Referendum abrogativi del 2009 in Italia

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I referendum abrogativi del 2009 (anche detti referendum sulla legge elettorale), distinti in tre quesiti sulla legge 21 dicembre 2005, n. 270, "Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica", si sono tenuti in Italia il 21 e il 22 giugno 2009,[1] in corrispondenza ai ballottaggi per le elezioni amministrative locali.

Il primo quesito voleva abrogare tutte le norme che prevedono la possibilità per le liste concorrenti alle elezioni della Camera dei deputati di collegarsi tra loro e di essere, di conseguenza, attributarie del premio di maggioranza. Il secondo quesito voleva abrogare tutte le norme che prevedono la possibilità per le liste concorrenti alle elezioni del Senato della Repubblica di collegarsi tra loro e di essere, di conseguenza, attributarie del premio di maggioranza. Il terzo quesito aveva come scopo quello di ottenere l'abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione alle elezioni della Camera dei deputati.

Gli elettori chiamati al voto erano 47,5 milioni, più 3 milioni di elettori all'estero. Il quorum da raggiungere per la validità della consultazione era del 50% degli aventi diritto più uno (circa 25 milioni).

Vista la bassa affluenza alle urne per tutti e tre i quesiti (attestatisi al 23,31% i primi due, e al 23,84% il terzo), i referendum sono stati dichiarati non validi.

L'iniziativa referendaria[modifica | modifica sorgente]

Nel 2007 un gruppo di promotori, tra cui spiccano i nomi di Mario Segni e Giovanni Guzzetta raccolsero le firme necessarie per proporre un referendum, che cancellasse alcune parti della legge elettorale per modificarne il significato (in modo simile a quanto operato nel 1993 prima del Mattarellum).

Il Comitato referendario era composto da intellettuali (Michele Ainis, poi distaccatosene[2], Augusto Barbera, Gianfranco Pasquino, Angelo Panebianco) e da politici di entrambi gli schieramenti (Gianni Alemanno, Angelino Alfano, Mercedes Bresso, Riccardo Illy, Renato Brunetta, Antonio Martino, Giovanna Melandri, Arturo Parisi, Daniele Capezzone, Stefania Prestigiacomo, Gaetano Quagliariello, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo).

La raccolta delle firme ha avuto inizio il 24 aprile 2007 ed è terminata il 24 luglio dello stesso anno. A seguito dell'autenticazione delle firme da parte della Corte di Cassazione e dell'approvazione dei quesiti da parte della Corte Costituzionale, il referendum è stato inizialmente indetto per il 18 e il 19 maggio 2008; tuttavia, a seguito dello scioglimento delle camere del 6 febbraio 2008, la consultazione è stata rinviata di un anno.

La calendarizzazione[modifica | modifica sorgente]

Da calendarizzare, secondo legge, tra il 15 aprile e il 15 giugno, i referendum abrogativi sulla legge Calderoli sono stati infine fissati per il 21-22 giugno, in corrispondenza dei turni di ballottaggio delle amministrative.

In un primo momento, era stato proposto l'accorpamento al turno delle elezioni europee e amministrative del 6-7 giugno. Ciò al fine di risparmiare una consistente somma di denaro necessaria per l'approntamento della consultazione, valutata in almeno 373 milioni di euro (173 milioni di euro, dati Ministero dell'Interno, probabilmente sottostimati, più 200 milioni di euro di costi indiretti)[3] in un momento di crisi economica e in seguito alle risorse resesi necessarie per il terremoto in Abruzzo. Tale proposta trovò tuttavia la ferma opposizione della Lega Nord, contraria ai quesiti referendari, e intenzionata a rimandare la data della consultazione per sfruttare l'effetto astensione sul quorum. Altri invece hanno difeso la scelta di non accorpare il referendum alle altre votazioni, adducendo come motivazione la possibilità di confusione da parte dell'elettore. In alcune grandi città, infatti, l'elettore avrebbe dovuto maneggiare sette schede contemporaneamente.

