Proscioglimento

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Il termine proscioglimento indica, nel diritto processuale penale italiano, la dichiarazione di non doversi procedere oppure la sentenza di assoluzione nei confronti dell'imputato.

La sentenza di proscioglimento può essere emessa al termine della fase istruttoria (cosiddetta sentenza anticipata di proscioglimento) oppure nella fase dibattimentale.

Sentenza anticipata di proscioglimento[modifica | modifica sorgente]

Regolata dall'art. 469 del Codice di procedura penale, la sentenza anticipata di proscioglimento è emessa nei casi in cui l'azione penale è improcedibile oppure se il reato è estinto. Il proscioglimento anticipato predibattimentale trova la sua ragione nell'ottica evidente di economia processuale: non ha senso passare alla fase del dibattimento quando l'esito appare scontato e risultante dagli atti.

Dal momento che, secondo l'art. 129 comma 2° del Codice di procedura penale, prevale il proscioglimento nel merito su quello per l'estinzione del reato, poiché nella fase predibattimentale non è prevista l'ipotesi di proscioglimento nel merito, in questo caso la sentenza non può venire anticipata ma diventa necessario procedere alla fase dibattimentale, adottando la sentenza di assoluzione.

Il proscioglimento anticipato non è possibile in tutti quei casi nei quali l'imputato o il pubblico ministero scelgono di opporsi: sempre nell'ottica della prevalenza del giudizio di merito, viene perciò garantito all'imputato il diritto al giudizio di merito.

La sentenza anticipata di proscioglimento viene pronunciata in camera di consiglio e, dal momento che viene emessa senza il dissenso delle parti, è inappellabile.

Sulla sentenza anticipata di proscioglimento disciplinata dall'art. 469 del codice di procedura penale.[1]

Proscioglimento al termine del processo[modifica | modifica sorgente]

A proposito della sentenza dibattimentale, il codice stabilisce diverse formule di assoluzione o di proscioglimento dell'imputato.

Il proscioglimento nel merito comporta una sentenza di assoluzione (regolata dall'art. 530 C.p.p.), che è differente dal proscioglimento per estinzione del reato (art. 531 C.p.p.) e da quello per improcedibilità (cioè nei casi in cui l'azione penale non doveva iniziare o proseguire; di ciò si occupa l'art. 529 C.p.p.).

Le formule di rito che garantiscono una assoluzione più "ampia" recitano che "il fatto non sussiste" e "l'imputato non ha commesso il fatto". Tali sentenze non sono appellabili dall'imputato, dal momento che non gli permettono un esito maggiormente favorevole.

La formula di assoluzione secondo la quale "il fatto non costituisce reato" è dichiarata tutte le volte in cui si riconosce che il fatto è stato commesso effettivamente dall'imputato, ma manca uno degli elementi costitutivi della fattispecie di reato oppure vi è una causa di giustificazione. Se invece il fatto costituisce reato, è prevista la formula assolutiva secondo la quale "il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile".

La formula "il fatto non è previsto dalla legge come reato" si recita in quei casi in cui all'accusa non corrisponde più nessuna fattispecie legale (tipico esempio è la sopravvenuta abolizione di un reato).

La formula "per insufficienza (o contraddittorietà) delle prove" è utilizzata quando esistono elementi che facciano dubitare seriamente delle prove di responsabilità, ma allo stesso tempo non sono emerse prove dalle quali "risulti evidente" l'estraneità dell'imputato ai fatti contestatigli. Tuttavia la formula assolutoria dubitativa per insufficienza di prove non è contemplata dal nostro codice di procedura penale vigente: l'assoluzione è sempre considerata piena.[non chiaro][senza fonte]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Vedi "Il proscioglimento predibattimentale" di Ivano Iai (2009 - Giuffrè Editore).