Reale cappella del tesoro di San Gennaro

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1leftarrow.pngVoce principale: Cattedrale di Napoli.

Reale cappella del tesoro di San Gennaro
Interno
Interno
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Località CoA Città di Napoli.svg Napoli
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare San Gennaro
Diocesi Arcidiocesi di Napoli
Stile architettonico barocco
Inizio costruzione XVI secolo
Questa voce fa parte della serie
Cattedrale di Napoli
Voci principali

La reale cappella del tesoro di San Gennaro è una cappella di Napoli, ubicata all'interno del duomo di Napoli e voluta dai napoletani per un voto a san Gennaro.

Si tratta di un monumento artistico di particolare importanza per la concentrazione ed il prestigio delle opere in esso custodite, nonché per il numero di artisti di fama mondiale che hanno partecipato alla sua realizzazione, in gran parte tutti facenti parte della scuola emiliana.

Grazie a varie bolle pontificie, la real cappella del Tesoro di san Gennaro non appartiene alla curia arcivescovile, bensì alla città di Napoli rappresentata da un'antica istituzione, ancora oggi esistente, la "Deputazione", e dai sedili di Napoli.

La cappella venne inoltre utilizzata nel corso del seicento e settecento, anche per attività musicali, con la presenza di maestri come Cimarosa, Paisiello, Provenzale, Francesco Durante, Alessandro Scarlatti e Carlo Broschi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La cappella vista dal duomo. In primo piano è visibile il cancello di Cosimo Fanzago.

La nascita della cappella è legata agli anni difficili che visse Napoli durante la prima metà del XVI secolo, caratterizzato per l'appunto da conflitti bellici oltre confine ed interni, crisi di pestilenza ed eruzioni vulcaniche.

I conflitti interni avvennero intorno al 1527, quando il pretendente angioino, approfittando anche dell’assenza del viceré di Napoli, impegnato con le truppe di Carlo V, e della morte del suo luogotenente Andrea Carafa conte di Sanseverino, tentò di riconquistare il Regno di Napoli sbarcando coi suoi soldati a Gaeta e a Salerno. A seguito di questi eventi, il generale Lautrec, al comando dei francesi, arrivò alle mura di Napoli e la cinse in assedio, impedendo il rifornimento delle derrate alimentari e, secondo alcuni storici tra cui Pietro Giannone, avvelenando anche le acque che abbeveravano la città. Ciò provocò una recrudescenza della pestilenza che stava già decimando i napoletani giungendo sino a circa 250.000 morti.

Nell stesso periodo anche il Vesuvio contribuì a devastare la città con una eruzione accompagnata da una serie di terremoti quotidiani che la dilaniarono.

A seguito di questi eventi il popolo napoletano decise di rivolgersi al proprio santo protettore e il 13 gennaio del 1527, anniversario della traslazione delle ossa di San Gennaro da Montevergine (Avellino) a Napoli, fecero voto di erigergli una nuova e più bella cappella nel duomo, in quanto la vecchia era relegata in una torre angusta posizionata a sinistra dell'entrata della cattedrale. L’impegno fu assunto solennemente e per dare ancora più valenza al voto i napoletani redassero il documento, sottoscritto dagli "eletti di città", davanti a un notaio, sull'altare maggiore della cattedrale con pubblico istrumento rogato da notar Vincenzo de Bossis.[1]

In questo modo, per ottenere la liberazione dai tre flagelli, i rappresentanti dei cinque sedili di Napoli nobili (Capuano, Nido, Montagna, Portanova, e Porto), più il rappresentante del sedile del Popolo fecero voto di offrire mille ducati per il tabernacolo eucaristico e diecimila per la costruzione di una nuova cappella in onore di San Gennaro.

