Repubblica Romana (1849)
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| Repubblica Romana | |||||||||
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| Motto: Dio e Popolo | |||||||||
| Descrizione generale | |||||||||
| Lingue: | Italiano | ||||||||
| Inno: | Inno di Mameli | ||||||||
| Capitale: | Roma | ||||||||
| Forma politica | |||||||||
| Forma di stato: | Repubblica presieduta da un Triumvirato | ||||||||
| Nascita: | 9 febbraio 1849 | ||||||||
| Fine: | 4 luglio 1849 | ||||||||
| Territorio e popolazione | |||||||||
| Territorio originale: | Lazio, Umbria, Marche | ||||||||
| Religione e Società | |||||||||
| Religioni preminenti: | Cattolicesimo | ||||||||
| Evoluzione storica | |||||||||
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| « Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta. » | |
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(II Principio fondamentale della Costituzione della Repubblica Romana (1849))
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| « La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l'italiana. » | |
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(IV Principio fondamentale della Costituzione della Repubblica Romana (1849))
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| « Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale. » | |
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(VIII Principio fondamentale della Costituzione della Repubblica Romana (1849))
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La Repubblica Romana del 1849 (nota anche con la denominazione di Seconda Repubblica Romana, per non confonderla con quella di epoca napoleonica) fu uno stato sorto a seguito di una rivolta liberale che nei territori dello Stato pontificio estromise Papa Pio IX dai suoi poteri temporali. Fu governata da un triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi.
La piccola repubblica, nata nel contesto dei grandi moti del 1848 che coinvolsero tutta Europa, ebbe come quest'ultimi vita breve (5 mesi, dal 9 febbraio al 4 luglio), a causa dell'intervento della Francia di Napoleone III che per convenienza politica ristabilì l'ordinamento pontificio, in deroga ad un articolo della costituzione francese. Tuttavia quella della repubblica romana fu un'esperienza significativa nella storia dell'unificazione italiana, vide l'incontro e il confronto di molte figure di primo piano del Risorgimento accorse da tutta la Penisola, fra cui Giuseppe Garibaldi. In quei pochi mesi Roma passò dalla condizione di stato tra i più arretrati d'Europa a banco di prova di nuove idee democratiche, fondando la sua vita politica e civile su principi (quali, in primis, il suffragio universale maschile, l'abolizione della pena di morte e la libertà di culto) che sarebbero diventate realtà in Europa solo circa un secolo dopo.
[modifica] Storia
[modifica] Antefatti
[modifica] Moti rivoluzionari e costituzioni
Le vicende che portarono alla proclamazione della Repubblica Romana ebbero inizio nel gennaio 1848, quando giunse notizia della insurrezione di Palermo contro i Borboni di Napoli, scoppiata il 12. Seguì una rivoluzione a Napoli, il 27, che costrinse, due giorni dopo, Ferdinando II a promettere la Costituzione, promulgata l'11 febbraio. Lo stesso 11 febbraio Leopoldo II di Toscana, cugino primo dell’imperatore in carica Ferdinando I d'Austria, concesse la Costituzione, nella generale approvazione dei suoi sudditi.
Dopodiché gli eventi si susseguirono incalzanti: il 22-24 febbraio la rivoluzione a Parigi si trasformò nell'instaurazione della Seconda Repubblica; il 4 marzo Carlo Alberto concesse ai suoi Stati lo Statuto Albertino; il 14 marzo Pio IX concesse lo statuto; il 13 marzo ci fu un'insurrezione a Vienna che portò alla caduta di Metternich; il 17 marzo una grande manifestazione popolare a Venezia impose al governatore la liberazione dei detenuti politici, fra cui Daniele Manin; infine il 18 marzo iniziarono le Cinque Giornate di Milano.
[modifica] Le fasi iniziali della prima guerra di indipendenza
La notizia delle Cinque Giornate di Milano causò un vero e proprio sconvolgimento politico nell'intera penisola: il 21 marzo Leopoldo II di Toscana, dichiarò guerra all’Impero Austriaco ed inviò l’esercito al comando del generale Cesare De Laugier verso il Quadrilatero, mentre due giorni dopo Carlo Alberto passò il Ticino e si mise in lenta marcia verso Verona. Il 24 marzo Pio IX permise la partenza, da Roma per Ferrara, di un corpo di spedizione al comando del generale Giovanni Durando. Si trattava di un ben completo corpo di spedizione, in assetto da campagna, per un totale di 7'500 uomini, seguiti, due giorni dopo, da un corpo di volontari, la Legione dei Volontari Pontifici formata da uomini provenienti dal centro Italia, affidato al generale Andrea Ferrari. Un forza tutt’altro che trascurabile, se si considera che l’esercito di Carlo Alberto ne contava circa 30'000. Ed ad essi andava aggiunti anche i 7'000 toscani e, quando fossero giunti, i 16'000 napoletani.
[modifica] Pio IX cambia fronte
Nel frattempo, Pio IX aveva cominciato a sconfessare gli entusiasmi patriottici dei mesi precedenti. Con l'Allocuzione al concistoro del 29 aprile 1848 condannò la guerra all'Austria: "ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l'integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto, alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d' Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci .. ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli". Addirittura concludeva invitando gli italiani '"di restare attaccati fermamente ai loro principi, di cui sperimentarono già la benevolenza e non si lascino mai staccare dalla debita osservanza verso di loro". Egli si trovava, infatti, nell’insostenibie imbarazzo di combattere una grande potenza cattolica: "abbiamo saputo altresì che alcuni nemici della religione cattolica hanno colto da ciò occasione per infiammare gli animi dei tedeschi alla vendetta e staccarli dalla Santa Sede … I popoli tedeschi pertanto non dovrebbero nutrire sdegno verso di Noi se non ci fu possibile frenare l'ardore di quei nostri sudditi che applaudirono agli avvenimenti antiaustriaci dell'Italia settentrionale … altri sovrani europei, che dispongono di eserciti più potenti del nostro non hanno potuto di recente frenare l'agitazione dei loro popoli". Ciò rese evidenti a tutti le contraddizioni e le incompatibilità della posizione del Papa come capo della Chiesa universale ed allo stesso tempo capo di uno stato italiano, cioè tra il potere spirituale e quello temporale. Inoltre Pio IX aveva l'impressione di stare combattendo una guerra la cui vittoria avrebbe beneficiato solo il Regno di Sardegna.
[modifica] La guerra dell’esercito romano in Veneto
[modifica] Entrata in combattimento dell’esercito romano
Nel frattempo, le truppe di Durando erano entrate nel Veneto austriaco, a Padova e Vicenza, evacuate da Costantino d'Aspre sin dallo scoppio delle Cinque Giornate, per portarsi, con giusto intuito della situazione, a Verona, vera chiave dei possessi austriaci in Italia, ove si era ricongiunto con Radetzky, reduce dell'umiliante sconfitta subita a Milano. Informate dell'allocuzione del 29 aprile, l’esercito pontificio decise di non ubbidire al Papa e rimase a svolgere l’incarico affidatogli: coprire le città libere del Veneto, appoggiandosi alla solida roccaforte di Venezia, governata da Manin. Egli, tuttavia, non venne mai raggiunto dai notevoli rinforzi (circa 16'000 uomini) inviati dal Regno delle Due Sicilie, giunti al Po ed in procinto di entrare in Veneto. Proprio al passaggio del fiume, infatti, quel corpo di spedizione venne raggiunto dall’ordine di Ferdinando II di Borbone di rientrare a Napoli: rifiutarono l’ordine solo il generale Guglielmo Pepe, un vecchio patriota, insieme all’artiglieria ed al genio (le ‘armi dotte’) con le quali raggiunse Venezia ove gli venne affidato il comando supremo delle truppe ed avrebbe offerto un meraviglioso contributo lungo l’intero corso dell’assedio della città. Ma non poté, in alcun modo, sostenere Durando.