Per ottenere l'accorpamento con i ballottaggi, è stata quindi necessaria l'approvazione di una legge che consentisse di andare oltre il termine fissato dalla legge per lo svolgimento del referendum, cioè il 15 giugno.

I quesiti[modifica | modifica sorgente]

  • Primo quesito: "Camera dei deputati - Abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste" (scheda di colore viola)
  • Secondo quesito: "Senato della repubblica - Abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste" (scheda di colore beige scuro)
  • Terzo quesito: "Camera dei deputati - Abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione" (scheda di colore verde chiaro)

Primo quesito[modifica | modifica sorgente]

Il primo quesito (scheda di colore viola) voleva abrogare tutte le norme che prevedono la possibilità per le liste concorrenti alle elezioni della Camera dei deputati di collegarsi tra loro e di essere, di conseguenza, attributarie del premio di maggioranza.

Se vinceva il no o se il referendum non raggiungeva il quorum, non ci sarebbero state modifiche rispetto alla situazione attuale.

Se vinceva il sì, le liste concorrenti alle elezioni della Camera dei deputati non avrebbero potuto collegarsi tra loro e, di conseguenza, il premio di maggioranza sarebbe stato assegnato alla singola lista che avesse ottenuto più voti.

Un secondo effetto sarebbe stato quello di abrogare le soglie di sbarramento per i partiti coalizzati, quindi ogni lista avrebbe dovuto superare la soglia di sbarramento prevista per i partiti non coalizzati.

Secondo quesito[modifica | modifica sorgente]

Il secondo quesito (scheda di colore beige scuro) voleva abrogare tutte le norme che prevedono la possibilità per le liste concorrenti alle elezioni del Senato della Repubblica di collegarsi tra loro e di essere, di conseguenza, attributarie del premio di maggioranza.

Se vinceva il no o se il referendum non avesse raggiunto il quorum, non ci sarebbero state modifiche rispetto alla situazione attuale.

Se vinceva il sì, le liste concorrenti alle elezioni del Senato della Repubblica non avrebbero potuto collegarsi tra loro e, di conseguenza, il premio di maggioranza regionale sarebbe stato assegnato alla singola lista che avesse ottenuto più voti in ambito circoscrizionale.

Un secondo effetto sarebbe stato quello di abrogare le soglie di sbarramento per i partiti coalizzati, quindi ogni lista avrebbe dovuto superare la soglia di sbarramento prevista per i partiti non coalizzati.

Terzo quesito[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi candidature multiple.

Il terzo quesito (scheda di colore verde chiaro) riguardava l'abrogazione delle candidature multiple alle elezioni della Camera dei deputati.

Se vinceva il no o se il referendum non avesse raggiunto il quorum, non ci sarebbero state modifiche rispetto alla situazione attuale.

Se vinceva il sì, i candidati deputati avrebbero potuto presentarsi in una sola circoscrizione elettorale.

Il terzo quesito fu generalmente apprezzato e non attirò particolari critiche, se non da parte di chi fece notare che, comunque, sarebbe restato il meccanismo delle liste bloccate e non ci sarebbe stato il ritorno alla possibilità di esprimere preferenze nominative. Ad esempio, per Marco Pannella: "Resta un parlamento di nominati. [...] Il rapporto parlamentari/elettori è zero".[4]

Posizione delle principali forze politiche[modifica | modifica sorgente]

