Prostituzione nell'antica Grecia

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Prostituta e il suo cliente, raffigurati in una pelike attica, opera di Polignoto di Taso, circa 430 a.C., Museo archeologico nazionale di Atene.

La prostituzione costituiva parte della vita quotidiana degli abitanti della Grecia antica. Nelle città principali, e particolarmente nei porti, quest'attività occupava una buona parte della popolazione, e, per un periodo, divenne la più praticata. La prostituzione nella Grecia antica era legale, e le case di tolleranza non erano mai state minacciate di chiusura.

Ad Atene, il famoso legislatore e giurista Solone fu premiato per aver creato alcune case di tolleranza con prezzi regolati. La prostituzione riguardava entrambi i sessi: le donne di qualunque età e giovani uomini costituivano la maggior parte dei prostituti, mentre la maggior parte della clientela era costituita da persone di sesso maschile.

Prostituzione femminile[modifica | modifica sorgente]

Prostituzione maschile[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Omosessualità nell'Antica Grecia.
Scena erotica di prostituzione maschile tratta da un vaso datato 510 A.C.

I cittadini delle polis greche avevano ampia scelta anche tra i prostituti maschi, i cosiddetti πόρνοι-pornoi[1]. Alcuni di questi accettavano anche una clientela femminile, l'esistenza di gigolò è confermata in epoca classica: il commediografo Aristofane nella sua opera teatrale intitolata Pluto parla di una donna anziana che si lamenta per aver speso tutti i propri risparmi con un giovane amante (v.960-1095). La stragrande maggioranza dei prostituti maschi era in ogni caso rivolta ad una clientela maschile: non erano esenti dalla tassa di soggiorno pagata dalle prostitute femmine ed ottenevano in cambio la stessa protezione legale contro eventuali violenze come le loro controparti femminili.

Prostituzione e pederastia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pederastia greca.

Contrariamente alla prostituzione femminile, che poteva riguardare tutte le età, quella maschile era invece sostanzialmente limitata agli anni dell'adolescenza: negli Amores attribuiti a Luciano di Samosata ma oggi ritenuti apocrifi (l'autore viene quindi indicato come Pseudo-Luciano), si dice espressamente (25-26) che i tentativi di approccio sessuale con un ragazzo sono accettabili fino a quando a quest'ultimo non cresca la barba mentre dopo, con le guance che da morbide divengono ispide e le cosce macchiate da peluria, diviene un atto innaturale ed equivoco. Questo a differenza di una donna che può essere piacevolmente abbracciata dall'epoca in cui è ancora vergine fino alla mezza età[2][3]
Il periodo durante il quale era giudicato favorevolmente l'amore tra un uomo adulto e un giovane si estendeva quindi dall'età della prima pubertà fino alla comparsa della prima barba, quindi per tutta la "giovinezza imberbe" (dai 12-13 anni a circa 20-21): vi sono rari casi di erastes-amanti che continuavano a mantenere i loro eromenos-amati anche successivamente, ma in tal caso venivano pubblicamente disprezzati (Euripide ad esempio continuò a convivere col proprio amato per tutta l'età adulta fino alla vecchiaia) e in certi casi potevano perdere addirittura il diritto di cittadinanza.
In uno dei suoi discorsi intitolato "Contro Timarco" (I, 745) Eschine argomenta in tribunale contro un uomo del genere, il quale fino all'età adulta era stato un noto mantenuto.

Così come la sua controparte femminile, anche la prostituzione maschile nell'antica Grecia non era oggetto d'alcuno scandalo: case di tolleranza in cui lavoravano ragazzi ridotti in schiavitù esistevano non solo nel quartiere a luci rosse nei pressi del porto al Pireo, nel Ceramico (Atene) o al Licabetto, ma praticamente in tutte le zone della città di Atene.
Il più celebre di questi giovani prostituti è forse Fedone di Elide: ridotto in schiavitù dopo la presa della sua isola natale da parte delle truppe ateniesi, venne mandato a lavorare i uno dei bordelli cittadini fino a quando Socrate non lo conobbe e pagò per comprare la sua libertà. Il ragazzo grato divenne un seguace del filosofo ed il suo nome divenne immortale avendo dato il titolo ad uno dei dialoghi maggiori di Platone, per l'appunto il Fedone, riguardante le ultime ore di vita di Socrate prima della sua condanna a morte[4].

