Rebecca - La prima moglie (film)

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Rebecca - La prima moglie
RebeccaTrailer.jpg
Judith Anderson e Joan Fontaine nel trailer
Titolo originale Rebecca
Lingua originale inglese, francese
Paese di produzione Stati Uniti d'America
Anno 1940
Durata 130 min
Colore B/N
Audio sonoro Mono (Western Electric Recording)
Rapporto 1,37:1
Genere thriller, drammatico
Regia Alfred Hitchcock
Soggetto dal romanzo di Daphne du Maurier
Sceneggiatura Robert E. Sherwood, Joan Harrison, Philip MacDonald e Michael Hogan (adattamento)
Produttore David O. Selznick
Casa di produzione Selznick International Pictures
Fotografia George Barnes
Montaggio W. Donn Hayes (non accreditato)
Effetti speciali Jack Cosgrove
Musiche Franz Waxman
Scenografia Lyle R. Wheeler (con il nome Lyle Wheeler)
Trucco Monte Westmore
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Rebecca - La prima moglie (Rebecca) è un film del 1940 diretto da Alfred Hitchcock, tratto dal romanzo Rebecca, la prima moglie di Daphne du Maurier, vincitore di due Premi Oscar, tra cui quello per il miglior film. È stato scelto come film di apertura al primo Festival internazionale del cinema di Berlino nel 1951. Il film è stato distribuito in Italia anche con i titoli La prima moglie (Rebecca) e Rebecca.

Nel 1940 il National Board of Review of Motion Pictures l'ha inserito nella lista dei migliori dieci film dell'anno.

Trama[modifica | modifica sorgente]

A Monte Carlo una giovane dama di compagnia conosce e sposa il ricco e aristocratico Massimo de Winter. Massimo è vedovo della prima moglie, Rebecca, con cui ha vissuto nel castello di Manderley, in Inghilterra.

Nel castello però, la signora Danvers, la governante, nutre ancora un'ammirazione incondizionata nei confronti della precedente padrona e il ricordo ossessionante di lei conduce la nuova moglie alla gelosia e all'esasperazione.[2].

Rebecca era morta per un naufragio del suo yacht; il marito aveva riconosciuto il cadavere ed era stata seppellita nella cappella di famiglia.

Un giorno un vascello affonda proprio vicino allo yacht di Rebecca. Durante le ispezioni si scopre che il corpo di Rebecca è ancora lì.

Massimo è costretto ad affrontare un nuovo processo. Ribadisce che la morte di Rebecca fu una disgrazia. Ma non dice la verità: confessa infatti alla nuova moglie di averla uccisa lui, accidentalmente. Mentre erano nel casolare di famiglia, sul mare, lei gli aveva annunciato d'essere incinta di un altro, ed egli, in uno scatto d'ira, l'aveva colpita. Cadendo si era mortalmente ferita su una carrucola. Massimo poi aveva affondato lo yacht e aveva finto il riconoscimento del cadavere di una sconosciuta. Il loro matrimonio in apparenza perfetto, celava un rapporto fatto di odio.

La giovane sposa crede nella sua innocenza ed è pronta a difenderlo. Quando le indagini portano alla rivelazione che Rebecca era in realtà malata di cancro, il giudice chiude il caso come un suicidio.

La signora Danvers dà fuoco a Manderley e muore nell'incendio che distrugge per sempre il castello.

Produzione[modifica | modifica sorgente]

Si tratta del primo film girato negli USA da Hitchcock per il produttore David O. Selznick.

Soggetto[modifica | modifica sorgente]

La storia narrata nel film segue abbastanza fedelmente l'omonimo romanzo di Daphne du Maurier, ne differisce solo lievemente per qualche dettaglio. Per esempio Hitchcock per rispettare il Codice Hays ha dovuto modificare il racconto della morte di Rebecca: nel libro Max afferma di averle sparato, nel film invece dice di averla colpita e fatta cadere accidentalmente su una carrucola. Uno dei tratti salienti dell'opera che è stato mantenuto nella trasposizione della pellicola è il fatto che il personaggio centrale della giovane de Winter, interpretata da Joan Fontaine, non ha un nome, e questo ne enfatizza il contrasto con la signora de Winter, l'unica possibile per Miss Danvers. Ciò rappresentò però un problema per gli sceneggiatori.

