Progetto Lebensborn

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« Lo stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione »
(Adolf Hitler, Mein Kampf)

Il Progetto Lebensborn (Progetto Sorgente di Vita) fu uno dei diversi programmi avviati dal gerarca nazista Heinrich Himmler per realizzare le teorie eugenetiche del Terzo Reich sulla razza ariana.

Aveva come motto:

« Per noi sia sacra ogni madre di buon sangue »

Gli inizi del progetto[modifica | modifica sorgente]

Himmler nel 1942
Walther Darré

Dal 1929 le SS furono dirette da Himmler, convinto fautore delle teorie razziste dall'SS-Obergruppenführer Richard Walther Darré, espresse dalla formula Sangue e terra,[1] le volle applicare innanzitutto allo stesso reclutamento delle Schutzstaffel.

A tale scopo era stato costituito alla fine del 1931 lo RuSHA, o SS-Rasse- und Siedlungshauptamt, guidato inizialmente dallo stesso Darré. Era l'ufficio delle SS incaricato di controllare la purezza ideologica e razziale di tutti i membri delle SS. Era l'autorità principale in materia di genealogia e rilasciava ai membri delle SS certificati di attestazione del lignaggio e permessi di matrimonio; era inoltre responsabile dell'esecuzione della politica di colonizzazione dei territori orientali conquistati.

Alle SS si richiedevano non solo certificati attestanti la sanità di tutti i membri della famiglia ma soprattutto un albero genealogico risalente fino al 1650 che ne documentasse la purezza ariana. Nella concezione di Himmler le SS dovevano essere un centro di diffusione della purezza del sangue e, anche attraverso la poligamia, di estensione della razza pura nordica.

La prima disposizione che aprì la strada del programma eugenetico fu l'emanazione dell'Ordine sul matrimonio del 31 dicembre 1931 secondo il quale ogni SS doveva essere autorizzato da Himmler stesso a sposarsi tramite la concessione di un certificato che documentasse la sanità mentale e fisica degli sposi e dei loro antenati.[2]

I dati ricavati venivano trascritti nel libro del clan, il Sippenbuck, segno concreto della eccezionalità razziale delle SS.

Secondo il Reichsfuhrer-SS la Germania con la sua bassa natalità, con l'aumento degli aborti e dei figli illegittimi era un paese malato che era necessario sanare oltrepassando la meschina morale borghese: raccomandava quindi Himmler il 28 ottobre 1939, dopo due mesi dell'entrata nella seconda guerra mondiale:

« Al di là dei limiti imposti dalle leggi, dai costumi e dalle opinioni borghesi, forse necessari, oggi per le donne e le ragazze di puro sangue tedesco diventerà una nobile missione il chiedere ai soldati in partenza per il fronte, siano esse sposate o no, di renderle madri» poiché i soldati potrebbero «non tornare a rivedere il cielo del [loro] paese.» Tanto più l'obbligo di procreare valeva per gli uomini e le donne rimaste in patria »
(Heinrich Himmler, Reichsfuhrer-SS[3])
« Una nazione che nel corso di venticinque anni ha perduto milioni dei suoi figli migliori, semplicemente non può permettersi una simile perdita del suo sangue; perciò se la nazione deve sopravvivere, e se il sacrificio del suo sangue migliore non deve andare perduto, si deve fare qualche cosa in proposito »
(Heinrich Himmler, Reichsfuhrer-SS[4])

La realizzazione[modifica | modifica sorgente]

In realtà sin dal 1935 era stato dato il via al progetto Lebesborn, attraverso un circuito di apposite cliniche aperte in Germania.

Himmler concepì un mistico rapporto tra le SS e le leggende teutoniche di Enrico I l'Uccellatore e Federico il Grande. Nel 1934 fece ristrutturare in Vestfalia il castello di Wewelsburg, con una spesa di undici milioni di marchi, dove organizzare un vero e proprio Ordine delle SS in stile medievale, consacrato alla tutela della purezza razziale.[5][6]

Il 10 dicembre 1935 venne fondata a Berlino la "Lebensborn e.V." ("Lebensborn società registrata"), società amministrata dall'"Ufficio centrale della razza e del Popolamento" in collegamento con diversi uffici per la tutela della madre e del fanciullo.

