Primavera araba

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Primavera araba
Arab Spring map.svg

██ Allontanamento o morte del capo di stato

██ Conflitti armati e cambiamento nel governo

██ Cambiamento del primo ministro

██ Proteste maggiori

██ Proteste minori

██ Proteste collegate

██ Guerra civile

██ Assenza di proteste


Data dal dicembre 2010
Luogo Flag of the Arab League.svg Mondo arabo
Causa Corruzione, povertà, fame, assenza di libertà individuali, violazione di diritti umani, disoccupazione, aumento del prezzo dei generi alimentari, malcontento popolare, desiderio di rinnovamento del regime politico
Schieramenti
Forze governative di:
Egitto Egitto
Siria Siria
Flag of Libya (1977-2011).svg Libia
Tunisia Tunisia
Yemen Yemen
Marocco Marocco
Iraq Iraq
Oman Oman
Arabia Saudita Arabia Saudita
Algeria Algeria
Giordania Giordania
Libano Libano
Sudan Sudan
Gibuti Gibuti
Bahrein Bahrein
Kuwait Kuwait
Flag of Libya.svg Ribelli libici
Flag of Syria 2011, observed.svg Ribelli siriani
Ribelli degli altri Paesi nominati
Effettivi
2.000.000 soldati
35.000 mercenari
3000 carri armati
5.000 cannoni
1.000 aerei
20.000.000 dimostranti
1200 carri armati
2.400 cannoni
1.300 aerei
500 aerei NATO (solo in Libia)
Perdite
140.000 morti in totale
Voci di rivoluzioni presenti su Wikipedia
Mappa del mondo arabo.

Primavera araba (in arabo الربيع العربي al-Rabiae al-ʻArabiyy; letteralmente ribellioni arabe o rivoluzioni arabe) è un termine di origine giornalistica utilizzato perlopiù dai media occidentali per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011.[1]

I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse sono la Siria, la Libia, l'Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l'Algeria, l'Iraq, il Bahrein, la Giordania e il Gibuti, mentre ci sono stati moti minori in Mauritania, in Arabia Saudita, in Oman, in Sudan, in Somalia, in Marocco e in Kuwait.[2][3][4] Le vicende sono tuttora in corso nelle regioni del Medio Oriente, del vicino Oriente e del Nord Africa.[5][6]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le proteste che hanno colpito paesi riconducibili in vario modo all'universo arabo ma anche esterni a tale circoscrizione come nel caso della Repubblica Islamica dell'Iran (che ha in un certo senso anticipato la primavera araba con le proteste post-elettorali 2009-2010) e hanno in comune l'uso di tecniche di resistenza civile, comprendente scioperi, manifestazioni, marce e cortei e, talvolta, anche atti estremi come suicidi (divenuti noti tra i media come "auto-immolazioni") e l'autolesionismo, così come l'uso di social network come Facebook e Twitter per organizzare, comunicare e divulgare certi eventi a dispetto dei tentativi di repressione statale formano la primavera araba. La primavera Araba ha lo scopo di portare (o riportare) le tradizioni del mondo arabo al potere.[7][8][9] I social network tuttavia non sarebbero il vero motore della rivolta, secondo alcuni osservatori, per i quali "il network della moschea, o del bazar, conta assai più dì Facebook, Google o delle email".[10][11] Alcuni di questi moti, in particolare in Tunisia ed Egitto, hanno portato ad un cambiamento di governo, e sono stati denominati rivoluzioni.[12][13] I fattori che hanno portato alle proteste sono numerosi e comprendono, tra le maggiori cause, la corruzione, l'assenza di libertà individuali, la violazione dei nostri diritti umani e delle condizioni di vita, che sono molto dure, che in molti casi rasentano la povertà estrema.[14] Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari e la fame sono da considerarsi tra le principali ragioni del malcontento, le quali sono da ritenersi minacce all'equilibrio mondiale in ordine all'alimentazione di larghe fasce della popolazione nei paesi più poveri nei quali si sono svolte le proteste, ai limiti di una crisi paragonabile a quella osservata nella crisi alimentare mondiale nel 2007-2008.[15][16][17] Tra le cause dell'aumento dei costi, secondo Abdolreza Abbassian, capo economista alla FAO, la "siccità in Russia e Kazakistan accompagnata dalle inondazioni in Europa, Canada e Australia, associate a incertezza sulla produzione in Argentina", a causa di cui i governi dei paesi del Maghreb, costretti ad importare i generi commestibili, hanno scelto l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di largo consumo.[18] Altri analisti hanno messo in risalto il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare la crescita del prezzo dei generi alimentari in tutto il mondo.[19] Prezzi più alti si sono registrati anche in Asia, in India dove ci sono stati rialzi nell'ordine del 18%, mentre in Cina dell'11,7% in un anno.[18]