Sceneggiatura[modifica | modifica sorgente]

Collaborarono alla sceneggiatura lo scrittore Michael Hogan, Joan Harrison, segretaria e sceneggiatrice del regista, e Robert Sherwood, che operò sulla parte finale. Ai dialoghi lavorò Philip Mac Donald.[3]

Cast[modifica | modifica sorgente]

Il cast è quasi completamente inglese. Tra le attrici che si presentarono al provino per il ruolo della signora De Winter, vanno ricordate: Loretta Young, Margaret Sullavan, Vivien Leigh e Anne Baxter.

Fu scelta Joan Fontaine, allora ventiduenne, che si rivelò perfetta in quella parte: dolce e intelligente, modesta e timida, spaventata e insicura, innamorata e tenace; Hitchcock la volle anche come protagonista nel film Il sospetto.

Il protagonista maschile fu Laurence Olivier, anch'egli molto indovinato nel ruolo di un personaggio complesso e misterioso, elegante e melanconico, autoritario e tormentato.

Nella parte della signora Danvers, la spietata e folle governante, fu scelta Judith Anderson: gelida, rigida, un viso senza espressione, l'attrice riesce a trasformarsi in una presenza terrificante.

Nel ruolo di Jack Favell, l'amante-cugino della prima moglie Rebecca, recita George Sanders, che interpreterà nel film successivo di Hitchcock, Il prigioniero di Amsterdam, il giornalista Scott ffolliott.

Riprese[modifica | modifica sorgente]

Le riprese iniziarono nel settembre del 1939, mentre in Europa la Polonia era invasa dall'esercito tedesco e scoppiava la seconda guerra mondiale.

Costi[modifica | modifica sorgente]

Il film costò più di un milione di dollari e fu il più costoso girato dal regista fino a quel momento. Ebbe un grande riscontro negli incassi.[4]

Prima[modifica | modifica sorgente]

La prima si ebbe il 12 aprile 1940.

Cameo[modifica | modifica sorgente]

Come da tradizione, Hitchcock appare per un istante nel film in un cameo. Lo si può individuare dietro la cabina telefonica dove c'è Jack Favell.

Accoglienza[modifica | modifica sorgente]

Il film ebbe un grande successo di pubblico e di critica, come dimostrano i riconoscimenti ottenuti.

Critica[modifica | modifica sorgente]

Fiaba[modifica | modifica sorgente]

François Truffaut, nella celebre e fondamentale intervista fatta al regista, afferma: «...è il primo dei suoi film che faccia pensare a una fiaba» e che «...la storia di Rebecca è molto simile a quella di Cenerentola». Hitchcock conferma e aggiunge «... la protagonista è Cenerentola e la signora Danvers è una delle sorelle cattive».[5]

Questa interpretazione è stata ripresa più volte dai critici successivi.

Giallo[modifica | modifica sorgente]

«Un giallo fiabesco, moderno e inquietante» lo definiscono Eric Rohmer e Claude Chabrol.[6]

Horror, Melodramma, Sciarada[modifica | modifica sorgente]

«Ci si accosta a questa trasposizione dell'altrettanto celebre romanzo di Daphne Du Maurier subito coinvolti in un'atmosfera da favola gotica, si sfiora l'horror, si costeggia il melo e si precipita in un rebus di cristallina coerenza poetica.»[7]

Struttura del film[modifica | modifica sorgente]

La struttura del film segue una geometria rigorosa:

A. Prologo: il sogno

B. Sviluppo in tre atti:

  • 1. Montecarlo e la favola di Cenerentola fra ombre e luci
  • 2. Manderley e il fantasma di Rebecca
  • 3. L'indagine giudiziaria e i colpi di scena sulla verità della morte di Rebecca

C. Epilogo: l'incendio e la distruzione del castello.[8]

Il sogno[modifica | modifica sorgente]

« Sognai l'altra notte che ritornavo a Manderley »

Il film inizia esattamene come il libro di Daphne du Maurier. Nel prologo la voce fuori campo della protagonista racconta un sogno. Lo spettatore è trasportato in un’atmosfera incantata. Dell'immaginario del Romanticismo ci sono parecchi elementi: un notturno, il chiaro di luna, un sentiero tortuoso e interrotto da una selva intricata e infestante, un cancello in ferro battuto chiuso con la catena attraversato per una "soprannaturale potenza", le rovine di un castello abbandonato. Il gioco di luci e ombre pare rianimare la vita fra quelle mura misteriose ma è un'illusione. Una nube nasconde la luna piena, "per un istante aleggiò sulla faccia come una mano oscura" e il miraggio svanisce.[9] Il sogno riporta indietro, nel passato, tutto il film è un flash-back, un unico lungo ricordo.

