Quartodecimani

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Per Quartodecimani si intendono coloro che celebrano la Commemorazione della Morte di Cristo nel giorno stesso in cui cade la Pasqua ebraica, ovvero il 14° giorno del mese di Nisan, secondo il volere di Gesù Cristo.

Tale usanza era in voga tra i cristiani del I secolo prima che il cristianesimo fosse ellenizzato e poi trasformato in religione di stato da Costantino, e sopravvisse nelle Chiese Cristiane d'Oriente fino al IV secolo quando fu eliminata per poi essere ripristinata solo nel XX secolo dalle chiese cristiane restaurazioniste.

La questione quartodecimana[modifica | modifica wikitesto]

La questione quartodecimana è un problema che ha caratterizzato i primi quattro secoli del Cristianesimo. La disputa riguardava il giorno in cui si dovesse celebrare la Pasqua, e dunque porre fine al digiuno.

Le comunità asiatiche, a differenza del resto della primitiva comunità cristiana, erano soliti festeggiare la Pasqua il 14 Nisan (da cui il nome "quartodecimani"), secondo il computo ebraico, in qualunque giorno della settimana cadesse, staccandosi dal computo alessandrino e romano, secondo cui la Pasqua si celebrava la domenica successiva, in un primo momento, e poi, a partire dalla fine del III secolo, seguendo il computo attuale, nella prima domenica successiva al primo plenilunio di primavera.

Vicende storiche del quartodecimanismo[modifica | modifica wikitesto]

Secondo un’antica «tradizione, verosimilmente apostolica e collegata, dai vescovi che ne erano custodi, al nome stesso di san Giovanni Evangelista», nella parte orientale dell’impero costantiniano, ed in particolare in Siria, in Mesopotamia ed in qualche zona della Cilicia, vi era l’uso di celebrare la Pasqua il 14 Nisan, come gli Ebrei, qualunque fosse il giorno della settimana. In questo modo si poneva l’accento sulla Passione, come bene si intende leggendo l'Omelia pasquale di Melitone di Sardi, scritta tra il 166 ed il 180. Nel capitolo 46 egli scrive: «Cos’è la Pasqua? Il nome è derivato dall’accaduto: celebrare la Pasqua viene infatti da patire». Infatti, molti autori tra il II ed il III secolo basavano la loro adesione al rito quartodecimano sulla convinzione che il termine Pascha (πάσχα) derivi dal verbo greco πάσχειν, che significa appunto patire, e non da Pèsah, che in ebraico significa invece passaggio. Naturalmente Melitone non è l’unico testimone, ma ne abbiamo altri, sia favorevoli all’uso quartodecimano, come Apollinare di Gerapoli, che scrive negli stessi anni, sia contrari, come Ippolito Romano, vissuto a cavallo del II e III secolo.

Il più autorevole fautore di questa usanza fu San Policarpo di Smirne, l'ultimo discepolo diretto di San Giovanni. Questi, durante un suo viaggio a Roma, cercò persino di convincere Papa Aniceto della correttezza della tradizione quartodecimana; non riuscì nel suo intento, ma, comunque, non si crearono scismi all'interno della Chiesa.

Le altre Chiese cristiane, facenti capo alle sedi di Roma ed Alessandria, festeggiavano la Pasqua la domenica successiva al 14 Nisan, qualunque fosse il giorno del mese in cui cadesse la festa. In seguito, si legò la festa all’equinozio di primavera, per l’influenza dei cristiani ellenisti, convinti che una ricorrenza annuale non potesse essere scissa dal ciclo solare, che per gli Ebrei era totalmente superflua. Questa tradizione si lega all’idea di Pasqua come passaggio dell’uomo, è una festa “antropologica”, in cui il protagonista è l’uomo, riprendendo in tal modo il concetto allegorico di Filone Alessandrino. La Resurrezione, che avviene di domenica, è la rinascita dell’uomo, morto nel peccato e rinato nella virtù cristiana. In questo modo il giorno di Pasqua diventa il momento privilegiato per impartire il battesimo, entrando a far parte della comunità il giorno in cui si ricorda la vittoria di Cristo dalla morte e dal torpore dei peccati. Tra gli iniziatori di questa interpretazione, troviamo Clemente Alessandrino, pensatore cristiano vissuto a cavallo del II e III secolo, il primo cristiano ad interpretare la Pasqua come Passaggio, concetto che verrà ribadito da Origene, quando, correggendo l’antico errore sull’etimologia della parola Pasqua, scriverà nel suo De Pascha: «La maggior parte dei fratelli, per non dire tutti, pensano che la Pasqua sia chiamata con questo nome a causa della passione del Salvatore. Ma in realtà presso gli Ebrei la sopraddetta festa non si chiama pascha, ma phas: sono queste tre lettere di phas, più lo spirito aspro che presso di loro è più marcato, che costituiscono il nome della festa, che tradotto significa passaggio».

Ripristinato il significato originario del nome della festa, molti cristiani cominciarono ad accusare i quartodecimani di essere dei giudaizzanti, di non rispettare le prescrizioni del Nuovo Testamento, perché continuavano a celebrare la Pasqua con gli Ebrei, mentre Gesù aveva abolito quella Pasqua, instaurando quella vera. Ciò portò inevitabilmente a uno scontro tra le due “fazioni”, considerata la progressiva unificazione religiosa. Oltretutto, la disparità creava un forte imbarazzo di fronte all’opinione pubblica pagana, che “derideva” una comunità religiosa divisa sulla sua festa più importante. Secondo Eusebio di Cesarea, sin dalla fine del II secolo e per tutto il III secolo, ci furono molti sinodi che cercarono di risolvere la questione, ma che, nonostante ciò, molti vescovi “asiatici”, tra cui il vescovo Policrate di Efeso, continuarono ad osservare la prassi quartodecimana. A questo punto, secondo Eusebio, nel 193 papa Vittore minacciò di recidere la Chiesa minacciando di scomunicare tutti i cristiani che la seguivano[Quale Chiesa?] ed escludere i dissidenti dalla comunità, ma molti, tra cui Sant'Ireneo di Lione, lo esortarono alla pace, e così si evitò il primo scisma.

