Protocollo di Maputo

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Il protocollo di Maputo è un trattato sui diritti delle donne in Africa adottato dall'Unione Africana l'11 luglio 2003 a Maputo, in Mozambico, nel contesto degli accordi definiti dalla Carta Africana dei Diritti dell'Uomo e dei Popoli. Il progetto del protocollo prese avvio nel 1995, in un incontro dei capi di stato dei paesi membri dell'UA.

Il trattato è composto da 32 articoli che impegnano i paesi che lo ratificano ad adeguare la propria legislazione interna introducendo una serie estesa di diritti delle donne, tra cui il diritto alla dignità, alla vita, all'integrità psichica, all'eredità alla morte del marito, al possesso della terra, all'istruzione, al matrimonio consensuale, alla contraccezione e all'autonomia della pianificazione familiare. Nel protocollo vengono anche condannate formalmente per la prima volta tutte le pratiche tradizionali lesive dell'integrità fisica e psichica delle donne, come le mutilazioni genitali femminili (art. 5).

Il Protocollo di Maputo è entrato in vigore il 25 novembre 2005 a seguito del conseguimento delle 15 ratifiche necessarie; ad oggi è stato firmato da 42 paesi dell'Unione Africana e ratificato da 20.

Paesi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Mutilazioni genitali femminili nel mondo.

Firmatari[modifica | modifica sorgente]

Algeria, Angola, Benin, Burkina Faso, Burundi, Cameroon, Central African Republic, Chad, Côte d'Ivoire, Comoros, Congo, Djibouti, Democratic Republic of the Congo, Equatorial Guinea, Ethiopia, Gabon, Gambia, Ghana, Guinea-Bissau, Guinea, Kenya, Libya, Lesotho, Liberia, Madagascar, Mali, Mozambique, Mauritius, Namibia, Nigeria, Niger, Rwanda, South Africa, Sahrawi Arab Democratic Republic, Senegal, Seychelles, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Swaziland, Tanzania, Togo, Tunisian Republic, Uganda, Zambia, Zimbabwe

Ratificanti[modifica | modifica sorgente]

Angola, Benin, Burkina Faso, Cape Verde, Comoros, Djibouti, Gambia, Ghana, Libya, Lesotho, Liberia, Mali, Malawi, Mozambique, Mauritania, Namibia, Nigeria, Rwanda, South Africa, Senegal, Seychelles, Tanzania, Togo, Zambia, Zimbabwe

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]