di un uso ampiamente discrezionale tale da causare un’indebita sovrapposizione del sindacato penale sulle scelte amministrative. Qualsiasi comportamento illegittimo o presunto illegittimo poteva essere qualificato come abuso d’ufficio e causare l’inizio di un procedimento giudiziario, se potenzialmente poteva procurare un ingiusto vantaggio non patrimoniale o arrecare un danno ingiusto; era prevista la sanzione della reclusione fino a due anni, aumentabile fino a cinque anni in presenza dell’aggravante del vantaggio patrimoniale. L’astrattezza e la genericità della norma erano universalmente criticate poiché sottoponevano tutta l’azione amministrativa, che di per sé è idonea ad arrecare vantaggi o danni, alla spada di Damocle dell’intervento della magistratura, anche se poi più del 90 per cento dei procedimenti si concludeva con il proscioglimento” così ((www.bosettiegatti.it/info/commenti/varie/v002abusoufficio.htm)).
  3. ^ Pentiti, riforma giusta - L'Unione Sarda, 26 luglio 1997
  4. ^ G. Buonomo, Commento alla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo 11/10/2001 (Craxi 2 contro Italia) su Diritto e Giustizia on line del 23/11/2001
  5. ^ “La Corte europea, nell’analizzare la legislazione italiana in vigore all’epoca della condanna, non ha potuto che prendere atto che vi si prevedeva che, a seguito del rifiuto del coimputato di testimoniare, le dichiarazioni formulate prima del dibattimento potevano essere utilizzate dal giudice, cosa che puntualmente si è verificata”: ibidem.
  6. ^ "Sul fronte del Polo, ci pensa Maurizio Gasparri a picchiare duro contro la modifica del 513: “Basta con questo ipergarantismo. Non siamo in Svezia, ma in un Paese dove ci sono la mafia, la camorra…È ora che qualcuno si svegli, sia a destra, sia a sinistra, per rimodulare questo pessimo dosaggio di garantismo”: Corriere della Sera 17/8/1997
  7. ^ Marco Travaglio, intervento al Convegno “Bisogno di legalità e necessità di giustizia” Alba 2/10/2000, dichiarò: "ricordo un libro verde che ho conservato perché molto prezioso, di Cesare Previti, intitolato “Il mio programma per la giustizia – Un’utopia possibile” nel quale si proponevano alcune cose e io quando lo lessi mi spaventai, speriamo che non vincano questi perché se vincono questi sono capaci di approvarle le leggi che annunciano o minacciano, secondo dei punti di vista, di approvare. Questo libro conteneva, ve la faccio molto breve, tanto capite dove voglio andare a parare, conteneva alcune proposte del tipo: articolo 513 da riformare: nessuno può essere più condannato in un’aula di tribunale, se chi lo accusa non va in aula e non soltanto davanti al PM a contestargli le accuse tutto ciò naturalmente senza l’obbligo che chi accusa prima vada a parlare anche dopo.
  8. ^ Artico Una, dieci, cento impunità, di Marco Travaglio, pubblicato su L'espresso del 15 ottobre 1998, pp 75-76. [1]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]