Prostituzione e cittadinanza[modifica | modifica sorgente]

Un uomo offre denaro ad un giovane per ottener in cambio una prestazione sessuale

L'esistenza della prostituzione maschile su larga scala indica che la pederastia non era limitata ad una sola classe sociale: se le classi più basse non avevano i mezzi per praticare i rituali di corteggiamento di tipo aristocratico, passando le giornate come spettatori nel Ginnasio-la palestra per scegliere a chi tra i giovani atleti fare regali[5], tutti avevano altresì la possibilità di soddisfare i propri desideri con i prostituti.

I rapporti sessuali con gli schiavi non sembra peraltro essere stata una scelta molto frequente e la prima menzione di ciò si ha solo nel 390 A.C.[6]. Un altro motivo per ricorrere ai prostituti era il tabù sessuale in cui consisteva la fellatio, considerata degradante; di conseguenza in un rapporto omosessuale erastes-eromenos l'amante adulto non poteva in nessun caso chiedere o pretendere che il suo giovane amato, un futuro cittadino, d'eseguire quest'atto,per cui per il sesso orale si ricorreva ai prostituti.
Anche in conseguenza di ciò, seppur legale, la prostituzione rimaneva in parte socialmente vergognosa, umiliante, di norma riservata agli schiavi o più in generale ai "non-cittadini".

Ad Atene l'essere stati prostituti poteva anche avere importanti conseguenze politiche, quali la perdita dei diritti civili pubblici (ἀτιμία-atimia): ciò è dimostrato dal succitato discorso di Eschine che, accusato da Timarco, ribatte proprio accusandolo a sua volta d'esser stato un prostituto durante la giovinezza, pertanto privo del diritto civile di sporgere denuncia contro chichessia.
Il ragionamento di Eschine si spiega così: il cittadino che si prostituisce (πεπορνευμένος-peporneuménos) o che si fa mantenere (ἡταιρηκώς-hētairēkós) è privato del diritto di poter fare dichiarazioni pubbliche perché "ha venduto il proprio corpo per il piacere altrui, pertanto non esiterebbe a vendere neppure gl'interessi della comunità (per il proprio personale vantaggio, è quindi del tutto inaffidabile)" (29 e seg.). Prosegue poi distinguendo sottilmente tra ragazzo che si fa mantenere da un solo uomo e il prostituto vero e propriop: il primo (hêtairêkôs-etera maschio) è meno riprovevole, mentre il secondo, che va con chi paga meglio, non è altro che una "volgare puttana (peporneumenos)"

Secondo Polibio (XII: 15,1) le accuse di Timeo di Tauromenio contro Agatocle di Atrace riprendono lo stesso tema: "un prostituto è una persona che abdica alla propria dignità per favorire i desideri di qualcun altro, come una ghiandaia[7] o una poiana[8], fa vedere il suo didietro al primo che lo vuole".

Tassazione[modifica | modifica sorgente]

Come nel caso delle prostitute femmine anche qui le tasse potevano variare considerevolmente: Ateneo (VI, 241) parla di un ragazzo che mette in vendita la propria bellezza per un obolo; Stratone di Sardi, un autore di epigrammi del II sec. parla di una transazione di 5 dracme per comprare un giovane maschio (Antologia palatina XII, 239). Una lettera attribuita ad uno pseudo-Eschine (VII, 3) stima che i guadagni di un certo Melanopous siano stati di 3 mila dracme per tutta la durata della sua carriera di prostituto.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il primo uso documentato di questo termine si trova nei graffiti recuperati nell'isola di Thera(Inscriptiones Græcæ, XII, 3, 536). Il secondo è nel Pauto di Aristofane, che risale al 390 A.C
  2. ^ Pseudo-Lucian, Affairs of the Heart, trans. A.M. Harmon (Loeb edition)
  3. ^ Gli Amores dello Pseudo
  4. ^ Citato in Diogene Laerzio, II, 31.
  5. ^ The ἀρπαγμός harpagmos, a Cretan ritual abduction lasting supposedly two months, is hardly compatible with having full-time employment.
  6. ^ Senofonte, Simposio. Contrariamente tale pratica era molto frequente nell'antica Roma.
  7. ^ Per i Greci la cornaccia o ghiandaia non aveva una buona reputazione; da cui il detto "ghiandaie con ghiandaie" ovvero "il simile attrae il simile" usato come un insulto.
  8. ^ In Greco classico la parola usata per poiana è τριόρχης-triórkhês e che significa letteralmente "con tre testicoli"; l'animale era quindi un simbolo di lascivia.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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