Assedio di Capua (211 a.C.)

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Assedio di Capua
La Campania romana
La Campania romana (nell'ovale rosso la città di Capua)

Data 212-211 a.C.
Luogo Capua - Italia
Esito Vittoria dei Cartaginesi
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
8 Legioni
(circa 40.000 uomini)
Circa 30.000 uomini
Perdite
Sconosciuto Sconosciuto
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La Prima Battaglia di Capua venne combattuta nel 212 a.C. tra Annibale e due eserciti consolari armati. Le forze romane erano comandate da due consoli, Quinto Fulvio Flacco e Appio Claudio Pulcro.[1] I Romani furono sconfitti ma riuscirono a ritirarsi in ordine. Annibale poté così temporaneamente rompere il blocco romano intorno a Capua. Una vittoria tattica per i Cartaginesi che non servì ad evitare la caduta della città.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra romano-punica.

Dopo la schiacciante vittoria a Canne (216 a.C.),[2] Annibale raggiunse i primi importanti risultati politico-strategici. Alcuni centri cominciarono a abbandonare i Romani,[3] come Campani, Atellani, Calatini, parte dell'Apulia, i Sanniti (ad esclusione dei Pentri), tutti i Bruzi, i Lucani, gli Uzentini e quasi tutto il litorale greco, i Tarentini, quelli di Metaponto, di Crotone, di Locri e tutti i Galli cisalpini,[4] e poi Compsa, insieme agli Irpini.[5] Non si arrese invece Neapolis, rimasta fedele a Roma.[6]

Il comandante cartaginese inviò a sud nel Bruzio il fratello Magone con una parte delle sue forze, per accogliere la resa di quelle città che abbandonavano i Romani e costringere con la forza quelle che si rifiutavano di farlo.[7]

Capua si consegna ad Annibale (216 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Annibale, invece, con il grosso dell'esercito, si diresse in Campania dove riuscì ad ottenere dopo una serie di trattative la defezione di Capua che a quell'epoca era ancora, per importanza, la seconda città della penisola, dopo Roma.[8] Livio la definisce:

« [...] città lussuriosa per la sua prosperità e per la benevolenza del destino, massimamente corrotta da ogni genere di dissolutezza della plebe, che esercitava la libertà senza limiti. »
(Livio, XXIII, 2.1.)

Livio riferisce che la città venne consegnata al condottiero cartaginese grazie alla trattativa messa in atto da Pacuvio Calavio, un nobile capuano, il quale teneva sottomesso a sé ed alla plebe, il senato cittadino.[9] Le condizioni del trattato sembra fossero le seguenti:

  • nessun magistrato militare o civile cartaginese avrebbe avuto alcun diritto su di un cittadino campano;
  • nessun cittadino campano era obbligato a fare il servizio militare o potesse esercitare un ufficio contro la sua volontà;
  • Capua continuava a conservare i propri magistrati e le sue leggi;
  • Annibale consegnava ai Campani trecento prigionieri romani, per permettere loro di effettuare uno scambio con quoi cavalieri campani che militavano in Sicilia.[10]

I cittadini campani, poi compirono altre azioni di loro iniziativa, come quella di arrestare i prefetti romani degli alleati, oltre ad alcuni cittadini romani, e col pretesto di tenerli sotto custodia, li chiusero nei bagni. A causa del calore asfissiante, morirono tutti in modo atroce.[11] Pochi furono quelli che si opposero all'alleanza campana con Annibale, tra questi ricordiamo Decio Magio, il quale poco dopo venne mandato in esilio; e raggiunte le coste della Cirenaica, venne liberato dal monarca Tolomeo IV, che gli permise di far ritorno a Capua o a Roma. Magio però preferì rimanere in Egitto, sotto la protezione del sovrano della dinastia tolemaica.[12]