  • Antonio Di Pietro: "Andrò a votare perché è un dovere ed un diritto irrinunciabile di ogni cittadino. Voterò no perché il referendum, che ritenevo un grimaldello per costringere il Parlamento a rivedere la legge elettorale, definita "porcata" dal suo stesso ideatore Calderoli, in realtà si trasformerà in uno scacco matto alla democrazia per gli obiettivi ignobili del Presidente del Consiglio"[8]
  • Dario Franceschini: "Il referendum non l'abbiamo proposto noi, ma di fronte alla domanda se vogliamo abolire la legge porcata, noi che l'abbiamo sempre contrastata, non possiamo che rispondere di sì. Poi avremo tempo quattro anni per fare una nuova legge"[10]
  • Massimo D'Alema: "Il mio sì al referendum è legato all'impegno per una nuova legge elettorale"[11]
  • UDC: no/non voto
  • Lorenzo Cesa: "La nostra astensione è una decisione politica. Questo referendum porterebbe ad un sistema elettorale non solo peggiore di quello attuale, ma addirittura simile a quello fascista: un partito con il 25% potrebbe avere il 55% dei seggi. Peraltro questo sistema è già stato bocciato dagli elettori in questa tornata elettorale: quattro elettori su dieci non hanno votato né Pdl né Pd, emblematico del fatto che non siamo in un sistema bipartitico"[12]
  • Silvio Berlusconi: "Il referendum dà il premio di maggioranza al partito più forte. Vi sembra che io possa votare no? Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti",[14] "Non appare oggi opportuno un sostegno diretto al referendum"[15]
  • Gianfranco Fini: "Andrò a votare e personalmente voterò sì"[16]
  • Roberto Calderoli: "Ci troveremo in una fase antidemocratica se passa il referendum"[17]
  • Luca Zaia: "I cittadini vadano a votare ai ballottaggi e, con grande coerenza, non ritirino le schede del referendum"[18]

Poiché l'eventuale successo dei primi due quesiti del referendum comporterebbe il "premio di maggioranza" per il partito (e non più per la coalizione) in grado di raccogliere la semplice maggioranza relativa dei voti, i partiti minori si sono dichiarati contrari, dando indicazione di non recarsi alle urne o di non ritirare le schede, per evitare che, grazie all'astensionismo, la consultazione raggiunga il quorum. Secondo Sandro Brusco, la forte opposizione soprattutto della Lega Nord e dell'Italia dei Valori si spiega con il timore di una perdita di riconoscibilità, nel caso in cui i partiti minori vengano costretti a formare un listone unico con il partito maggiore del proprio campo[20].

Il Partito Democratico e il PdL invece hanno assunto una posizione favorevole. Il Popolo delle Libertà, tuttavia, ha deciso di non far campagna elettorale per non alienarsi le simpatie della Lega Nord: il patto tra Berlusconi e Bossi ha fatto seguito alla "cena di Arcore" dell'8 giugno 2009. In cambio del silenzio del PDL sul referendum, la Lega ha accettato di votare i candidati comuni ai ballottaggi.[21]

Il problema del quorum e gli effetti sull'istituto del referendum[modifica | modifica sorgente]

Come è già avvenuto in occasione delle più recenti consultazioni referendarie, anche in questa occasione ha tenuto banco, in particolare, il tema del quorum, cioè della necessità, perché il referendum abbia effetto, che si presenti alle urne almeno il 50% dei votanti sul totale degli aventi diritto al voto. Questa condizione non si è realizzata in tutti i referendum tenuti in Italia a partire dal 1997, il cui svolgimento è stato perciò vano.

L'arma dell'astensione è stata utilizzata ampiamente nella campagna anti-referendaria: contando su un astensionismo "fisiologico" di almeno il 20% del corpo elettorale, gli oppositori ai questiti referendari - in questa come in tutte le più recenti occasioni - hanno privilegiato in larga misura l'invito a disertare le urne piuttosto che all'espressione del NO sulle schede elettorali. E anche in questa occasione non sono mancate le polemiche a favore e contro questa "tecnica" peculiare.

C'è chi ha preso spunto da questo dibattito per avanzare la proposta di eliminare la necessità del quorum: Peppino Calderisi, capogruppo in Commissione Affari Costituzionali della Camera del PDL e componente del Comitato promotore del referendum elettorale, ha ad esempio sottolineato la necessità di rivedere l'istituto referendario, "magari aumentare il numero delle firme ma poi abolendo il quorum. È un problema politico: in nessuna democrazia politica -spiega Calderisi- chi non vota conta più di chi vota. Alla luce anche dell'esito di questo referendum dovremo fare un pensiero su questo problema".[22]

