Relazioni bilaterali tra Italia e Libia

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Relazioni tra Libia e Italia
Libia Italia
Mappa che indica la locazione di Libia e Italia

██ Libia

██ Italia

Le relazioni bilaterali tra Italia e Libia (a partire dall'indipendenza del Regno Unito di Libia nel 1951) hanno attraversato diverse fasi.

Le relazioni sono state particolarmente difficoltose nei primi venti anni della Repubblica Araba di Libia di Muammar Gheddafi. I nodi centrali hanno riguardato i beni confiscati alle imprese e ai privati italiani nel 1970 e le richieste libiche di risarcimento per danni coloniali e di guerra. Un momento di forte tensione si è raggiunto nel 1986, a seguito dell'attacco americano a Tripoli e Bengasi e all'attacco missilistico libico contro Lampedusa. La situazione dei rapporti bilaterali è andata migliorando a partire dal Comunicato congiunto Dini-Mountasser del 1998, fino alla stipula del trattato di Bengasi di amicizia e cooperazione nel 2008. La Libia di Gheddafi è divenuta per l'Italia un alleato sulla sponda nordafricana e un fornitore di energia (gas e petrolio), fino alla guerra civile libica.

Relazioni coloniali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Libia italiana.

La Libia fu una colonia del Regno d'Italia nell'Africa settentrionale, durata ufficialmente dal 1912 al 1947.

La chiusura del contenzioso con il Regno Unito di Libia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno Unito di Libia.

A seguito della risoluzione ONU n. 388 del 15 dicembre 1950, l'Italia e il Regno Unito di Libia (monarchia dei Senussi) conclusero nel 1956 un trattato (ratificato con legge n. 843/1957) con il quale l'Italia acconsentiva al passaggio di proprietà di tutte le infrastrutture costruite dagli italiani in Libia e inoltre ripagava alla Libia i danni dell'occupazione, con un limitato indennizzo in sterline. I contributi previdenziali degli italo-libici venivano passati al governo di Tripoli, con l'impegno di onorarli.[1]

La rivoluzione di Gheddafi e la riapertura del contenzioso[modifica | modifica sorgente]

Il colpo di stato del 1969 che porta al governo Gheddafi conduce anche alla riapertura del contenzioso con l'Italia sul passato coloniale. La nuova giunta militare sfrutta l'Italia come "nemico esterno" per cementare il consenso interno, attraverso iniziative propagandistiche quali la confisca dei beni (compresi i contributi previdenziali) e l'espulsione degli italo-libici, e l'istituzionalizzazione del "giorno della vendetta".

Richieste di risarcimento per danni coloniali e di guerra[modifica | modifica sorgente]

Il nodo centrale del rapporto politico resta la pretesa libica di risarcimenti per i danni causati dagli italiani nel corso della colonizzazione e delle guerre combattute su suolo libico. La questione ha ispirato diverse discussioni: se l'attuale Libia (mai indipendente prima del 1951) era internazionalmente riconosciuta come parte del territorio italiano, i danni provocati dalle operazioni militari italiane degli anni venti e trenta, nonché della Seconda guerra mondiale sul fronte nordafricano, avrebbero colpito lo stesso territorio italiano e non quello di un altro Stato, tra le altre cose nessuno Stato europeo ha mai pagato dei soldi per dei presunti danni derivati dal possesso coloniale di un altro territorio ora indipendente.

In egual misura l'Italia potrebbe chiedere dei danni all'attuale governo libico per i danni derivati dalle numerose rappresaglie dei ribelli libici durante il periodo coloniale, essendo richieste alquanto assurde sono state accantonate. A queste singolari richieste si contrappone anche la necessità di mantenere un rapporto politico disteso, per una serie di motivi: l'importanza delle operazioni di estrazione del petrolio che l'ENI avviò in Libia sin dal 1956, la possibilità di collaborare nella lotta contro il fondamentalismo ed il terrorismo, la ricerca della stabilità nel Mediterraneo.

I beni confiscati agli Italiani in Libia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Italo-libici.