Le proteste sono cominciate il 18 dicembre 2010 in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si è dato fuoco in seguito a maltrattamenti da parte della polizia, il cui gesto è servito da scintilla per l'intero moto di rivolta che si è poi tramutato nella cosiddetta "rivoluzione dei gelsomini".[20][21] Per le stesse ragioni, un effetto domino si è propagato ad altri paesi del mondo arabo e della regione del Nordafrica, in seguito alla protesta tunisina. In molti casi i giorni più accesi, o quelli dai quali ha preso avvio la rivolta, sono stati chiamati "giorno della rabbia" o con nomi simili.[22][23]

Nel 2014, quattro capi di Stato sono stati costretti alle dimissioni o alla fuga: in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali il 14 gennaio 2011, in Egitto Hosni Mubarak l'11 febbraio 2011, in Libia Muammar Gheddafi che, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, è stato catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011[24][25] e in Yemen Ali Abdullah Saleh il 27 febbraio 2012.

I sommovimenti in Tunisia hanno portato il presidente Ben Ali, alla fine di 25 anni di dittatura, alla fuga in Arabia Saudita. In Egitto, le imponenti proteste iniziate il 25 gennaio 2011, dopo 18 giorni di continue dimostrazioni accompagnate da vari episodi di violenza, hanno costretto alle dimissioni, complici anche le pressioni esercitate da Washington, il presidente Mubarak dopo trent'anni di potere.[26] Nello stesso periodo, il re di Giordania Abdullah attua un rimpasto ministeriale e nomina un nuovo primo ministro, con l’incarico di preparare un piano di "vere riforme politiche".[27]

Sia l'instabilità portata dalle proteste nella regione mediorientale e nordafricana che le loro profonde implicazioni geopolitiche hanno attirato grande attenzione e preoccupazione in tutto il mondo.[28]

Coinvolgimento occidentale[modifica | modifica wikitesto]

Le rivolte furono pianificate dal Dipartimento di stato americano assieme ad alcuni dissidenti dei vari governi arabi, ben prima del loro scoppio. Tali rivolte avrebbero dovuto avere come fine la democratizzazione dei regimi arabi [29][30].

Si può citare, ad esempio, il famoso discorso di Barack Obama fatto nel 2009 presso il Cairo, dal titolo "un nuovo inizio", che fu sostanzialmente l'annuncio di un grande piano di rinnovamento politico dei paesi mediorientali, e che mette piuttosto in evidenza come questa serie di rivolte fosse stata programmata dagli Stati Uniti ben prima del loro scoppio [31].

Durante le sommosse, inoltre, ai cortei pacifici di manifestanti si unirono gruppi di dissidenti locali, addestrati, armati e finanziati da organizzazioni legate al Dipartimento di stato americano (fra cui la Freedom house e il Fondo nazionale per la democrazia).

Accusa di violazione dei diritti umani contro i regimi arabi[modifica | modifica wikitesto]

Furono sparse dai media occidentali notizie non verificate che parlavano di un'eccessiva azione repressiva da parte degli allora vigenti regimi arabi, aventi lo scopo di delegittimare questi ultimi di fronte all'opinione pubblica [32].