Intanto Annibale fece il suo ingresso in città, dove venne ospitato presso i Ninnii Celeri, Stenio e Pacuvio, illustri per nobiltà e ricchezza. Qui Pacuvio Calavio condusse il proprio figlio, strappato a viva forza al fianco di Decio Magio, col quale si era schierato a favore dei Romani. Pacuvio, una volta appreso dal figlio che avrebbe voluto uccidere il condottiero cartaginese, riuscì a distoglierlo da simili propositi, evitando che lo stesso andasse incontro a morte certa.[13] Annibale convocò, quindi, il senato cittadino, lo ringraziò per aver anteposto la sua amicizia all'alleanza con i Romani e promise loro che, una volta terminata la guerra, Capua sarebbe stata a capo dell'Italia e che anche i Romani avrebbero ricevuto dalla stessa nuove leggi.[14]

Continua la campagna di Annibale in Campania (fine del 216 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Campagna di Annibale in Campania 216 a.C. dopo la battaglia di Canne

Annibale, dopo aver ottenuto l'alleanza della seconda città più popolosa della penisola italica, dopo Roma, riprese le operazioni in Campania, tentando invano di sottomettere Neapolis, conducendo il suo esercito nel territorio di Nola con la speranza che anche questa città si arrendesse senza far ricorso alle armi.[15] Fu solo l'arrivo dell'esercito del pretore Marco Claudio Marcello a far cambiare i piani di Annibale,[16] il quale abbandonò Nola e si diresse su Nuceria, che fu saccheggiata e data elle fiamme.[17]

Il condottiero cartaginese, avendo perduto la speranza di poter occupare Nola, dopo un secondo tentativo in cui sembra abbia perduto quasi tremila armati, si diresse su Acerra. Marcello allora fece chiudere le porte e dispose le sentinelle perché nessuno potesse più uscire. Promosse un processo contro quelli che avevano avuto colloqui segreti con il nemico e ne fece decapitare più di settanta per alto tradimento. Dispose inoltre che i loro beni fossero confiscati e divenissero di proprietà del popolo romano e affidò il governo cittadino al senato. Quindi partì anch'egli e pose gli accampamenti sulle alture che sovrastano Suessula.[18]

Il comandante cartaginese, inizialmente tentò di convincere la città di Acerra a consegnarsi volontariamente e arrendersi al lui. Ma quando vide che i suoi cittadini erano risoluti nella loro fedeltà a Roma, decise di porla sotto assedio. Gli Acerrani, avendo capito che la difesa della loro città era alquanto disperata e prima che le trincee poste attorno alla città fossero messe in comunicazione tra loro, preferirono fuggire nel silenzio della notte, attraverso le interruzioni delle trincee cartaginesi, cercando rifugio in quelle città della Campania, ancora alleate a Roma.[19] Annibale, saccheggiata ed incendiata Acerra, quando venne a sapere che il dittatore romano, Marco Giunio Pera, aveva convocato a Casilinum nuove legioni, onde evitare nuove sedizioni a Capua, cercò di anticipare le mosse romane e diresse il suo esercito a Casilinum, che a quel tempo era occupata da una forza di 570 Prenestini, pochi Romani[20] e una coorte di 460 uomini, spinti dalla notizia della disfatta di Canne.[21] Questo numero di armati sembrava sufficiente a difendere le mura di una cittadina tanto piccola, per di più in gran parte circondata dal fiume Volturno. La mancanza di grano però fece sembrare eccessivo il numero di truppe qui asserragliate.[22]

E così Annibale, essendo ormai prossimo a Casilinum, mandò in avanscoperta i Getuli sotto il comando un ufficiale di nome Isalca, per trattare la resa della cittadina, prima in modo amichevole e, in caso negativo, dando l'assalto alla stessa.[23] Le truppe alleate dei Romani, per nulla intimoriti, riuscirono a più riprese a respingere gli assalti dei Cartaginesi, che avevano ormai [[|assedio di Casilinum|messo sotto assedio la cittadina]].[24] Giunto ormai l'inverno, Annibale preferì fortificare l'accampamento, affinché i Casilini non credessero che avrebbe abbandonato l'assedio, e ritirarsi con il grosso dell'esercito nella vicina Capua.[25]