Il mare[modifica | modifica sorgente]

Il mare è l'immagine simbolo che accompagna Rebecca e che tormenta Max De Winter. Nella sequenza che racconta il casuale incontro fra i due protagonisti, immediatamente successiva a quella del sogno, l'immagine del mare s'accompagna a quella della vertigine. Nella prima inquadratura onde gonfie e spumeggianti sbattono contro le rocce, un movimento della macchina da presa percorre dal basso verso l'alto il pendio scosceso della rupe, un uomo è pericolosamento in bilico sullo strapiombo. La successiva inquadratura dell’uomo di spalle e il dettaglio dei piedi, instabilmente poggiati al suolo, rinforzano l’effetto di pericolo. Le immagini contengono già la verità del personaggio, pur riuscendo, per il momento, misteriose e indecifrabili per lo spettatore.

Il castello di Manderley[modifica | modifica sorgente]

Hitchcock ebbe a dichiarare: «il film è la storia di una casa; si può dire che la casa è uno dei tre personaggi principali del film».[10]

La casa - quando la si vede per intero - è un modellino, così come la strada che ci arriva. Hitchcock ha girato le riprese in California; Daphne Du Maurier s'ispirava ai luoghi della sua infanzia a Fowey e nell'età adulta in quei luoghi affittò il maniero di Menabilly.

Personaggi Femminili[modifica | modifica sorgente]

Il film è stato oggetto di analisi condotte da studiose americane interessate a problematiche legate alla femminilità e alla psicanalisi.[11][12]

Secondo questi studi, Hitchcock traccia, nel personaggio della protagonista, un ritratto femminile molto moderno, complesso e profondo, anche alla luce delle teorie psicanalitiche. Presenta una figura di donna alla ricerca della propria identità, che conquista faticosamente, sottraendosi alla dipendenza e alla conflittualità con le altre figure femminili: Mrs. Van Hopper, la signora Danvers, Rebecca. Il rapporto d'amore con Max è un percorso di conoscenza, di presa di coscienza di sé stessa. Il regista sa descrivere ogni mutamento d'umore e ogni stato d'animo: la soggezione, la dignità, la fantasia, l'audacia, la gelosia, lo scoramento.

Profilo della protagonista[modifica | modifica sorgente]

  • Senza nome, ha ventun anni, è bella e intelligente, ama disegnare come suo padre pittore, è orfana e di modeste condizioni. Per mantenersi fa la dama di compagnia di una ricca signora.
  • L'incontro casuale con l'affascinante lord vedovo trasforma la sua vita in una favola: da dama di compagnia a castellana di Manderley.
  • La necessità di conquistare l'amore del marito, d'indovinarne e realizzarne i desideri inespressi, la conduce a indagare sul suo passato. Questa curiosità avrà l'effetto di allontanare l'uomo, che desidera esattamente il contrario: nascondere e rimuovere quel passato.
  • Da stralci di conversazioni, carpiti qua e là, emerge un ritratto ideale e irraggiungibile della prima moglie. Ciò esaspera il complesso d'inferiorità e la gelosia della giovane sposa.
  • Schiacciata da un confronto impari, con tenacia non si arrende, continua la sua indagine, ma senza volerlo cede all'impulso inconscio d'imitare Rebecca.
  • L'episodio culminante è il ballo mascherato e lo sventurato travestimento. Convinta di fare una sorpresa gradita a Max e consigliata malignamente dalla Danvers, sceglie come costume l'abito dell'ava Lady Carolina De Winter, lo stesso indossato l'anno prima da Rebecca. Max reagisce inorridito all'apparizione sconvolgente del fantasma di Rebecca.
  • Al massimo dell'umiliazione e della sconfitta, completamente annientata, la giovane rischia il suicidio, incoraggiata diabolicamente dalla Danvers.
  • Il colpo di scena del ritrovamento del panfilo naufragato e del corpo di Rebecca produce una metamorfosi: apprendere che Max odia la prima moglie e l'ha assassinata, anziché spaventarla, la libera dall'incubo della gelosia. Può finalmente essere se stessa e da bambina insicura e angosciata si trasforma in donna forte e coraggiosa. Da questo momento sarà lei a sostenere il marito.

Gli altri personaggi femminili[modifica | modifica sorgente]

La signora Van Hopper[modifica | modifica sorgente]

Ricca vedova in vacanza a Montecarlo, funge nei confronti della giovane dama di compagnia da vice-madre, fintamente protettiva. Pettegola e invadente, è stupefatta della proposta di matrimonio ricevuta dalla sua protetta e reagisce poco generosamente insinuando giudizi maliziosi «Le acque chete hanno fondi turbolenti... dite un po', non avrete fatto nulla di sconveniente?». E poi sferra il colpo basso, la battuta velenosa: «Non v'illuderete che sia innamorato!»