Paesi degli scontri principali[modifica | modifica wikitesto]

Tunisia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011.
Zine El-Abidine Ben Ali, ex presidente della Tunisia
La Carovana della Liberazione a Tunisi

Le proteste nel paese iniziano dopo il gesto disperato di un ambulante, Mohamed Bouazizi, che il 17 dicembre 2010 si dà fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce.[33] Il 27 dicembre il movimento di protesta si diffonde anche a Tunisi, dove giovani laureati disoccupati manifestano per le strade della città e vengono colpiti dalla mano pesante operata dalla polizia.[33]

Nonostante un rimpasto di governo il 29 dicembre, le rivolte nel paese non si placano.[33] Il 13 gennaio il presidente tunisino Ben Ali in un intervento sulla tv nazionale si impegna a lasciare il potere nel 2014 e promette che garantirà la libertà di stampa. Il suo discorso però non calma gli animi e le manifestazioni continuano.[33] Meno di un’ora dopo decreta lo stato d’emergenza e impone il coprifuoco in tutto il Paese.[33] Poco dopo il primo ministro Mohamed Ghannouchi dichiara di assumere la carica di presidente ad interim fino alle elezioni anticipate.[34]In serata viene dato l’annuncio che Ben Ali, dopo ventiquattro anni al potere, ha lasciato il Paese.[35]

A fine febbraio alcune decine di migliaia di manifestanti si radunano nel centro di Tunisi per chiedere le dimissioni del governo provvisorio, insediatosi dopo la cacciata dell'ex presidente Zine el-Abidine Ben Ali.[36]

Egitto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivoluzione egiziana del 2011, Tamarod e Golpe egiziano del 2013.
Il quartier generale del Partito Nazionale Democratico di Mubarak messo a fuoco il 28 gennaio

In seguito ai diversi casi di protesta estrema che hanno visto darsi fuoco diverse persone a gennaio, il 25 gennaio violenti scontri si sviluppano al centro del Cairo, con feriti ed arresti, durante le manifestazioni della "giornata della collera" convocata da opposizione e società civile contro la carenza di lavoro e le misure repressive.[37] I manifestanti contrari al regime di Mubarak invocano la liberazione dei detenuti politici, la liberalizzazione dei media, e sostengono la rivolta contro la corruzione e i privilegi dell'oligarchia.[senza fonte]

Il 29 gennaio il presidente Hosni Mubarak licenzia il governo e nomina come suo vice l’ex capo dell’intelligence, Omar Suleiman. Proseguono tuttavia gli scontri e le manifestazioni nelle città egiziane.[38] Il 5 febbraio intanto si dimette l’esecutivo del Partito nazionale democratico di Mubarak, mentre il rais alcuni giorni dopo delega tutti i suoi poteri a Suleiman.[38] L'11 febbraio il vice presidente annuncia le dimissioni di Mubarak mentre oltre un milione di persone continuano a manifestare nel paese.[39] L'Egitto è lasciato nelle mani di una giunta militare, presieduta dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, in attesa che venga emendata la costituzione e che venga predisposta la convocazione di prossime elezioni presidenziali.[40][41]

Libia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra civile libica.
Il dittatore libico Muammar Gheddafi, ucciso dal CNT il 20 ottobre 2011.
La vecchia bandiera del regno libico usata durante le manifestazioni dalle forze di opposizione

Il 16 febbraio si verificano nella città di Bengasi scontri fra manifestanti, scontenti per l'arresto di un attivista dei diritti umani, e la polizia, sostenuta da militanti del governo. In tutto il Paese, nel frattempo si tengono manifestazioni a sostegno del governo del leader Mu'ammar Gheddafi.[42]

Il 17 febbraio si registrano numerosi morti in accesi conflitti a Bengasi, città simbolo della rivolta libica che intende attuare la cacciata del capo del paese al potere da oltre quarant'anni. Testimoni vicini ai ribelli riferiscono inoltre che sarebbero avvenute vere e proprie esecuzioni da parte delle forze di polizia.[43] Nella data del 17 febbraio, proclamata la "giornata della collera", milizie giunte da Tripoli a Beida, nell'est della Libia colpiscono i manifestanti causando morti e numerosi feriti.[44]

Molti dei decessi registrati in Libia risultano concentrati nella sola città di Bengasi, località tradizionalmente poco fedele al leader libico e più influenzata dalla cultura islamista.[45] Il 20 febbraio il numero delle vittime si avvicina ai 300 morti.[46] Il sito informativo libico "Libya al-Youm" denuncia che "i militari inviati dal regime libico per reprimere i manifestanti di Bengasi stanno usando in queste ore armi pesanti contro le persone riunite davanti al tribunale cittadino" come razzi Rpg e armi anti-carro.[46]

