Raboso

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Il raboso è un vitigno autoctono del Veneto, coltivato prevalentemente nel Veneto Orientale, particolarmente nella provincia di Treviso. Il nome deriva molto probabilmente dall'omonimo torrente che scorre tra Valdobbiadene e il Quartier del Piave

Esistono comunque studi dell'istituto di Geisenheim in Germania, che collocano le origini di tale vitigno nella zona sud di Mainz e nella zona di Trier (Treviri) dato il lungo ciclo di maturazione tipico dei vitigni di tale zona e date anche le caratteristiche organolettiche simili riscontrabili nei vini rossi ivi coltivati.

È un vitigno molto rustico che si adatta a tutti i tipi di terreno. Ha grappolo grande e allungato, di forma cilindrica, con un'ala, solitamente ben compatto. L'acino è medio, di forma ovoidale con buccia di colore blu-nero, pruinosa, coriacea, spessa. Polpa sciolta, acidula.

Vendemmia alquanto tardiva. Si coltivano due varietà: Raboso Piave , più acidulo, e Raboso Veronese, più amabile.

Di bevita difficile ha ridotto la sua diffusione. Il Raboso Piave coltivato nella provincia di Padova è conosciuto come Friularo (la letteratura da Goldoni a Maffioli ha spesso elogiato le qualità di questo vino), parola derivante da frio, poiché vitigno storicamente legato alla pratica della vendemmia tardiva, con le uve lasciate in surmaturazione sulla pianta sino alla metà di novembre (tradizionalmente la festa del Friularo ha luogo la terza domenica di novembre), periodo in cui il freddo ha già "mangiato" un poco l'uva. Il nome non ha nulla a che vedere, quindi, con il Friuli, anche perché il biotipo del Raboso diffuso in regione è il Refosco (reso noto, grazie ad alcune cooperative friulane, soprattutto quello cosiddetto dal peduncolo rosso) ed il Terrano nella zona più orientale; sembra comunque, vi sia uno stretto legame fra questi "figli" del Raboso, ed il Tocai rosso. I nomi "piave", "veronese", indicavano anticamente il luogo di coltivazione, attualmente, assieme al Friularo ed al Refosco, solo il tipo di uva. I moderni metodi di vinificazione tendono a rilanciare il raboso rendendolo di gusto più morbido e bevita più facile, senza però togliere corpo e robustezza ad un vino conosciuto per queste caratteristiche.

Alcune aziende trevigiane, per il Raboso, e due aziende padovane della zona a Denominazione di Origine Controllata Bagnoli per il Friularo, stanno riscoprendo e facendo riscoprire anche vini ottenuti dall'appassimento di queste uve, ottenendone di simili ai vini della Valpolicella, equilibrati per acidità (tipica di quest'uva) e dolcezza (accumulata nell'appassimento o nella surmaturazione in pianta) e quindi non stucchevoli come certi passiti bianchi, ottenendo così un prodotto simile al Recioto della Valpolicella per il Friularo Passito, all'Amarone della Valpolicella per il Vendemmia Tardiva. Sono state, tra l'altro, riscontrate altre affinità in questi due vitigni, il Friularo e la Corvina (maggiore componente dei vini della Valpolicella): la presenza di resveratrolo, importante antiossidante.

Meno conosciuto e poco diffuso è il vitigno del raboso bianco. Recenti studi hanno visto alcuni importanti soggetti della vitivinicoltura del Piave, impegnati non solo nella riscoperta della Rabosa bianca e della Rabosina, ma anche un forte impegno nella valorizzazione di una varietà bianca fortemente legata a quella terra, e che ha rischiato e rischia, come la Marzemina bianca, la scomparsa dalle cantine venete.

Il raboso nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Lo scrittore ertano Mauro Corona ha cantato le lodi del raboso in Aspro e dolce, illustrando anche la peculiare tradizione locale relativa al recipiente da cui assaporare tale prelibatezza.

« Vino duro, denso, quasi oleoso, scuro, vino di ciòche, ma onesto, semplice, un vero amico. Il nonno e Piuto, certe sere, prendevano sbronze memorabili. Bevevano sempre dalle stesse scodelle senza mai lavarle. In questo modo all'interno della terracotta veniva a formarsi la gròpola, una crosta violacea e compatta spessa un centimetro. Così se all'inizio la scodella conteneva mezzo litro, dopo qualche anno ne conteneva la metà. »
« Ho bevuto di tutto, dal Brunello di Montalcino al migliore Cabernet, dal Tocai al Barolo, dal Merlòt all’umile Clinton oggi quasi introvabile, e via di questo passo. Ne ho mandato giù una petroliera senza diventare (per ora) alcolista. Ma il mio vino, il vino della memoria, della nostalgia, quello che, come il suo colore, rimarrà indelebile nel ricordo è il vino del vecchio Piuto: il sanguigno, robusto, schietto Raboso. »

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