L'altare maggiore
L'altare maggiore
 
L'altare maggiore di sinistra
L'altare maggiore di sinistra
 
L'altare maggiore di destra
L'altare maggiore di destra

Il 5 febbraio del 1601, gli "eletti della città" nominarono una commissione laica di dodici membri, due rappresentanti per ognuno dei seggi cittadini, denominata la "Deputazione" per la costruzione della nuova cappella di San Gennaro. Alla commissione venne affidato il compito di promuovere e curare la costruzione e la decorazione della nuova cappella.

Il finanziamento dell’opera inizialmente prevedeva lo stanziamento di 10.000 scudi, ma poi ha raggiunto la cifra di oltre 480.000, senza ottenere alcun contributo della Chiesa.

I lavori, tuttavia, terminarono definitivamente solo nel 1646.

I rapporti con la Santa Sede ed il diritto alla laicità[modifica | modifica sorgente]

Istituita la "Deputazione della real cappella del Tesoro", sin dal principio l'istituzione ha tenuto ad affermare e a difendere il diritto di patronato della città di Napoli sulla cappella proprio perché questa era diretta espressione della volontà dei napoletani e quindi espressione della laicità, autonomia ed indipendenza rispetto alla curia arcivescovile.

Nel 1605 la Deputazione, infatti, ottenne la bolla di fondazione da papa Paolo V e dopo tre anni, l'8 giugno 1608, iniziarono i lavori di costruzione del luogo sacro.

I primi problemi, però, arrivarono in corso d'opera con il cardinale arcivescovo Francesco Boncompagni che si oppose fermamente all'esenzione della Deputazione dalla giurisdizione dell'ordine diocesano.

Ulteriori problemi si ebbero dopo l'ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 17 febbraio 1861 quando si pubblicarono alcuni decreti luogotenenziali relativi a benefici e cappellanie laicali. La Deputazione si batté perché le fosse riconosciuto il diritto di patronato laicale e il 13 maggio del 1861 la real cappella del tesoro di San Gennaro fu dichiarata esente dalla precedente legge del 17 febbraio essendo stata riconosciuta Istitutione sui generis. Rimase dunque intatta la laicità della proprietà che ha resistito anche alle leggi post unitarie del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867, con le quali fu negato il riconoscimento di laicità a tutti gli ordini e alle congregazioni religiose regolari, ai conservatori musicali e ai ritiri che comportassero vita in comune e avessero carattere ecclesiastico. Tutti i luoghi di proprietà di tali enti soppressi furono incamerati dal demanio statale e fu sancita l'incapacità per ogni ente morale ecclesiastico di possedere immobili, fatte salve le parrocchie. La natura laica della Deputazione sancita dalle bolle pontificie fu mantenuta grazie anche ad un appassionato memoriale inviato alla Camera del governo italiano e sottoscritto dal presidente Rodrigo Nolli, allora sindaco di Napoli, e da tutti i deputati, con il quale si ricordava la natura laica della Deputazione, il diritto di patronato ottenuto da tre bolle pontificie e l'aspra guerra sostenuta contro la curia arcivescovile di Napoli per il mantenimento dello stato giuridico e la piena autonomia.

Il 15 agosto 1927, papa Pio XI con la bolla Neapolitanae Civitatis gloria riconosceva che le bolle pontificie di papa Paolo V e Urbano VIII avevano definito il diritto di patronato della città di Napoli sulla cappella, l'amministrazione dei beni, l'elezione dei cappellani coi relativi diritti e doveri, il servizio del culto divino ed altri privilegi ad essa inerenti.

Le vicende legate agli incarichi pittorici[modifica | modifica sorgente]

Su indicazione dei consiglieri romani, la Deputazione decise di affidare i lavori di decorazione a Giuseppe Cesari detto il Cavalier d'Arpino.[2] Il pittore laziale, affermatosi a Roma sotto il pontificato di Clemente VIII Aldobrandini e tra i più richiesti ancora al tempo di Paolo V Borghese, venne contattato nel settembre 1616 e dopo che i deputati furono costretti a sollecitarlo più volte si presentò solo nel 1618. Il contratto venne stipulato il 7 marzo del 1618[3]e il Cavalier d'Arpino si impegnò a iniziare quanto prima il lavoro assegnatogli, ma l'endemica lentezza unita ai troppi impegni assunti lo tenne lontano da Napoli senza dare alcun segnale di vita alla Deputazione che a quel punto si rivolse nel 1620 a Guido Reni.

