Prêt-à-Porter (film)

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Prêt-à-Porter
Pret a porter Altman.png
Marcello Mastroianni e Sophia Loren in una scena del film
Titolo originale Prêt-à-Porter
Paese di produzione USA
Anno 1994
Durata 133 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia
Regia Robert Altman
Soggetto Robert Altman, Barbara Shulgasser
Sceneggiatura Robert Altman, Barbara Shulgasser
Fotografia Jean Lépine, Pierre Mignot
Montaggio Geraldine Peroni, Suzy Elmiger
Musiche Michel Legrand
Scenografia Stephen Altman, William Abello, Françoise Dupertuis
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

Prêt-à-Porter è un film americano del 1994 diretto da Robert Altman.

In questo film, come già in I protagonisti, il regista indaga sul mondo dello spettacolo con il suo ben conosciuto occhio critico rivelatore di luci ed ombre dei mondi nei quali si cala, affrontando non più il mondo del cinema, bensì quello della moda.

Il ritratto risulta decisamente caustico. Il film scatenò aspre critiche da parte del mondo in esso ritratto, il quale, per il rapporto stretto che intende mantenere con il mondo dell'arte, non riesce ad accettare un'immagine che lo faccia assurgere a mera azienda commerciale.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Alla vigilia di una settimana di sfilate, tutto il mondo parigino è in fibrillazione. Un evento tragico, tuttavia, si verifica: tornando dall'aeroporto dove è andato ad accogliere Sergei Oblomov (un sarto russo) il presidente della Camera nazionale della moda Olivier De La Fontaine muore nella sua automobile soffocato da un sandwich. Sergei intimorito si dilegua e la Polizia è convinta che si tratti di un delitto. Il sarto va in un grande albergo, ruba una giacca a quadretti, e si pone alla caccia della vedova del morto (Isabelle, che detestava il marito, alla pari di molti stilisti ed operatori del settore, che ora vengono a porgere ipocrite condoglianze). Tanti, tanti anni prima la splendida Isabelle e Sergei erano stati amanti. Nello stesso albergo Joe Flynn e Anne Eisenhower, giornalisti americani invitati a Parigi, obbligati ad occupare la medesima stanza, trascorrono giorni interi presi da amore, mandando fax in America sulla scorta della sole notizie viste in televisione. Poi ecco le fantasmagoriche sfilate: stilisti isterici come Cort Romney (un omosessuale) ed un avversario-amico (Cy Bianco), che dirige una équipe di modelle, tutte di colore come lui, oppure preoccupati come la seducente madame Simone Lowenthal (amante del defunto Oliver), il cui figlio Jack in pieno défilé della ditta vende l'azienda ad un industriale texano. Tutto si svolge in un clima di gente eccitata e vacua, di invertiti e travestiti, di truccatori, parrucchiere e strepitose modelle, tra veli fruscianti, tessuti costosissimi, con l'onnipresente fotografo Milo O'Brannigan - il migliore a livello internazionale - che fotografa a tradimento tre diverse redattrici delle migliori riviste di moda. Kitty Potter - sempre emergente nel caos generale con microfono in mano per le sue mille interviste televisive alla gente importante - abbandona il proprio lavoro, sconcertata e disgustata dalla sfilata finale: il colpo di scena ideato da madame Lowenthal per farsi applaudire con la sua équipe di modelle totalmente nude.[1]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

"Vogliamo concedere che 'Prêt-à-porter' non morde granché, non graffia, non si accanisce sul mondo dell'alta moda come è stato scioccamente lamentato da alcuni stilisti? Infatti si tratta di un film di puro divertimento, di un'allegra commediola su sfondi continentali come se ne facevano negli anni '50 con musica, donne a gogò e risate garantite. Un Altman piccolo piccolo, se volete, però quale altro regista avrebbe saputo farlo?" (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 18 marzo 1995)"Anche gli attori, in questa frenetica danza quasi macabra sul prêt-à-porter, hanno molto di rado la possibilità di imporsi secondo i loro meriti: la sola, forse, che riesca un po' a tenersi in primo piano è Anouk Aimée in una parte drammatica, sincera, dolorosa, ma quasi tutti gli altri finiscono per proporsi solo come delle comparse di lusso, fianco a fianco con le apparizioni in prima persona (e molto pubblicitarie) di veri gioiellieri e di veri stilisti. Cito comunque per la cronaca, a parte Mastroianni e la Loren che in altre occasioni ci hanno dato certamente di meglio, Kim Basinger, una spumeggiante giornalista televisiva, Jean Rochefort e Michel Blanc, due poliziotti francesi tipo ispettore Clouseau, Lauren Bacall, in una parte di ex redattrice di moda che accentua il suo ex divismo, e Julia Roberts e Tim Robbins cui si affida il compito di dar vita ad una storiella d'amore di due americani a Parigi risolta in puro stile hollywoodiano, ma senza nessuna ironia. Una variopinta girandola, insomma, di fuochi d'artificio, senza però il 'botto' finale." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 18 marzo 1995)"Ma il film un po' stancante nell'insieme è ricco, lieve, brillante, interpretato bene: una farsa con mille cose da guardare e tanti visi da riconoscere, un divertimento, una vacanza. Lo stile di Altman è come sempre frammentato (a volte sfilacciato). La narrazione orizzontale destrutturata, complessa e sinuosa, segue coralmente numerosi personaggi in varie storie intrecciate: niente psicologie, soltanto comportamenti. (...) La storia infinita termina con una sfilata di modelle nude. Se l'immagine volesse simboleggiare una condanna degli orpelli, una scelta di rigore, sarebbe tardiva, illusoria: da un pezzo a Parigi le modelle sfilano nude, e non rinunciano a nulla." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 marzo 1995)

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

« Parigi per la settimana del prêt-à-porter (abito di serie su modello di sartoria) convergono giornalisti, stilisti e curiosi di mezzo mondo. Dalla A di Aiello alla W di Whitaker, sono 31 personaggi (meno dei 49 di Il matrimonio, più dei 24 di Nashville e dei 22 di America oggi), senza contare le 14 celebrità, da Belafonte a Trussardi, nella parte di sé stessi. Stroncature acide o irritate dai critici di lingua inglese, accoglienze severe o deluse dalla maggior parte degli europei. Divertente, elegante, leggero. Spumeggiante perché il suo oggetto è la spuma, superficiale perché il suo tema è la superficialità, l'epopea dell'effimero. Sotto il vestito niente, e filmare il niente non è facile. L'atteggiamento di R. Altman verso il mondo della moda è ambivalente: ammaliato perché lo vede come uno spettacolo di circo (puro teatro), ma non può far a meno, dall'alto dei suoi 70 anni, di descriverlo con l'ironia lucida di un profanatore. Il suo vero bersaglio non è la moda, ma il microcosmo che vi gravita intorno, soprattutto giornalistico. Tutti i personaggi dei media son messi sulla graticola. Con gli altri (compresi i due giornalisti chiusi in camera senza vestiti) si diverte, ma ride con loro, non di loro. Fa eccezione quello di A. Aimée cui è affidata la serietà, un po' anche la morale della storia con la sfilata a sorpresa delle modelle nude nel sottofinale. L'epilogo all'aperto potrebbe essere di Ferreri: un sorriso o un ghigno? »
(di Laura, Luisa e Morando Morandini)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ fonte "RdC - Cinematografo.it"

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]