Il 21 febbraio la rivolta si allarga anche alla capitale Tripoli dove i contestatori danno fuoco a edifici pubblici.[47] Nella stessa giornata a Tripoli si fa ricorso a raid dell'aviazione sui manifestanti per soffocare la protesta.[48] Il 21 febbraio cominciano i tradimenti politici: la delegazione libica all’Onu prende nettamente le distanze dal leader Muammar Gheddafi. Il vice-ambasciatore libico, Ibrahim Dabbashi, a capo della squadra diplomatica libica, accusa il colonnello di essere colpevole di "genocidio" e di aver praticato "crimini contro l’umanita".[49] Il 20 ottobre 2011 Muammar Gheddafi viene catturato e ucciso vicino a Sirte. Il suo cadavere è stato poi sepolto nel deserto vicino a Misurata.

Siria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra civile siriana.
Il presidente siriano Bashar al-Assad
La vecchia bandiera della Siria usata durante le manifestazioni dalle forze di opposizione

Il 26 gennaio Ali Akleh ad Amman si da fuoco in segno di protesta contro il governo siriano. A fine gennaio su Facebook vengono invocate manifestazioni in tutto il paese dopo la preghiera settimanale islamica contro "la monocrazia, la corruzione e la tirannia", nella "prima giornata della collera del popolo siriano e delle ribellione civile in tutte le città siriane".[50]

In un'intervista rilasciata al quotidiano statunitense Wall Street Journal Bashar al-Assad, presidente siriano, si è detto convinto del fatto che siano necessarie riforme e che si stia costruendo una "nuova era" in medioriente.[51]

La mobilitazione indetta però per il 4 e 5 febbraio, in contemporanea con la "giornata della partenza" proclamata in Egitto, non ottiene il risultato sperato e scarse risultano le adesioni da parte della popolazione, complice anche il cattivo tempo. Il giorno prima si era rivelato un insuccesso un sit-in indetto davanti alla sede del Parlamento "in segno di solidarietà con studenti, lavoratori e pensionati privi di reddito".[52]

Il 10 febbraio Damasco apre definitivamente ai social network e dopo 5 anni fa cadere il divieto che ne prevedeva l'oscuramento.[53] La decisione di eliminare le limitazioni, secondo quanto riferisce il quotidiano filo-governativo Al-Watan, dimostra "la fiducia del governo nell’uso della rete". Secondo l'opposizione la libera accessibilità ai social network sarebbe un tentativo delle autorità siriane per contrastare attività sediziose contro il regime.[53]

Il 17 febbraio però Tal al-Mallouhi, giovane blogger siriana, viene condannata a cinque anni di carcere dall'Alta corte per la sicurezza dello Stato, con l'accusa di aver lavorato per conto della Cia.[54]

Le sommosse popolari in Siria del 2011-2012 sono un moto di contestazione, simile a quelli che si svolgono nel resto del mondo arabo nello stesso periodo, che interessa numerose città della Siria dal mese di febbraio del 2011. Le proteste, che hanno assunto connotati violenti sfociando in sanguinosi scontri tra polizia e manifestanti, hanno l'obiettivo di spingere il presidente siriano Bashar al-Assad ad attuare le riforme necessarie a dare un'impronta democratica allo stato. In virtù di una legge del 1963 che impedisce le manifestazioni di piazza (solo dopo diverse settimane di scontri formalmente revocata), il regime ha proceduto a sopprimere, anche ricorrendo alla violenza, le dimostrazioni messe in atto dalla popolazione, provocando un numero finora imprecisato di vittime tra i manifestanti e le forze di polizia. In seguito, dalla inizialmente ferma ma sostanzialmente pacifica ribellione popolare, anche a causa della risposta dura e violente del regime, la Siria è precipitata in una guerra civile ancora in atto.