Nel 1970, dopo l’avvento della rivoluzione libica, gli oltre ventimila italiani residenti in Libia sono stati espulsi dal Paese e hanno subito la confisca di tutti i beni in violazione del trattato italo-libico del 1956, stipulato sulla base della Risoluzione Onu del 1950 che condizionava l'indipendenza del Regno Unito di Libia al rispetto dei diritti e degli interessi delle minoranze residenti nel Paese.

Il valore dei beni è stato calcolato, al 1970, dal Governo italiano in 200 miliardi di lire per il solo valore immobiliare. Includendo i depositi bancari e le varie attività imprenditoriali ed artigianali con relativo avviamento, questa cifra supera i 400 miliardi di Lire che, attualizzati al 2006, significa circa 3 miliardi di euro. In trentasette anni, non vi è mai stato un provvedimento ad hoc che prevedesse l’adeguato risarcimento per la confisca del 1970. Gli aventi diritto hanno beneficiato solo delle provvidenze previste dalle leggi di indennizzo a favore di tutti i cittadini italiani che hanno perso beni all’estero.

La confisca del 1970 è stata giustificata da Gheddafi come parziale ristoro dei danni derivanti dalla colonizzazione, una sorta di acconto sul preteso saldo che oggi riesce ad ottenere, anche se la distinzione da parte del leader libico fra beni confiscati e le responsabilità delle vittime della stessa è sempre stata netta. Il Governo italiano da parte sua non ha mai preteso dai libici il rispetto del trattato violato ricorrendo alla prevista clausola arbitrale (art. 9) né hai mai posto sul tappeto il valore di quei beni “restituiti” al popolo libico se non altro per diminuire le pretese del colonnello.

Nell’accordo Dini-Mountasser del luglio 1998 che doveva chiudere tutto il contenzioso non si fa minimamente cenno al valore dei beni confiscati agli italiani. Per quanto riguarda i visti di ingresso in Libia, dopo l'iniziale entusiasmo seguito alla visita dell'allora presidente del Consiglio Berlusconi a Gheddafi nel 2004, nella quale il problema sembrava poter essere superato, ad oggi i cittadini italiani rimpatriati nel 1970 non possono rientrare nel Paese se non dopo aver compiuto 65 anni, tramite un viaggio organizzato e con i documenti di ingresso sia in italiano che in arabo. L'AIRL[2] è oggi l'associazione che rappresenta e difende i diritti di tutti i rimpatriati, lotta dal 1972 per il completamento dell’indennizzo, fondando la propria battaglia su precisi presupposti giuridici e morali.

I crediti delle aziende italiane in Libia[modifica | modifica sorgente]

Si sente parlare ogni tanto dei crediti degli italiani in Libia, collegando questo problema con l'avvento di Gheddafi e con l'esproprio dei beni e la cacciata degli Italiani, avvenuta nel 1970. In realtà, vi sono diversi aspetti della vicenda. I "crediti delle aziende italiane in Libia" propriamente detti, risalgono ad attività economiche posteriori al 1970: i meno recenti risalgono all'inizio degli anni ottanta, i più recenti all'inizio degli anni 2000. La ragione dell'insolvenza libica per questi imprenditori non sta nella volontà politica di danneggiare gli Italiani, ma deriva da vertenze di natura amministrativa o commerciale. La varietà dei casi, trattandosi di 105 aziende, sfugge a classificazioni.

Il Governo italiano, nello spirito di cancellazione del passato nato dal Comunicato congiunto (vedi sopra), chiese nel 2000 ai creditori dei vari Enti libici di far conoscere le rispettive situazioni per negoziarle come un blocco di crediti. La somma dei crediti pretesi raggiunse il livello di oltre 620 milioni di euro e la difficile trattativa ebbe inizio. I libici chiesero che la parte italiana calcolasse i crediti indiscutibili all'interno dei 620 milioni di euro; ottenuta la risposta, chiesero di ricalcolarla con i loro esperti, arrivando a conclusioni totalmente diverse; su insistenza italiana, produssero nel 2004 una proposta di rimborso forfettario, naturalmente inferiore ai 600 milioni. Riversata ai creditori, la proposta fu rifiutata e si tornò alla carica. Ad un certo punto i libici dissero (confermando un concetto già espresso in precedenza) che i creditori del gruppo potevano farsi avanti comunque uti singuli, smentendo poi questa possibilità al verificarsi del primo caso concreto.[3]

La crisi diplomatico-militare del 1986[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Attacco missilistico libico di Lampedusa.

