Riforma dell'XI secolo

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La riforma dell'XI secolo consiste in una serie di riforme della Chiesa latina, attuate in Europa nel corso dell'XI secolo. Quest'epoca, che pose fine al cosiddetto saeculum obscurum, iniziò nel 1046 e si concluse con il Concordato di Worms del 1122.

La cosiddetta riforma gregoriana, il cui nome deriva dal suo principale rappresentante e più strenuo difensore, papa Gregorio VII, fu soltanto una fase di questa più ampia riforma. Il termine, tuttavia, viene spesso utilizzato per designare tutti gli interventi di questa azione riformatrice dell'XI secolo, voluta e gestita soprattutto dal papato, che volle affermare il primato della Sede apostolica sui vescovi e sul clero delle diverse diocesi (e di fatto creando spesso tensioni con gli episcopati locali), nonché rivendicare le proprie prerogative nei confronti delle autorità civili, prima di tutto l'imperatore romano-germanico.

L'iniziativa del papato e il conseguente scontro tra papato e Impero possono essere compresi soltanto se si tiene conto che un'opera di riforma ecclesiastica era già stata iniziata da altri protagonisti, soprattutto dagli imperatori romano-germanici, e solo in un secondo tempo essa venne imposta al papato, che la assunse in prima persona e a sua volta la impose al resto della Chiesa latina.

La riforma papale vera e propria può essere suddivisa in quattro periodi:

Premessa: la riforma imperiale (962-1046)[modifica | modifica sorgente]

Con la svolta registratasi intorno all'anno Mille cominciarono a diffondersi nuovi fermenti sociali e religiosi, che vennero a scontrarsi con la realtà decadente della Chiesa cristiana.

Tra questi protagonisti del rinnovamento vanno citati:

  • i monaci: singoli monasteri cominciarono a rinnovarsi, aggregando a sé altri cenobi. Questo avvenne in Germania, Inghilterra e Italia. La più importante e famosa fu la riforma di Cluny, in Borgogna: attorno a questo centro si creò una solida organizzazione di monasteri, sparsi in tutta Europa.
  • il clero: nei primi secoli del Medioevo, al primo diffondersi del cristianesimo nelle campagne, il clero di una pieve viveva insieme presso la chiesa battesimale (o "matrice"), dove si incentrava la vita liturgica di tutta la zona; in seguito i signori locali avevano iniziato a far costruire delle "cappelle" anche nella campagna, assegnandole in cura a preti scelti da loro, spesso dei servi che nell'ordinazione trovavano un modo per affrancarsi dalla schiavitù ed evitare i pesanti lavori della terra. Senza adeguata preparazione, isolati, abbandonati a sé stessi, questi preti conducevano frequentemente una vita indegna, dediti al gioco, alla caccia e al vino, e spesso a relazioni sessuali del tutto disordinate (talvolta questi preti erano uomini sposati, altre volte solo formalmente celibi). La riforma del clero favorì la creazione di forme di vita comune tra i preti, in case chiamate canoniche dove i preti stessi potevano trovare un'istruzione e una regola di vita.
  • i laici: la nuova situazione socioeconomica e il conseguente cambio di mentalità creatosi in tutta Europa intorno al 1000 portò ad un risveglio e a un nuovo spirito di iniziativa dei laici. La loro reazione all'immoralità del clero e alla concentrazione di grandi ricchezze intorno ad abbazie e vescovadi si espresse talora in modo violento, come nella Pataria milanese.
  • i vescovi: si possono trovare qua e là singoli vescovi riformatori come, già nel X secolo, Attone di Vercelli, Raterio di Verona o Alberico di Como.

Tutti questi sforzi di rinnovamento avevano il grande limite di essere isolati e senza continuità.[1] Mancava ancora, infatti, una forza che desse coordinamento e continuità a questi tentativi frammentari, avviando una riforma su vasta scala. Il papato, ancora immerso nel suo saeculum obscurum, non era in grado di assumersi questo ruolo. Non restava che l'Impero. Una nuova dinastia, gli Ottoni, aveva avviato una riforma politica nel Regno di Germania: nel 962 Ottone I, unendo alla corona tedesca quella del Regno d'Italia, aveva rinnovato l'Impero, facendosi consacrare imperatore da papa Giovanni XII. Non si poteva, però, attuare un rinnovamento dell'Impero senza risanare la Chiesa, sulla quale poggiava, nella persona dei vescovi, gran parte dell'amministrazione pubblica. Pertanto gli Ottoni si impegnarono a scegliere per le loro diocesi dei vescovi di grande valore. Questi stessi vescovi furono spesso riuniti in sinodi riformatori.

Infine, Enrico III il Nero, sceso in Italia per risolvere una delle tante lotte tra i partiti romani per l'elezione del nuovo papa, impose una linea riformatrice alla sede romana stessa. Dal 1033 era papa Benedetto IX, eletto dalla nobiltà romana a soli dodici anni di età. Benedetto si era dimostrato immorale, arrogante e violento, e ciò provocò una insurrezione popolare.

L'imperatore intervenne nel 1046, e nel concilio di Sutri avocò a sé il diritto di scelta del vescovo di Roma, e per sua iniziativa furono eletti alcuni papi, di origine tedesca, assai attivi nella riforma della Chiesa

La riforma sotto i papi tedeschi (1046-1057)[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'intervento di Enrico III, i papi che si succedettero dal 1046 furono di nazionalità tedesca e scelti direttamente da lui. I nomi che questi papi assunsero quando salivano al soglio pontificio furono particolarmente inconsueti, in quanto presero il nome dei primi papi, a cui Enrico III stesso si rifaceva, come segno del recupero della realtà ecclesiale primitiva. Clemente II, Damaso II, Vittore II, anche se non riuscirono ad arrivare ad un'azione concreta di riforma (dato che morirono in fretta), vollero ritornare alla purezza primitiva.

Clemente II procedette contro la simonia, accompagnò l'Imperatore in Sicilia ma, tornato a Roma, si ammalò di malaria (o probabilmente fu avvelenato) e morì il 9 agosto 1048. Gli succedette Popone, vescovo di Bressanone, con il nome di Damaso II, il cui pontificato durò soltanto 23 giorni. Un'attuazione concreta si ebbe con Brunone di Tull, ex consigliere di Enrico III, uomo molto dotato che diventò papa con il nome di Leone IX, regnando per cinque anni. Egli, pur essendo stato designato dall'Imperatore, sottopose la sua nomina all'accettazione del popolo e del clero romano.