Organizzazione dell' Amt Lebesborn:

  • Amt H : Heimaufnahme
  • Amt A : Arbeit
  • Amt P : Personal
  • Amt F : Finanzen
  • Amt L : Leitung
  • Amt R : Recht
  • Amt G : Gesundheit
  • Amt Ad : Adoptierungen
  • Amt S : Standes

Il 1 gennaio del 1938 la società, con il nome di Amt L (Ufficio L, dove "L" sta per Lebesborn), passò sotto il controllo diretto dello Stato maggiore delle SS cioè dello stesso Himmler che, per avere più libertà d'azione, trasferì il centro e gli uffici da Berlino a Monaco, nell' ex sede del Centro comunitario ebraico e nella casa requisita dalle SS a Thomas Mann.[7]

I massimi dirigenti dell'organizzazione furono: lo Standartenführer-SS (colonnello) Max Sollman dell'amministrazione, Inge Viermetz della sezione cliniche, il dottor Gregor Ebner della sezione medica, Guenther Tesch della sezione legale.

La prima clinica cominciò a funzionare il 15 agosto 1936: altre ne furono aperte sino a contare, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, sei cliniche con 263 letti per le madri e 487 per i neonati.[8]

Il parziale fallimento[modifica | modifica sorgente]

Il programma Lebensborn, a cui gli ufficiali SS furono obbligati a partecipare, fu finanziato direttamente da una tassa a carico della NSV, l'ente di previdenza sociale dei dirigenti SS.

Himmler nel 1935

Il progetto non riuscì ad avere la larga adesione che si aspettava Himmler, poiché delle 238 000 SS solo 8 000 vi aderirono.[9]

L'obiettivo principale del progetto era indirizzato alle ragazze-madri. Queste, se potevano certificare la loro purezza razziale, ricevevano la migliore assistenza per il parto, un ambiente protetto e la promessa di sottrarle al giudizio negativo delle famiglie e della Chiesa, assicurando loro la massima segretezza. Himmler sperava così di impedire la "degenerazione progressiva della razza germanica", ostacolando gli aborti, le nascite di disabili e far mutare l'opinione comune negativa che si aveva delle ragazze madri.

L'ufficio del Lebensborn decideva se la madre poteva tenere con sé il nato nell'ambito dell'organizzazione. In ogni caso, se entro un anno la madre non aveva le necessarie garanzie economiche e morali per la crescita del bambino, questo veniva dato in adozione, che erano protette con la massima segretezza per rendere impossibile risalire ai genitori naturali dell'adottato. La pratica del conferimento in adozione fu però molto limitata.

Il clima di mistero che accompagnava le SS si estese al Lebensborn, riguardo al quale si diffusero pettegolezzi e dicerie tali che nel dopoguerra si era convinti, anche sulla base dei crimini nazisti perpetrati sulle donne, che l'organizzazione non fosse stata altro che una serie di bordelli per soldati.[10]

La realtà del progetto Lebensborn[modifica | modifica sorgente]

La realtà del progetto Lebensborn era infatti difficilmente percepibile ad un occhio esterno. L'istituzione si occupava con attenzione e professionalità della tutela delle donne partorienti che si affidavano ad essa, ma questo trattamento protettivo privilegiato per principio era riservato solo alla categoria delle “donne di sangue puro” disposte a donare il proprio figlio alla Germania.

Significativa a questo proposito la testimonianza al processo di Norimberga di Gregor Ziemer[11], un educatore americano visitatore per motivi di studio dell'istituzione dello statale per la tutela dei figli illegittimi di madri tedesche di sangue puro. Egli raccontava come le case fossero tutte in ambienti naturali "idillici", lontane dallo smog cittadino e dove le donne ricoverate, salvo le ore dedicate all'istruzione ideologica nazista, erano libere da qualsiasi lavoro domestico.

La clinica visitata da Ziemer, un albergo di lusso requisito ad ebrei, si presentava ariosa, luminosa e igienicamente perfetta. Ziemer ebbe anche modo di assistere al pranzo delle partorienti meravigliandosi della quantità e della qualità dei cibi. Le donne, prima di iniziare a mangiare, salutavano con il braccio teso il ritratto di Hitler sotto una svastica, dicendo in coro: "Nostro Führer ti ringraziamo per la tua munificenza; ti ringraziamo per questa casa; ti ringraziamo per questo cibo. A te dedichiamo tutte le nostre forze: a te dedichiamo la vita nostra e quella dei nostri figli!". Osserva Ziemer: "Ringraziavano un nume. Offrivano a Hitler i loro bambini ancora non nati".[12]

Le statistiche dell'Ufficio Razza e Popolamento constatarono che nei Lebensborn tedeschi avevano partorito circa 2000 donne che avevano dimostrato di possedere i requisiti razziali richiesti.

La germanizzazione[modifica | modifica sorgente]

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale si aprirono per il progetto Lebensborn nuove migliori prospettive con l'apertura di cliniche nei territori occupati di Norvegia, Olanda, Belgio e Francia. In particolare furono aperte "case per le madri" in Belgio a Végimont; in Danimarca a Copenaghen; in Francia a Lamorlaye; nel Governatorato Generale a Cracovia, Otwock e Varsavia; nei Paesi Bassi a Nimega; e in Norvegia a Bergen, Geilo, Hurdalsverk, Klekken, Os, Oslo, Stalheim e Trondheim.

Il compito affidato sembrò essere sempre quello di convincere ragazze-madri non tedesche, ma dalle caratteristiche razziali di purezza del sangue, a ricorrere all'organizzazione per nascondere il peccato, partorire anonimamente e poter poi ritornare nei paesi d'origine. In realtà ora si organizzò un piano criminoso di rapimento di bambini accennato nell'ordinanza dell'inverno del 1941.[13]

Polonia[modifica | modifica sorgente]

Dapprima si ricercarono i bambini negli orfanotrofi polacchi o presso le famiglie che presentavano i tratti razziali di appartenenza alla razza nordica.

Manifesto pubblicitario (1935) per la NSV[14]

In seguito la ricerca dei bambini da "germanizzare" si estese in tutte le direzioni: negli asili, nelle scuole, nelle famiglie di divorziati sino a includervi i bambini di genitori deportati o eliminati nei campi di sterminio oppure presi per strada a caso perché risultavano "a occhio", per i loro capelli biondi e gli occhi azzurri, come appartenenti alla "buona razza". I bambini, dotati di una nuova identità tedesca, obbligati a parlare solo il tedesco e a frequentare scuole tedesche, venivano quindi affidati a nuovi genitori.

Dal 1942 con la collaborazione della NSV (Nationalsozialistische Volkswohlfahrt- Assistenza e salute popolare nazionalsocialista) si operò una cernita per cui i bambini idonei tra i due e i sei anni venivano affidati ai centri di raccolta, mentre quelli "di eccezionale valore razziale" tra i sei e i dodici anni venivano inseriti da Lebensborn in scuole di germanizzazione. Tutti gli altri di razza inferiore erano lasciati morire.

Nelle scuole si diceva ai bambini che i genitori erano morti: la madre per tubercolosi o alcolismo, il padre ucciso da un "bandito polacco": dovevano essere grati ai tedeschi che li avevano resi membri della grande nazione germanica.[15]

Norvegia[modifica | modifica sorgente]

Norvegia. Un soldato tedesco fotografa delle bimbe norvegesi in costume

Nel 1941, l'anno successivo all'invasione, il progetto Lebensborn venne esportato in Norvegia dove conseguì buoni risultati.

Alla fine della guerra, nelle cliniche Lebensborn avevano avuto assistenza seimila donne delle quali due terzi ragazze madri[16] e novemila erano stati i bambini nati con madre norvegese e padre tedesco.[17]

Già dal 1940, il direttore medico del Lebensborn, Gregor Ebner, scriveva a Himmler come fosse auspicabile portare in Germania donne norvegesi.[18] Himmler rispose che "Il trasferimento obbligatorio in Germania delle norvegesi che aspettano un bambino dalle truppe di occupazione tedesca sarebbe un'occasione unica (...) una nordizzazione della Germania meridionale sarebbe più che auspicabile".[19] Ebner in realtà pensava che si dovessero trasferire in Germania non solo le norvegesi incinte di soldati tedeschi, ma le donne nordiche in genere, poiché presentavano caratteristiche razziali migliori delle tedesche, specialmente di quelle della Germania meridionale. Si attuò invece il sistema più semplice per la germanizzazione: il rapimento di bambini norvegesi trasportati in Germania in ospizi appositi per essere adottati o germanizzati.[20]

Europa orientale[modifica | modifica sorgente]

Esame razziale di una bambina

Nell'agosto 1942, un anno dopo l'invasione della Russia, Himmler, su ordine di Hitler, predispose il ritiro dalla guerra dei figli unici (o di coloro che erano rimasti tali) affinché mettessero al mondo nuovi figli "di sangue buono", in modo da impedire l'estinzione delle loro famiglie.

Un mese dopo, così si rivolgeva ai soldati sul fronte russo: "Qualcuno chiederà: Reichsführer, che cosa dobbiamo fare con un uomo che è stato qui sei-otto mesi e che ha un figlio da una russa? Rispondo: bisogna esaminare ogni singolo caso. Se la ragazza è di razza buona sarà accettato: se la ragazza è di razza cattiva l'uomo sarà cacciato e messo in prigione".[21]

Il rapimento e la germanizzazione di bambini di razza pura venne dunque applicato anche in Europa orientale, in particolare in Ucraina con la Heuaktion ("Operazione fieno")[22], secondo le procedure dettate da un documento segreto del 12 giugno 1944 del Ministero dei Territori occupati dell'Est: «il Gruppo Armate di Centro intende catturare da 40.000 a 50.000 ragazzi fra i 10 e i 14 anni per trasferirli nel Reich. Lo scopo è quello di assegnarli come apprendisti a imprese tedesche. L'iniziativa - che sarebbe bene accolta dagli industriali - mira non soltanto a prevenire un diretto rinvigorimento delle forze del nemico ma anche a ridurne le potenzialità biologiche»[23]

Le testimonianze dei bambini germanizzati[modifica | modifica sorgente]

I bambini rapiti e germanizzati provenivano occasionalmente anche dai campi di concentramento e dai ghetti dell'Europa occupata dai tedeschi e "adottati" da famiglie in Germania che tenteranno di cancellare i loro ricordi.

Vaclav Zelenka[modifica | modifica sorgente]

Vaclav, biondo e dagli occhi azzurri, abitava a Lidice, un villaggio boemo che subì la rappresaglia tedesca per l'uccisione a Praga del gerarca nazista Reinhard Heydrich, il 29 maggio 1942.

Il villaggio fu raso al suolo; i suoi abitanti sopra i 15 anni uccisi sul posto, le donne deportate a Ravensbruck, quelle incinte in ospedale e «tre bambini portati all'Altreich per la germanizzazione...»[24]

Uno di questi bambini sopravvissuti era Vaclav che venne portato in auto a Praga e rinchiuso in una scuola con la madre per due giorni sino a quando, «Venerdì verso sera - racconta - è venuto in palestra un gruppo di uomini. Ci hanno messo in fila da una parte e le nostre madri dall'altra, dicendo che sarebbero andate non so dove in treno, e noi le avremmo raggiunte in autobus. Ma le nostre madri non volevano crederci, hanno preso tutti i loro figli e li tenevano stretti»

Vaclav separato dalla madre («Da quel momento non ho più visto la mamma»),[25] viene registrato e inviato con gli altri bambini in un ospedale poi in un ghetto da dove, dopo molti controlli, viene trasferito in un orfanotrofio a Puskov, dove si ammala. Guarito viene adottato da una coppia di Dresda.

«Volevano che li chiamassi Mutterchen e Vaterchen, ma io non potevo: e non volevo...ma loro parlavano soltanto il tedesco...e ho cominciato a dimenticare... La guerra è finita...non ricordavo più nemmeno il nome Lidice. Le autorità cecoslovacche mi hanno ritrovato soltanto nel 1947. E sono tornato a casa...del nostro paese è rimasta soltanto una pianura...Ho ritrovato soltanto mia mamma. Mi ha riconosciuto da tre cicatrici che avevo sul petto...»[26]

Sigismund Krajeski[modifica | modifica sorgente]

Rapito dalla sua famiglia a Poznan nel 1943, quando aveva dieci anni, fu portato al campo di concentramento di Kalish e da lì, dopo quattro mesi, a Gmunden in Austria. Nella scuola di germanizzazione Sigismund fa una vita dura: punito e picchiato perché continua a parlare in polacco e non rinnega la sua nazionalità.

«Dei tedeschi venivano nel campo e sceglievano i bambini che gli piacevano... facevano credere che i genitori erano morti... cambiavano il nome e cognome in nomi tedeschi... Quando i tedeschi mi offrivano dei dolci... rispondevo in polacco... le punizioni che seguivano erano terribili... Finalmente riuscii a fuggire»[27]

Anonima[modifica | modifica sorgente]

La madre aveva ricevuto l'ordine di presentarsi con la piccola figlia all'Ufficio Comunale della Gioventù. Lì venne separata dalla mamma e portata a Kalish; dal campo fu trasferita con altre bambine polacche alla scuola di germanizzazione "Illenau".[28]

«Siamo state marchiate alla mano sinistra e al capo...ci dissero "voi metterete al mondo due o tre tedeschi di razza, poi sparirete"...Ci facevano anche continuamente delle iniezioni...penso...che fossero di ormoni per farci raggiungere celermente la pubertà. Di tanto in tanto le SS...ci facevano passare un nuovo esame razziale sempre più severo. Le bambine che venivano scartate non le rivedevano più.»[29]

Alcuni di questi bambini sradicati dalla loro famiglia d’origine e assimilati completamente a quella d’adozione dopo molti anni di vita nel nuovo ambiente familiare e sociale si rifiutarono di riprendere il filo della loro vita spezzata. È il caso di queste due bambine germanizzate:

Hélène Wilkanowicz[modifica | modifica sorgente]

Rapita in Polonia a Pabianice, quando aveva dodici anni dalle SS perché aveva capelli biondi e occhi azzurri. Insieme ad altre bambine venne rinchiusa nel campo raccolta di bambini a Buckau. Nel novembre del 1943 fu mandata alla scuola SS "Illenau" dove si operavano severe selezioni tali che «I bambini non validi che questa scuola respingeva venivano sterminati».[30]

Dopo la guerra, aveva ormai diciassette anni, non volle tornare in Polonia. Non si sentiva tedesca dopo tanti anni «D’altra parte qui mi trattano ancora come una sporca polacca, Dreckpolack. È orribile che in Germania… si rimane uno sporco polacco, come si rimane un sudicio ebreo.» Forse - continua - tornerà in Polonia «Ma io sono malata, soffro ancora per quel periodo. Nostalgia. Una cosa che uccide, das macht sie kaputt. Non trovo più pace…»[31]

Eugenia Ewertowska[modifica | modifica sorgente]

Rapita alla madre il 27 settembre 1943, adottata ufficialmente nel 1947, mentre il governo polacco la stava cercando, dalla famiglia tedesca Horn. Germanizzata, sposata e madre di due bambini, Eugenia, ora con il nome tedesco di Irene, assegnatole da Gunther Tesch,[32] si rifiuta di tornare dalla madre «Non sento nulla per quella donna.Che cosa vogliono ancora da me?… Io voglio la pace… »[33]

Il numero dei bambini rapiti[modifica | modifica sorgente]

La "Gazeta Ludowa", un giornale polacco, scriveva nel 1947 che il numero dei bambini rapiti arrivava a duecentocinquantamila.[34]

Secondo un altro calcolo si arriverebbe invece ad un massimo di duecentomila di cui il 15-20 per cento tornò alla sua famiglia di origine.[35]

Secondo la Croce Rossa polacca furono eliminati, senza contare gli aborti forzati, quarantamila bambini nati nei campi di sterminio che non soddisfacevano i requisiti razziali.[36]

Secondo i dirigenti del Lebensborn il progetto si è occupato di non più di 400-500 bambini di razza pura.[37]

Le ripercussioni del Lebesborn nel dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Il 10 marzo 1948 si tenne il Processo di Norimberga in cui vennero processati e condannati i membri dell'Ufficio centrale della Razza e del Popolamento e del Progetto Lebensborn,[38] ma le conseguenze sulle madri che parteciparono al progetto ed i figli nati all’interno di esso proseguirono per lungo tempo.

Nel dopoguerra oltre ai bambini germanizzati, anche le madri che li diedero alla luce subirono nei paesi scandinavi dolorose ripercussioni. Esse furono chiamate “donne di Hitler” e considerate dai connazionali come “traditrici della Patria”.[39]

Le “madri Lebensborn”, iscritte in liste pubbliche come collaborazioniste, vennero ripudiate dalla famiglia d’origine e licenziate dal proprio posto di lavoro. Le «puttane del crucco» corsero il rischio di essere linciate: «A Odense, una donna che stava per essere aggredita fu costretta a rifugiarsi nel suo tetto. La folla fracassò i vetri per irrompere in casa sua. Alcuni giovani si arrampicarono dietro a lei, lasciandola a terra svenuta. Mentre era incosciente le strapparono i capelli, la rasero integralmente, la violentarono».[40]

Alla fine di maggio del 1945, nella sola Oslo, risultavano arrestate e chiuse in campi di concentramento mille donne e poco dopo il governo norvegese emanò una legge retroattiva che cancellava il diritto di cittadinanza per ogni donna che si fosse sposata con un tedesco nei cinque anni precedenti. Tali misure, ricevettero un forte sostegno da parte della popolazione come dimostrato anche dalle seguenti testimonianze degli storici norvegesi Lars Borgersrud e Kjersti Ericsson, riportate al programma televisivo "La storia siamo noi"[41]:

« L’odio nei confronti dei War Children può essere spiegato nella durezza dell’occupazione tedesca nei confronti del nostro paese. Non si deve dimenticare che diecimila norvegesi sono stati uccisi, mentre altri novemila sono stati deportati in Germania dove hanno subito un trattamento durissimo e almeno milleseicento di loro sono stati uccisi nei lager nazisti. Soprattutto nel nord della Norvegia la popolazione ha reagito all'occupazione rifiutando di collaborare con il nemico e dando vita ad un movimento di resistenza che è durato per tutti gli anni della guerra, per questo molti norvegesi hanno reagito alla drammatica esperienza dell’occupazione identificando questi bambini con il nemico tedesco. »
« Durante la guerra e anche dopo la sua fine la maggior parte della popolazione odiava profondamente i tedeschi ed il sospetto e l’avversione si riversava contro chiunque avesse rapporti con la truppa d’occupazione. Questo sentimento di ostilità era particolarmente forte nei confronti delle donne che avevano rapporti sessuali con gli invasori. Alcune di queste donne hanno avuto poi dei figli dai militari tedeschi e molti di questi bambini sono stati rifiutati dalla nostra gente specie dopo la fine dell’occupazione anche se si trattava di bambini che avevano quattro o cinque anni quando è arrivata la liberazione. »

Si diffonde una mentalità che richiama quella da cui era nato il progetto Lebensborn. Uno dei più diffusi giornali norvegesi sostiene che «tutti questi bambini tedeschi cresceranno e costituiranno una larga minoranza bastarda all’interno del nostro popolo (...) sono incapaci di diventare norvegesi: i loro padri sono tedeschi, le loro madri sono tedesche per mentalità e per comportamento». Si riteneva perciò indispensabile liberarsene, poiché costituivano una minaccia per la purezza dell’identità nazionale.

Un noto psichiatra, Ørnuf Ødegård, affermava che «queste donne sono con ogni probabilità mentalmente ritardate» e «in ragione della teoria dell’ereditarietà anche buona parte dei loro figli lo sarebbe stata».[42]

Dalla teoria si cercò di passare ai fatti: vennero trasferiti trenta bambini in Svezia e si cominciò a pensare ad una deportazione di massa in Australia, poi mai realizzata.

Allontanandosi sempre più nella memoria gli anni della tragedia mondiale, il governo norvegese consentì che le donne prive di cittadinanza potessero rientrare nel loro paese dopo aver firmato una dichiarazione che riconosceva che “l’opinione pubblica è contro di lei, che ci sarebbero state difficoltà e situazioni spiacevoli per lei e i suoi figli, che all’occorrenza avrebbe potuto essere internata, che si trattava di un soggiorno temporaneo”.[43]

L’appello alla Corte europea dei diritti dell’uomo[modifica | modifica sorgente]

Ancora in anni più recenti non si sono spenti gli effetti del progetto Lebensborn: nel marzo 2007, 154 norvegesi, 4 svedesi ed un tedesco, figli del Lebensborn, hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo accusando il governo norvegese di aver messo in atto nei loro confronti una grave discriminazione.

Infatti dopo che una commissione governativa aveva stabilito che i Lebensborn Kinder potessero rimanere in Norvegia, per quello che veniva definito il “vergognoso” comportamento delle madri, che si erano accoppiate con soldati nazisti, i bimbi germanizzati vennero in parte rinchiusi in orfanotrofi o lasciati nelle famiglie di adozione senza che mai potessero conoscere la verità sulla loro nascita; altri infine, picchiati e maltrattati, furono internati in istituti psichiatrici.[44]

Al governo norvegese che, in passato, come tacita ammissione della sua politica discriminatoria, senza mai averla dichiarata apertamente, aveva offerto parziali indennizzi, ora le vittime del Lebensborn chiedono risarcimenti fino a 250 000 euro come prezzo della loro infanzia cancellata.