Rebecca[modifica | modifica sorgente]

Di lei Hitchcock non mostra mai nemmeno un ritratto, deludendo deliberatamente lo spettatore. Proprio dalla sua invisibilità, il personaggio acquista una grande forza. La sua presenza è ovunque: nei discorsi di chi l'ha conosciuta, negli oggetti, eleganti e raffinati, che le sono appartenuti (la carta da lettere intestata, il prezioso Cupido di porcellana, il fazzoletto con le iniziali ricamate, la biancheria, la pelliccia), nelle stanze e nell'arredamento del castello, nelle consuetudini della casa. Giganteggia soprattutto nell'immaginario della protagonista, ossessionata dal suo senso di inadeguatezza e dalla paura di non essere amata.

La signora Danvers[modifica | modifica sorgente]

È la governante di Rebecca, custode devota della casa-reliquiario, implacabile nel celebrare la defunta padrona. Incarna l'ambiguo rapporto d'identificazione fra servo e padrone. Intollerante della nuova moglie del padrone, fa di tutto per farla sentire un'intrusa, un'ospite sgradita. Punta ad annientarla e distruggerla psicologicamente. Sottile, vestita di nero, appare all'improvviso e silenziosamente, in piedi, immobile. «La signora Danvers quasi non camminava, non la si vedeva mai muoversi da un posto all'altro [...] Veder camminare la signora Danvers l'avrebbe umanizzata.»[13]

Nella sua ostinata difesa del passato si oppone al rinnovarsi della vita e dà fuoco al castello: «...ma, se può servire solo le forze del passato, vivendo materialmente nel passato, ella riesce a distruggere nient'altro che il passato»[14].

Il gioco degli inganni[modifica | modifica sorgente]

Hitchcock propone una visione della realtà che si modifica continuamente, in una specie di gioco di parvenze ingannevoli. La stessa Du Maurier nel suo romanzo fa del suo meglio (veramente il meglio), per mantenere l'ambiguità e il mistero. Anche se non può, oggettivamente, cambiare di capitolo in capitolo la realtà scritta nero su bianco (tutto sommato, non è l'Ulisse di Joyce). Hitchcock, grazie al mezzo visivo, può invece avere piena libertà di passare dalla storia alle memorie alle visioni. Lo studioso Robert J. Yahal nel libro, il cui titolo definisce Hitchcock un filosofo, analizzando il film, approfondisce il tema della conoscenza e della verità.[15]

Niente è come appare
  • al primo incontro Max pare voler uccidersi: in realtà sta ricordando il suo primo impulso omicida nei confronti di Rebecca, la prima moglie.
  • Max appare agli altri innamoratissimo di Rebecca, inconsolabile per la sua perdita: Max in realtà odia Rebecca ed è tormentato dal senso di colpa.
  • La seconda moglie crede di non piacere al marito perché è troppo diversa da Rebecca: il marito l'ha sposata proprio perché è così diversa.
  • Rebecca è descritta perfetta, dotata di ogni virtù: Rebecca in realtà è egoista, crudele e infedele.
La verità sulla morte di Rebecca
  • Prima ricostruzione, raccontata da Max: l'incidente. Rebecca è stata uccisa accidentalmente da Max durante l’ennesima lite e l’ennesima provocazione. Accecato dall'ira, lui l'ha colpita facendola cadere e battere il capo su una carrucola.
  • Seconda ricostruzione, raccontata dall'amante-ricattatore, Favell: l'assassinio premeditato. Rebecca era incinta dell'amante, l'aveva raccontato a Max e intendeva lasciarlo; egli l'ha intenzionalmente uccisa per evitare lo scandalo.
  • Terza ricostruzione, raccontata dal ginecologo, il dottor Baker: il suicidio. Rebecca era ammalata di cancro; proprio quel fatale pomeriggio aveva ricevuto l’esito degli esami eseguiti e aveva conosciuto la diagnosi. Ritornata a Manderley aveva provocato Max, ne aveva scatenato la gelosia e la rabbia, aveva cercato di essere colpita e uccisa: un omicidio-suicidio.
  • Il verdetto della giustizia: Max è innocente e scagionato.
  • Il verdetto della Danvers: Max e la seconda moglie non devono poter continuare a vivere a Manderley: devono essere puniti con la distruzione del castello.