In questi cinque anni di pontificato Leone IX inaugurò un nuovo metodo di guida della Chiesa:

  • Si circondò di un gruppo di validi collaboratori della Lorena (è in questo momento, probabilmente, che il collegio dei cardinali passa dall'essere semplicemente l'assemblea dei parroci e dei diaconi della città di Roma al ricoprire la funzione di "gran consiglio" del papa): tra questi Alinardo, Umberto di Silvacandida (giurista e storico grazie al quale ci sono giunte molte notizie), Federico figlio del duca di Lorena, Ildebrando di Soana (segretario di Gregorio VI). Questa sua decisione fu gravida di conseguenze, in quanto fece partecipare questi suoi consiglieri, alti dignitari, all'esercizio del potere pontificale, della riforma ecclesiale, liberandoli dagli impegni liturgici per permettere loro un governo più forte della Chiesa a loro assegnata.
  • Leone IX non risiedette a Roma, ma viaggiò instancabilmente tra l'Italia, la Francia e la Germania, sull'esempio dei sovrani secolari della sua epoca. Dal 1050 scese in Italia meridionale, attraversò le Alpi, indicendo sinodi di vescovi. Questi suoi viaggi portarono un grande vantaggio all'autorità pontificia: la mentalità/coscienza del potere del papa nella Chiesa universale, oscurata dal secolo di ferro, venne rivitalizzata e illuminata nel suo valore universale.

Nel suo pontificato affrontò, principalmente, tre problemi.

La riforma della Chiesa[modifica | modifica sorgente]

Leone IX volle attuare una riforma di tipo morale e non ancora istituzionale. Il suo principale obiettivo fu la lotta contro il concubinaggio e la simonia. Questo papa si rese conto della difficoltà di questa impresa. Sapendo che la legge era violata da buona parte del basso clero, difficilmente raggiungibile dalla riforma, decise di limitare la riforma alla sola città di Roma e dintorni, come esempio per altre città. Egli proibì ogni relazione di laici con i presbiteri incontinenti, ospitando tutte le concubine in Laterano sotto il suo controllo. Lottò poi contro la simonia che intaccava preti e vescovi italiani e francesi. Essi sperimentarono la serietà dei decreti di Leone IX emanati nei diversi sinodi (Reims, Magonza, ecc.), in conseguenza dei quali, di fronte l'accusa, il vescovo veniva subito deposto. Secondo la mentalità del tempo, la simonia era l'eresia più grave, quella che non permetteva, allo Spirito Santo di agire liberamente: il vescovo non veniva legittimamente consacrato e, a sua volta, non trasmetteva l'ordine all'ordinato. Questi metodi drastici tentavano, allora, di salvare la sostanza della fede e della vita sacramentale, ma per questo furono anche fortemente osteggiati. Nacque, così, anche il problema della differenza tra illeicità e invalidità, pur nella non ancora chiara interpretazione, in quanto prevaleva ancora la visione del papa che riteneva l'ordinazione invalida (tamquam non esse).

La lotta contro i Normanni insediatisi nell'Italia meridionale[modifica | modifica sorgente]

Fu sicuramente il più grave problema. Durante il secolo oscuro, i papi, nobili eletti dalle famiglie dei Teofilatto e dei Tuscolani, e in particolare Benedetto VIII, avevano chiamato in aiuto a Meles, rappresentante dell'Impero bizantino in Puglia (insorto contro la dominazione greco-bizantina), alcuni soldati Normanni. Essi non si erano fatti ripetere l'invito e dalle Alpi, per mare e per terra, raggiunsero Meles e lo sostennero nella battaglia. Questi "immigrati", che si erano insediati dopo il 1000 nell'Italia meridionale, nel giro di una generazione erano diventati i padroni delle terre, maltrattando le popolazioni residenti, che, a causa di queste ingiustizie, si appellarono al papa.

Per scacciarli, il papa fu costretto ad allearsi con i bizantini, che occupavano ancora gran parte dell'Italia Meridionale e che erano guidati dal figlio di Meles. Chiese, poi, aiuto ad Enrico III, recandosi in Germania. Inizialmente l'Imperatore approvò i piani di papa Benedetto VIII, sostenendolo con un esercito, ma, dissuaso dal suo cancelliere, il vescovo Gebehard di Eichstatt (che sarà papa Vittore II), decise di rimanerne fuori.

Leone IX, succeduto a Benedetto VIII, decise di assoldare dalla nobiltà tedesca un gruppo di giovani che unitisi ai soldati italo-bizantini avrebbero sferrato l'attacco ai Normanni. Prima che i due eserciti si unissero, però, i Normanni attaccarono l'esercito papale, infliggendogli una grave sconfitta il 16 giugno 1053 a Civitate, a sud del fiume Fortero, facendo prigioniero il papa. Dopo sei mesi, i Normanni lo liberarono ma, colpito duramente e sfibrato dalla guerra, Leone IX, il 19 aprile 1054, morì a Roma.

A Leone IX succedette Gebehard di Eichstatt, con il nome di Vittore II, il quale si impegnò fortemente nella riforma ancora prettamente morale. Egli mantenne gli stessi collaboratori di Leone IX e indisse sinodi in Francia e in Italia. La sua azione di riforma fu, però, condizionata dalla morte di Enrico III (5 ottobre 1056), il quale lasciò la moglie Agnese di Poitou reggente e il figlioletto (futuro Enrico IV) ancora minorenne. Essendo, quindi, vacante la sede imperiale, il papa fu impegnato ancora più direttamente nella politica imperiale, svolgendo magnificamente questo suo compito. Vittore II, con abilità diplomatica, riuscì ad assegnare il trono al figlio di Enrico III e alla moglie e a indire un sinodo riformatore, durante la preparazione del quale morì, il 23 giugno 1057.

Con la sua morte finì il periodo della riforma voluta dai papi tedeschi.

Lo scisma d'oriente (1054)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Scisma d'Oriente-Occidente.