Ozi di Capua (inverno 216/215 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Tito Livio racconta che il comandante cartaginese tenne nelle case della città campana le truppe, per la maggior parte dell'inverno. L'esercito cartaginese che spesso e a lungo si era rinvigorito contro ogni disagio umano, non era abituato agli agi della vita cittadina.[26] E fu così che:

« Questi, che nessuna forza nemica aveva fino ad allora vinto, furono corrotti dall'eccessiva comodità e dai piaceri tanto maggiormente, in quanto erano nuovi ai piaceri, ed ora si trovavano immersi in modo sfrenato. Infatti, il sonno, il vino, i banchetti, le prostitute, i bagni, l'ozio, che con l'abitudine si faceva sempre più dolce, fiaccarono talmente tanto il copro e l'animo dei soldati cartaginesi, che da quel momento in poi, vennero difesi più dalla fama delle vittorie passate che dal loro valore presente. »
(Livio, XXIII, 18.11-12.)

Livio critica la scelta di aver trascorso l'inverno a Capua, poiché ritiene che l'esercito cartaginese non ottenne mai più l'antica disciplina. Essi rimasero impigliati in tresche con donne locali. Altri, una volta riprese le marce e le numerose fatiche militari, si sentirono mancare le forze fisiche e psicologiche, quasi fossero tornati ad essere delle semplici reclute. Furono poi molti a disertare per poter far ritorno a Capua, senza aver ottenuto alcuna licenza.[27] Queste affermazioni vennero però contestate dallo storico italiano, Gaetano De Sanctis, il quale attribuì la riscossa romana, non tanto al fatto che i Cartaginesi si rilassarono con i famosi «ozi capuani», ma alla tenacia, disciplina delle armate romane.[28]

Operazioni militari degli anni 215-213 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Il condottiero cartaginese quindi risalì verso l'importante centro di Casilinum che riuscì a occupare dopo un lungo assedio prolungatosi per alcuni mesi.[29]

Giunto l'inverno del 213/212 a.C., Annibale trasferì il suo esercito a Capua dove rimase fino alla primavera; i suoi uomini ebbero finalmente la possibilità, dopo tre anni di continui combattimenti ed estenuanti avanzate, di riposare godendo dalla calorosa accoglienza della popolazione locale.[30] La tradizione storiografica romana, in particolare Tito Livio, ha enfatizzato l'importanza di questi cosiddetti "ozi di Capua" che avrebbero compromesso la solidità e la combattività dell'esercito annibalico, fiaccato dalle libagioni e dai piaceri del soggiorno nella città campana.[30] Questa interpretazione tradizionale perlatro non trova riscontro in Polibio ed è stata fortemente messa in dubbio dalla storiografia moderna che la ritiene tendenziosa e sostanzialmente errata; in particolare si è evidenziato come anche dopo l'inverno di riposo a Capua, Annibale e il suo esercito dimostrarono la loro superiorità e furono in grado per altri dieci anni di rimanere in campo in Italia senza subire reali sconfitte e senza che gli eserciti romani riuscissero a cacciarli dalla penisola.[30]

Annibale in pratica non riuscì a conquistare definitivamente nessun territorio italico e, per contro, cominciò a trovare difficoltà ad ottenere aiuti. La situazione strategica inoltre nel 212 a.C. divenne più difficile per il cartaginese; mentre egli era accampato a Salapia, sei legioni romane furono concentrate, al comando dei consoli Appio Claudio Pulcro e Quinto Fulvio Flacco, intorno a Capua che si trovò praticamente assediata e con gravi carenze di approvvigionamento.[31]

Assedio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio (storia romana).