Negli anni ottanta Gheddafi, a fini anti-israeliani e anti-americani, arrivò a sostenere gruppi terroristi quali l'irlandese IRA ed il palestinese Settembre Nero, venendo anche accusato di aver organizzato degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia. Divenuto il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America, egli fu progressivamente emarginato dalla NATO. Inoltre, il 15 aprile 1986, Gheddafi fu attaccato militarmente per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: il massiccio bombardamento ferì mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lasciò indenne il colonnello, che era stato avvertito del bombardamento da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio in Italia[4].

All'epoca del bombardamento americano contro Tripoli, avvenuto il 14 aprile 1986, il primo ministro italiano Craxi fu reputato eccessivamente prudente e fu per questo criticato dalla stampa nazionale[5] per non aver reagito alla rappresaglia libica (il lancio di missili su Lampedusa). Oltre venti anni dopo è emersa una ben diversa descrizione dei fatti[6] secondo cui Craxi avvertì preventivamente Gheddafi dell'imminente attacco statunitense su Tripoli, consentendogli in tal modo di salvarsi.

Si tratta di una ricostruzione conforme con le note posizioni del governo italiano, che considerava la ritorsione americana, scaturita dalla politica di appoggio al terrorismo della Libia, come un atto improprio, che non doveva coinvolgere come base di partenza dell'attacco il suolo italiano. Tale versione è coerente anche con alcune ricostruzioni dei missili su Lampedusa, segnatamente quella[7] secondo cui i missili sarebbero stati un espediente per coprire "l'amico italiano" agli occhi degli americani: lo dimostrerebbe la scarsa capacità offensiva di penetrazione dei missili, che per altro sarebbero caduti in mare senza cagionare alcun danno.

Tale tesi, nel contempo, però, non spiega come facesse Craxi a conoscere l'attacco due giorni prima, visto che esso fu condotto da navi della VI flotta alla fonda nel golfo della Sirte e che ostentatamente all'epoca si disse[8] che il governo italiano - e nessun altro governo della NATO, ad eccezione di quello britannico - non era stato coinvolto nella sua preparazione[9]. Sul punto, però, è giunta recentemente una testimonianza diretta del consigliere diplomatico di Craxi a palazzo Chigi, l'ambasciatore Antonio Badini, secondo cui Reagan inviò Vernon Walters ad informare il governo italiano dell'imminente attacco a Gheddafi e Craxi, non essendo riuscito a convincere gli americani a desistere, decise di salvare la vita al leader libico per evitare un'esplosione di instabilità in un Paese islamico di fronte all'Italia[10].

Il Comunicato congiunto Dini-Mountasser (1998)[modifica | modifica sorgente]

Gheddafi avanzò nel tempo pretese più o meno concrete, in alcuni momenti approfittando del rancore verso l'Italia per dare sferzate di orgoglio e di unità nazionale al suo popolo e per ribadire il proprio controllo sul Paese. Nel tentativo di chiarire i termini della questione, condotto molto lentamente e sagacemente dalle diplomazie italiana e libica, il punto di svolta si ebbe nel 1998, quando il 4 luglio fu firmato a Roma il Comunicato congiunto[11], documento che prevedeva di principio esborsi dell'Erario italiano, ma che (confermando la prudenza con la quale l'Italia voleva continuare a trattare il problema) non fu mai inviato a ratifica parlamentare.

L'accordo prevedeva una serie di azioni dirette da parte del Governo italiano (ricerca dei familiari dei libici deportati in Italia, aiuto allo sminamento, aiuto ai libici danneggiati), nonché la realizzazione di progetti economici a cura di un società mista che avrebbe raccolto contributi da vari soggetti pubblici e privati, italiani e libici. Nell’accordo Dini-Mountasser del luglio 1998 che doveva chiudere tutto il contenzioso non si fa cenno al valore dei beni confiscati agli italiani.