Del resto, già dopo il referendum del 18 aprile 1999, Gianfranco Fini, Mario Segni e Marco Taradash avevano posto questo tema. «Con il referendum del 18 aprile – osservò Fini – 22 milioni di italiani sono andati a votare e di questi oltre il 90% ha votato sì, ma tutto ciò per colpa del quorum non ha contato».[23] Il Movimento Democratici Diretti ha ripreso questo obiettivo, illustrando dieci ragioni che giustificherebbero l'abolizione del quorum referendario.[senza fonte]

Secondo Sergio Romano, il mancato raggiungimento del quorum "sarà una campana a morte per l'istituto del referendum abrogativo e priverà l'Italia del suo principale strumento di democrazia diretta".[24]

Secondo Michele Ainis, "se non si raggiunge il quorum, subentra sfiducia nello strumento referendario e sarà difficile riproporlo per temi etici e civili, ad esempio per il testamento biologico."[2]

In effetti, la posizione delle forze politiche in questo referendum, divise tra sì e astensione, così come nel caso dei referendum abrogativi del 2005, sembra indicare un trend preciso. Tale evoluzione prefigura dei rischi anche nei riguardi di principi come la segretezza del voto.

Il dibattito politico sul referendum[modifica | modifica sorgente]

L'obiettivo del Comitato promotore è la riduzione della frammentazione del sistema partitico italiano.

Una maggior polarizzazione delle forze in campo si è parzialmente realizzata, nel frattempo, indipendentemente dalla consultazione referendaria, anche a seguito della nascita per fusione dei due partiti principali, il Partito Democratico e il Popolo delle Libertà.

Tuttavia, di fatto, non è diminuito il numero delle liste che si presentano alle competizioni elettorali, e ciò proprio in virtù del "potere di coalizione" che ancora residua a favore delle forze politiche minori.

I partiti sono rimasti piuttosto freddi (quando non ostili) all'iniziativa. Inoltre i cambiamenti dello scenario politico hanno portato, in entrambi gli schieramenti, a qualche cambiamento di posizione.

Numerosi politologi si sono interessati al dibattito sul referendum, attraverso interventi sulla stampa. Tra questi, Giovanni Sartori, Stefano Passigli, Angelo Panebianco, Sergio Romano.

La critica all'effetto distorsivo sulla rappresentanza[modifica | modifica sorgente]

La critica che più comunemente viene portata, da destra e da sinistra, alla sostanza dei primi due quesiti referendari si concentra sull'effetto distorsivo che il loro accoglimento determinerebbe rispetto alla rappresentanza. Una vittoria del sì porterebbe a trasformare in maggioranza assoluta "la più grande minoranza", senza rispetto del principio di proporzionalità. In questo modo, il maggiore partito, quand'anche ottenesse solo il 25-30% dei voti, o anche meno, si garantirebbe il 55% dei seggi. In caso tale partito entrasse poi in coalizione con un secondo partito che si aggiudicasse attorno al 10% dei seggi, tale coalizione potrebbe agevolmente conseguire la maggioranza dei 2/3 dei parlamentari eletti (pur con un consenso elettorale non superiore al 35%) e il conseguente potere, ad esempio, di nominare il Presidente della Repubblica e le maggiori magistrature di garanzia, oltre che di far passare i propri disegni di riforma costituzionale senza dover ricorrere al referendum confermativo.[25][26]

La trasformazione di una minoranza in una maggioranza, attraverso un premio elettorale, porta Giovanni Sartori a considerarlo "truffaldino e distorcente".[27]

Sartori rileva come il premio di maggioranza faccia aumentare il costo in voti di un seggio: "Se, per esempio, Berlusconi conquistasse il premio con il 35% dei voti a lui spetterebbe il 55% dei seggi, mentre il 65% dei non premiati si dovrebbe dividere il 45% dei seggi restanti".[28]

D'altra parte, secondo Sandro Brusco, il risultato dei refendum sarà sostanzialmente "ininfluente"[20]. Brusco rimarca che anche con la legge Calderoli un partito minoritario può ottenere un premio di maggioranza: se il PdL fosse abbastanza forte da poter vincere senza la Lega Nord, anche con la legge Calderoli potrebbe presentarsi da soli e guadagnare il premio di maggioranza.