I rapporti tra Chiesa occidentale e Chiesa orientale furono sempre particolarmente freddi. Alla morte di Alessio Studita, divenne Patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, che governò dal 1043 al 1058.

Un giudizio equo su questo protagonista della Storia del primo millennio non è di certo facile. Egli ebbe una personalità tempestosa e rivoltosa, molto autonomo persino dall'autorità dell'Imperatore bizantino. Già da nobile si dice che, aspirando alla corona, fece una rivolta per diventare Imperatore. Scoperto nei suoi intenti, fu mandato in convento, dove ebbe grande influenza sulla politica e sullo stesso Imperatore Costantino IX, fino a che, nel 1043, fu eletto patriarca di Costantinopoli.

Bisanzio e Roma erano già di fatto divise, anche se non ancora formalmente, in quanto forte era la richiesta di autonomia dalla Chiesa centrale.

A Bisanzio cresceva la consapevolezza e le convinzione che Roma andava degenerandosi a causa dell'alleanza con i Normanni e con l'Impero Tedesco, mentre Bisanzio, nuova Roma, si fece depositaria delle vere e autentiche tradizioni ecclesiastiche, della vita e della fede religiosa, conservatesi intatte.

Nella rottura dei rapporti tra Chiesa e Normanni (1053), nacque l'idea di realizzare un esercito formato dall'unione militare tra tedeschi e bizantini in funzione anti - normanna. Questo esercito fu guidato da Argiro, figlio di Meles, che nel 1009, con la protezione tedesca e papale, aveva combattuto contro l'esercito bizantino.

A Bisanzio Michele Cerulario non era disponibile ad aiutare Argiro in funzione anti – normanna, per l'odio personale che aveva nei suoi confronti, ricordando le vicende del padre. Per questo cominciò a guidare una campagna anti – latina di dimensioni molto più grandi di quella portata avanti da Fozio nell'863-869.

Nonostante questo, Argiro portò avanti la sua campagna, sostenuto dall'Imperatore bizantino.

Michele Cerulario non si arrese e cominciò una campagna di diffamazione contro Roma: rimise all'ordine del giorno il problema del Filioque, del rito ecclesiastico, del celibato del clero, dell'uso del pane azimo, del digiuno del sabato. Inoltre, fece chiudere le Chiese latine in Oriente e compì diversi atti vandalici anche contro le particole consacrate. Il portavoce e il braccio del patriarca Michele era Leone di Okrid, il quale scrisse una lettera al vescovo di Trani (in realtà il vero destinatario era il papa), nella quale obbligava Roma ad adeguarsi a Bisanzio e ai suoi riti, ripudiando i riti occidentali contrari a quelli greci. Questa lettera fu trasmessa nelle mani del tempestoso e sanguigno Umberto di Silvacandida, consigliere del papa, che rispose a tono, accusando la Chiesa orientale di ben 90 eresie.

Mentre papa Leone IX era prigioniero dei Normanni e Costantino IX era consapevole della necessità dell'alleanza; la curia romana, allora, per ristabilire la pace con Bisanzio, mandò una delegazione all'Imperatore.

Umberto di Silvacandida e Federico di Lorena furono accolti con onore dall'Imperatore ma con indifferenza dal patriarca Michele.

A questo atteggiamento, Umberto da Silvacandida rispose traducendo in greco le sue accuse di eresia, che suscitarono una violenta reazione da parte del patriarca Michele.

Il dialogo si ruppe e la delegazione di pace si risolse in un nulla di fatto.

Umberto da Silvacandida il 16 luglio 1054 pose sull'altare di S. Sofia una bolla di scomunica contro Michele Cerulario e i suoi collaboratori, designandoli come simoniaci, eretici, nicolaitici…

Il 24 di quello stesso mese, Michele convocò un Concilio ed emanò, in risposta, una scomunica ai legati del papa e ai loro sostenitori. Lo scisma era ormai consumato!

Ai fatti concreti del 1054, però, dobbiamo accostare anche le valutazioni storiche a questi fatti che non coincidono con la valutazione giuridica. Ne possiamo ricavare principalmente due:

  1. Lo scisma, per così dire, nacque nel 1054 ed in quest'anno avvennero i fatti più determinanti. Esso, però, non fu necessariamente avvertito nella sua gravità dagli stessi contemporanei, ma fu visibile soltanto una-due generazioni più tardi.
  2. Lo stesso aspetto giuridico, che ha un suo valore, sembra non essere così chiaro. Infatti, papa Leone IX, quando fu scritta e proclamata la bolla di scomunica da Umberto da Silvacandida, era già morto. Noi sappiamo che, alla morte di un papa, automaticamente vengono sospese tutte le deleghe che il papa stesso aveva concesso. La delegazione, allora, aveva ancora lo stesso potere di agire? La scomunica non avrebbe, quindi, valore giuridico, ma piuttosto è una illegittima amplificazione del risentimento personale di Umberto verso il patriarca Michele, sebbene, attraverso di essa, si colga il problema centrale della questione.

La veemenza con cui si parlò durante questa discussione fu del tutto senza precedenti. Il repertorio di conoscenze e di accuse di entrambi i contendenti fu sicuramente molto più vasto di quello dello scisma foziano del 863.

Michele ed Umberto, in quel momento, non ebbero coscienza di quante conseguenze questa rottura avrebbe avuto nel tempo. Nonostante il ritiro delle reciproche scomuniche da parte di Paolo VI e Atenagora, il problema è tuttora aperto, soprattutto riguardo all'autonomia sostanziale delle Chiese ortodosse tra loro e al rifiuto del primato papale.

La riforma sotto i due papi tosco-lorenesi e sotto Alessandro II (1057-1073)[modifica | modifica sorgente]

La morte di papa Vittore II fu inattesa, ma la nobiltà romana si risvegliò e tentò di condizionare l'elezione del successore del papa defunto.

I cardinali riformatori e collaboratori di Vittore II, ponendosi il problema di un eventuale ritorno dei Tuscolani al potere, cercarono appoggio militare contro di essi, chiamando in protezione l'esercito del margravio di Toscana e duca di Lorena Goffredo il Barbuto: in cambio del suo servizio, essi elessero papa Federico di Lorena, fratello dello stesso Goffredo, con il nome di Stefano IX. Il nuovo papa, che si era formato alla scuola di Leone IX, rafforzò il gruppo dei propri collaboratori, scegliendo tra di loro anche alcuni monaci, tra cui Pier Damiani, priore di Fonte Avellana, che nominò cardinale di Ostia, assumendo e valorizzando la riforma monastica che era già avviata in Italia centrale.