Il dibattito sulla necessità di un "grande gesto" di riconciliazione negli anni 2000[modifica | modifica sorgente]

L'applicazione del testo del Comunicato congiunto procedette sin dall'inizio abbastanza pigramente, e nel 2001 ci si rese conto da entrambe le parti che esso non era sufficiente a chiudere in tempi rapidi la vertenza. Si fece strada l'idea di un "gesto simbolico" (poi ribattezzato "Grande gesto") con il quale accontentare le pretese libiche ed evitare il ripetersi in futuro di minacce, sequestri di imprenditori italiani ed atti simili. Va detto che tali azioni poco avevano a che vedere con il rapporto bilaterale e probabilmente derivavano da vertenze economiche e commerciali nelle quali alcuni italiani avevano tentato di raggirare libici, questi ultimi ricorrendo alle loro connessioni di clan (ogni libico ne ha una o più) per dissuadere i nostri connazionali.

Pian piano l'idea del gesto simbolico cominciò a prendere forma e si parlò di un ospedale oncologico sotto la supervisione dei maggiori specialisti italiani, oggetto che poteva richiedere un investimento a fondo perduto da parte del Governo italiano pari a 60 milioni di euro. L'idea dell'ospedale cominciò a concretizzarsi e finalmente fu espressa -le testimonianze sono sufficientemente affidabili- in un incontro tra il capo del governo Silvio Berlusconi ed il colonnello Gheddafi il 28 ottobre 2003.

Al leader libico l'ospedale non bastava e richiedeva qualcosa di più costoso: un'autostrada lungo la costa libica dal confine tunisino a quello egiziano, opera del costo tra 1,5 e 6 miliardi di euro (a seconda del progetto e delle risorse utilizzate). Tale richiesta fu in seguito discussa con una certa serietà, finché nel dicembre 2004 un incontro tecnico finì senza risultati, poiché la parte italiana non era in grado di assicurare l'impegno politico a finanziare l'intera autostrada.

Nel 2004, nel corso di una visita in Libia dell'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il colonnello Gheddafi affermò che da quel momento il 7 ottobre non sarebbe più stato celebrato in Libia come il "Giorno della Vendetta", bensì come il "Giorno dell'Amicizia" tra i due Stati. Nonostante ciò, le autorità ed i mezzi di informazione libici hanno celebrato il 7 ottobre 2005 ed i successivi come "Giorno della Vendetta".

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caricature di Maometto sullo Jyllands-Posten#Tensioni tra Libia e Italia.

Il 15 febbraio 2006 il ministro Roberto Calderoli, in un'intervista televisiva del TG1 sulla libertà di espressione in Europa in seguito alle conseguenze della pubblicazione di alcune caricature di Maometto sul Jyllands-Posten, mostra una maglietta che raffigura Maometto[12][13]. Il servizio viene ripreso e ritrasmesso da tutti i telegiornali RAI. Il 17 febbraio ci fu una violenta protesta davanti al Consolato Italiano di Bengasi in Libia, occupato, incendiato e reso inagibile, e la polizia libica sparò sulla folla, uccidendo 11 manifestanti. Secondo dichiarazioni successive dello stesso Gheddafi[14], la rivolta di Bengasi non fu dovuta alle vignette bensì allo storico contenzioso Italia-Libia per il risarcimento dei danni coloniali. La stessa rivolta, secondo commentatori esperti di politica mediorientale, sarebbe stata frutto di accordi sotterranei con movimenti integralisti, fino a quel momento osteggiati dal regime libico[15]. Calderoli si dimette il 18 febbraio 2006, dopo esplicita richiesta dell'intero governo e di tutta l'opposizione, oltre che al richiamo del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi che invoca "comportamenti responsabili" per chi ha "responsabilità di governo". L'episodio della maglietta provoca anche tensioni diplomatiche tra il governo italiano e lo Stato libico. Il consolato italiano a Bengasi non è stato riaperto fino al 2011, lasciando come unica rappresentanza italiana in Libia l'ambasciata a Tripoli. Il 20 maggio 2012 il consolato, riaperto prima in sede provvisoria, ha ricominciato la sua attività per il pubblico con l'ufficio visti nello stesso stabile delle rivolte del 2006.

