Ratto delle sabine

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Il celebre ratto delle sabine, compiuto da Romolo, poco dopo la fondazione di Roma del 753 a.C., nel dipinto di Pietro da Cortona.

Il ratto delle sabine è una fra le vicende più antiche della storia di Roma, avvolte dalla leggenda.[1] Secondo la tradizione Romolo, dopo aver fondato Roma, si rivolge alle popolazioni vicine per stringere alleanze e ottenere delle donne con cui procreare e popolare la nuova città. Al rifiuto dei vicini risponde con l'astuzia. Organizza un grande spettacolo per attirare gli abitanti della regione e rapisce le loro donne.[2]

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Romolo e Fondazione di Roma.

Romolo, divenuto unico re di Roma, decise per prima cosa di fortificare la nuova città, offrendo sacrifici agli dei secondo il rito albano e dei Greci in onore di Ercole, così com'erano stati istituiti da Evandro.[3] Con il tempo Roma andò ingrandendosi, tanto da apparire secondo Livio "così potente da poter rivaleggiare militarmente con qualunque popolo dei dintorni". Erano le donne che scarseggiavano.[4] Questa grandezza era destinata a durare una sola generazione se i Romani non avessero trovato sufficienti mogli con cui procreare nuovi figli per la città.[5][4]

« ...Romolo su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi popoli e favorire l'unione di nuovi matrimoni. [...] All'ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall'altra temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere»
(Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9.)

Secondo Plutarco, Romolo programmò il ratto per costituire in qualche modo l'inizio della fusione tra il popolo dei Romani e quello dei Sabini.[6]

La gioventù romana non la prese di buon grado, tanto che la soluzione che andò prospettandosi fu quella di usare la forza. Romolo, invece, nel terzo anno del proprio regno[7] decise però di dissimulare il proprio risentimento e di allestire dei giochi solenni, chiamati Consualia, dedicati al dio Conso.[8] [9] Quindi ordinò ai suoi di invitare allo spettacolo i popoli vicini: dai Ceninensi, agli Antemnati, Crustumini e Sabini, questi ultimi stanziati sul vicino colle Quirinale. L'obiettivo era quello di compiere un gigantesco rapimento delle loro donne proprio nel mezzo dello spettacolo. Arrivò moltissima gente, con figli (tra cui molte vergini[4][2]) e consorti, anche per il desiderio di vedere la nuova città.

Il rapimento[modifica | modifica sorgente]

Romolo prese posto tra la folla ed al segnale convenuto, insieme ai suoi uomini, estrassero le spade e catturarono le figlie dei Ceninensi, Crustumini, Antemnati e dei Sabini, lasciando fuggire i loro padri, che abbandonarono la città promettendo vendetta. Alcuni raccontano che furono rapite solo trenta fanciulle, Valerio Anziate cinquecentoventisette, Giuba II seicentottantatré,[10] mentre Plutarco stima non fossero meno di ottocento.[11] A favore di Romolo depose il fatto che non venne rapita nessuna donna maritata, se si esclude la sola Ersilia, di cui ignoravano la condizione. Il ratto fu spiegato da Plutarco non tanto come un gesto di superbia, ma piuttosto come atto di necessità, al fine di mescolare i due popoli.[12] Il ratto avvenne il 21 agosto nel giorno in cui si celebrarono le feste dei Consualia.[13]

Durante il rapimento si sarebbe verificato l'episodio da cui i romani deriverebbero la tradizione di gridare Talasius durante le feste di matrimonio.

(LA)
« Unam longe ante alias specie ac pulchritudine insignem a globo Thalassi cuiusdam raptam ferunt multisque sciscitantibus cuinam eam ferrent, identidem ne quis violaret Thalassio ferri clamitatum; inde nuptialem hanc vocem factam. »
(IT)
« Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre, fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso. Da quell'episodio deriva il nostro grido nuziale. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. I, capoverso 9)

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Il ratto delle Sabine, di Nicolas Poussin.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del lago Curzio, Romolo e Tito Tazio.

Livio sostiene chiaramente che non vi fu violenza sessuale. Al contrario, Romolo offrì alle fanciulle libera scelta e promise loro pieni diritti civili e di proprietà. Egli stesso trovò moglie tra queste fanciulle, il cui nome era Ersilia.[14] I popoli che avevano subito l'affronto chiesero la liberazione della fanciulle, ma il nuovo re di Roma, non solo si rifiutò di rilasciarle, al contrario chiese loro di accettare i legami di parentela con i Romani. Questo significava solo una cosa: la guerra.[15][4]

Dei popoli che avevano subito l'affronto, furono sconfitti prima i Ceninensi,[16][17], poi gli Antemnati,[18][19] ed i Crustumini[18], la cui resistenza durò ancora meno dei loro alleati. Portate a termine le operazioni militari, il nuovo re di Roma dispose che venissero inviati nei nuovi territori conquistati alcuni coloni.[18]

Il celebre ratto delle sabine, compiuto da Romolo, poco dopo la fondazione di Roma del 753 a.C., nel dipinto di Jacques-Louis David. Al centro del dipinto, tra Romolo e Tito Tazio, Ersilia.

L'ultimo attacco portato a Roma fu quello dei Sabini come ci raccontano Livio e Dionigi di Alicarnasso.[20], che prima presero il Campidoglio, con il tradimento di Tarpeia, poi impegnarono i romani in durissimo scontro nella Battaglia del lago Curzio[21].