[modifica] Le due battaglie di Vicenza
| Per approfondire, vedi la voce Operazioni militari in Veneto (1848). |
Lasciato solo con circa 10'000 soldati pontifici, oltre ai volontari veneti, Durando non riuscì ad impedire il ricongiungimento del corpo d’armata di Nugent, che marciava dall’Isonzo verso Verona, con Radetzky. Ma respinse bravamente l’assalto a Vicenza di ritorno di 20'000 austriaci, conclusosi il 24 maggio.
Grandi furono gli elogi, in quei giorni, per i soldati dello Stato della Chiesa di Durando, che avevano dimostrato un genuino spirito nazionale, battendosi con valore a difesa di una città veneta, guidando i volontari veneti.
Ma nulla poterono quando Radetzky, respinto ad occidente dall’esercito di Carlo Alberto a Goito, rovesciò il fronte e portò l’intero esercito (circa 40'000 uomini) direttamente su Vicenza. Durando venne investito il 10 giugno: ancora una volta i suoi accettarono battaglia e si portarono assai bene ma dovettero, infine, capitolare. Secondo i patti, l’esercito di Durando consegnò Vicenza e Treviso e promise di non combattere gli austriaci per tre mesi. In cambio, venne loro permesso di evacuare oltre il Po.
[modifica] Prima invasione austriaca delle Legazioni
| Per approfondire, vedi la voce Invasione austriaca della Romagna (1848). |
Poi venne la serie di scontri passati alla storia come la battaglia di Custoza, il 23-25 luglio. Di lì Carlo Alberto cominciò una veloce, ma ordinata, ritirata verso l’Adda e Milano. Giunto Carlo Alberto in Milano, lì si svolse, il 4 agosto la battaglia, al termine della quale il sovrano si risolse a chiedere l’armistizio di Salasco. I preliminari vennero sottoscritti il 5, il definitivo il 9, a Vigevano. Gli Austriaci non avevano, tuttavia, atteso tanto per aggredire lo Stato della Chiesa: dopo una prima incursione, probabilmente con fini di saccheggio, respinta dagli abitanti di Sermide, non appena Carlo Alberto si mise in marcia per Milano, Radetzky inviò il generale Franz Ludwig Welden e passò il Po verso Ferrara a partire dal 28 luglio (mentre Franz Joachim Liechtenstein marciava su Modena e Parma, per reinstaurare i deposti duchi). Dopo una avanzata che si segnalò per saccheggi e riscatti Welden occupò Ferrara e si presentò davanti a Bologna. Qui, il podestà Cesare Bianchetti cercò un accomodamento, ma avvenne un incidente e Welden ne approfittò per ordinare l’ingresso in città. Al che la popolazione insorse e, il 9 agosto, Welden ripiegò verso il Po.
[modifica] La dura reazione di Pio IX
In effetti Welden agiva senz’alcuna autorizzazione da parte del governo papale e, anzi, Pio IX aveva protestato energicamente: scriveva di "invasione austriaca" e smentiva "altamente ... le parole del signor maresciallo Welden … dichiarando che la condotta del signor Welden stesso è tenuta da Sua Santità come ostile alla Santa Sede ed a Nostro Signore". Tutto ciò considerato, quindi, i bolognesi si comportarono da fedeli sudditi di Pio IX e, infatti, ricevettero il plauso del ministro degli interni del governo papale, il conte Fabbri, che in un proclama ai Romani, parlò di "tracotanza dell'insolente straniero", "eroica difesa", "attentato allo Stato della Chiesa".
[modifica] Crisi politica a Roma e fuga di Pio IX
[modifica] Ricadute sul governo papale
Nel frattempo, a Roma e in tutto lo Stato della Chiesa, Pio IX aveva cominciato a risentire di una crescente opposizione politica, dovuto alla inopinata allocuzione del 29 aprile ed alle sue conseguenze. Giacché a segnare il tragico distacco del Papato dalla causa nazionale non poteva certo bastare il generico richiamo alla "desiderata pace e concordia".
Già nei giorni successivi, a Roma la Guardia Civica aveva occupato Castel Sant'Angelo e le porte della città. Mentre giungevano al capo di governo, cardinale Antonelli, le rimostranze dei governi sardo, toscano, dei rappresentanti di Sicilia, Lombardia e Venezia.
Seguivano le dimissioni di ben sette ministri (fra cui il Minghetti) ed un malposto proclama papale del 1° maggio, in cui, richiamate le passate "dimostrazioni d'affetto" e le riforme, ribadiva che "Noi siamo alieni dal dichiarare una guerra, ma nel tempo stesso Ci protestiamo incapaci di frenare l'ardore di quella parte di sudditi che sono animati dallo stesso spirito di nazionalità degli altri Italiani" ed invitava i sudditi ad essere "obbedienti a chi li governa". Il corpo di spedizione veniva descritto come "figli e sudditi che già si trovano senza nostro volere esposti alle vicende della guerra".
Dopodiché, il 3 maggio Pio IX compiva un estremo tentativo di raddrizzare la situazione: affidando l’incarico per un nuovo governo al conte Mamiani e scrivendo una lettera privata a Ferdinando I, che invitava a rinunciare al Lombardo-Veneto. Ciò che dimostrò, una volta per tutte e se ancora ve ne fosse bisogno, la grande inesperienza politica del pontefice.
[modifica] I governi Mamiani e Farini
Ferdinando I, infatti, nemmeno rispose e Mamiani (dopo aver inagurato il parlamento romano il 5 giugno) il 12 luglio diede a sua volta le dimissioni, per dissenso rispetto alla linea strettamente neutralista del pontefice, esattamente come il precedessore Minghetti. Il 2 agosto Mamiani venne sostituito da Odoardo Fabbri. Il nuovo governo inviò nelle Legazioni Luigi Carlo Farini, giunto il 2 settembre, a ripristinare l’ordine pubblico, gravemente turbato dai postumi della fallita invasione di Welden. Ciò che, tuttavia, costrinse il ministero alle dimissioni, il 16 settembre.
[modifica] Il governo di Pellegrino Rossi
Pio IX tentò, allora, l’ultima carta, e sostituì Fabbri con il conte Pellegrino Rossi, già ambasciatore di Luigi Filippo, rimasto a Roma dopo la rivoluzione del febbraio 1848. Rossi si mostrò attento alle istanze patriottiche, decretando sussidi e pensioni ai feriti e alle vedove di guerra e chiamò a dirigere il dicastero della Guerra il generale Zucchi, già generale di Eugenio di Beauharnais e patriota risorgimentale.
[modifica] Cause della debolezza del governo Rossi
La questione che dominava la poltica italiana, tuttavia, era direttamente legate alla prossima ripresa delle ostilità fra il Regno di Sardegna e l’Impero Austriaco. Vigeva, infatti, armistizio di Salasco), che entrambe i contendenti principali (Carlo Alberto e Radetzky) sapevano temporaneo. Il governo sardo e i patrioti democratici, cercavano, quindi, di profittare della tregua per allineare quante più forze possibili. Persa ogni illusione rispetto a Ferdinando II delle Due Sicilie, la questione fondamentale riguardava l’atteggiamento di Firenze e Roma. Nel Granducato le cose si erano ormai chiarite a favore della causa nazionale quando Leopoldo II, dopo aver licenziato il governo moderato Ridolfi, il 17 agosto, e Capponi, il 9 ottobre, aveva, il 27 ottobre, conferito l’incarico al democratico Montanelli. Egli prese il Guerrazzi come ministro degli interni ed inaugurò una politica ultra democratica, ovvero, nella terminologia politica dell'epoca, volta alla unione con gli altri stati italiani ed alla ripresa congiunta della guerra all'Austria.