Tecnica cinematografica[modifica | modifica sorgente]

Soggettiva[modifica | modifica sorgente]

Hitchcock racconta una storia filtrata dalla soggettività della persona che la vive. È attraverso i suoi occhi, le sue reazioni, il suo punto di vista che lo spettatore entra nella storia e interpreta gli eventi. Questa tecnica non permette allo spettatore di essere neutrale, lo costringe a essere coinvolto emotivamente. Significativamente, in questo che è forse il suo primo grande film, gli occhi con cui guarda sono quelli di una donna, come saranno la stragrande maggioranza dei suoi film.

Suspense[modifica | modifica sorgente]

Fin dal prologo il regista accende la curiosità dello spettatore sul misterioso castello del sogno: che cosa è accaduto in quel luogo? Continuamente, lungo tutto il film, tiene tesa l’attenzione e la partecipazione di chi guarda: crea situazioni il cui esito incerto mette ansia, inserisce imprevisti che interrompono il fluido svolgersi degli avvenimenti, allude a segreti che incombono e inquietano: mai, malgrado la lunghezza della pellicola, si allenta la tensione emotiva, fino all'ultimo spettacolare colpo di scena dell'incendio.

Messa in scena e lavoro della cinepresa[modifica | modifica sorgente]

Soprattutto nelle sequenze girate dentro il castello di Manderley il lavoro della cinepresa contribuisce, insieme alla sceneggiatura, a esprimere il senso di inadeguatezza della protagonista. I corridoi, le finestre, le scale, i saloni sono inquadrati dalla cinepresa in modo che appaiano un labirinto in cui «...la bella intrusa sembra bloccata, schiacciata, incarcerata dai numerosi primissimi piani che popolano il film di dettagli, di particolari, di sguardi.»[16]

Collegamenti ad altri film di Hitchcock[modifica | modifica sorgente]

Hitchcock tornò sul tema del condizionamento del passato e del complesso di colpa in Il peccato di Lady Considine e La donna che visse due volte.

Rifacimenti[modifica | modifica sorgente]

Nel 1979 fu prodotto un remake del film dalla BBC Television con interpreti Jeremy Brett e la sua ex moglie Anna Massey.

Nel 2008 la RAI ha realizzato una versione diretta da Riccardo Milani e interpretata da Cristiana Capotondi, Alessio Boni e Mariangela Melato.

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Manifesti e locandine[modifica | modifica sorgente]

Per l'Italia, i manifesti del film, furono realizzati, nel 1940, dal pittore cartellonista Sergio Gargiulo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pubblico ufficiale incaricato di investigare sui casi di morte violenta.
  2. ^ In queste quattro righe sono riassunti circa 80 minuti di pellicola
  3. ^ Donald Spoto, Il lato oscuro del genio, Lindau, Torino, 2006, pp. 265-278.
  4. ^ Giorgio Simonelli, Invito al cinema di Hitchcock, Milano, Mursia, 1996, pp. 45- 46.
  5. ^ François Truffaut, op. cit., Il Saggiatore, 2009, p. 108.
  6. ^ Rohmer-Chabrol, Hitchcock, Venezia,bMarsilio, 1986, p. 66.
  7. ^ Bruzzone-Caprara, I film di Hitchcock, Gremese, Roma, 1992, p. 121.
  8. ^ (EN) Robert J. Yahal, Hitchcock as philosopher, Mc Farland and Company, 2005.
  9. ^ Daphne Du Maurier, La prima moglie, Milano, Mondadori, 1964, traduzione di Alessandra Scalero, pp. 5-9.
  10. ^ François Truffaut, op. cit., p. 106.
  11. ^ (EN) Tania Modleski, Woman and the Labyrinth: Rebecca in The Women Who Knew Too Much: Hitchcock and Feminist Theory, New York, Methuen, 1988.
  12. ^ (EN) Mary Ann Doane, Caught and Rebecca: The Inscription of Femininity as Absence in Feminist Film Theory, A Reader, ed. Sue Thornham, New York, New York University Press, 1999.
  13. ^ François Truffaut, op. cit., p. 106.
  14. ^ Noel Simsolo, Alfred Hitchcock, Seghers, 1969, p. 43.
  15. ^ Robert J. Yahal, op. cit..
  16. ^ Bruzzone-Caprara, op. cit., p. 121.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bruzzone-Caprara, I film di Hitchcock, Gremese, Roma, 1992
  • François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Il Saggiatore, 2009
  • (EN) Robert J. Yahal, Hitchcock as philosopher, Mc Farland and Company, 2005.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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