Il pontificato di Stefano IX, tuttavia, non durò molto e non fu particolarmente determinante; il papa lorenese, infatti, morì già nel 1058. Egli, prevedendo la sua imminente morte, fece giurare al popolo e alla nobiltà romana che dopo di lui avrebbero eletto Ildebrando da Soana, che in quel momento era di ritorno dalla Germania, dove era andato ad annunciare l'elezione di papa Stefano IX.

In questa situazione di attesa, i Tuscolani intervennero con una sommossa, eleggendo Giovanni di Velletri, con il nome di Benedetto X. Gli altri cardinali non riconobbero questa elezione e, a loro volta, elessero Gerardo di Firenze, originario della Borgogna, che divenne papa con il nome di Niccolò II. Accompagnato da Goffredo di Lorena, questi si diresse verso Roma, scomunicò l'antipapa Benedetto e fu intronizzato il 24 gennaio 1059.

Con Niccolò II si delineò una nuova fase della riforma della struttura ecclesiastica: egli diede vita, infatti, ad una riforma non soltanto morale, ma anche istituzionale, seguendo il consiglio di Umberto di Silvacandida, secondo il quale non sarebbe mai stato possibile riformare la Chiesa finché l'investitura del potere episcopale non fosse stato portato esclusivamente in mano del papa. Niccolò II, quindi, non colpì soltanto gli abusi della simonia e il matrimonio dei preti, ma identificò le cause, le radici, di questi abusi proprio nella concessione da parte dei laici dell'investitura delle maggiori cariche ecclesiastiche. Egli, perciò, rivendicava la "libertà della Chiesa" e il diritto esclusivo di conferire le cariche, liberandosi del consuetudinario potere giuridico dei laici: cominciava così a delinearsi la cosiddetta lotta per le investiture.

Nel settembre del 1059 Niccolò II indisse un sinodo romano in cui sottoscrisse un decreto, che, convalidando la sua stessa elezione alla sede romana, imponeva la procedura da seguire per l'elezione dei suoi successori. Questa elezione sarebbe stata divisa in tre fasi successive:

  1. i cardinali vescovi (termine che per la prima volta compare), consultati tra di loro sul candidato da eleggere, decidevano per un nome (l'elezione passava così in mano ai più diretti collaboratori del papa defunto);
  2. dopo aver scelto un nome, i cardinali vescovi comunicano la loro decisione ai cardinali presbiteri e ai cardinali diaconi, e, dopo aver raggiunto con loro un accordo, presentano il candidato al clero e al popolo romano;
  3. presentato il candidato al clero e al popolo romano, esso deve dare la sua approvazione per acclamazione.

Si scindeva così l'elezione del papa da ogni legame (che non fosse soltanto formale, come l'applauso di conferma) con il popolo romano e con l'imperatore stesso. In poco più di un decennio, dunque, cambiava radicalmente il sistema di elezione del papa: nel 1046, l'imperatore Enrico III, dopo aver deposto tutti i contendenti al papato, poneva di fatto l'elezione sotto la decisione dell'Imperatore, sottraendola al controllo delle famiglie nobili romane e dallo stesso clero di Roma; nel 1059 la nomina veniva sottratta non solo alla nobiltà romana, ma anche all'autorità dell'imperatore, nonostante questi continuasse ad essere considerato il sovrano di Roma e del mondo intero.

Niccolò II si rese conto della portata rivoluzionaria di questa sua decisione, e cercò di assicurarsi una forza politico-militare capace di farla rispettare. Egli trovò un valido alleato nel popolo normanno: messosi in viaggio verso l'Italia meridionale nel settembre del 1059, stipulò con i signori normanni il trattato di Melfi, secondo cui, in una logica tipicamente feudale, i Normanni facevano al papa omaggio di sottomissione e giuramento di fedeltà, riconoscendosi suoi sudditi, mentre la Chiesa romana, nella figura del papa, concedeva loro l'investitura su tutti i territori da loro conquistati. In tal modo i Normanni non erano più considerati invasori stranieri della penisola italiana, ma ricevevano il diritto di governare, promettendo di prestare fedelmente aiuto militare al papa. Con una sola mossa papa Niccolò II aveva conquistato la sovranità feudale su gran parte dell'Italia, ma, allo stesso tempo, aveva violato il diritto imperiale di Enrico IV, con il quale, come preannunciato, cominciarono rapporti tesi e difficili.

Alla morte di Niccolò II, il gruppo dei cardinali riformatori, tra i quali Umberto di Silvacandida e Ildebrando di Soana, procedette all'elezione di Anselmo di Lucca, originario di Milano, il quale fu insediato con il nome di Alessandro II e governò dal 1061 al 1073.

La nobiltà romana cercò di opporsi a questa elezione, sollecitando l'intervento dell'Impero: in contrapposizione ad Alessandro, a Basilea fu eletto papa Cadalo, vescovo di Parma, con il nome di Onorio II. La sua elezione ottenne però ben pochi consensi e si rivelò un passo falso anche per Agnese di Poitou, vedova di Enrico III e reggente dell'Impero.

Poco dopo, nel 1062, i principi tedeschi, guidati dall'arcivescovo di Colonia Annone, rapirono il principe ereditario, ancora minorenne, portandolo a Colonia ed affidandogli formalmente il potere imperiale con il nome di Enrico IV ("colpo di Stato" di Kaiserswerth).

Uscita vittoriosa da questo primo scontro con l'impero, la Chiesa dal 1061 al 1073 continuò l'attuazione della sua riforma, la quale cominciò a diffondersi raggiungendo l'Inghilterra e la Francia.

In Inghilterra[modifica | modifica sorgente]

Papa Alessandro II intervenne per la successione del re d'Inghilterra, alla morte di Edoardo il Confessore. La Sede romana, tra i due contendenti, Aroldo e Guglielmo di Normandia, appoggiò quest'ultimo che, con la benevolenza del papa, vinse Aroldo nella battaglia di Hastings del 1066. Da questo punto in poi la Chiesa inglese risultava intimamente legata al papato.