Restava aperta la questione romana, ove regnava ancora Pio IX e Pellegrino Rossi era sostanzialmente ostile. Egli non negava l’esigenza della rigenerazione nazionale, ma riprendeva, in pratica, il programma moderato, spazzato via all’improvviso dalle cinque giornate di Milano. Nei termini del dibattito dell’epoca, Rossi si diceva sostenitore di una lega di principi, mentre i piemontesi Rosmini e Gioberti miravano ad una confederazione. Ciò voleva dire affermare la piena autonomia dello Stato della Chiesa e negare ogni sostegno a piemontesi e toscani, nel caso di una eventuale ripresa della guerra all'esercito di Radetzky.
[modifica] L'assassinio di Pellegrino Rossi e la conseguente crisi politica del Papato
Il 15 novembre riaprì il Parlamento e il nuovo ministro dell’interno venne accoltellato da un gruppo di cui faceva parte un figlio del capopopolo democratico Ciceruacchio. In serata lo stesso Ciceruacchio, insieme a Carlo Luciano Buonaparte, inscenò sotto il Quirinale, una tumultuosa manifestazione, per chiedere "un ministro democratico, la costituente italiana e la guerra all'Austria". La folla portò anche un cannone, che puntò contro il palazzo: si venne allo scontro a fuoco con gli Svizzeri e restò ucciso un monsignore. Pio IX convocò il corpo diplomatico e dichiarò che cedeva alla violenza e che considerava nulle tutte le concessioni che avrebbe fatto. Dopodiché assecondò le pressioni popolari, incaricando il democratico Bartolomeo Galletti di formare un nuovo ministero. La scena si ripeté due giorni più tardi, la sera del 17, quando la stessa folla armata si ripresentò davanti al Quirinale, chiedendo l’allontanamento degli Svizzeri. Ancora una volta Pio IX preavvisò il corpo diplomatico e cedette.
[modifica] Fuga di Pio IX a Gaeta
La sera del 24 novembre il Papa fuggì da Roma, vestito da prete ‘semplice’, in carrozza chiusa ed accompagnato da un suo collaboratore segreto. Raggiunse il conte Spaur, ambasciatore di Baviera e, la sera del 25, era già al sicuro nella fortezza napoletana di Gaeta.
[modifica] Roma senza il Papa
Avuta la notizia, il 3 dicembre il ministero Galletti si dimise ma la Camera dei Deputati confermò i poteri del governo ed inviò una deputazione a Gaeta che, partita il 6 dicembre, fu respinta ai confini napoletani. L'8 dicembre il governo protestò vivacemente e, il 12 dicembre, la Camera decretava la costituzione di una “provvisoria e suprema Giunta di Stato” composta anche da Galletti. Il 17 dicembre il Papa protestò vivacemente, lamentando la “usurpazione dei Sovrani poteri”. Il 20 dicembre la giunta emise un proclama in cui prometteva la convocazione di una Costituente romana. Il 23 si dimise, fra gli altri, il Mamiani e venne formato un nuovo governo. Il 26 la giunta sciolse il parlamento e convocò le elezioni per il 21 gennaio-22 gennaio 1849. Il 1° gennaio il Papa minacciò scomunica a tutti coloro che avessero partecipato alle elezioni. Esse si svolsero comunque e decretarono la vittoria dei democratici (legittimisti e moderati si erano astenuti). Vennero eletti, fra gli altri, Garibaldi, Mazzini, Enrico Cernuschi.
| Per approfondire, vedi la voce Elenco deputati all'Assemblea Costituente della Repubblica Romana. |
[modifica] Proclamazione della Repubblica
L’assemblea venne inaugurata il 5 febbraio e votò la proclamazione della repubblica (contrario il Mamiani). Il "decreto fondamentale" del 9 febbraio, stabiliva:
« Decreto fondamentale della Repubblica Romana
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(Assemblea Costituente Romana. Roma, 9 febbraio 1849. Un'ora del mattino. Il Presidente G. Galletti)
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[modifica] La repressione della rivoluzione siciliana
| Per approfondire, vedi la voce Storia del Regno delle Due Sicilie nel 1848. |
La medesima crisi politica si produsse anche nel Regno delle Due Sicilie. Il 15 giugno, ad un mese di distanza dalla controrivoluzione del 15 maggio, Ferdinando II di Borbone celebrò nuove elezioni generali. Ma ottenne solo la rielezione di quasi tutti i deputati del disciolto parlamento. La questione poltica era chiaramente posta: il sovrano desiderava unicamente reprimere la insurrezione siciliana, il Parlamento rispondeva che: "la nostra politica di rigenerazione non può essere perfetta senza l'indipendenza e la ricostituzione dell'intera nazionalità italiana”. Cosicché accedde che, già il 5 settembre, il sovrano prorogò la riapertura delle camere al 30 novembre ed inviò Carlo Filangeri, con 24'000 uomini, numerose artiglierie e la flotta su Messina, che venne duramente bombardata, presa e saccheggiata il 6-7 settembre (ciò che guadagnò a Ferdinando II l’intramontato soprannome di "re bomba"). A quel punto Ferdinando aveva ripreso saldamente in mano la situazione: prorogò ulteriormente la riapertura delle camere al 30 novembre, subì un nuovo voto patriottico ed, infine, le sciolse per sempre, il 12 marzo 1849. Si erano poste, così, in pratica tutte le condizioni che avrebbero prodotto, 11-12 anni più tardi, al collasso del Regno sotto l’urto di Garibaldi e della sua spedizione dei mille. Ma, per il momento, Ferdinando era l’unico sovrano ben saldo al potere in Italia centro-meridionale, ed il migliore alleato della restaurazione austriaca.
[modifica] Conseguenze della proclamazione della Repubblica Romana
[modifica] Le conseguenze nel Granducato di Toscana
| Per approfondire, vedi la voce Invasione austriaca della Toscana (1849). |
Giunta a Firenze notizia della Costituente romana, il primo ministro toscano Montanelli richiese al granduca l'elezione di trentasette deputati toscani da mandarsi alla Costituente romana. Fece approvare la proposta dal parlamento, ma la necessaria controfirma del Granduca non giunse mai in quanto, il 30 gennaio, questi abbandonò Firenze per Siena, da dove, il 21, salpava per Gaeta, ove si mise sotto la protezione di Ferdinando II. A Firenze il 15 venne proclamata la repubblica e, il 27 marzo, Guerrazzi dittatore.
[modifica] La richiesta di intervento delle potenze reazionarie
Giunto a Gaeta, Leopoldo II richiese (o, piuttosto, accettò) la offerta di protezione che gli veniva da suo cugino, l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Era stato di poco preceduto dal Segretario di Stato di Pio IX, cardinale Antonelli, il quale, il 18 febbraio, inviò ad Austria, Francia, Regno delle Due Sicilie e Spagna una nota diplomatica: “avendo il Santo Padre esauriti tutti i mezzi che erano in suo potere, spinto dal dovere che ha al cospetto di tutto il mondo cattolico di conservare integro il patrimonio della Chiesa e la sovranità che vi è annessa, così indispensabile a mantenere, come Capo Supremo della Chiesa stessa … si rivolge di nuovo a quelle stesse potenze, e specialmente a quelle cattoliche … nella certezza che vorranno con ogni sollecitudine concorrere … rendendosi così benemerite dell'ordine pubblico e della Religione".