Tuttavia il vescovo Policrate di Efeso si erse in sua difesa facendo risalire l'usanza addirittura agli apostoli Filippo e Giovanni. A causa delle proteste della maggior parte dei vescovi orientali, la minaccia di scomunica venne ritirata, rimase però la decisione del Papa di celebrare la Pasqua di domenica. Tale decisione venne ribadita nel Concilio di Nicea del 325, ma gli orientali continuarono con le loro usanze quartodecimane fino al Concilio di Antiochia del 341.

Il concilio di Nicea[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Concilio di Nicea I.

Sempre secondo la narrazione di Eusebio, questa disputa fu considerata tanto disdicevole per la comunità cristiana, che già nel 314, il Concilio di Arles aveva chiesto a papa Silvestro di indicare, con precise istruzioni, un’unica data della Pasqua. Ciò dimostra che la questione era molto avvertita tra i vertici ecclesiastici, e che lo stesso Costantino la considerò un problema, comprendendo bene che l’unità della Chiesa avrebbe favorito l’unità dell’impero. Così, nel 325, fu convocato il primo Concilio Ecumenico, a cui parteciparono i vescovi di tutto l’impero. Tuttavia, dal canone del Concilio, non sembra che i Padri abbiano preso una decisione precisa, ma che si siano limitati a decretare che le Chiese orientali si adattassero all’uso romano.

Le Chiese orientali sottoscrissero l’accordo sull’unità del computo della data per la celebrazione della Pasqua, ma, naturalmente, sorsero forti critiche. Molti accusarono i padri conciliari di aver abbandonato un uso istituito dagli apostoli e conservato dai vescovi loro successori per asservirsi al potere temporale, per puro spirito di servilismo cortigiano. Così, nonostante si fosse stabilita un’unica data pasquale, molti continuarono a seguire l’antico costume, nonostante nel Concilio di Antiochia del 341 si fosse decretata la scomunica per coloro che non si adeguassero alle disposizioni di Nicea e continuassero a celebrare la Pasqua con i Giudei. Così alla fine del IV secolo gli Audiani, pur celebrando la Pasqua di domenica continuarono a seguire il computo giudaico, così come ce ne porta testimonianza Epifanio. Questi gruppi dissidenti si basavano su testi quali la Costituzioni apostoliche o la Didascalia siriaca, che risalgono entrambe al III secolo e dispongono di celebrare la Pasqua nei giorni successivi a quella ebraica: «Quando essi fanno festa, voi digiunate e fate lutto per essi, perché nel giorno della festa crocifissero Cristo; quando poi essi fanno cordoglio mangiando gli azzimi con erbe amare, voi fate festa».

Nonostante queste divergenze, il Concilio aveva raggiunto il suo obbiettivo, perché i Padri che vi parteciparono avevano principalmente tre scopi. Il primo era quello di distaccarsi dal computo ebraico, perché il legame era considerato particolarmente imbarazzante in quanto si sarebbe condivisa la festa più importante con il popolo che aveva compiuto l’empio delitto di uccidere il Figlio di Dio. Il secondo era quello di non far cadere la Pasqua prima dell’equinozio di primavera, così che si celebrasse nel primo mese dell’anno, simbolo della rinascita e della vita eterna. Il terzo fu quello di celebrare la Pasqua in periodo di plenilunio, per rispettare la memoria storica, che voleva Cristo morto il 14 Nisan, primo giorno di luna piena. Fu un provvedimento di natura prevalentemente pratica, che mirava a risolvere il problema delle divergenze per festeggiare unanimemente e contemporaneamente la Pasqua.

Retaggi del quartodecimanismo[modifica | modifica wikitesto]

Montanisti[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni autori cristiani riportano di una chiesa quartodecimana che sopravvisse fino al V secolo, ma probabilmente si tratta della chiesa montanista, che adottò tale usanza.

Audiani (IV secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Tale setta, di stampo ascetico, fu fondata da Audius, arcidiacono di Edessa per i suoi dissidi con la Chiesa ufficiale sul calcolo della data della Pasqua e per il sentimento di ripulsione verso la ricchezza e la lussuria di alcuni vescovi.

Sant'Epifanio di Salamina, che li chiamava antropomorfiti a causa della loro credenza in un'immagine di Dio dalla natura materiale e corruttibile, narra che accusavano la chiesa ufficiale di aver cambiato la data della Pasqua in ossequio ai voleri dell'imperatore Costantino I.

Teodoreto di Cirro, nella sua opera principale, l'Historia Ecclesiastica li descriveva come manichei e gnostici dediti allo studio dell'Apocalisse di Abramo. Alla descrizione dell'eresia è dedicato l'intero IX Capitolo del Libro IV, intitolato "Dell'eresia degli Audiani"

Il fondatore della setta, Audius, fu esiliato in Ucraina e qui iniziò un'opera di conversione dei Goti.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Riferimenti[modifica | modifica wikitesto]

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