La cupola del Domenichino

Il Cavalier d'Arpino tentò invano di recuperare con la Deputazione inviando degli emissari a Napoli, ma era ormai troppo tardi. Dopo un'estenuante trattativa economica Guido Reni rifiutò l'incarico a causa di pressioni e minacce avanzate da alcuni artisti locali che non volevano farsi sfuggire l'occasione di lavorare ad un luogo di tale importanza,[4] così l'antica istituzione decise allora di chiamare il pittore Fabrizio Santafede che a sua volta chiamò al suo fianco Battistello Caracciolo ed il bolognese Francesco Gessi, collaboratore di Guido Reni. Tuttavia i loro lavori non piacquero alla Deputazione; il Santafede morì, Caracciolo e Gessi furono licenziati e la Deputazione decise il 2 dicembre 1628 di indire una sorta di gara d'appalto che comprendesse anche i pittori di scuola napoletana, fino ad allora esclusi.

Alla richiesta avanzata non vi fu nessuno che rispose felicemente alle aspettative dell'istituzione. Nel 1630 la Deputazione prese contatti con un altro pittore bolognese, Domenico Zampieri, detto il Domenichino, al quale chiese un test che il pittore bolognese realizzò in pietra sanguigna raffigurante il martirio di San Gennaro, nei pressi del Vesuvio e la solfatara di Pozzuoli. Il quadro, seppur semplice e che oggi è conservato ed esposto nel museo del tesoro di San Gennaro, piacque alla Deputazione tant'è che l'11 novembre 1631 gli fece sottoscrivere il contratto.

Il San Gennaro esce illeso dalla fornace di Jusepe de Ribera (altare maggiore di destra)

Il Domenichino eseguì la maggior parte degli affreschi commissionatigli. A morte improvvisa del Domenichino, avvenuta nel 6 aprile del 1641, dopo due giorni venne a sostituirlo nei lavori interni alla cupola un altro pittore natio e di scuola emiliana, Giovanni Lanfranco.[5]

Poi, però, la Deputazione il 6 giugno del 1646 volle finalmente affidare a un noto pittore napoletano, Massimo Stanzione, la realizzazione del ramo (olio su rame) raffigurante il Miracolo dell’Ossessa, sulla sinistra guardando l’altare maggiore, che il Domenichino non aveva ultimato. Il quadro realizzato da Massimo Stanzione con lo stesso soggetto (San Gennaro che libera l'ossessa) dapprima sostituì l'incompiuto del Domenichino che fu sistemato nella sagrestia dell'Immacolata (oggi parte del complesso museale del tesoro di san Gennaro), poi la Deputazione nel 1763 decise di invertire le due opere in quanto il quadro del Stanzione non si uniformava al tema pittorico del Domenichino presente e prevalente nella cappella.

La Deputazione affidò, invece, a Jusepe de Ribera la pala olio su rame dell'altare di destra raffigurante San Gennaro esce illeso dalla fornace, considerata dagli esperti una delle più belle opere del pittore spagnolo per la plasticità dei personaggi, per la cura dei particolari e per la straordinaria capacità espressiva.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Arte e architettura[modifica | modifica sorgente]

La costruzione della cappella, iniziata l'8 giugno del 1608, fu affidata all’architetto Francesco Grimaldi, già molto noto a Napoli per aver progettato altre chiese come la Chiesa di Santa Maria della Sapienza, la basilica di San Paolo Maggiore, la chiesa di Sant'Andrea delle Dame ed altre ancora.

Per realizzare l'opera architettonica furono demoliti diversi complessi preesistenti, come un oratorio, la piccola chiesa di Sant'Andrea e tre cappelle gentilizie del duomo di Napoli ed alcune abitazioni civili.

Il busto reliquiario di san Gennaro del 1305 vestito con piviale e mitra in seta e oro (XVIII secolo)

Il progetto prevedeva un edificio con pianta a croce greca con l'altare maggiore al centro del presbitero e due altari laterali con quattro minori alle basi dei pilastri che reggono la cupola, tipico dello stile del barocco napoletano seicentesco. Francesco Solimena realizzò il nuovo altare maggiore, in porfido, completato nel 1667 che incornicia il paliotto d’argento opera questa di Giovan Domenico Vinaccia eseguita tra il 1692 al 1695. Dietro l'altare, due nicchie con sportelli argentei donati da Carlo II di Spagna nel 1667 custodiscono le ampolle del sangue di San Gennaro. Il busto reliquiario di san Gennaro in oro e argento fu invece realizzato da tre orafi provenzali e donato da Carlo II d'Angiò nel 1305.

Tutta la cappella è contornata da una serie di diciannove sculture bronzee[6] che vede nella centrale, posta al centro dell'altare maggiore, san Gennaro seduto che dirige gli altri diciotto compatroni nella difesa di Napoli dalla fame, dalla crisi, dalla peste e dall'ira del Vesuvio. Le maggiori sculture, compresa quella di san Gennaro del 1645, furono eseguite dal carrarese Giuliano Finelli, allievo di Gian Lorenzo Bernini; l'insieme delle decorazioni marmoree peraltro avevano avuto inizio nel 1610 su disegno del Francesco Grimaldi ed erano state realizzate nell'arco di oltre un ventennio sotto la direzione di Cristoforo Monterosso.

Il cancello in ottone della real cappella fu disegnato invece da Cosimo Fanzago nel 1630[7]sostituendo quello realizzato da Giovan Giacomo Conforto nel 1628.

Sono inoltre presenti cinquantaquattro busti reliquari tutti completamente in argento.

I cicli di affreschi sono invece del Domenichino in prevalenza, con alcuni completamenti (in particolare nella cupola) del Lanfranco. Sono di mano del Domenichino i quattro pennacchi: Voto fatto dai napoletani nel 1527, Incontro di san Gennaro con Cristo nella Gloria Celeste, Vergine che intercede per Napoli e Patrocinio dei santi Gennaro, Agrippina e Agnello Abate così come le Storie della vita di san Gennaro che trovano posto nei tre lunettoni (terminati nel 1633) e nei dodici riquadri dei sottarchi. Le pale d'altare sono tutte riguardanti le Storie della vita del santo e sono tutte sempre del Domenichino ad eccezione di una, il San Gennaro esce illeso dalla fornace (1646), che spetta invece al de Ribera. Del pittore emiliano sono invece: la Decollazione di san Gennaro, gli Infermi guariti con l'olio della lampada, gli Infermi presso la tomba del santo e la Resurrezione di un morto.

Organi a canne[modifica | modifica sorgente]

Organo di sinistra[modifica | modifica sorgente]

Sulla cantoria alla sinistra dell'altare maggiore, si trova il più antico organo a canne di Napoli ancora funzionante[8], costruito nel 1649 dall'organaro Pompeo De Franco.

Lo strumento, a trasmissione meccanica sospesa presenta un prospetto costituito da una cuspide di 25 canne di Principale entro una cornice dorata e riccamente scolpita. La consolle è a finestra ed ha un'unica tastiera di 45 note con prima ottava scavezza ed è priva di pedaliera.

Di seguito, la disposizione fonica dell'organo:

Manuale
Principale 8'
Ottava 4'
XV 2'
XIX 1.1/3'
XXII 1'
Tiratutti

Organo di destra[modifica | modifica sorgente]

L'organo a canne sopra la cantoria alla destra dell'altare maggiore è stato costruito nel 1649 dall'organaro Pompeo De Franco, ma nel 1902 è stato radicalmente restaurato ed alterato da Giovanni e Pietro Petillo[9].

Lo strumento, a trasmissione meccanica sospesa presenta un prospetto fuori cassa costituito da una cuspide di 31 canne di Principale. La consolle ha un'unica tastiera di 54 note con prima ottava cromatica e pedaliera di 13 note costantemente unita al manuale.

Di seguito, la disposizione fonica dell'organo:

Manuale
Principale 8'
Voce umana 8' Bassi[10]
Voce umana 8' Soprani[10]
Salicionale 8'
Flauto 4'
Ottava 4'
Traverso 8'
Pedale
Subbasso 16'
Bassi 8'

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Lo storico documento, datato 13 gennaio 1527 è oggi conservato ed esposto nel Museo del Tesoro di San Gennaro: Die XIII Ianuarii 1527, Neapoli.
  2. ^ H. Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari d’Arpino. Un grande pittore nello splendore della fama e nell’incostanza della fortuna, Bozzi, Roma 2002, pp. 170,171, 496, 497.
  3. ^ Franco Strazzullo La Cappella di San Gennaro, Istituto Grafico Editoriale Italiano, Napoli 1994' pag. 64-66.
  4. ^ Collezioni e quadrerie nella Bologna del Seicento - ebook. URL consultato il 2 ottobre 2012.
  5. ^ F. Strazzullo La Real Cappella del Tesoro di S. Gennaro: documenti inediti, Napoli, Società Editrice Napoletana, 1978, p. 85 n. 265
  6. ^ Napoli e dintorni - ebook. URL consultato il 3 ottobre 2012.
  7. ^ Franco Strazzullo, Architetti e Ingegneri napoletani dal '500 al '700, Napoli 1969 p. 91
  8. ^ L'organo di sinistra
  9. ^ Gli organi della cattedrale di Napoli
  10. ^ a b Registro ad ancia, situato all'interno di un'apposita cassa espressiva

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giovan Pietro Bellori, Le vite de’ pittori, scultori e archietti moderni, Roma 1672, ed. a cura di E. Bora, Torino 1976
  • C. Guerra in M. Gualandi, Pitture della cappella del tesoro di San Gennaro, nella Cattedrale di Napoli, in “Memorie originali di Belle Arti”, serie V, n. 178, 1844
  • Giuseppe Maria Galanti, Nuova descrizione storica e geografica delle due Sicilie, Napoli 1788 tomo II Gabinetto Letterario
  • Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, Milano Borroni e Scotti 1846
  • A. Di Niscia, Storia civile e letterari del Regno di Napoli, Napoli 1846
  • Giuseppe De Miranda, La Badia di S.Biagio in Mirabella Eclano, Napoli, 1938
  • Gino Doria, Storia di una capitale Napoli dalle origini al 1860, Napoli 1952
  • Giuseppe Morelli, Discorso pronunziato in occasione del suo possesso canonico ad Abate del Tesoro di S.Gennaro, Napoli, 1971
  • Franco Strazzullo La Real Cappella del Tesoro di S. Gennaro: documenti inediti, Napoli, Società Editrice Napoletana, 1978
  • Franco Strazzullo, La Cappella di San Gennaro, Istituto Grafico Editoriale Italiano, Napoli 1994
  • Denise Pagano, In Paradiso: gli affreschi del Lanfranco nella Cappella del Tesoro di San Gennaro Electa, Napoli 1996
  • Franco Strazzullo, Napoli e San Gennaro, Fondazione Pasquale Corsicato, Napoli 1997
  • H. Röttgen, Il Cavalier Giuseppe Cesari d’Arpino. Un grande pittore nello splendore della fama e nell’incostanza della fortuna, Bozzi, Roma 2002
  • Paolo Jorio-Franco Recanatesi, Le dieci meraviglie del Tesoro di San Gennaro, Poligrafico dello Stato Roma, 2010

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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