[modifica] L'uscita di scena del Regno di Sardegna
Lo stesso giorno, Radetzky fece partire da Verona un piccolo corpo di spedizione di 6’000 uomini, che invasero lo Stato Pontificio. Ma si limitarono ad occupare Ferrara, in attesa degli eventi. La repressione della Repubblica Romana e della Repubblica Toscana, infatti, richiedeva una ingente spedizione militare che, pendente il provvisiorio armistizio di Salasco, né Austria né Regno di Sardegna potevano permettersi di impiegare. Mentre il Regno delle Due Sicilie era impegnato nella repressione della insurrezione siciliana (Messina venne investita il 6 settembre e saccheggiata il 7) e del Parlamento napoletano.
Occorreva, quindi, che una guerra decidesse, definitivamente, della supremazia in Lombardia. Il momento venne il 12 marzo, quando l’inviato di Carlo Alberto comunicò al Radetzky la denuncia dell'Armistizio di Salasco. La guerra si concluse rapidamente, il 22-23 marzo con la sconfitta di Novara e l'armistizio del 24.
A quel punto il nuovo sovrano sardo, Vittorio Emanuele II, dovette concentrarsi sulla caotica situazione politica interna (30 marzo scioglimento delle camere e nuove elezioni, governo d’Azeglio 1-5 aprile repressione di Genova, arresisi il 10, 18 giugno sgombero austriaco da Alessandria, 6 agosto Pace di Milano). La maggiore conseguenza della sconfitta fu la rinuncia del Regno sardo ad ogni influenza in Italia. Almeno finché l’ordine non fosse ristabilito. E sarebbero occorsi alcuni anni.
[modifica] Radetzky ha mano libera
Nelle giornate successive a Novara, Radetzky chiuse anche la partita con i patrioti lombardi, soffocanco sul nascere alcuni tentativi di ribellione (Como) e soffocandone nel sangue altri (Brescia). Mentre continuava unicamente l’assedio di Venezia.
[modifica] L’invasione della Toscana
| Per approfondire, vedi la voce Invasione austriaca della Toscana (1849). |
A regolare la pratica il feldmaresciallo inviò il suo uomo migliore: il luogotenente-feldmaresciallo Costantino d'Aspre (reduce dalle brillanti vittorie di Volta Mantovana, Mortara e Novara), che, all’inizio di aprile, procedette alla rioccupazione di Parma, col titolo di "Governatore supremo degli Stati di Parma". Dopodiché il d’Aspre si presentò sotto l’Appennino con 18’000 uomini, cento cannoni, genio ed un po’ tutto il necessario ad una vera e propria campagna militare. Il 5 maggio occupava Lucca, il 6 Pisa. Livorno chiuse le porte e venne bombardata il 10 maggio, assalita, presa e saccheggiata l’11 (fonti contemporanee parlano di 317 fucilazioni ed 800 morti).
Qui la Repubblica del Guerrazzi era stata rovesciata già il 12 aprile dai moderati del municipio di Firenze, i quali aveva subito richiamato il Granduca e trasferito i propri poteri ad un suo plenipotenziario, Serristori, tornato a Firenze il 4 maggio. Ciò nonostante, il 25 maggio d’Aspre entrò in Firenze, pose la città come in stato d'assedio e sottopose alla giurisdizione dei tribunali militari austriaci anche il giudizio dei reati comuni. Leopoldo II rientrò a Firenze solo il 28, e sancì la occupazione militare austriaca con apposita convenzione militare, firmata nel 1850.
[modifica] La seconda invasione delle Legazioni
L’occupazione della Toscana era necessario agli Austriaci, non solo per ragioni dinastiche, ma pure per ribadire la propria influenza sulla Italia centrale, in vista del prossimo sbarco di un corpo di spedizione francese, inviato da Napoleone III, non ancora Imperatore a reprimere la Repubblica Romana guidata dal Mazzini.
Parallelamente alla azione del d'Aspre, infatti, il generale Wimpffen si presentò dinnanzi a Bologna. Questi aveva due vantaggi preziosi rispetto a Welden: agivano non più come invasori, ma “in nome del Papa Re”, e il corpo di spedizione era formato da ben 16'000 uomini, dal momento che Radetzky non aveva più necessità di tenere guarnito il confine del Ticino. L’assalto contro la città , difesa da meno di 4'000 volontari, cominciò l’8 maggio. Wimpffen venne rinforzato da Karl von Gorzkowski, giunto il 14 maggio da Mantova con truppa e cannoni d'assedio. Il 15 la città venne bombardata e si arrese, il 16 maggio. Wimpffen proseguì allora per la munita piazzaforte di Ancona, raggiunta il 25 maggio. La città era una piazzaforte ben munita, guidata dal coraggioso Livio Zambeccari, ma difesa da appena quattromila soldati. L'attacco da terra e da mare cominciò il 27. Il 6 giugno Wimpffen ricevette il parco d'assedio di Gorzkowski cinquemila Toscani inviati da Leopoldo II e condotti dal Liechtenstein. Dopo due settimane di bombardamenti, il 17 giugno Zambeccari accettò la proposta di resa avanzata dal Wimpffen, firmata il 19 e, il 21 consegnò la cittadella ed i forti.
[modifica] La parallela invasione francese
Nel frattempo, anche a Roma, alla notizia della disfatta di Novara venne nominato un triumvirato plenipotenziario, composto da Saffi, deputato di Forlì, Armellini, deputato di Roma, e da Giuseppe Mazzini, deputato eletto nei collegi di Ferrara e Roma: era evidente lo sforzo di tenere unite le due principali province dello Stato della Chiesa.
[modifica] Lo sbarco a Civitavecchia
Nel frattempo, il 24 aprile, il corpo di spedizione francese, guidato dal generale Oudinot, duca di Reggio, e salpato da Tolone il 22 aprile, era sbarcato a Civitavecchia con 7'000 uomini.
Per ottenere il consenso allo sbarco, i francesi proclamarono che: "Il governo della Repubblica Francese … dichiara di rispettare il voto delle popolazioni romane … è deciso altresì di non imporre a queste popolazioni alcuna forma di governo che non sia da loro accettato". Nei giorni successivi le rassicurazioni vennero ripetute direttamente all'Assemblea Costituente a Roma.
Esse, tuttavia, dovettero scontrarsi soprattutto con la sorpresa dei romani di fronte alla inattesa comparsa delle truppe francesi. Essa non era stata, infatti, preceduta da alcuna dichiarazione né ultimatum. Si accompagnava, inoltre, alla esplicita richiesta di permettere l’occupazione del Lazio.
La disonorevole pretesa era accompagnata, infine, da una spiegazione ancor più umiliante: i messi dell’Oudinot dichiaravano che l’occupazione serviva a "mantenere la sua (della Francia) legittima influenza". In termini più espliciti a "impedire l'intervento dell'Austria, della Spagna e di Napoli". Si trattava di una affermazione figlia della più dura realpolitik, la quale sottintendeva la considerazione che ai sudditi di Pio IX, non restasse che l’alternativa fra Vienna e Parigi. Il che, nelle condizioni date, era probabilmente esatto. Ma aveva il grave difetto di non tenere in alcun conto il nuovo sentimento patriottico italiano, così forte in quel 1848-49 e già gravemente ferito dalla sconfitte di Custoza e Novara. Un sentimento assai popolare anche a Roma e la cui forza era ben chiara ai democratici dell'Assemblea Costituente e del triumvirato. Molti di essi, infine, sapevano di dover temere, in caso di insuccesso, la vendetta del partito di Pio IX.
In definitiva, le avare profferte di Oudinot erano inaccettabili e come tali vennero respinte.