Nella Penisola Iberica[modifica | modifica sorgente]

Anche nei diversi regni della Penisola Iberica l'influsso della riforma si fece sentire molto presto. Il re Sancio di Aragona infatti, nel 1068 affidò il proprio Paese al papa, sostituendo la liturgia ispanica con il rito romano. In questo modo si riaprivano le relazioni tra il papato e le Chiese della Penisola, rimaste abbastanza isolate dopo la caduta del regno visigoto. Proprio in questo periodo, anche su impulso dei papi oltre che dei diversi monarchi di Castiglia, Aragona e Portogallo, nasceva quell'ideale di reconquista dei territori in cui i musulmani si erano insediati. Questo fervore generale in campo militare, economico, sociale e anche religioso, portò a grandi cambiamenti nella società ispanica del tempo.

In Lombardia[modifica | modifica sorgente]

In Italia settentrionale invece, la riforma ecclesiastica portò ad una serie di divisioni all'interno del clero e del popolo. Il clero ambrosiano, per esempio, nonostante le imposizioni che giungevano da Roma, continuava nella sua propria tradizione di permettere l'accesso al presbiterato anche a uomini sposati. I diversi predicatori giunti da Roma, tuttavia, favorirono la nascita di un forte movimento tra i fedeli laici (la Pataria nella sua prima fase di esistenza), che cominciò a criticare pesantemente il proprio clero, bollando i preti sposati con il titolo di eretici "nicolaiti" (interpretando in maniera de-contestualizzata alcuni passi delle cosiddette "lettere alle sette chiese" dell'Apocalisse di Giovanni) e riducendo il matrimonio dei preti a semplice "concubinaggio". Di questo movimento erano membri sia alcuni laici, sia alcuni chierici del partito riformatore, tra i quali spiccano i nomi di Arialdo da Cucciago e di Landolfo Cotta.[2]

I patarini diedero avvio a intense azioni di riforma ecclesiastica, a volte anche con mezzi violenti e obbligando, anche con la forza, i preti a rispettare il celibato. Già nell'estate del 1057 erano cominciate a giungere al papa proteste e accuse contro i patarini, tanto che Stefano IX fu costretto ad inviare una delegazione per chiarire e sistemare la situazione. Pier Damiani e Anselmo di Lucca, giunti a Milano, manifestarono apertamente il loro appoggio alla Pataria, tentarono di stroncare le proteste del clero e del popolo, ingiungendo all'arcivescovo di Milano, Guido da Velate, di sottomettersi al papa. Gli scontri successivi divennero ancora più feroci, e una delle vittime fu lo stesso Arialdo, che venne considerato un martire della riforma romana.

L'arcivescovo Guido nel 1072 crollò e accettò di dimettersi, inviando il proprio anello e pastorale ad Enrico IV, il quale investì il nobile Goffredo da Castiglione come nuovo arcivescovo. Questo intervento dell'imperatore, tuttavia, ebbe come effetto quello di coinvolgere anche Milano nella lotta tra papato ed Impero.

Nonostante l'iniziale appoggio giunto da Roma, tuttavia, la Pataria, abilmente sostenuta dai papi nel loro progetto riformatore, venne in qualche modo "scaricata" da Roma negli ultimi decenni dell'XI secolo, quando i papi cambiarono linea politica e cercarono una riconciliazione con gli episcopati locali. I patarini radicali superstiti, delusi anche dai papi dopo che dal clero milanese, finirono per trasformare il loro movimento in una specie di setta ereticale di contestazione ad ogni autorità ecclesiastica, abbastanza vicina alle istanze dei Catari.

La riforma gregoriana (1073-1085)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lotta per le investiture e Umiliazione di Canossa.

Nel 1073 Ildebrando di Soana venne eletto papa per acclamazione della folla, cui fece seguito l'elezione canonica da parte dei cardinali.

Ildebrando era un monaco cluniacense: aveva accompagnato in Germania l'ex-papa Gregorio VI, quando quest'ultimo, deposto dall'imperatore Enrico III al Concilio di Sutri, era fuggito a nord delle Alpi. Ritornato a Roma al seguito di papa Leone IX (Brunone di Toul), Ildebrando era entrato a far parte dei cardinali riformatori. Da Alessandro II venne nominato arcidiacono, divenendo capo della Curia romana.

Appena eletto, Gregorio VII intraprese azioni contro la simonia e il concubinato del clero, promulgate soprattutto in un sinodo romano convocato nella Quaresima del 1074.

Nel 1075 compose il Dictatus papae, una raccolta (o forse soltanto un indice) di varie affermazioni sul primato del vescovo di Roma. Con questo documento Gregorio VII inaugurava una "nuova ecclesiologia" (come affermò il teologo cattolico Yves Congar nella sua opera Sentire ecclesiam): il papa diventava "vescovo dei vescovi", Roma era "caput ecclesiae" (centralismo romano) e ogni singolo credente diventava un suddito del vescovo di Roma.

Affermando il potere del papa al di sopra di ogni altra autorità (oggi si direbbe sia "laica" sia religiosa), Gregorio provocò una profonda rottura proprio con l'imperatore romano-germanico (si ricordi che la riforma dell'XI secolo era iniziata proprio per l'intervento degli imperatori, che avevano tentato di risanare il papato corrotto).

« Dotato di forte personalità e di una concezione altissima della dignità papale, Gregorio introdusse un elemento di forte novità nel panorama del movimento di riforma, rivendicando il primato romano, cioè la suprema autorità del papa all'interno della Chiesa e nell'ambito della società cristiana. Nelle sue lettere, infatti, più che il concetto di "libertas Ecclesiae", che costituiva pur sempre la bandiera del movimento riformatore, è la contrapposizione tra "obbedienza" e "disobbedienza" a ricorrere più di frequente, identificandosi l'assoluta obbedienza a Dio con quella dovuta a lui in quanto papa, cioè successore dell'apostolo Pietro. Ne scaturì una profonda e violenta spaccatura del movimento riformatore, che portò ad un rimescolamento generale delle forze in campo. Dalla parte dell'imperatore, infatti, vennero a trovarsi non solo i vescovi ostili alla riforma, ma anche ecclesiastici di notevole levatura morale e non meno di Gregorio VII impegnati contro la simonia e il concubinato del clero, quali - per restare in Italia - Dionigi di Piacenza, Guido d'Acqui, Guiberto di Ravenna (futuro antipapa Clemente III), ma decisamente contrari alla concezione gregoriana del primato papale »
(Vitolo, op. cit., p. 253)

Il giorno di Natale del 1075 Cencio, nobile e bandito romano, sequestrò Gregorio a Roma, ma il papa venne liberato da un tumulto popolare.