Il Governo guidato da Romano Prodi ha ripreso con attenzione la vertenza libica e vi sono stati interessanti sviluppi, culminati (per il momento) nel Convegno del 26 ottobre 2007 sui deportati libici. Tra l'altro, il 26 ottobre è una data simbolica molto importante, poiché la Libia vi celebra l'inizio delle deportazioni nel 1911 ed è giorno di lutto nazionale con chiusura diurna di tutte le comunicazioni esterne del Paese. Per quanto concerne la costosa autostrada, l'atteggiamento italiano è di raggiungere qualche risultato oggettivo nel tentativo di accontentare il Colonnello. Ma l'atmosfera non è ancora matura per una visita in Italia di Gheddafi.

Visite ufficiali di Gheddafi in Italia[modifica | modifica sorgente]

Il 10 giugno 2009 Gheddafi si reca per la prima volta in Italia in visita di Stato, ove soggiorna tre giorni, seppur fra molte polemiche e contestazioni. Il leader libico viene ricevuto al Campidoglio, a La Sapienza (dove subisce la contestazione degli studenti del movimento dell'Onda[16]), alla sede di Confindustria e incontra le massime cariche italiane. Durante la visita di stato mostra, appuntata sulla divisa militare, una foto dell'eroe della resistenza libica antiitaliana Omar al-Mukhtar, suscitando interesse e qualche perplessità.[17]

Particolarmente ostili all'accoglienza preparata per il leader libico da parte del governo sono i Radicali Italiani, che con il deputato Matteo Mecacci e il senatore Marco Perduca (entrambi membri della delegazione Radicale nel PD) organizzano manifestazioni di protesta, in aula del Senato e fuori[18].

Queste proteste fanno sì che la sede dove il colonnello Gheddafi dovrebbe tenere il suo discorso sia spostata dal Senato alla meno prestigiosa sala Zuccari di Palazzo Giustiniani[19]. Il discorso pronunciato dal colonnello l'11 giugno 2009 desta comunque molte polemiche per alcuni dei suoi passaggi:

« Gli Stati Uniti sono terroristi come Bin Laden, hanno fatto dell'Iraq un Paese islamico e le dittature non sono un problema se fanno il bene della gente[20] »
« Quale differenza c'è tra l'attacco degli americani nel 1986 contro le nostre case e le azioni terroristiche di Bin Laden?[20] »

Il 16 novembre 2009 Gheddafi torna in Italia, a Roma, per partecipare a un incontro della Fao. Durante il suo soggiorno romano, organizza alcuni dibattiti su Islam e Corano a circa cinquecento ragazze hostess, raccogliendo 104 adesioni, regolarmente stipendiate per la presenza[21]. Il 29 agosto 2010 Gheddafi inizia un nuovo soggiorno in Italia per celebrare il secondo anniversario della firma del Trattato di Amicizia fra Italia e Libia. Malgrado la sua mancanza di qualificazione per quanto riguarda le cosiddette "scienze religiose" (ʿulūm dīniyya), anche durante questo suo soggiorno romano, organizza alcune "lezioni" di Islam e Corano a quasi 500 ragazze hostess, regolarmente stipendiate per la presenza. «L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa» ha apostrofato Gheddafi le ragazze. Tre ragazze, due italiane e una spagnola, si sono presentate con il velo perché si erano convertite all'Islam.[22]

Anche in questo caso la presenza del leader libico in Italia suscita notevoli polemiche. In particolare il senatore Marco Perduca (Lista Emma Bonino - PD) e i Radicali Italiani protestano per la permanenza nella Caserma Salvo D'Acquisto.[23]. Per contrastare la permanenza di Gheddafi in questa caserma viene persino organizzato un flash mob[24].