Anno 212 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

I Numidi, assieme alla cavalleria capuana, attaccarono il campo romano, vincendo numerose scaramucce e causando molte vittime. I Romani aspettavano i rinforzi di cavalleria di Gracco e non intrapresero alcuna azione decisiva contro Capua. Comunque, prima che i rinforzi arrivassero, Annibale con il suo esercito si mosse in Campania, e si accampò sul Monte Tifata ad est di Capua. Dopo tre giorni, Annibale offrì battaglia e i Romani accettarono il combattimento. Lo scontro fu un combattimento protratto e nessuno dei contendenti riuscì a prevalere, ma ancora una volta la cavalleria dei Numidi colse notevoli successi su quella romana. Vedendo giungere da Sud dei contingenti di cavalleria, senza che se potesse individuare la nazionalità, le armate si separarono e ritornarono nei rispettivi accampamenti. I cavalieri alla fine risultarono essere la superstite cavalleria di Tiberio Gracco, sotto il comando di Cornelio, suo subalterno, che riuscì a congiungersi con le armate consolari.

Sebbene la battaglia non fosse stata decisiva, i consoli decisero di dividere i loro eserciti e ritirarsi completamente dalla Campania. Sia che la decisione fosse dovuta alle perdite, o ad una precisa strategia, Fulvio Flacco si spostò verso Cuma, Appio Claudio verso la Lucania; Annibale entrò a Capua, poi partì all'inseguimento di Claudio. Quest'ultimo riuscì a seminare Annibale ed il suo esercito con parte dei suoi uomini, ma un altro esercito romano, sotto il comando del pretore romano M. Centenio Penula fu spazzato via nella Battaglia del Silaro. dopo questo scontro Annibale, essendo riuscito a rompere l'assedio di Capua, si mosse per attaccare Brindisi. Appena si fu allontanato i consoli romani decisero di assediare di nuovo Capua. La battaglia non ebbe nessun effetto pratico. Capua fu ripresa da Fulvio Flacco, ora proconsole, nel 211 a.C.

Anno 211 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Nuovo arrivo dell'armata cartaginese[modifica | modifica wikitesto]

Annibale che aveva accerchiato la palizzata difensiva del proconsole Appio Claudio Pulcro, in un primo momento cercò di provocarlo col fine di farlo uscire a battaglia;[32] non riuscendoci, decise di infastidirlo costantemente, inviando contro i Romani squadroni di cavalleria a lanciare i loro giavellotti all'interno del campo romano, mentre reparti di fanteria cercavano di svellere la palizzata esterna. [33] E malgrado questo nuovo tentativo, i Romani rimasero fermi nella loro decisione, tanto che con la fanteria leggera dei velites respingevano i loro attacchi, mentre la fanteria pesante rimaneva sotto le insegne, proteggendosi dalla pioggia di giavellotti.[34] Secondo invece la versione di Tito Livio, gli scontri davanti alla città di Capua non furono di poco conto come sembra invece narrare Polibio. Sembra vi fu una vera e propria sanguinosa battaglia.[35]

Annibale era insoddisfatto della situazione di stallo che si era andata così a crearsi, poiché non riusciva né a penetrare all'interno delle mura della città sua alleate di Capua, e neppure a provocare a battaglia i Romani.[36] La riflessione che illustra Polibio dà ragione ai Romani, i quali, in una tattica attendista, memori delle pesanti sconfitte subite in battaglie campali, preferivano trincerarsi intorno alla città campana, e quando necessario, muoversi seguendo le armate cartaginesi parallelamente, sempre in zone montane, mai in pianura, non concedendo più al nemico il vantaggio della miglior cavalleria in campo aperto.[37]

« L'esercito romano non aveva il coraggio di uscire in campo aperto per dare battaglia, poiché temeva la cavalleria cartaginese; preferiva starsene nel proprio accampamento, sapendo che la cavalleria, responsabile di tante sconfitte in battaglia [per i Romani], non avrebbe potuto arrecare alcun danno. Al contrario i Cartginesi non potevano rimanere più a lungo accampati con la propria cavalleria, poiché i Romani avevano distrutto tutti i pascoli esistenti nella zona [...]. »
(Polibio, IX, 4.1-3.)