Nell'anno seguente l'imperatore Enrico IV convocò a Worms un sinodo dei vescovi del Sacro Romano Impero Germanico (Dieta di Worms del 1076): i vescovi chiesero le dimissioni di Gregorio VII.

« I vescovi tedeschi al fratello Ildebrando. (...) Ti dai cura di novità profane. Infatti ti sei preoccupato in tutti i modi di togliere ogni autorità ai vescovi, autorità che - come si sa - è stata loro concessa da Dio mediante la grazia dello Spirito santo, il quale opera soprattutto nelle ordinazioni. Hai dato in mano al furore della plebe tutta l'amministrazione delle faccende ecclesiastiche. Ora nessuno può più diventare vescovo o prete se non va a mendicare questa carica dalla tua altezza, con una adulazione del tutto indegna. Hai sconvolto in una miserabile confusione tutto il rigore dell'istituzione di Cristo, e soprattutto quella bellissima distribuzione delle membra di Cristo che il dottore delle genti loda e difende. E così, per i tuoi gloriosi decreti, lo stesso nome di Cristo - lo diciamo con le lacrime agli occhi! - perisce. Chi infatti non si meraviglierà di questo fatto indegno che tu ti arroghi ingiustamente una potenza indebita, distruggendo i diritti dovuti alla fraternità universale? Affermi, infatti, che qualora giungesse a te anche solo il sospetto di qualche delitto di uno qualsiasi dei membri delle nostre diocesi, nessuno di noi avrebbe più l'autorità di "legarlo e scioglierlo", ma soltanto tu, o qualcuno che tu avessi appositamente delegato a questo scopo. Non c'è nessuno esperto delle sacre lettere che non veda come questa pretesa superi ogni stoltezza »
(J.M. Watterich, Vitae Romanorum Pontificum, vol. I, p. 373)

Poco dopo, Enrico IV invitò i sudditi dell'Impero Romano alla disobbedienza nei confronti di Gregorio, e lo proclamò deposto. In reazione, nel febbraio del 1076 Gregorio VII scomunicò Enrico. Dopo la scomunica Enrico venne abbandonato dai principi tedeschi, che gli contrapposero Rodolfo di Svevia e minacciavano di non riconoscerlo più come imperatore se non si fosse liberato dalla scomunica. Gli stessi principi invitarono il papa ad Augusta perché questi emettesse una sua decisione nella loro controversia con Enrico. Con mossa abilissima, mentre Gregorio VII era già in viaggio verso Augusta, Enrico lo anticipò, incontrandolo a Canossa. In un primo momento Gregorio, combattuto tra opportunità politica (istituire un processo contro Enrico in Germania, con grande prestigio per il papato) e dovere pastorale (perdonare chi gli si presentava come peccatore pentito), scelse la seconda via e assolse Enrico dalla scomunica.

Pochi anni più tardi, però, Gregorio si mostrò molto più spregiudicato e nel 1080 dichiarò pubblicamente il suo appoggio per Rodolfo di Svevia, rinnovando la scomunica e deposizione di Enrico IV, il quale, a questo punto, fece eleggere un nuovo papa nella persona dell'arcivescovo di Ravenna, Guiberto (noto come antipapa Clemente III). Nel 1081 Enrico marciò su Roma e la conquistò nel 1084: a Roma ricevette la solenne incoronazione imperiale da Clemente III, mentre Gregorio fuggiva a Salerno, dove moriva nel 1085.

Gregorio VII aveva riaffermato vigorosamente l'autonomia della Chiesa e la suprema autorità di Roma su tutte le Chiese locali. In particolare, come è risaputo, Gregorio si oppose nettamente ad ogni ingerenza laica nella scelta dei vescovi e degli abati. Questo, inevitabilmente, provocò uno scontro feroce con l'imperatore, perché di fatto i vescovi e gli abati erano anche detentori di una autorità civile (non solo quando erano vescovi-conti, caso in realtà non frequentissimo, ma perché normalmente esercitavano una giurisdizione su coloro che risiedevano nelle loro diocesi e amministravano patrimoni terrieri vastissimi), e ovviamente l'imperatore voleva intervenire nella selezione di questi suoi funzionari.

L'iniziativa riformatrice di Gregorio VII non fu, comunque, la prima mossa della riforma dell'XI secolo, bensì l'ultima. La riforma gregoriana fu generata dalla riforma imperiale la quale, a sua volta, aveva assunto e coordinato la riforma che si era sviluppata dal basso (monaci, clero e laici). D'altro canto, lo scontro con l'Impero non fu il contenuto centrale della riforma gregoriana, anche se ne costituì un passaggio obbligato: se la riforma dell'XI secolo era stata caratterizzata soprattutto da una spinta unificatrice, è chiaro che già due centri unificatori (Papato e Impero) erano troppi.[3]

La riforma da papa Vittore III a papa Callisto II (1085 - 1122)[modifica | modifica sorgente]

La morte di Gregorio VII e la situazione, difficilmente superabile, che ne conseguì, colpirono fortemente il partito riformatore.

Passò infatti un anno prima che fosse eletto il successore di Gregorio VII. Desiderio, abate di Montecassino, eletto papa nel 1086, diede il proprio assenso soltanto l'anno successivo, e fu intronizzato il 21 marzo 1087 con il nome di Vittore III. Accettata la nomina, tuttavia, gli mancò il tempo per continuare il programma di riforma del papato: il 16 settembre di quello stesso anno, infatti, morì.

Dopo di lui venne eletto papa il cardinale di Ostia, Ottone di Lagery, con il nome di Urbano II (1088). Egli si adattò alle circostanze, condividendo il programma riformatore di Gregorio VII ma utilizzando spesso la dispensa papale per quei vescovi (anche eletti con simonia) che si dimostravano disposti a piegarsi alle linee imposte della Sede romana (e spesso venivano nuovamente ordinati).