Il trattato di Bengasi (2008)[modifica | modifica sorgente]

Processo di ratifica

Il 30 agosto 2008 Gheddafi e Berlusconi hanno firmato un trattato di Amicizia e Cooperazione, nella città di Bengasi.[25][26][27] Il trattato è stato ratificato dall'Italia il 6 febbraio 2009[25] e dalla Libia il 2 marzo, durante una visita di Berlusconi a Tripoli[26][28] Tale trattato comporta notevoli oneri finanziari a carico dell'Italia, e offre una cornice di partenariato tra i due paesi[29]

Visita di Gheddafi a Roma

Nel giugno 2009 Gheddafi ha compiuto la sua prima visita a Roma. Gheddafi ha soggiornato tre giorni in Italia, seppur fra molte polemiche e contestazioni. Il leader libico si è recato al Campidoglio, a La Sapienza (dove ha ricevuto la contestazione degli studenti del movimento dell'Onda[16]), alla sede di Confindustria e ha incontrato le massime cariche italiane (il primo ministro Berlusconi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente del Senato Renato Schifani e il presidente della Camera Gianfranco Fini)[26].

Durante la visita di stato Gheddafi ha mostrato, appuntata sulla divisa militare, una foto dell'eroe della resistenza libica antitaliana Omar al-Mukhtar, suscitando perplessità e proteste.[17]

Il Partito Democratico e l'Italia dei Valori si sono opposti alla visita[30][31] e diverse proteste sono state messe in atto in tutta Italia da attivisti dei diritti umani e dal Partito Radicale Transnazionale.[32]

Particolarmente ostili all'accoglienza trionfale preparata per il leader libico da parte del governo sono stati i Radicali Italiani, che con il deputato Matteo Mecacci ed il senatore Marco Perduca (entrambi membri della delegazione Radicale nel PD) hanno organizzato manifestazioni di protesta, in aula del Senato e fuori[18]. Queste proteste hanno fatto sì che la sede dove il colonnello Gheddafi avrebbe dovuto tenere il suo discorso fosse spostata dal Senato alla meno prestigiosa sala Zuccari di palazzo Giustiniani[19].

Il discorso pronunciato dal colonnello l'11 giugno 2009, ha destato comunque molte polemiche per alcuni dei suoi passaggi:

« Gli Stati Uniti sono terroristi come Bin Laden, hanno fatto dell'Iraq un Paese islamico e le dittature non sono un problema se fanno il bene della gente[20] »
« Quale differenza c'è tra l'attacco degli americani nel 1986 contro le nostre case e le azioni terroristiche di Bin Laden?[20] »

Gheddafi ha anche preso parte al G8 dell'Aquila del luglio 2009, come presidente dell'Unione Africana.[26]

Nell'agosto 2009 Berlusconi ha visitato nuovamente Tripoli per il primo anniversario del trattato di Amicizia.

Contenuti del trattato

In base al trattato di Bengasi, l'Italia pagherà 5 miliardi di dollari alla Libia come compensazione per l'occupazione militare. In cambio, la Libia prenderà misure per combattere l'immigrazione clandestina dalle sue coste, e favorirà gli investimenti nelle aziende italiane.[26][33]

Il trattato di Bengasi rappresenta il definitivo accoglimento da parte italiana delle rivendicazioni libiche in materia di risarcimenti per le vicende coloniali attraverso la costruzione di un’autostrada di duemila chilometri lungo la costa libica, con una spesa totale 3,5 miliardi di euro, bilanciata in modo solo parziale dalla chiusura del contenzioso con le ditte italiane danneggiate dalle decisioni libiche prese nel 1970, che ha un valore stimato di soli 600 milioni.

Il trattato consta di tre parti: principi, chiusura del passato e dei contenziosi, partenariato[34]

"Principi"

La parte del trattato relativa ai principi ha fatto sorgere discussioni relativamente al rispetto dei diritti umani e alla compatibilità del Trattato con la partecipazione dell’Italia alla NATO.