Altri paesi[modifica | modifica wikitesto]

Proteste in corso[modifica | modifica wikitesto]

Proteste de facto terminate[modifica | modifica wikitesto]

Paesi fuori dal mondo arabo[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ micromega - micromega-online » 2011, l’anno della Primavera araba - Versione stampabile
  2. ^ Francesca Paci, L'onda non si ferma: dallo Yemen alla Giordania, dal Marocco alla Siria in La Stampa, 1° febbraio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  3. ^ RIVOLTE M.O. E NORDAFRICA: DALLA CADUTA DI BEN ALI ALL'IRAN (SERVIZIO) in ASCA, 15 febbraio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  4. ^ La mappa della protesta in RaiNews24, 19 febbraio 2011. URL consultato il 21 febbraio 2011.
  5. ^ La "primavera araba" fra autoritarismo e islamismo - SAMIR KHALIL SAMIR
  6. ^ L’Europa e la primavera araba | Presseurop (italiano)
  7. ^ (EN) Lawrence Pintak, Arab media revolution spreading change in CNN, 29 gennaio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  8. ^ Algeria: tre disoccupati si danno fuoco seguendo esempio tunisini in Adnkronos/Aki, 16http://it.wikipedia.org/w/index.php title=Proteste_nel_Nordafrica_e_Medio_Oriente_del_2010-2011&action=edit&section=1 gennaio 2011, p. 03. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  9. ^ Marco Hamam, Egitto in rivolta: il risveglio del gigante in Limes, 29 gennaio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  10. ^ "LE RIVOLTE NON SI FERMERANNO MA I DITTATORI SARANNO SPIETATI" in Governo Italiano RassegnaStampa, 21 febbraio 2011. URL consultato il 21 febbraio 2011.
  11. ^ Redazione, «Macché Twitter, i ribelli sono islamisti» – D. Scalea a “Il Secolo d’Italia” in geopolitica-rivista.org, 15 giugno 2011. URL consultato il 28 giugno 2012.
  12. ^ Roberto Santoro, Il vecchio Egitto del golpe militare e il nuovo della rivoluzione liberale in L'Occidentale, 14 febbraio 2011. URL consultato il 16 febbraio 2011.
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  17. ^ (EN) Mark John, INTERVIEW-Arab protests show hunger threat to world-economist, Reuters, 12 febbraio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  18. ^ a b Vittorio Da Rold, Scoppiano in Algeria le proteste del couscous in Il Sole 24 ORE, 07 gennaio 2011. URL consultato il 4 marzo 2011.
  19. ^ Pietro Longo, Daniele Scalea, Capire le rivolte arabe, IsAG/Avatar, 2011, pp. 41-45
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  21. ^ (EN) KAREEM FAHIM, http://www.nytimes.com/2011/01/22/world/africa/22sidi.html?pagewanted=1&_r=1&src=twrhp in New York Times, 21 gennaio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  22. ^ Gheddafi con i sostenitori contro la "Giornata della collera" in Euronews, 18 febbraio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  23. ^ Giornata della rabbia in Bahrein: scontri e feriti in Il Messaggero, 14 febbraio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
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  25. ^ In Tunisia vince la rivolta. Ben Ali fugge in Arabia Saudita, poteri al premier Ghannouchi in Il Sole 24 ORE, 15 gennaio 2011. URL consultato il 20 febbraio 2011.
  26. ^ Vittorio Emanuele Parsi, Alla fine ha vinto Obama in La Stampa, 12 febbraio 2011. URL consultato il 12 febbraio 2011.
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  29. ^ Rivolte in Egitto e Libia,com'è facilemanipolare la stampa.
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  31. ^ Nazemroaya, La globalizzazione della Nato.
  32. ^ Tony Cartalucci e Nile Bowie, Obiettivo Siria.
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  41. ^ Niccolò Locatelli, Egitto anno zero in Limes, 14 febbraio 2011. URL consultato il 16 febbraio 2011.
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  45. ^ Lucio Caracciolo, IL COLONNELLO NEL LABIRINTO in Governo Italiano Rassegna stampa, 19 febbraio 2011. URL consultato il 19 febbraio 2011.
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  52. ^ SIRIA: FALLISCE LA "GIORNATA DELLA RABBIA" INDETTA ON-LINE in AGI News, 04 febbraio 2011. URL consultato il 21-02-2011.
  53. ^ a b Siria, sì a Facebook e Youtube dopo divieto di 5 anni in Newsnotizie, 10 febbraio 2011. URL consultato il 21-02-2011.
  54. ^ Siria/ Blogger condannata a 5 anni, "lavorava per la Cia" in TMNews, 17 febbraio 2011. URL consultato il 21-02-2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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