Durante il pontificato di Urbano II era ancora in vita l'antipapa Clemente III (Viberto di Ravenna), il quale fu neutralizzato, anche grazie al cambio di mentalità di molti vescovi, prima favorevoli a Clemente III ed ora ad Urbano II.

Anche Enrico IV, pur avendo sconfitto il rivale Rodolfo di Svezia, fu quasi abbandonato dai propri sostenitori e persino dal figlio Enrico V, e perciò fu costretto ad asserragliarsi nella zona di Padova e Verona.

Intanto papa Urbano II intraprese un viaggio per due anni che lo portò in Francia, passando per la Toscana, dove convocò concili provinciali a Piacenza, in cui decretò l'invalidità delle nomine episcopali fatte dall'antipapa Clemente e dai suoi sostenitori, e a Clermont Ferrant (1095), nel quale cercò di incitare i monaci perché imprimessero la riforma nel Paese. Durante questo concilio, Urbano indisse la prima crociata, invitando i cavalieri cristiani a combattere per la liberazione della Terra Santa. Urbano II morì il 29 luglio 1099, due settimane dopo la presa di Gerusalemme da parte dei crociati (15 luglio 1099).

Alla sua morte gli succedette papa Pasquale II, del quale non abbiamo molte informazioni. Certamente italiano, monaco anche se non cluniacense, fu descritto dagli storici come persona semplice e, a volte, ingenua. Sotto il suo pontificato si continuò a combattere contro le investiture concesse dal potere civile, argomento maggiormente interessante e scottante in questo periodo. Questa questione si risolse innanzi tutto in Inghilterra ed in Francia.

In Inghilterra il problema fu risolto giuridicamente alla presenza del re e di Anselmo di Canterbury nell'agosto del 1107, con la dieta di Londra: Enrico I d'Inghilterra, figlio di Guglielmo il Conquistatore, rinunciò all'investitura alle cariche ecclesiastiche tramite la consegna dell'anello e dello scettro (segni dell'investitura spirituale e temporale), ma conservò il diritto di ricevere dai vescovi, prima di essere ordinati, l'omaggio feudale. Prima di essere ordinato, infatti, il vescovo eletto doveva fornire al re una truppa di fanti e di cavalieri armati, che si mettesse al servizio del re.

Anche in Francia la situazione fu simile. Il re rinunciò a dare l'investitura con l'anello e il pastorale, ma si accontentò di chiedere al vescovo, a differenza dell'Inghilterra, soltanto un giuramento di fedeltà.

Secondo gli storici di diritto canonico, si giunse a queste soluzioni perché ci si rese conto in ambito politico che l'investitura era duplice. ed era necessaria quindi una distinzione: il potere spirituale (ordinazione episcopale) era un ufficio ecclesiastico, mentre il potere temporale (la giurisdizione civile di cui il vescovo godeva nei propri territori) spettava al re. A questa distinzione contribuì fortemente anche Ivo di Chartres.

Il problema, superato per Francia ed Inghilterra, rimase irrisolto per le regioni dell'Impero (Germania, Italia e Lotaringia). Pasquale II tentò una linea di soluzione nel 1111, invitando i vescovi a rinunciare all'investitura temporale per le proprietà affidate loro dall'Imperatore. Questa soluzione non portò alcun successo, anzi creò ribellioni di molti vescovi all'autorità papale (sebbene fosse una soluzione che piaceva all'Imperatore, in quanto vedeva tornare a sé tutti i donativi e le proprietà affidata ai vescovi dagli Ottoni già dal IX secolo).

Pasquale II morì nel 1118. Gli succedette papa Gelasio II, il quale venne imprigionato e fuggì a Gaeta dove morì nel 1119.

Alla sua morte gli succedette Callisto II, un monaco cluniacense francese, con il quale si giunse a una sistemazione giuridica della questione: Callisto II, infatti, raggiunse un accordo con l'Imperatore Enrico V nel Concordato di Worms (1122), durante il quale fu cambiata la modalità di elezione del vescovo.

Sviluppi della storiografia recente: messa in discussione del concetto di "riforma gregoriana"[modifica | modifica sorgente]

La categoria storiografica di "riforma gregoriana" fu sostenuta all'inizio del Novecento (soprattutto dallo storico del cristianesimo Augustin Fliche). In questa prospettiva, che trovò rapidamente un consenso unanime tra gli studiosi, la "riforma gregoriana" sarebbe stata un vasto movimento unitario che partì dal papato e raggiunse il suo culmine nell'opera di Gregorio VII, vero ispiratore dei papi suoi successori ma anche migliore realizzatore degli intenti dei suoi diretti predecessori, di alcuni dei quali era stato anche collaboratore e consigliere. Quando si parlava di riforma gregoriana, dunque, il punto di vista si focalizzava notevolmente sul papato: sintetizzando molto, si può dire che la riforma veniva presentata come opera del papa, mentre il "nemico" che bloccava questa riforma e minacciava di corrompere la Chiesa era l'imperatore.

Questa categoria, tuttavia, andò presto in crisi, poco dopo la seconda guerra mondiale:

  • Jean-François Lemarignier, studiando la riforma cluniacense, poté indicare già nella centralizzazione del monachesimo operata da Cluny il modello della riforma (che pure egli chiamava ancora gregoriana, ma che per ovvi motivi cronologici non poteva avere avuto in Gregorio VII il suo principale ideatore);
  • Cinzio Violante individuò e studiò l'ampio movimento riformatore attivo a Milano quando ancora il papato non aveva assunto alcuna opera di riforma (si delineava pertanto, una riforma "dal basso", che partiva dal laicato e non dalla gerarchia ecclesiastica).

Il culmine di questa revisione si ebbe, in Italia, con un famoso articolo di Ovidio Capitani del 1965.[4] Capitani scriveva:

« Esiste un'"età gregoriana"? O, per lo meno, può giustificarsi, atteso i risultati più significativi della storiografia in questione, la scelta di un aggettivo così importante, a qualificare una periodizzazione? ... Molto c'era da tempo in via di realizzazione che trovò una sua completa manifestazione nel tempo di Gregorio VII, ma non ad opera sua. ... Il pontificato di Gregorio VII è la vera ed unica "età gregoriana", e sembra inequivocabilmente indicare il momento di massima fluidità polidirezionale della crisi. Da studiare, quindi, sempre: ma sempre meno nelle persone, sempre più nei problemi e nella dinamica delle forze »
(Ibidem, p. 480)

Ci si rese sempre più conto, in definitiva, che l'aggettivo "gregoriana" in qualche modo semplificava eccessivamente la complessità della riforma dell'XI secolo, rimuovendo, o per lo meno mettendo in ombra, la riforma voluta proprio dagli imperatori romano-germanici, quella intrapresa da correnti monastiche e laicali, o quella di vescovi di parte imperiale (si pensi a Viberto di Ravenna o al primo Rainaldo di Como) che furono sicuramente dei riformatori, sebbene apertamente schierati contro Gregorio VII.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ «La riforma episcopale, come era stata concepita ed attuata da Attone di Vercelli, da Raterio di Liegi e da altri prelati animati da medesimi intenti, non ha dato e non poteva dare che risultati insignificanti. ... Il vescovo riformatore è frutto di un caso felice che presto o tardi non si rinnoverà; il più delle volte il suo successore non gli somiglia affatto e l'opera abbozzata è interrotta, compromessa, o anche completamente distrutta. ... Il papato nel X secolo perse l'autorità è il prestigio indispensabili per una azione efficace. Da qui risulta, in fin dei conti, che l'iniziativa della riforma non può venire che dall'imperatore». (Fliche, op. cit., vol. I, pp. 92-95)
  2. ^ «Gran parte del popolo aderì alle idee patarine ... Essendo ormai penetrata nella cultura popolare l'idea della sessualità come colpa e contaminazione, i preti sposati vennero con facilità fatti considerare peccatori pubblici e impuniti. Si cominciò ad attuare uno sciopero liturgico da parte dei fedeli, che si rifiutavano di assistere alle messe e di ricevere i sacramenti di questi sacerdoti, e si arrivò poi all'allontanamento forzato dalle chiese e all'aperta e violenta persecuzione. Il moto patarino si fondava sull'idea non cattolica dell'invalidità dei sacramenti celebrati dai sacerdoti peccatori, che faceva apparire agli occhi del popolo la condanna del clero sposato e la conseguente persecuzione come una legittima purificazione e liberazione della Chiesa». (Quaranta, op. cit., pp. 59-60)
  3. ^ «Se Gregorio VII può essere assunto come simbolo di una riforma che, avviata per liberare la Chiesa dalla decadenza infiltratasi in essa a motivo dei soffocanti legami con i poteri locali, e anche di uno slancio spirituale che, come tale, risulta politicamente sconfitto, egli va tuttavia indicato anche come l'esponente massimo di una nuova concezione di Chiesa, non soltanto nei suoi rapporti con l'Impero, ma prima di tutto nella relazione tra Chiesa romana e Chiese locali. Nel Dictatus papae ... si dichiara essenzialmente l'unicità della Chiesa di Roma (nel senso di essere l'unica Chiesa propriamente tale) e, di conseguenza, la sua autorità immediata su tutte le Chiese locali; d'altra parte si dà anche un'immagine inedita della cristianità, come presieduta non più da due autorità affiancate l'una all'altra - come era stato, pur con esiti alterni, lungo i secoli precedenti - ma da una sola autorità, quella papale, alla quale quella imperiale risulterà sempre più nettamente subordinata, nei secoli successivi, fino al tramonto del sistema medioevale». (Xeres, op. cit., pp. 77-79)
  4. ^ Ovidio Capitani, Esiste un'età gregoriana? Considerazioni sulle tendenze di una storiografia medievistica in Rivista di Storia e Letteratura Religiosa, vol. 1, 1965, pp. 458-481.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Ovidio Capitani, Esiste un'età gregoriana? Considerazioni sulle tendenze di una storiografia medievistica in Rivista di storia e letteratura religiosa, nº 1, 1965, pp. 454-481.
  • Ovidio Capitani, L'Italia medievale nei secoli di trapasso : La riforma della Chiesa (1012-1122), Bologna, Pàtron, 1984, ISBN 88-555-1888-7.
  • Ovidio Capitani, L'età pregregoriana in La Storia : I grandi problemi dal Medioevo all'Età contemporanea, Torino, 1988.
  • A. Fliche, La réforme grégorienne, Lovanio, Parigi, 1924-1937.
  • G. Fornasari, Del nuovo su Gregorio VII? Riflessioni su un problema storiografico non esaurito in Studi medioevali, serie III, 24, nº 1, Milano, 1983, pp. 315-353.
  • Hubert Jedin, Storia della Chiesa, vol. 4, Milano, Jaca Book, 1975, pp. 267-280, 479-499.
  • Giovanni Miccoli, Chiesa gregoriana : Ricerche sulla riforma del secolo XI, Firenze, 1966.
  • Francesco Quaranta, Preti sposati nel Medioevo : Cinque apologie, Torino, Claudiana, 2000, ISBN 88-7016-335-0.
  • G. Rossetti, Il matrimonio del clero nella società altomedievale in Il matrimonio nella società altomedievale, XXIV Settimana di Studi del Centro Italiano di Studi sull'alto Medioevo, vol. 1, Spoleto, 1977, pp. 473-567.
«Il dramma della Chiesa impegnata a fondo nel suo rinnovamento non fu la lotta dei buoni (la sede apostolica) contro i reprobi (l'episcopato e il clero corrotto). ... Fu un dramma sociale e istituzionale che richiede da parte nostra uno sforzo di comprensione globale della dinamica interna di quella società. (p. 549)».
  • Giovanni Vitolo, Il rinnovamento della vita religiosa e la riforma della Chiesa in Medioevo : I caratteri originali di un'età di transizione, Milano, Sansoni, 2000, pp. 244-263, ISBN 88-383-1857-3.
  • Saverio Xeres, La prima grande riforma nella storia della Chiesa; Le principali conseguenze di una riforma irrigidita in La Chiesa, corpo inquieto : Duemila anni di storia sotto il segno della riforma, Milano, Ancora, 2003, pp. 63-86, ISBN 88-514-0108-X.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]