L'esplicito riferimento alla Carta delle Nazioni Unite ed alla Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo previsto dal Trattato dovrebbe costituire una possibilità per l'Italia di chiedere il rispetto dei diritti umani in Libia. La Libia è infatti parte dei principali trattati internazionali in materia di diritti umani, ad eccezione della Convenzione sui rifugiati del 1951, ma è parte della Convenzione africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, che contiene norme sul trattamento degli stranieri.

Il trattato prevede inoltre che ciascuno dei due contraenti non consenta la commissione di atti ostili contro l’altro, a partire dal proprio territorio. Tale clausola andrebbe interpretata in riferimento ad atti che comportano la minaccia o l’uso della forza in contrasto con il diritto internazionale. Non costituirebbe quindi "atto ostile", ad esempio, una dimostrazione di protesta contro la Libia; ma potrebbero sorgere problemi, ad esempio, in caso di navigazione della flotta statunitense nel golfo della Sirte, a partire da basi navali in Italia, al fine di rivendicare i diritti di libertà dell’alto mare.

"Chiusura del passato"

La seconda parte del trattato, relativa alla chiusura del passato, è la più onerosa per l'Italia. Il governo di Roma si impegna a realizzare infrastrutture in Libia per un valore di cinque miliardi di dollari, tramite esborso di 250 milioni di dollari all'anno per 20 anni. I fondi sarebbero reperiti tramite addizionale IRES a carico delle aziende petrolifere. L'esecuzione dei lavori sarebbe affidata a ditte italiane, e i fondi sarebbero gestiti direttamente dall'Italia.

"Partenariato"

La terza parte del trattato prevede iniziative speciali meno onerose ma comunque a carico dell'Italia: borse di studio, e un programma di riabilitazione per lo scoppio di mine.

Il nuovo partenariato Italia-Libia potrebbe giovare all'economia italiana grazie all'attrazione di investimenti diretti esteri, nella forma dei fondi sovrani libici, nel settore bancario.

Un esempio di ciò è avvenuto nell'ottobre 2009: in un momento di crisi che ha visto le azioni di Unicredit fortemente svalutate, i fondi sovrani libici hanno acquisito il 4,23% del gruppo, diventandone il secondo maggiore azionista, alle spalle della Fondazione Cariverona; contestualmente il gruppo ha annunciato un aumento di capitale di sei miliardi di dollari, provocando il rialzo del titolo nella Borsa di Milano.

La cooperazione energetica e le nuove relazioni economiche (2008-2010)[modifica | modifica sorgente]

Il 16 ottobre 2007 l’ENI e la Lybian National Corporation hanno firmato un accordo che prolunga la presenza della società energetica italiana in Libia fino al 2042 e al 2047 rispettivamente per l’estrazione del petrolio e del gas.

Tra 2008 e 2010, quasi 40 miliardi di euro sono stati scambiati tra Italia e Libia[35]:

Il trattato di Bengasi del 2008 ha inoltre aperto le porte a commesse da distribuire tra gli investitori italiani:

  • 2,3 miliardi di euro per la costruzione dei 1.700 chilometri dell'autostrada costiera libica
  • costruzione di un centro congressi (Impregilo) e commesse di elicotteri (Finmeccanica) e segnalamento ferroviario (Ansaldo) sono stati affidati a ditte italiane.

Dal 2005 al 2009 l'Italia ha rilasciato licenze per l'esportazione di armi verso la Libia per un valore di 276,7 milioni di euro in progressione crescente, di cui tre quarti del valore nel solo biennio 2008-2009. L'Italia è stata così il primo paese UE per esportazioni di armi verso la Libia, coprendo un terzo del totale nel quinquennio. Il valore delle esportazioni è coperto principalmente da aerei militari, ma comprende anche missili ed attrezzature elettroniche.[36] Un'ulteriore consegna di otto milioni € di armi leggere attraverso Malta è stata fatta risalire alla Fabbrica d'armi Pietro Beretta. Non sono chiare le autorizzazioni ricevute per la consegna.[37]

La guerra civile del 2011[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra civile libica.