Chiaramente, la spedizione francese soffriva di una pessima comprensione della situazione politica italiana. Ciò fu confermato dalla avventata decisione dell’Oudinot di marciare, il 28 aprile, con circa 6'000 uomini e senza cannoni su Roma. Egli ebbe l’avventatezza di proclamarlo ai propri soldati: "non troveremo nemici … ci considereranno come liberatori". In effetti un simile doppio gioco sarebbe risultato inaspettato. Anche l'art. V del Preambolo della Costituzione repubblicana francese del 4 novembre 1848 allora in vigore, recitava: "... Essa (la Repubblica Francese) rispetta le nazionalità estere, come intende far rispettare la propria; non imprende alcuna guerra a fini di conquista, e non adopera mai le sue forze contro la libertà d'alcun popolo". Un intervento militare francese per riportare sul trono di Roma il papa contro la volontà dei suoi cittadini e degli altri Italiani era pertanto del tutto illegale, come riconoscevano già allora anche alcuni parlamentari francesi non compromessi con gli interessi del futuro Imperatore francese.
[modifica] Lo sbarco a Porto d'Anzio dei Bersaglieri lombardi
Il 27 aprile giunsero in porto a Civitavecchia due battelli, il "Colombo" ed il "Giulio II", salpati da Chiavari. Essi trasportavano 600 bersaglieri della disciolta 'Divisione Lombarda' dell'esercito sardo: tale divisione era stata costituita nel corso della campagna del 1848, con reclute e volontari provenienti dalle province liberate del Lombardo-Veneto. Rimasta inquadrata nell'armata di Carlo Alberto dopo l'Armistizio di Salasco, la divisione non partecipò alla battaglia di Novara a causa di una errata decisione del suo comandante, il generale Ramorino; dopodiché venne assegnata al Fanti e trasferita in Liguria, ove diede ad intendere di voler supportare i rivoltosi nel corso della repressione di Genova. Le conseguenze furono pari alle attese: Ramorino venne fucilato, Fanti allontanato dall'esercito (ingiustamente e per alcuni anni), la divisione sciolta. Questo rese liberi quelli che volevano combattere (peraltro impossibilitati a rientrare nel Lombardo-Veneto) di andare ove ancora ci si batteva.
I 600 bersaglieri rappresentavano una forza significativa, in quanto la loro composizione sostanzialmente rispecchiava quelle già sperimentata nella 'Divisione Lombarda', probabilmente grazie alla particolare personalità del loro comandante comandate, Luciano Manara.
Giunti a Civitavecchia, essi furono sorpresi dalla presenza delle truppe francesi di Oudinot, che cercò di impedirne lo sbarco. Dopodiché, insicuro della città appena occupata e certo di chiudere la partita entro pochi giorni, preferì temporeggiare, permettendo di farli proseguire per Porto d'Anzio, dove sbarcarono il 27 aprile, in cambio dell'impegno di Manara a non combattere prima della metà di maggio.
Giunsero, così, a Roma, il 28, con marcia forzata, ove avrebbero offerto un contributo assai significativo alla difesa della Repubblica.
[modifica] Il fallito assalto francese a Roma del 30 aprile
Giunse il 30 aprile e il corpo di spedizione francese si presentò con 5'000 soldati di fronte a Porta Cavalleggeri e Porta Angelica. Venne preso a cannonate ed a fucilate dai circa 10'000 soldati della Repubblica presenti in città (dei 20'000 che componevano l’esercito). Nei combattimenti, durati sino a sera, si distinse Garibaldi, il quale, uscito da Porta San Pancrazio (poco sotto Castel Sant'Angelo) con il battaglione universitario e con la sua Legione Italiana, con un attacco alla baionetta sorprese alle spalle gli assedianti a Villa Doria-Pamphili, provocandone la rotta. In serata Oudinot ordinò la ritirata su Civitavecchia, lasciando dietro di sé oltre 500 morti e 365 prigionieri.
[modifica] La giornata del 30 aprile
Al termine della giornata, la Repubblica aveva ottenuto un trionfo: oltre ad aver mostrato l’attaccamento della popolazione e dell’esercito, era stata dimostrata, di fronte al mondo, la pretestuosità degli argomenti di coloro che giustificavano la repressione dell’Italia come una operazione di polizia contro le ‘tirrannidi giacobine’. E ciò oltre un mese dopo Novara, la battaglia dove la causa italiana aveva perso ogni speranza di successo. In tal senso, la giornata del 28 aprile fu davvero molto importante e può essere considerata come una delle date fondamentali della storia d’Italia. In secondo luogo, l’intervento francese si configurava ormai unicamente per quello che era, ossia una non provocata invasione volta al restauro del governo assolutistico del regime papale. Ciò che non mancò di provocare feroci reazioni nella politica parigina.
[modifica] Mancato sfruttamento
Tali risultati erano talmente importanti da spingere il Mazzini ad impedire a Garibaldi di inseguire i fuggitivi, compiendone la possibile strage, e a indurlo, inoltre, a liberare i numerosi prigionieri e a non comandare un assalto, pure possibile, a Civitavecchia. Tali scelte furono, in seguito, molto criticate, alla luce del successivo indurirsi della posizione francese. E certamente pesò un generale pregiudizio favorevole alla patria di Napoleone I e della grande rivoluzione. Tuttavia esso contribuì fortemente ad abbellire la immagine nobile della Repubblica e della causa italiana in Europa, inoltre occorre sottolineare che il massacro dei fuggitivi dell’Oudinot avrebbe avuto l’unico risultato di provocare una durissima reazione francese e di invogliare Radetzky ad accelerare l’invasione dello Stato della Chiesa, che già attentamente pianificava, offrendogli l’occasione di espellere i francesi dalla penisola per molti anni (gli eventi del 1859 avrebbero dimostrato l’esattezza di tale calcolo).
[modifica] Tregua di fatto con la Francia
Verificate le intenzioni del Mazzini, Oudinot contraccambiò, mandando libero un battaglione di bersaglieri che aveva catturato a Civitavecchia e il padre Ugo Bassi, mentre impartiva l’estrema unzione ad un ferito francese.
Informato degli avvenimenti, Luigi Napoleone, presidente della Repubblica francese, non mostrò alcuna esitazione: già il 7 maggio accolse per iscritto tutte le richieste di rinforzo avanzate dall'Oudinot, e il 9, a Tolone, si imbarcava in tutta fretta, un nuovo ambasciatore plenipotenziario, il barone di Lesseps, con l’incarico di pattuire una tregua d’armi. Si tratta di due reazioni a prese rapidissimamente, se si considerano i tempi necessari per le comunicazioni da Roma a Parigi. Tanta fretta era giustificata dall’approssimarsi delle elezioni legislative francesi, fissate per il 13 maggio: la restaurazione del Papa Re costituiva uno dei principali temi del dibattito e la maggioranza del corpo votante era senz’altro a favore della integrale restaurazione del potere di Pio IX. Né v’era in Italia alcuna potenza capace di opporvisi. Mentre la protestante Inghilterra giocava, come di consueto nell’ottocento italiano (nonostante quanto da molti sostenuto) un ruolo assai più defilato: la questione italiana non rappresentava certo una priorità per Londra.
Se v’era ancora qualche dubbio, esso fu spazzato via dall’esito delle elezioni, che diedero ai candidati monarchici e moderati una maggioranza di 450 seggi su 750, relegando i democratici (come il Ledru-Rollin) ad un ruolo di puri spettatori.