Il condottiero cartaginese, temendo che in quella posizione potesse trovarsi intrappolato dall'arrivo dei nuovi consoli, che lo avrebbero così tagliato fuori dai necessari rifornimenti, giunse alla conclusione che era impossibile sbloccare un simile assedio con un attacco di forza.[38] La soluzione che egli escogitò fu quella di marciare in modo rapido e inaspettato contro Roma stessa, provocando negli abitanti un tale spavento, da indurre Appio Claudio a sbloccare l'assedio e correre in aiuto della patria, oppure dividere il proprio esercito, nel qual caso sia le forze inviate a Roma in aiuto, sia quelle lasciate a Capua sarebbero state facilmente battibili.[39]

Fatte queste riflessioni, inviò a Capua un corriere libico, che aveva costretto a disertare per passare nel campo dei Romani e da lì raggiungere la citta, chiusa dall'assedio e quindi inaccessibile per i Cartaginesi. Temeva infatti che gli abitanti di Capua credessero di essere stati abbandonati, accettando di arrendersi.[40] Decise così di scrivere una lettera chiarendo i motivi della sua iniziativa di togliere il campo, e fare in modo che gli abitanti di Capua potessero continuare a resistere all'assedio.[41]

E così Annibale, dopo soli cinque giorni dal suo arrivo a Capua, fece cenare i suoi uomini; lasciati accesi i fuochi, tolse il campo in modo che nessuno si accorgesse di quanto stava accadento, almeno fino all'alba successiva.[42]

Annibale toglie l'assedio e si dirige su Roma[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Incursione di Annibale verso Roma.

Con marce rapide attraversò il Sannio, mentre a Roma ancora stavano pensando all'assedio di Capua. Sempre senza farsi scorgere, superò l'Aniene e pose il proprio accampamento a non più di 40 stadi dalla città di Roma.[43]

Con marce rapide attraversò il Sannio, mentre a Roma ancora stavano pensando all'assedio di Capua. Sempre senza farsi scorgere, superò l'Aniene e pose il proprio accampamento a non più di 40 stadi dalla città di Roma.[44] Quando la notizia giunse in città, la popolazione fu profondamente turbata e impaurita,[45] poiché risultava tanto improvvisa ed inaspettata, considerando che mai prima d'ora Annibale si era avvicinato così tanto alla città. Vi era anche il sospetto da parte degli abitanti di Roma che le legioni fossero state distrutte a Capua.[46]

Annibale a Regium[modifica | modifica wikitesto]

Annibale, se inizialmente non disperava di prendere la città, una volta venuto a sapere che proprio in quei giorni i Romani stavano arruolando in cittò due nuove legioni, preferì rinunciare al progetto di assaltarla, dandosi invece a compiere scorrerie per la regione circostante, saccheggiando e incendiando ovunque. I Cartaginesi raccolsero così nel proprio accampamento una grande quantità di bottino, poiché nessuno osava contrastarli.[47] Pochi giorni più tardi, il condottiero cartaginese decise di tornare a Capua, sia perché aveva raccolto sufficiente bottino, sia perché riteneva impossibile assediare la citta, ma soprattutto poiché riteneva che il suo piano avesse sortito l'effetto sperato ora che erano trascorsi un numero di giorni sufficiente, costringendo il proconsole Appio Claudio, a togliere l'assedio dalla città campana e correre a salvare la patria, oppure a dividere l'esercito per mantenere Capua sotto assedio e contemporaneamente tornare a Roma. Entrambe le soluzioni sarebbero state di gradimento del condottiero cartaginese.[48]

Il condottiero cartaginese, che in un primo tempo aveva ordinato di marciare di buona lena, quando venne a sapere che Appio Claudio non aveva tolto l'assedio da Capua,[49] preferì dirigersi verso la Daunia (parte settentrionale della Puglia) e il Bruzio, per giungere a Reggio Calabria in modo così improvviso, che per poco non prese la città, ancora fedele ai Romani.[50] Polibio scrive, elogiando il comportamento dei Romani:

« I Romani protessero la loro patria [Roma], e al tempo stesso non tolsero l'assedio [da Capua]. Non solo, essi rimasero saldamente convinti di quello che facevano e continuarono ad assediare con grande risolutezza i Capuani. »
(Polibio, IX, 9.8.)