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che doveva decidere se il ricorso fosse ammissibile, per sanare in qualche modo un doloroso passato, si è pronunciata nel 2007 in appoggio al governo norvegese, ponendo fine ai ricorsi giudiziari.[44]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Darré, 1978, op. cit..
  2. ^ Beccaria Rolfi-Maida, 1997, op. cit., p. 129.
  3. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., pp. 39-40.
  4. ^ Manvell-Fraenkel, 2007, op. cit., p. 158.
  5. ^ Manvell-Fraenkel, 2007, op. cit., pp. 90-91.
  6. ^ Nella trasmissione televisiva Mixer del 10 aprile 1997, Battaglione Lebesborn, a cura di Chantal Lasbats, si sosteneva che il castello fosse un centro ideologico e operativo del progetto Lebensborn.
  7. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., pp. 78-79.
  8. ^ Lilienthal, 1985, op. cit., p. 45.
  9. ^ Beccaria Rolfi-Maida, 1997, op. cit., p. 132.
  10. ^ Beccaria Rolfi-Maida, 1997, op. cit., p. 130.
  11. ^ Gregor Ziemer è stato l'autore del soggetto del film statunitense del 1943 Hitler's Children, incentrato sul progetto Lebensborn, diretto da Irving Reis e Edward Dmytryk.
  12. ^ Ziemer, 1944, op. cit., pp. 26-30. La testimonianza riportata nel libro di Ziemer è la trascrizione fedele di quella tenuta dallo stesso nel Tribunale Militare Internazionale (in Procès des grands criminels de guerre Vol.XXX, doc. PS-2441, pp. 502-541).
  13. ^ Bruno Maida, Civiltà, guerra e sterminio. Far parlare il silenzio: i bambini e la Shoah, p. 125. URL consultato il 23 febbraio 2014.
  14. ^ Assistenza e salute popolare nazionalsocialista (logo in alto a sinistra) e, in particolare, per le "UNTERSTÜTZT DAS HILFSWECK MUTTER UND KIND" (Opera assistenziale per madre e fanciullo).
  15. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., pp. 186-210.
  16. ^ G.Bock, Il nazionalsocialismo in AA.VV. Storia delle donne in Occidente. Il Novecento, Laterza, Roma-Bari, 1992, p. 197
  17. ^ Kjendsli, 1992, op. cit., p. 41.
  18. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., p. 147.
  19. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit..
  20. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit..
  21. ^ Collotti, 1982, op. cit., p. 349.
  22. ^ Höhne, 1968, op. cit., pp. 213-214.
  23. ^ Mayda, 1977, op. cit., pp. 216-218.
  24. ^ Schnabel, 1961, op. cit., pp. 250-251.
  25. ^ Ivanov, 1972, op. cit., p. 275.
  26. ^ Ivanov, 1972, op. cit., pp. 276-377.
  27. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., pp. 191-192.
  28. ^ Un antico istituto trasformato in un asilo per il progetto Lebensborn e per il T4 presso il villaggio di Achern nel Baden.
  29. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., p. 195.
  30. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., pp. 282-283.
  31. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit..
  32. ^ Capo dell'ufficio giuridico del Lebensborn anche dopo la guerra continuava a professare l'avvocatura a Dortmund.
  33. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., p. 285.
  34. ^ Hillel-Henry, 1976, op. cit., p. 252.
  35. ^ Burleigh-Wippermann, 1992, op. cit., p. 285.
  36. ^ Beccaria Rolfi-Maida, 1997, op. cit..
  37. ^ Thompson, 1971, op. cit., p. 53.
  38. ^ Rebecca Abe, Der Lebensborn e.V., shoa.de. URL consultato il 17 maggio 2009.
  39. ^ Il contenuto di quanto segue nel testo e le frasi virgolettate sono basati su Filippo Maria Battaglia, Operazione «Lebensborn», gli innocenti sacrificati alla follia della razza ariana, Il Giornale, 6 luglio 2007, p. 28. URL consultato il 23 febbraio 2014.
  40. ^ Ericsson-Simonsen, 2007, op. cit..
  41. ^ RAI, "La storia siamo noi"
  42. ^ Ericsson-Simonsen, 2007, op. cit..
  43. ^ Ericsson-Simonsen, 2007, op. cit..
  44. ^ a b Lebensborn e l'eugenetica razziale nazista, lager.it. URL consultato il 23 febbraio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Lidia Beccaria Rolfi, Bruno Maida, Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini, Giuntina, 1997, p. 214. ISBN 978-88-8057-057-8.
  • Marc Hillel, Clarissa Henry, In nome della razza, Milano, Sperling & Kupfer, 1976, p. 292. ISBN 0-07-028895-X.
  • (EN) Roger Manvell, Heinrich Fraenkel, Heinrich Himmler: The SS, Gestapo, His Life and Career, Skyhorse Publishing, 2007, p. 320. ISBN 978-1-60239-178-9.
  • Richard Walther Darré, La nuova nobiltà di sangue e suolo, Padova, Edizioni di Ar, 1978. ISBN 978-88-89107-30-0.
  • (DE) Georg Lilienthal, Der "Lebensborn e.V.": Ein Instrument nationalsozialistischer Rassenpolitik, Fischer Taschenbuch Verlag, 1985.
  • Gregor Ziemer, Educazione alla morte. Come si crea un nazista, Londra, Constamble & Co, 1944. ISBN 978-88-8137-233-1.
  • Heinz Höhne, L'Ordine Nero. La storia delle SS, Milano, Garzanti, 1968, p. 357. (ISBN non esistente).
  • Enzo Collotti, Nazismo e società tedesca, 1933-1945, Loescher, 1982. ISBN 88-201-2328-2.
  • Giuseppe Mayda, I dossier segreti di Norimberga. Interrogatori e documenti del processo più celebre della storia, Mursia, 1977.
  • Reimund Schnabel (a cura di), Il disonore dell'uomo, trad. Herma Trettl, Milano, Lerici, 1961. (ISBN non esistente).
  • (DE) Veslemøy Kjendsli, Kinder der Schande ein "Lebensborn-Mädchen" auf der Suche nach ihrer Vergangenheit, Amburgo, Luchterhand, 1992.
  • Kjersti Ericsson, Eva Simonsen (a cura di), I figli di Hitler. La selezione della «razza ariana», i figli degli invasori tedeschi nei territori occupati, Boroli Editore, 2007, p. 204. ISBN 978-88-7493-112-5.
  • Miroslav Ivanov, Obiettivo: Mercedes nera, Milano, Mondadori, 1972.
  • Michael Burleigh, Wolfgang Wippermann, Lo stato razziale. Germania 1933-1945, Milano, Rizzoli, 1992.
  • (EN) Larry V. Thompson, Lebensborn and the Eugenics Policy of the Reichsfuhrer-SS in Central European History, n. Vol. 4, N° 1, marzo 1971, pp. 54-77.
  • Gabriele Zaffiri, Ahnenerbe, l'Accademia delle scienze delle SS, Patti (ME), Nicola Calabria Editore, 2004. ISBN 978-8888-010458-101 .
  • Gabriele Zaffiri, SS-Lebensborn, Patti (ME), Nicola Calabria Editore, 2007. ISBN 978-88-95544-13-7.
  • (FR) Boris Thiolay, Lebensborn: la fabrique des enfants parfaits. Ces Français qui sont nés dans une maternité SS, Flammarion, 2012. ISBN 2-08-124343-1.
  • (EN) Catrine Clay, Michael Leapman, Master race: the Lebensborn experiment in Nazi Germany, Hodder & Stoughton, 1995. ISBN 0-340-58978-7.
  • Dorothee Schmitz-Köster: Deutsche Mutter bist du bereit - Alltag im Lebensborn. Aufbau-Verlag, 2002.
  • Gisela Heidenreich: Das endlose Jahr. Die langsame Entdeckung der eigenen Biographie - ein Lebensbornschicksal. 2002.
  • Kare Olsen: Vater: Deutscher. - Das Schicksal der norwegischen Lebensbornkinder und ihrer Mütter von 1940 bis heute. 2002. (ulteriore risorsa bibliografica in lingua norvegese: Krigens barn: De norske krigsbarna og deres mødre. Aschehoug 1998. ISBN 82-03-29090-6)
  • Jörg Albrecht: Rohstoff für Übermenschen. Published: Artikel in Zeit-Punkte 3/2001 zum Thema Biomedizin, S. 16-18.
  • Benz, W.; Graml, H.; Weiß, H.(1997): Enzyklopädie des Nationalsozialismus. Digitale Bibliothek, CD-Rom, Band 25, Directmedia GmbH, Berlin.
  • Trials of War Criminals - Before the Nuernberg Military Tribunals Under Control Council Law No. 10. Vol. 5: United States v. Ulrich Greifelt, et. al. (Case 8: 'RuSHA Case'). US Government Printing Office, District of Columbia, 1950.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]