[modifica] L’invasione napoletana
[modifica] Luigi Napoleone rischia un'ultima umiliazione
Oltre che dalle necessità elettorali, Luigi Napoleone (ed il presidente del consiglio Barrot) era spinto alla massima celerità anche dalla concorrenza delle altre potenze desiderose di esercitare la loro influenza sulla penisola italiana (e nel cuore del Pontefice): in particolare, come abbiamo visto, il Wimpffen aveva assedato Bologna fra l’8 ed il 16 maggio. E si accingeva a marciare su Ancona. Già nel 1831, a seguito dell’intervento austriaco nelle Romagne la Francia della Monarchia di Luglio aveva inviato un corpo di spedizione ad occupare Ancona, al fine di riaffermare il droit de regarde di Parigi sugli affari italiani. E il nipote di Napoleone il Grande non poteva certamente essere da meno del re borghese Luigi Filippo.
[modifica] La parallela invasione napoletana e spagnola
Esisteva, inoltre, un secondo concorrente: Ferdinando II, re delle Due Sicilie. Nei mesi precedenti egli era stato alle prese con l'insurrezione siciliana (che proprio in quei giorni andava spegnendosi, con l’avanzata del generale Filangieri sino a Bagheria, il 5 maggio, e la capitolazione di Palermo, il 14 maggio) e con la repressione delle libertà costituzionali a Napoli (le camere vennero sciolte una prima volta il 14 giugno 1848 e poi ancora il 12 marzo 1849, dopodiché venne restaurato il potere assoluto del sovrano). La repressione delle due opposizioni stava, tuttavia, perfezionandosi e il re di Napoli poteva contare sull’indubbio prestigio che gli derivava dall’ospitare (sin dal 25 novembre 1848) Pio IX nella munitissima fortezza di Gaeta. Ferdinando, decise di tentare l’avventura ed inviò ad invadere la Repubblica Romana il generale Winspeare, alla testa di un corpo di spedizione forte di 8’500 uomini, con cinquantadue cannoni e cavalleria.
[modifica] La battaglia di Palestrina
Si fece loro incontro Garibaldi, con 2’300 uomini ben motivati, che condusse il 9 maggio fuori Palestrina. Qui venne assalito dal generale Ferdinando Lanza che cercò di prendere la cittadina. Garibaldi ed il suo capo di Stato Maggiore, Luciano Manara, con i loro bersaglieri lombardi, contrattaccarono e costrinsero Lanza alla fuga.
[modifica] La battaglia di Terracina
Alcuni giorni più tardi, il 16 maggio, il nuovo comandante dell’esercito romano, il generale Pietro Roselli (che era affiancato dal Pisacane, quale suo capo di Stato Maggiore) mosse i suoi 10’000 uomini verso i quartieri del Lanza su Velletri ed Albano. Qui il Lanza era stato nel frattempo raggiunto da Ferdinando II in persona e, messo di fronte ad una nuova battaglia, preferì ordinare ai suoi 16’000 soldati di ripiegare verso Terracina. Garibaldi pensò di impedirlo e, il 19, con appena 2'000 uomini tentò un avventato assalto. La sproporzione di forza era eccessiva e venne respinto dai Borbonici, che completarono il proprio ripiegamento.
[modifica] Il corpo di spedizione spagnolo
Nei giorni successivi si presentò il quarto nemico: un corpo di spedizione spagnolo di discrete dimensioni (9'000 uomini) che, giunto a Gaeta verso la fine di maggio, venne passato in rivista e benedetto da Pio IX, il 29 maggio, ed uscì da Gaeta per Terracina.
[modifica] Tregua di diritto con la Francia
Si comprende bene, quindi, perché Mazzini tenesse particolarmente ad esplorare ogni possibile compromesso con la Francia, non foss’altro che per guadagnare tempo.
[modifica] La missione diplomatica del Lesseps
L’occasione gli venne il 15, quando giunse a Roma il plenipotenziario di Lesseps, col quale venne subito pattuita una tregua d’armi di 20 giorni. Dopodiché Mazzini e Lesseps presero a negoziare per un accordo duraturo. Si accordarono e, il 31 sottoscrissero un testo di trattato che val la pena di riportare integralmente:
| « Art. 1. L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni degli Stati romani. Esse considerano l'armata francese come un'armata amica che viene a concorrere alla difesa del loro territorio.
Art. 2. D'accordo col governo romano e senza per nulla ingerire nell'amministrazione del paese, l'armata francese prenderà gli accantonamenti esterni, convenevoli per la difesa del paese che per la salubrità delle truppe. Le comunicazioni saranno libere. Art. 3. La Repubblica francese garantisce contro ogni invasione straniera il territorio occupato dalle sue truppe. Art. 4. Resta inteso che la presente convenzione dovrà essere sottomessa alla ratifica del governo della Repubblica francese. Art. 5. In nessun caso gli effetti della presente convenzione potranno cessare che 15 giorni dopo la comunicazione ufficiale della non ratifica. » |
[modifica] L’abortito trattato del 31 maggio
Come si vede, entrambe le parti avevano ben negoziato: Mazzini aveva ottenuto ciò che più gli importava: l’impegno alla non-ingerenza negli affari interni della Repubblica Romana. Oltre, naturalmente, ad un impegno alla difesa del Lazio di fronte alle truppe austriache, napoletane (casomai Ferdinando II avesse voluto ritentare l’impresa) e spagnole. Ma si trattava di una concessione scontata, dal momento che il primario interesse francese nell’operazione era proprio "mantenere la sua [della Francia] legittima influenza", cosa che Mazzini ben volentieri (per il momento) accettava. L’ultima clausola, infine, assicurava un ulteriore prolungamento della tregua di almeno 15 giorni: assai preziosi, nelle circostanze date. Ugualmente soddisfatto dovette dirsi il Lesseps, il quale otteneva la sanzione alla permanenza del corpo di spedizione che, anzi, diveniva una “armata amica”.
[modifica] Prudente richiamo dei volontari in Roma
Nell’attesa della ratifica, ed a scanso di incomprensioni, tuttavia, il 27 Roselli prese la saggia decisione di richiamare a Roma le colonne dei volontari. Questi, dopo la battaglia del 19, avevano proseguito verso sud: Garibaldi era entrato in Rocca d'Arce, Manara il 24 in Frosinone ed il 25 in Ripi. In effetti, ritiratisi i Napoletani, la resistenza era costituita unicamente da bande contadine, affrettatamente organizzate dal generale Zucchi (l’ultimo ministro della guerra di Pio IX). Conseguentemente, il comandante generale Roselli era rientrato in Roma, per effettuare i possibili preparativi sul fronte principale.
Garibaldi e Manara rientrarono in Roma, il 1° giugno. Appena in tempo.
[modifica] Ripresa francese delle ostilità
[modifica] Denuncia del trattato
Mazzini e Lesseps, infatti, avevano fatto i conti senza l’oste: sulla scorta del risultato elettorale, infatti, Luigi Napoleone era ormai ben deciso ad ottenere il massimo risultato ed a consolidare il proprio potere lavando l’onta della sconfitta del 30 aprile. Egli, quindi, il 29 maggio inviò due lettere: una all’Oudinot, comandandogli di procedere con l’assedio della città ed una al povero Lesseps, con il quale gli ingiungeva di considerare esaurita la sua missione e di rientrare in Francia (dove diede le dimissioni dal servizio diplomatico). Cosicché, non appena informato degli accordi del 31 maggio, il generale poté rinnegare l’operato del plenipotenziario e darne conseguente comunicazione ai propri ufficiali.
Ciò consentì all’francese di mettere insieme 30'000 uomini ed un possente parco d’assedio. Dopodiché, denunciò la tregua ed annunziò la ripresa dei combattimenti, a decorrere dal 4 giugno.
[modifica] Dirottamento del corpo di spedizione spagnolo
Un buon indizio della determinazione con cui Luigi Napoleone impose i suoi obiettivi, viene dal destino del corpo di spedizione spagnolo di Fernandez da Cordoba che, nel frattempo, si era presentato dinnanzi a Terracina. Ove non incontrò, come forse si aspettavano, l’esercito di Pietro Rosselli, poiché esso era stato, nel frattempo, ritirato su Roma, in vista di temuti mutamenti nelle intenzioni dell’Oudinot. Da qui, tuttavia, gli spagnoli non proseguirono su Roma, ma deviarono percorso, portandosi in Umbria (rimasta sguarnita, ma non occupata dagli Austriaci). Evidentemente, Parigi non gradiva la loro presenza nella prossima battaglia, che doveva essere esclusivamente francese.
[modifica] Dichiarazione di ripresa delle ostilità
Il 1° giugno Oudinot comunicò a Rosselli la ripresa delle ostilità, fissata (come usava allora) al 4 giugno.
Ai soldati sconfitti il 30 aprile, si erano aggiunti altri 24'000 soldati, per un totale di 30'000 uomini e circa 75 cannoni: un’enormità, se si considera che l’intera prima fase della Prima guerra di indipendenza era stata condotta da Carlo Alberto di Savoia con, appunto, 30'000 soldati. Essi vennero organizzati in tre divisioni, al comando dei generali d'Angely, Louis de Rostolan e Gresviller.
Ma alla straordinaria preponderanza numerica, Oudinot aggiunse la frode: pur essendosi impegnato per la data del 4, fece muovere le truppe con un giorno di antipo, la mattina del 3: evidentemente, Luigi Napoleone non avrebbe ammesso altre sconfitte.
[modifica] L’assedio di Roma
| Per approfondire, vedi la voce Assedio di Roma (1849). |
Il 31 maggio, il generale francese Oudinot rinnegò un trattato di alleanza negoziato da Lesseps ed annunciò la ripresa delle ostilità: egli ora disponeva di 30 000 soldati ed un possente parco d’assedio.
Roma venne assaltata all’alba del 3 giugno. Il primo obiettivo era la conquista del Gianicolo, monte sopra Trastevere dal quale si dominava la città. Esso venne parzialmente conquistato solo dopo una sanguinosa battaglia, nella quale si distinsero particolarmente i volontari reduci dalla prima guerra di indipendenza, guidati da uno splendido Garibaldi.
Seguirono molti giorni di bombardamento, durati sino al 20. Quella notte i francesi presero un tratto dei bastioni di Trastevere. Il governo della Repubblica Romana guidato da Mazzini rifiutò, ancora una volta, di arrendersi, e Oudinot riprese con più vemenza il bombardamento: al contrario del precedente, però, esso venne rivolto direttamente sulla città, con modalità ed intenti chiaramente terroristici, volti ad indurre Roma alla resa.
Dopo altri sei giorni di cannonate, il 26, venne comandato un nuovo assalto al caposaldo dei difensori sul Gianicolo, la Villa del Vascello, bravamente respinto da Medici ed i suoi volontari.
Il 30 Oudinot comandò un assalto generale e si impossessò di tutti i caposaldi fuori le mura aureliane. Sul Gianicolo si combatté l'ultima battaglia della storia della Repubblica Romana. Il generale Garibaldi difende il Vascello ed i volontari attaccano i francesi alla baionetta, ci saranno 3 000 italiani fra morti e feriti. Dei francesi ne cadono 2 000, ma la battaglia per gli italiani è perduta.
[modifica] La resa
A mezzogiorno del 1° luglio fu stipulata una breve tregua per raccogliere i morti e i feriti. All'Assemblea Costituente Mazzini dichiarò che l’alternativa era tra capitolazione totale, battaglia in città (con conseguenti distruzioni e saccheggi). Dopo la battaglia del 30 giugno era giunto Garibaldi, che confermò che oramai era impossibile continuare a resistere. Durante un discorso alla Assemblea Costituente, Garibaldi aveva proposto la ritirata da Roma e aveva detto "Dovunque saremo, colà sarà Roma." [1]
[modifica] Una breve ma importante polemica
Vi fu anche spazio per un poco di polemica, con il generale che sosteneva l’errore era stato non aver nominato un dittatore, come da lui precedentamente proposto. Tale discussione non ebbe alcuna conseguenza, almeno per altri dodici anni. Ma non fu priva di significato, in quanto: (i) essa segnò la formale rottura fra Garibaldi ed il suo antico maestro, (ii) perché Garibaldi se ne ricordò bene ed alla prima occasione utile, nel 1860 a Palermo, non mancò di proclamarsi “dittatore”.
[modifica] Condizioni di resa: l’uscita dei volontari di Garibaldi
| Per approfondire, vedi la voce Marcia di Garibaldi da Roma a Comacchio. |
Preso atto di questo, si trattava di valutare se esistessero alternative alla pura e semplice capitolazione. Tenuto conto delle forti perdite subite dell’Oudinot e, soprattutto, della circostanza che la consegna della città, non essendo scontata, doveva pur poter essere pagata qualche prezzo. Della circostanza si disse subito sicuro il Mazzini, spalleggiato, in questo, dal Garibaldi. Si trattava di trattare una "uscita dalla città", con quante forze combattenti avessero voluto seguire. Verso quella parte degli Stati della Chiesa non occupati dalle truppe francesi. Lo scopo sarebbe stato "portare l'insurrezione nelle province".
A tal fine, la mattina del 2 luglio Garibaldi tenne, in piazza San Pietro, il famosissimo discorso: "io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me … non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà". Diede appuntamento per le 18’00 in piazza San Giovanni, trovò crca 4'000 armati con ottocento cavalli e un cannone e, alle 20’00, uscì dalla città. Cominciò così una lunga marcia, passata attraverso l'Umbria e proseguita verso la Val di Chiana ed Arezzo. Lungo il percorso Garibaldi vede venire meno la speranza di sollevare le province e decise di tentare di raggiungere Venezia assediata.
Il suo immediato oppositore, generale d'Aspre, che si trovava comandante delle truppe di occupazione in Toscana e dell’esercito toscano, in via di riorganizzazione dedicò alla caccia dei forse 2'000 superstiti della colonna una armata di circa 25'000 fanti, 30 cannoni e 500 cavalli. Sinché non costrinse Garibaldi a trovare rifugio, il 31 luglio nella neutrale Repubblica di San Marino. Da qui Garibaldi tentò l’ultima marcia, scendendo a Cesenatico, ove catturò una flottiglia di battelli da pesca e si imbarcò per Venezia. Intercettati dalla flotta austriaca i fuggitivi si dispersero: molti fuggitivi, fra i quali piace ricordare Basilio Bellotti, Ciceruacchio con il figlio Lorenzo, appena tredicenne, Ugo Bassi e Giovanni Livraghi, vennero catturati e fucilati dagli Austriaci, che occupavano le Romagne. Durante la fuga, favorita dall'aiuto della popolazione locale Garibaldi vide morire nella fuga la moglie Anita ma, assistito da innumerevoli partigiani e patrioti da Comacchio, attarverso Forlì, Prato e la Maremma giunse nei pressi di Follonica, ove si imbarcò per la Liguria, parte del Regno di Sardegna, ove poté mettersi in salvo.
[modifica] Forme della resa
Stabilito questo, restava da trovare un modo di cessare le ostilità che salvasse la dignità e la personalità giuridica della Repubblica. Tra le condizioni chieste dall’Oudinot, inaffati, non v’era la rinuncia della Assemblea Costituente alla avvenuta proclamazione della repubblica. Pio IX, d’altra parte, non l’aveva mai riconosciuta e, dunque, non era necessario ottenerne alcuna concessione, diversa dalla mera resa militare.