Per tali motivi sono state trovate delle analogie con la legge truffa del 1953.[29] e con la Legge Acerbo del 1923[26][30]

Forzatura al bipartitismo e rischio correnti: repliche[modifica | modifica sorgente]

Una seconda critica alla legge elettorale come modificata dal referendum riguarda il premio di maggioranza alla lista come incentivo al bipartitismo. Esso infatti spingerebbe i partiti maggiori ad assorbire i partiti più piccoli per poter ottenere il premio di maggioranza. Tali piccoli partiti non verrebbero così eliminati, ma riapparirebbero come correnti. Si avrebbe così una "repubblica delle correnti" anziché un bipartitismo moderato.[25]

Anche secondo Sandro Brusco, l'unico effetto del referendum sarà di avere "al tempo stesso, meno liste elettorali, e liste elettorali più omogenee. Ma, alla fine, i cambiamenti saranno minimi"[20]. Brusco prevede che la nuova normativa porterebbe i partiti ad accordarsi ex ante su una lista unica con un simbolo comune, magari affiancando i simboli attuali (cosiddetta lista bicicletta). Ciò poiché i partiti basano la propria strategia sulla legge elettorale in vigore, e poiché non esiste una distinzione netta tra "coalizione di liste elettorali" e "lista elettorale" singola.

Secondo Angelo Panebianco, l'effetto aggregativo visto alle elezioni 2008 è stato dovuto semplicemente alla scelta di Walter Veltroni di puntare sul "partito a vocazione maggioritaria", e alla mossa analoga del PDL. Tuttavia tale effetto può presto scomparire, con il ritorno alla disgregazione e alla politica delle alleanze.[31]

Sartori fa invece affidamento sullo sbarramento del 4% come "anticorpo" della legge Calderoli contro il ritorno della frammentazione, e fa notare come il referendum non ponga ulteriori vincoli in questo senso.[28]

I sostenitori del referendum obiettano che il sistema elettorale risultante dal referendum spingerà gli attuali soggetti politici a perseguire, "sin dalla fase pre-elettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche e incentivando la riaggregazione nel sistema partitico", aprendo così "una prospettiva tendenzialmente bipartitica": "la frammentazione si ridurrà drasticamente" e, non essendoci più le coalizioni, "scomparirà l’attuale schizofrenia tra identità collettiva della coalizione e identità dei singoli partiti nella coalizione".[32]

Tuttavia, i critici del referendum ribadiscono che il bipartitismo non è un approdo necessario: secondo Stefano Passigli "si può avere competizione bipolare ed alternanza di governo anche in situazioni di multipartitismo moderato, come in Germania e in molte altre democrazie europee. Altra cosa è invece la riduzione traumatica del pluralismo politico e la sua costrizione ad un formato bipartitico grazie al ricorso ad un abnorme premio di maggioranza".[25]

Un'obiezione simile è portata da Giovanni Sartori, quando scrive che il divieto di coalizione previsto dal referendum è "inutile", in quanto "quel divieto sarebbe stato aggirato dall'invenzione, per le elezioni, di due 'listoni' acchiappatutti al coperto dei quali restavano e sarebbero riemersi i partiti di prima".[27]

Angelo Panebianco risponde a tale critica facendo notare come tali partitini aggregati perderebbero comunque libertà d'azione, simboli e finanziamenti pubblici.[31]

Inoltre, Sartori attacca il possibile esito bipartitico del referendum: "Da entrambi i Porcelli non risulterà nessun sistema bipartitico, ma invece un sistema a partito predominante nel quale lo stesso partito governa da solo e senza alternanza per decenni (in altri casi anche dai trenta ai cinquant’anni)".[28]

Possibili future modifiche della legge Calderoli[modifica | modifica sorgente]

Trattandosi di referendum abrogativi e non propositivi, stante anche il particolare "tecnicismo" imposto dalle attuali norme che regolano l'istituto referendario, c'è dibattito anche riguardo agli effetti che concretamente potranno prodursi a seguito di qualsiasi esito dei referendum sulla legge Calderoli attualmente in vigore.

Secondo Sergio Romano, un esito negativo del referendum avrebbe "l'effetto di rafforzare la legge Calderoli e di renderla di fatto per molto tempo immodificabile", mentre il sì avrebbe il vantaggio di costringere il parlamento ad approvare una nuove legge elettorale.[24]. Dello stesso parere è Stefano Passigli, che considera come il no "può apparire una conferma popolare del porcellum e ritardare il varo di una nuova legge".[25]

Secondo Giovanni Sartori, in caso di vittoria dei no, la legge Calderoli otterrebbe un rinforzo di legittimità ("si potrà dire che il popolo italia­no vuole il Porcellum così come è"), così come lo otterrebbe ugualmente in caso di vittoria dei sì ("si dirà che la sovranità popolare vuole una maggioranza ope legis")[27]. "Per Berlusconi il Porcellum 2 va strabene, è già operativo, e lui controllerà la maggioranza assoluta. Nessuno lo potrà costringere a nulla", tantomeno a modificare di nuovo la legge elettorale.[28]

Esiti[modifica | modifica sorgente]

I referendum non hanno raggiunto il quorum dei votanti previsto dalla legge per la loro validita'.[33] [34]

Primo quesito[modifica | modifica sorgente]

Camera dei deputati - Abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste

totale percentuale (%)
Elettori 50.040.016  
Votanti 11.754.453 23,49 % (su n. elettori) Quorum non raggiunto
Schede bianche 964.064 8,23 % (su n. votanti)
Voti nulli 418.163 3,57 % (su n. votanti)
contestate e non assegnate 0,00 % (su n. votanti)
Voti  %
RISPOSTA AFFERMATIVA 8.051.861 77,63 %
RISPOSTA NEGATIVA NO 2.320.365 22,36 %
Totale voti validi 10.372.226 100%

Secondo quesito[modifica | modifica sorgente]

Senato della repubblica - Abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste

totale percentuale (%)
Elettori 50.040.016  
Votanti 11.771.322 23,52 % (su n. elettori) Quorum non raggiunto
Schede bianche 968.321 8,23 % (su n. votanti)
Voti nulli 440.771 3,74 % (su n. votanti)
contestate e non assegnate 0,00 % (su n. votanti)
Voti  %
RISPOSTA AFFERMATIVA 8.049.188 77,68 %
RISPOSTA NEGATIVA NO 2.313.042 22,32 %
Totale voti validi 10.362.230 100%

Terzo quesito[modifica | modifica sorgente]

Camera dei deputati - Abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione

totale percentuale (%)
Elettori 50.040.016  
Votanti 12.021.101 24,02 % (su n. elettori) Quorum non raggiunto
Schede bianche 751.374 6,25 % (su n. votanti)
Voti nulli 361.398 3,00 % (su n. votanti)
contestate e non assegnate 0,00 % (su n. votanti)
Voti  %
RISPOSTA AFFERMATIVA 9.490.486 87,00 %
RISPOSTA NEGATIVA NO 1.417.843 13,00 %
Totale voti validi 10.908.329 100%

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Referendum sulla legge elettorale, si voterà il 21 giugno in Ministero dell'Interno, 30 aprile 2009. URL consultato il 12 marzo 2011. (dal sito del Ministero dell'Interno)
  2. ^ a b Ainis: bisogna impedire lo strapotere di un solo partito in Corriere della Sera, 21 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  3. ^ Tito Boeri, Nessun compromesso sulle macerie in Lavoce.info, 14 aprile 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  4. ^ a b Le differenti posizioni, RadioRadicale.it, 19 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  5. ^ Referendum elettorale: Rifondazione Comunista per l’astensionismo attivo, Partito della Rifondazione Comunista - Federazione di Pisa. URL consultato l'11 marzo 2011.
  6. ^ Antiquorum: non andiamo a votare, Sinistra Tuscanese, 21 giugno 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  7. ^ Antonio Borghesi, Referendum: perché votare no, Italia dei Valori, 19 giugno 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  8. ^ Antonio di Pietro, Mai affidarsi al boia, Antoniodipietro.com, 19 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  9. ^ Franceschini: referendum, il sì è la linea del Pd, Partito Democratico, 3 maggio 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  10. ^ Franceschini: il sì è una decisione presa, referendumelettorale.org, 10 maggio 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  11. ^ Referendum a rischio quorum: gli ultimi appelli alla partecipazione, mondopolitica blog, 19 giugno 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  12. ^ Referendum: Cesa, si rischia sistema elettorale fascista, UDC - sezione di Parabita, 13 giugno 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  13. ^ Verdini: Il Pdl lascia libertà di voto per il referendum del 21 e 22 giugno, Popolo delle Libertà - Roma, 10 giugno 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  14. ^ Berlusconi: "Voto sì al referendum La Carta? Modifiche anche senza Pd" in Corriere della Sera, 28 aprile 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  15. ^ Berlusconi, frenata sul referendum «Il sostegno diretto non è opportuno» in Corriere della Sera, 9 giugno 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  16. ^ Fini: voterò «sì» al referendum in Corriere della Sera, 8 maggio 2009. URL consultato l'11 marzo 2011.
  17. ^ Marco Ballico, Intervista al Ministro Calderoli: Ci troveremo in una fase antidemocratica se passa il referendum - Il Piccolo, Governo Italiano - Semplificazione normativa. URL consultato l'11 marzo 2011.
  18. ^ Berlusconi, frenata sul referendum «Il sostegno diretto non è opportuno» in Corriere della Sera, 9 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  19. ^ No al referendum-truffa. Noi andiamo al mare..., Sinistra Critica. URL consultato il 12 marzo 2011.
  20. ^ a b c Sandro Brusco, Quello che c'è da sapere sul referendum in Lavoce.info, 17 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  21. ^ Marco Cremonesi, Bossi, cena ad Arcore con nuovo patto «Ora voteremo i candidati comuni» in Corriere della Sera, 9 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  22. ^ Referendum: Calderisi(PDL), votare sì e poi abolire i quorum in ASCA, 9 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  23. ^ Referendum, Fini e Segni: bisogna abolire il quorum in Corriere della Sera, 21 maggio 1999, p. 14. URL consultato il 12 marzo 2011.
  24. ^ a b Sergio Romano, Il referendum e il quorum, due tesi a confronto in Corriere della Sera, 17 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  25. ^ a b c d Stefano Passigli, Astenersi per difendere la Costituzione in Corriere della Sera, 17 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  26. ^ a b Giovanni Belardelli, Quell' Imbarazzante Somiglianza con la Legge Acerbo in Corriere della Sera, 25 maggio 2009, p. 10. URL consultato il 12 marzo 2011.
  27. ^ a b c Giovanni Sartori, Gli esiti nocivi del referendum in Corriere della Sera, 17 maggio 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  28. ^ a b c d Giovanni Sartori, Resto contrario al referendum in Corriere della Sera, 19 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  29. ^ La Rete dei Comunisti per il fallimento dei referendum reazionari del 21 giugno. Mettiamo fine alla subalternità "democratica" verso l’egemonia della destra, Riforme.net, 3 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  30. ^ Rifondazione Comunista: "Astensionismo per referendum 21 giugno" in Strill.it, 17 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  31. ^ a b Angelo Panebianco, Referendum, antidoto ai troppi partiti in Corriere della Sera, 13 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  32. ^ Presentazione dei quesiti, referendumelettorale.org, 1º aprile 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  33. ^ Referendum, quorum non raggiunto. Maroni rilancia: "Cambierò le regole" in La Stampa, 22 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.
  34. ^ Sito del Ministero dell'Interno. URL consultato il 9 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il ).

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Comitati elettorali[modifica | modifica sorgente]

Posizioni sul referendum[modifica | modifica sorgente]