Fu in questo momento che le donne sabine, che erano state rapite in precedenza dai Romani, si lanciarono sotto una pioggia di proiettili tra le opposte fazioni per dividere i contendenti e placarne la collera.[22][23]

« Là mentre stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall'altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un Dio. Alcune avevano tra le braccia i loro piccoli... e si rivolgevano con dolci richiami sia ai Romani sia ai Sabini. I due schieramenti allora si scostarono, cedendo alla commozione, e lasciarono che le donne si ponessero nel mezzo»
(Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 19, 1-3.)
« Da una parte supplicavano i mariti (i Romani) e dall'altra i padri (i Sabini). Li pregavano di non commettere un crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti per altri. [...] Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non sono di vostro gradimento, rivolgete contro di noi l'ira; noi siamo la causa della guerra, noi siamo responsabili delle ferite e dei morti sia dei mariti sia dei genitori. Meglio morire piuttosto che vivere senza uno di voi due, o vedove o orfane. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.)

Con questo gesto entrambi gli schieramenti si fermarono e decisero di collaborare, stipulando un trattato di pace, sulla via che per questo fatto da allora sarebbe stata chiamata Via Sacra[24], varando l'unione tra i due popoli con comunanza di potere e cittadinanza,[2] associando i due regni (quello di Romolo e Tito Tazio), lasciando che la città dove ora era trasferito tutto il potere decisionale continuasse a chiamarsi Roma,[25] anche se tutti i Romani furono chiamati Curiti (in ricordo della patria natia di Tito Tazio, che era Cures),[26] che vedeva così raddoppiata la sua popolazione (con il trasferimento dei Sabini sul vicino colle del Quirinale). Anche Tito Livio racconta che, per venire incontro ai Sabini, i Romani presero il nome di Quiriti, dalla città di Cures, mentre il vicino lago nei pressi dell'attuale foro romano, fu chiamato in ricordo di quella battaglia e del comandante sabino scampato alla morte (Mezio Curzio), Lacus Curtius.[22]

Critica storica[modifica | modifica sorgente]

Roma è stata appena fondata, ma appare già come la più forte città della regione. In realtà ci vorranno alcuni secoli perché emerga sulle città vicine.
Secondo un'ottica tipica delle società guerriere e patriarcali, Roma è presentata come una città maschile: fondata e resa forte da uomini. Le donne servono per la procreazione e come strumento per stabilire vincoli e alleanze con i popoli vicini.
Secondo l'ideologia militare, il rapimento non si configura come un atto di violenza, ma come una risposta necessaria a un affronto.
La guerra costituisce la base della forza dello stato, che però deve essere anche capace di inglobare i popoli conquistati. Il mito del ratto delle sabine diventa un modello politico: le donne, rapite con la forza, entrano a far parte della cittadinanza, ma il loro matrimonio costituisce la premessa di un'alleanza con il popolo sabino.
Se, da un lato, questo racconto riveste un interesse antropologico (il ratto delle sabine può essere ricondotto a un particolare rituale matrimoniale che avveniva per rapimento), non si può sottacere che la storiografia latina ha mitizzato l'episodio. In ogni modo appare più probabile che la loro penetrazione a Roma sia stata pacifica: forse i Sabini hanno abbandonato i monti della Sabina poiché vedevano nel trasferimento a Roma la prospettiva di una sistemazione in un centro abitativo nuovo e più vivace. Essi si sarebbero così stabiliti sul Quirinale (o forse sul Campidoglio) nell'attesa di venire incorporati nel nascente organismo urbano.[27]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il ratto sarebbe avvenuto il quinto anno dopo la fonadzione di Roma, ossia nel 749 a.C., il 21 agosto, giorno dedicato al dio Conso. Luigi Pompili Olivieri, Annali di Roma, pg. 25, Tipografia Perego Salvioni, Roma, 1836.
  2. ^ a b c Strabone, Geografia, V, 3,2.
  3. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, I, 7-8.
  4. ^ a b c d Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.10.
  5. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9.
  6. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 14, 2.
  7. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 31, 1.
  8. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 14, 3-5.
  9. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 31, 2.
  10. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 14, 6.
  11. ^ Plutarco, Vite parallele, Comparatio tra Teseo e Romolo, 35, 6.
  12. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 14, 7.
  13. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 15, 7.
  14. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 14, 7-8.
  15. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 16, 1.
  16. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, I, 10; Fasti trionfali celebrano per l'anno 752/751 a.C. il trionfo di Romolo sul popolo dei Ceninensi (Caeniensi) Fasti Triumphales : Roman Triumphs.
  17. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 14, 1.
  18. ^ a b c Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 11.
  19. ^ Fasti trionfali celebrano per l'anno 752/751 a.C. il trionfo di Romolo sugli abitanti di Antemnae (Antemnates) Fasti Triumphales : Roman Triumphs.
  20. ^ Dionigi di Alicarnasso, VII, 35, 4; VIII, 78, 5.
  21. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 12-13.
  22. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.
  23. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 19, 1-7.
  24. ^ Appiano di Alessandria, Storia romana (Appiano), Liber I, IV
  25. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.14.
  26. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 19, 8-10.
  27. ^ L. Bessone & R. Scuderi, Manuale di Storia Romana, Monduzzi, Bologna, 1994, pp.30-2.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]