Si poteva, quindi, arrendersi senza rinunciare, formalmente, alla repubblica: convenuto lo scopo, vennero adottate le forme più acconce:
- L’Assemblea Costituente approvò un decreto di resa, aggiungendo però che "L'Assemblea Costituente Romana … resta al suo posto". Tanto che approvò la nuova costituzione, che venne letta, dal balcone del Palazzo del Campidoglio, nel pomeriggio del giorno successivo, dal generale Galletti. Dopodiché, in serata, si presentò un un battaglione di cacciatori francesi, che invitò l'Assemblea a sgombrare. Questa approvò all’unanimità la celeberrima protesta: " in faccia all'Italia, alla Francia e al mondo civile, contro la violenta invasione delle armi francesi nella sua residenza, avvenuta oggi 4 luglio 1849 alle ore sette pomeridiane".
- Mazzini e con lui l’intero triumvirato, non sottoscrisse alcuna resa e diede le dimissioni, per evitare la inevitabile visita all’Oudinot. Questa venne compiuta dal nuovo triumvirato, nella serata dell’1: ascoltatene le proposte, esse vengono rifiutate e ci si limitò a permettere l’ingresso dei francesi in città, senza accettare alcuna formale capitolazione.
La Repubblica Romana dunque, non cessava formalmente di esistere e (non avendo il Pontefice, negli anni successivi provveduto ad alcuna nuova elezione) poteva continuare a vantare la propria legittimazione popolare.
Dettaglio di non secondaria importanza, se si considera, ad esempio, che Garibaldi non mancò di giustificare le future operazioni su Roma (nel 1862, sino all’Aspromonte e nel 1867, sino a Mentana) come la semplice continuazione degli obblighi di restaurazione della Repubblica Romana, ancorché sconfitta in quel 1849.
[modifica] L'ingresso dei francesi
I francesi entrarono il giorno successivo: verso mezzogiorno occuparono Trastevere, Castel Sant’Angelo, il Pincio e Porta del Popolo; Oudinot venne solo in serata, con 12'000 soldati e pubblicò un comunicato in cui divideva la popolazione fra "veri amici della libertà" e "pochi faziosi e traviati", definiti, inoltre, "una fazione straniera" (mentre lui rappresentava "una nazione amica delle popolazioni romane"), addiruttura "responsabile di una empia guerra". E proclamava la legge marziale, eleggendo Governatore di Roma Rostolan, generale di divisione, coadiuvato da Sauvan, generale di brigata.
Ultimo vessillo della rivoluzione del 1848 resisteva, indomita ma assediata, solo la città-fortezza di Venezia.
A Brescia, il 9-10 luglio, il governatore militare austriaco Julius Jacob Haynau, cortesemente ricordato come la “iena di Brescia”, festeggiò l’avvenimento della caduta di Roma, facendo impiccare sulla pubblica piazza dodici dei centocinquanta prigionieri catturati nel corso della repressione delle dieci giornate
[modifica] Lettera di Mazzini ai Romani
- 5 luglio 1849
- Romani!
- La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato lla lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl'invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell'anima vostra, nella prova alla quale Ei vuoleche per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell'avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d'un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà.
- Voi deste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile ...
- Dai municipii esca ripetuta con fermezza tranquilla d'accento la dichiarazione ch'essi aderiscono volontari alla forma repubblicana e all'abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s'impianti senza l'approvazione liberamente data dal popolo; poi occorrendo si sciolgano. ... Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: Fuori il governo dei preti! Libero Voto! ...
- I vostri padri, o Romani, furon grandi non tanto perché sapevano vincere, quanto perché non disperavano nei rovesci.
- In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia.
- La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla.[2]
Dopo la capitolazione della Repubblica, Roma cadde in "letargo", ossia non vide più movimenti indipendentistici tra le sue mura, fino al 20 settembre 1870, quando fu liberata dai bersaglieri attraverso la breccia di Porta Pia. Mazzini, in quel momento, si trovava in carcere a Gaeta per aver fatto propaganda repubblicana e aver tenuto vivo l'ideale di Roma capitale.
[modifica] Importanza sociale della Repubblica Romana
La Repubblica Romana promulgò nel 1849 la Costituzione, la più democratica in Europa a quei tempi. Proponeva la libertà di culto (anche se parziale: i cittadini potevano essere solo cattolici o ebrei, mentre agli stranieri era concessa qualunque religione) e fu il primo Stato del mondo ad abolire la pena capitale nella sua Costituzione.
La Costituzione della Repubblica Italiana, è palesemente realizzata sulla scia della Costituzione della Repubblica Romana. C'è da notare che in effetti la maggior parte delle Costituzioni moderne degli Stati occidentali usa questo Statuto come base di partenza.
[modifica] Filmografia
- Girato nel 1973 e ambientato nel 1848 della Roma papalina, del periodo risorgimentale è il celebre film Rugantino interpretato da Adriano Celentano il quale recita appunto il ruolo di Rugantino, e dalla moglie Claudia Mori che interpreta invece il ruolo di Rosina.
- Del 1990 In nome del popolo sovrano, film per la televisione, di Luigi Magni, con cast (Alberto Sordi, Nino Manfredi, Jacques Perrin, Luca Barbareschi, Elena Sofia Ricci) e caratterizzazioni di Ugo Bassi, Giovanni Livraghi, Carlo Luciano Buonaparte.
[modifica] Galleria
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Moneta da tre baiocchi di rame della Repubblica romana. Sul dritto è l'aquila su un fascio littorio, simboli ripresi dall'antica Repubblica romana, e intorno il motto della repubblica del 1848, DIO E POPOLO. |
Bandiera della Repubblica Romana, secondo il modello del Museo del Risorgimento di Milano[3] |
Bandiera di Stato di pace della Repubblica Romana, secondo il modello del Museo del Risorgimento di Milano[4] |
Bandiera di guerra della Repubblica Romana, il Tricolore reca al centro lo l'acronimo RR che sta per Repubblica Romana |
[modifica] Note
- ^ G. M. Trevelyan,Garibaldi's Defence of the Roman Republic, Longmans, London (1907) p. 227
- ^ Giuseppe Lipparini, Le Pagine della Letteratura Italiana, Vol. XVII (Gli Scrittori dell'Ottocento: i Politici e i Pensatori), Carlo Signorelli Editore, Milano (1926) pagg. 89-90
- ^ 1849 Bandiera della Repubblica Romana - Museo del Tricolore
- ^ 1849 Bandiera della Repubblica Romana - Museo del Tricolore
[modifica] Voci correlate
- Repubblica Romana (1798-1799)
- Prima guerra di indipendenza italiana
- Storia della Repubblica Romana
- Pellegrino Rossi
- Eugenio Agneni
- Giuseppe Mazzini
- Giuseppe Garibaldi
- Aurelio Saliceti
- Carlo Armellini
- Ciceruacchio
- Luciano Manara
- Terenzio Mamiani
- Filippo Zamboni
- Enrico Dandolo (patriota)
- Carlo Mayr
- Melchiorre Cartoni
- Nicolas Charles Victor Oudinot
- Pio IX
- Stato della Chiesa
- Questione romana
- Costituzione della Repubblica Romana
[modifica] Collegamenti esterni
- La Repubblica Romana del 1849 raccontata da Cesare Pascarella (versi da Villa Gloria e immagini)
- Notizie sugli eventi del 1849 a cura del Comitato Gianicolo
- La canzone repubblicana: Se il papa è andato via
- Elio Providenti, Roma e il Lazio nel Risorgimento, in "Capitolium", 1968 (XLIII), N° 3-4, pp. 12-32