L'Italia per voce del governo Berlusconi IV è stato uno dei primi stati a riconoscere esercito libero libico. Berlusconi ha dichiarato di non voler "disturbare" Gheddafi, dopo le prime repressioni delle proteste.[38] In seguito ha definito "inaccettabili" gli attacchi militari sui dimostranti, dopo le prime centinaia di morti.[39]. Franco Frattini si è mostrato soprattutto preoccupato per le conseguenze sul fronte dell'immigrazione, e ha supportato l'idea di una riforma costituzionale della Libia ad opera dello stesso regime, arrivando ad affermare che l'Unione Europea «non deve interferire» nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di «esportare» il proprio modello di democrazia.[40] Frattini è stato messo all'angolo al Consiglio Europeo Affari Esteri del 21 febbraio, unico Stato membro dell'UE ad opporsi alla condanna della repressione del regime libico. Frattini si è infine allineato sul documento di condanna dell'UE. La diplomazia italiana è stata criticata per una "schizofrenia" tra discorso ufficiale, conciliatorio con i vari regimi arabi, e i successivi allineamenti alle posizioni comuni UE[41] A partire dal 26 febbraio 2011, in seguito alle continue violenze governative contro i dimostranti, vari esponenti governativi tra cui Ignazio La Russa e Franco Frattini hanno annunciato la sospensione de facto del trattato[42]. Tale sospensione non è ancora in vigore. Commentatori di diritto internazionale quali Natalino Ronzitti hanno rimarcato come una denuncia o sospensione unilaterale del trattato da parte dell'Italia sarebbe contraria al diritto dei trattati[43]

L'Italia ha in seguito partecipato all'operazione militare Odyssey Dawn, mettendo a disposizione delle forze sotto mandato ONU sette basi militari e otto aerei. L'ambasciata italiana a Tripoli è stata chiusa, e la protezione degli interessi italiani in Libia è stata affidata all'ambasciata della Turchia.[44]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Testo del trattato del 1957 e della legge di ratifica
  2. ^ [www.airl.it Airl.it]
  3. ^ articolo riassuntivo sul rapporto bilaterale,"Il Sole 24 Ore", 11 novembre 2007
  4. ^ I libici rivelano 20 anni dopo: «Così Craxi salvò Gheddafi». Corriere della Sera, 31 ottobre 2008.
  5. ^ "Ma tenero è il governo", su Repubblica, 27 ottobre 1989, p. 2: "la linea del governo italiano (...) quando si tratta della Libia, è sempre incline ad una prudenza, per non dire una condiscendenza, che ha già sollevato in passato perplessità e critiche non solo in Italia, ma anche all'estero".
  6. ^ Data da Abdel-Rahman Shalgam, ministro degli esteri della Libia, a margine del convegno italo-libico alla Farnesina del 30 ottobre 2008, e confermata in una recente intervista da Andreotti, allora ministro degli esteri, in Andreotti e il ministro libico confermano "Craxi avvertì Gheddafi del bombardamento Usa" da Repubblica.it, vedere anche Corriere della Sera, che include riferimenti a precedenti rivelazioni nello stesso senso del senatore Sdi Cesare Marini.
  7. ^ Proposta da Cesare Marini nell'intervista a Il Riformista del 4/19/2003.
  8. ^ Loren Jenkins, “Libyan missile fire protested by Italy”, The Washington Post , April 16, 1986, p. A23.
  9. ^ Come ammesso dal Generale di Squadra Aerea Basilio Cottone, che ha dichiarato "so con certezza che non venimmo nemmeno avvisati del raid contro Tripoli. Ricordo la sorpresa quella notte quando i nostri radar scoprirono gli aerei diretti in Libia" : "Il generale Cottone: mai arrivati missili a Lampedusa", intervista di Clara Salpietro del 20 settembre 2005 su Pagine di Difesa
  10. ^ La Repubblica, 31 ottobre 2008, p. 19.
  11. ^ Testo del Comunicato Congiunto del 1988
  12. ^ Immagine tratta da Repubblica
  13. ^ Immagine tratta dal Corriere della Sera
  14. ^ Gheddafi: non escludo altri attacchi a Italia - Corriere della Sera
  15. ^ Corriere della Sera - In mano agli Islamici
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