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Non appena Capua cadde nelle mani dei Romani, tutte le altre città che fino a quel momento si erano dimostrate ostili a Roma, entrarono in apprensione e cominciarono a cercare ogni occasione buona per passare dalla parte della Repubblica romana.[51] Lo stesso Annibale si trovò in gravi difficoltà, nell'incertezza di come comportarsi, non potendo gestire tante città da un'unica posizione dov'egli si trovava ed in inferiorità numerica, poiché i Romani disponevano di imponenti forze dislocate quasi ovunque.[52] Si trovò così a dover abbandonare numerosi città alleate al loro destino e a togliere alcune guarnigioni da altre, per il timore che i suoi soldati potessero venire uccisi da una rivolta cittadina.[53] Giuse anche a violare i patti, trasferendo gli abitanti da una città ad un'altra e facendone saccheggiare i beni, tanto che alcuni lo accusarono di empietà e crudeltà.[54]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Periochae, 25.7.
  2. ^ Polibio, III, 116, 9.
  3. ^ EutropioBreviarium ab Urbe condita, III, 11.
  4. ^ Livio, XXII, 61.11-12.
  5. ^ Livio, XXIII, 1.1-3.
  6. ^ Livio, XXIII, 1.5-10.
  7. ^ Livio, XXIII, 1.4; Lancel 2002, p. 173.
  8. ^ Polibio, VII, 1, 1-2.
  9. ^ Livio, XXIII, 2-7.
  10. ^ Livio, XXIII, 7.1-2.
  11. ^ Livio, XXIII, 7.3.
  12. ^ Livio, XXIII, 7.4-12 e 10.3-13.
  13. ^ Livio, XXIII, 8-9.
  14. ^ Livio, XXIII, 10.1-2.
  15. ^ Livio, XXIII, 14.5-6.
  16. ^ Livio, XXIII, 14.10-13.
  17. ^ Livio, XXIII, 15.1-6.
  18. ^ Livio, XXIII, 17.1-3.
  19. ^ Livio, XXIII, 17.4-6.
  20. ^ Livio, XXIII, 17.7-8 e 19.17.
  21. ^ Livio, XXIII, 17.13.
  22. ^ Livio, XXIII, 17.14.
  23. ^ Livio, XXIII, 18.1.
  24. ^ Livio, XXIII, 18.2-5.
  25. ^ Livio, XXIII, 18.6-9.
  26. ^ Livio, XXIII, 18.10.
  27. ^ Livio, XXIII, 18.12-16.
  28. ^ De Sanctis 1967L'età delle guerre puniche, vol.III, parte II, pp.212 ss.
  29. ^ Lancel 2002, pp. 177-178.
  30. ^ a b c Lancel 2002, p. 178.
  31. ^ Periochae, 25.7; Granzotto 1991, pp. 222-223.
  32. ^ Polibio, IX, 3.1.
  33. ^ Polibio, IX, 3.2.
  34. ^ Polibio, IX, 3.3.
  35. ^ Livio, XXVI, 5.
  36. ^ Polibio, IX, 3.4.
  37. ^ Polibio, IX, 3.7-11.
  38. ^ Polibio, IX, 4.5-6.
  39. ^ Polibio, IX, 4.7-8.
  40. ^ Polibio, IX, 5.1-2.
  41. ^ Polibio, IX, 5.3.
  42. ^ Polibio, IX, 5.7.
  43. ^ Polibio, IX, 5.8-9.
  44. ^ Polibio, IX, 5.8-9.
  45. ^ Polibio, IX, 6.1.
  46. ^ Polibio, IX, 6.2.
  47. ^ Polibio, IX, 6.5-9.
  48. ^ Polibio, IX, 7.1-3.
  49. ^ Polibio, IX, 7.7.
  50. ^ Polibio, IX, 7.10.
  51. ^ Polibio, IX, 26.2.
  52. ^ Polibio, IX, 26.3-5.
  53. ^ Polibio, IX, 26.6.
  54. ^ Polibio, IX, 26.7-8.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne