Pogrom d'Istanbul

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Il Pogrom d'Istanbul (o Disordini di Istanbul; in greco: Σεπτεμβριανά; in turco: 6–7 Eylül Olayları, parole che significano ugualmente eventi di settembre), fu un pogrom, cioè un saccheggio premeditato e tollerato dalle autorità, in prima istanza diretto a colpire il 6 e 7 settembre 1955 la minoranza greca di Istanbul (forte di 100.000 elementi). Ebrei e armeni che vivevano in città furono colpiti anch'essi, subendo danni nelle loro attività commerciali o aggrediti fisicamente.
Il pogrom fu orchestrato dal Partito Democratico - al governo con il suo Primo ministro Adnan Menderes - e dal Partito "Cipro è turca". I disordini furono innescati dalla falsa notizia che la casa natale di Mustafa Kemal Atatürk, nato nel 1881, a Thessaloniki (Tessalonica, in turco Selânik), in Grecia fosse stata danneggiata il giorno prima da un attentato esplosivo.[1]

Una folla di cittadini, appositamente trasportata da zone limitrofe a Istanbul con alcuni camion, assaltarono la comunità greca della città distruggendo e saccheggiando abitazioni e negozi per nove ore. Sebbene gli istigatori del pogrom non esortassero esplicitamente all'uccisione dei greci, tra 13 e 16 greci (inclusi due sacerdoti ortodossi e almeno uno armeno) morirono durante o dopo il pogrom a causa delle percosse o negli incendi appiccati intenzionalmente.[2]

Trentadue greci furono gravemente feriti, inoltre decine di donne greche furono stuprate e un certo numero di uomini fu circonciso di forza dalla folla. 4.348 proprietà greche, 110 alberghi, 27 farmacie, 23 scuole, 21 fabbriche, 73 chiese e oltre un migliaio di abitazioni private di proprietà greca furono distrutte o seriamente danneggiate.[2]

Le stime dei danni variano. Le fonti governative turche parlano di 69,5 milioni di Lire turche mentre i diplomatici del Regno Unito stimano a 100 milioni di sterline l'ammontare dei danni. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese a sua volta parla di 150 milioni di dollari USA e il governo greco invece calcola sui 500 milioni di dollari USA.[2]

Il pogrom accelerò fortemente l'emigrazione dell'etnia greca, riducendo la forte minoranza dei "Romei" - che ammontava nel 1924 a 200.000 elementi - agli appena 2.500 del 2006.[3]

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

I greci di Costantinopoli/Istanbul[modifica | modifica sorgente]

Costantinopoli (odierna Istanbul) fu la capitale dell'Impero Bizantino fino al 1453, quando la città cadde in mano alle forze turco-ottomane.[4] Di fatto la popolazione greca della città, in particolare la comunità dei Fanarioti (cioè della zona del Fanar), svolse un ruolo significativo nella vita sociale ed economica della città e in generale nella vita politica e diplomatica dell'Impero ottomano. Ciò proseguì dopo la nascita dello Stato indipendente della Grecia nel 1829.[5] A seguito della guerra greco-turca, del collasso dell'Impero ottomano e dell'instaurazione di una Repubblica di Turchia, la popolazione greca di Costantinopoli (toponimo che formalmente fu eliminato a favore di quello di Istanbul solo nel 1930) cominciò a declinare numericamente, come dimostrano anche le statistiche demografiche.

Misure punitive, come la Legge Parlamentare del 1932, impedirono ai cittadini turchi d'origine greca l'accesso a una serie di 30 mestieri e professioni, da quelli di sarto e falegname a quelle di medico, avvocato e immobiliarista.[2] La tassa sulle rendite (Varlik Vergisi), imposta nel 1942, servì a ridurre ulteriormente il potenziale economico dell'imprenditoria greca in Turchia.

Contesto[modifica | modifica sorgente]

A partire dal 1954, un certo numero di studenti nazionalisti e di organizzazioni irredentiste, quali la Federazione Nazionale degli Studenti Turchi, l'Unione Nazionale degli Studenti Turchi, insieme agli editori dei maggiori quotidiani della Turchia, fra cui Hürriyet di Hikmet Bilâ, presero a manifestare contro la minoranza greca e il Patriarcato Ecumenico di Istanbul.[2]

Nel 1955 una campagna propagandistica promossa dallo Stato turco e che coinvolse la stampa turca (da sempre caratterizzata da un flebile quanto inevitabile spirito di autonomia nei confronti del potere politico) galvanizzò l'opinione pubblica turca contro la minoranza greca.[2]

Nelle settimane che precedettero il 6 settembre, esponenti politici turchi pronunciarono un certo numero di discorsi anti-greci. Il 28 agosto, il Primo ministro Menderes denunciò che i Greco-ciprioti stavano progettando un massacro di Turco-ciprioti. Il piano turco di far detonare una carica esplosiva il 5–6 settembre nel consolato turco di Tessalonica, seconda città della Grecia (e città natale di Atatürk), innescò il pogrom.

Successivamente l'ex Primo ministro Menderes e l'ex-ministro degli Esteri Fatin Rüştü Zorlu furono arrestati e condannati a morte per impiccagione per aver violato la Costituzione, al termine del processo di Yassiada del 1960–1961. Durante il processo, fu rivelato che la spoletta della bomba al consolato fu spedita dalla Turchia a Tessalonica il 3 settembre. Oktay Engin, agente del Millî İstihbarat Teşkilatı (MİT), che era allora a Tessalonica sotto una finta identità di studente universitario, ebbe l'incarico di installare l'esplosivo.[2]

Oltre al problema di Cipro, anche la cronica problematica situazione economica spinse una parte della leadership politica turca a orchestrare il pogrom. Sebbene fosse una minoranza, la popolazione greca aveva un ruolo rilevante nel mondo degli affari d'Istanbul, condizione che la rendeva un facile bersaglio e un capro espiatorio della crisi economica.[2]

Contrariamente al secolarismo kemalista, il Primo ministro Menderes fece edificare un migliaio di moschee nel corso dei suoi vari mandati governativi.

Organizzazione[modifica | modifica sorgente]

Il processo di Yassiada del 1961 contro Menderes e il ministro degli Esteri Zorlu mise in luce il piano dettagliato del pogrom. Menderes e Zorlu mobilitarono la formidabile macchina organizzativa del Demokrat Parti (DP) e dei sindacati di Istanbul legati al partito. Risultò coinvolto anche il ministro degli Interni Namik Gedik. Secondo l'avvocato di Zorlu nel processo di Yassiada, una folla di 300.000 persone fu raccolta per il pogrom in un raggio di una settantina di chilometri dalla città.[2]

Inoltre, dieci delle diciotto branche del Partito "Cipro è turca" furono dirette da funzionari del DP. Questa organizzazione svolse un ruolo cruciale nell'incitare ad azioni anti-greche la massa dei manifestanti.[2]

Il pogrom[modifica | modifica sorgente]

Pianificazione[modifica | modifica sorgente]

Nel suo libro del 2005, lo storico bizantinista laureato ad Harvard, Speros Vryonis, documentò il ruolo diretto dell'organizzazione che faceva capo al Demokrat Parti e ai sindacati governativi nel radunare i manifestanti che dilagarono in tutta la città di Istanbul. Molti dei manifestanti provenivano dall'Asia Minore occidentale. Il suo case study di Eskişehir mostra come il partito avesse reclutato da 400 a 500 lavoratori dalle officine locali, trasportati in scompartimenti ferroviari di terza classe a Istanbul. A tali reclute fu promesso l'equivalente di 6 dollari statunitensi, che peraltro non furono mai loro versati. Costoro furono accompagnati dalla polizia di Eskişehir, incaricata di coordinare coi leader delle sezioni del partito le distruzioni e i saccheggi una volta che il contingente si fosse frazionato in gruppi e gruppuscoli di 40–50 persone.[2]

Esecuzione[modifica | modifica sorgente]

Autocarri comunali e governativi furono piazzati in punti strategici tutt'intorno alla città per distribuire attrezzi atti a offendere e distruggere — pale, picconi, palanchini, mazze e benzina — mentre 4.000 tassisti privati furano requisiti per trasportare i facinorosi.[2]

A innescare l'esplosione delle azioni delittuose furono un raduno di protesta la notte del 6 settembre, organizzato dalle autorità di Istanbul (che prese a pretesto la questione di Cipro), e la falsa notizia dell'incendio doloso appiccato a Tessalonica alla casa in cui Mustafa Kemal Atatürk era nato. Alle 17,00, il pogrom partì e dall'originale epicentro di Piazza Taksim, i disordini si allargarono durante la serata all'antico suburbio di Pera (oggi Beyoğlu), dove furono fracassate e razziate le proprietà commerciali greche, specialmente lungo la via Yuksek Kaldirim. Alle 18,00, molti negozi greci della principale via commerciale d'Istanbul, Istiklal Caddesi, furono saccheggiati. In numerose strade commerciali le mercanzie furono messe a soqquadro e le merci strappate ai loro legittimi proprietari greci.

La sommossa terminò a mezzanotte per l'intervento dell'esercito turco e fu decretata la legge marziale. Testimoni oculari affermarono tuttavia che ufficiali dell'esercito e poliziotti erano stati fra i primi a partecipare alle violenze e in molti casi ad incitare i dimostranti.

Violenza personale[modifica | modifica sorgente]

Mentre i facinorosi non avevano avuto direttive di uccidere i loro obiettivi, parti della folla andarono ben oltre l'intimidazione dei greci del posto. Fra 13 e 16 greci e un armeno (inclusi due sacerdoti) morirono come risultato del pogrom. Trentadue greci furono gravemente feriti. Uomini e donne furono violentati, e in base al racconto dello scrittore turco Aziz Nesin, uomini, per lo più sacerdoti, furono obbligati a subire la circoncisione da componenti forsennati della folla e un prete armeno morì dopo l'intervento. Nesin scrive:

« Un uomo che era terrorizzato dall'idea di essere bastonato, linciato o fatto a pezzi volle spacciarsi sia per turco sia per musulmano. "Spogliati e facci vedere", quelli replicarono. Il poveretto si dovette abbassare i pantaloni e mostrare la sua "islamicità" e la sua "turchità". E quale sarebbe stata la prova? Che era stato circonciso? Se l'uomo fosse stato circonciso, sarebbe stato salvo. Altrimenti, sarebbe stato "ucciso". In realtà, avendo mentito, il poveretto non si poté salvare da una bastonatura. Uno di quegli aggressivi giovinastri avrebbe voluto tirar fuori il coltello e circonciderlo in mezzo alla strada e in quel caos. Una differenza di due o tre centimetri [di prepuzio] non giustifica un tumulto. Quella notte, molti uomini nelle urla e nel clamore furono "islamizzati" a forza dalla crudele lama del coltello. Tra questi circoncisi c'era pure un prete. »

Danni materiali[modifica | modifica sorgente]

I danni fisici e materiali furono considerevoli e 4.348 case di proprietà di greci, 110 alberghi, 27 farmacie, 23 scuole, 21 imprese e 73 chiese e oltre 1.000 case di greci furono attaccate e distrutte.

Proprietà ecclesiastiche[modifica | modifica sorgente]

In aggiunta agli obiettivi commerciali, la folla si propose intenzionalmente come obiettivo le proprietà della Chiesa ortodossa e quelle da essa amministrate. 73 chiese e 23 scuole furono vandalizzate, incendiate o distrutte, come pure 8 fonti battesimali e 3 monasteri. Ciò costituì circa il 90 % delle proprietà ecclesiastiche nella città. L'antica chiesa bizantina di Panagia a Veligradiou fu vandalizzata e incendiata. La chiesa di Yedikule fu malamente sconciata, come anche la chiesa di S. Costantino di Psammathos. Nella chiesa di Zoodochos Pege a Balikli, le tombe di un certo numero di Patriarchi Ecumenici furono spalancate e dissacrate. L'abate del monastero, il vescovo Gerasimos di Pamphilos, fu selvaggiamente bastonato durante il pogrom e morì per le ferite ricevute alcuni giorni più tardi nell'ospedale di Balikli. Nel rogo appiccato alla sua chiesa, Padre Chrysanthos Mandas fu arso vivo. Il vescovo metropolita di Liloupolis, Gennadios, fu duramente bastonato e perse la ragione. Altrove a Istanbul cimiteri greci furono aggrediti e dissacrati. Secondo alcune testimonianze anche reliquie dei santi furono bruciate e disperse.

Testimonianze[modifica | modifica sorgente]

Una testimonianza oculare fu fornita dal giornalista Noel Barber del londinese Daily Mail il 14 settembre 1955:

« La chiesa di Yedikule fu totalmente fracassata, e un prete fu gettato giù dal letto, i capelli strappati dalla testa e la barba letteralmente strappata dal mento. Un altro vecchio prete greco, Frate Mantas, che era in un casa attigua alla chiesa e troppo malato per essere spostato, fu lasciato nel letto ma alla casa fu appiccato il fuoco ed egli bruciò vivo. Nella chiesa di Yenikoy, un'amena località sul bordo del Bosforo, un prete di 75 anni fu portato in strada, denudato d'ogni suo abito, legato dietro un'autovettura e trascinato lungo le strade. Provarono a strappare i capelli di un altro prete ma, non riuscendoci, lo scalparono e così fecero con molti altri. »

Una testimonianza significativa fu quella di Ian Fleming, l'autore di James Bond, che era a Istanbul per scrivere un servizio sull' International Police Conference come rappresentante speciale del londinese Sunday Times. Il suo racconto, intitolato "The Great Riot of Istanbul" (I grandi disordini di Istanbul), comparve in quel giornale l'11 settembre 1955.

Azioni secondarie[modifica | modifica sorgente]

Mentre il pogrom fu in modo predominante un affare che toccò Istanbul, ci furono alcune aggressioni in altre città della Turchia. La mattina del 7 settembre 1955 a Izmir (Smirne), una folla invase il Parco Nazionale della città, dove si teneva una fiera internazionale, e bruciò i padiglioni greci. Muovendosi poi verso la chiesa di S. Fotini, costruita due anni prima e che assolveva alle necessità religiose degli ufficiali greci (che servivano nei QG regionali della NATO), la massa di persone la distrusse completamente. Le case delle poche famiglie greche e quelle degli ufficiali furono quindi saccheggiate.

Documentazione[modifica | modifica sorgente]

Un gran numero di documenti contemporanei che mostrano l'estensione di quelle vandaliche distruzioni fu consentito dalle fotografie scattate da Demetrios Kaloumenos, poi fotografo ufficiale del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Prese poche ore dopo che il pogrom era cominciato, Kaloumenos sviluppò le sue foto che documentavano le distruzioni e inviò le pellicole in Grecia.

Reazioni[modifica | modifica sorgente]

Malgrado il governo di Menderes tentasse di addossare il pogrom al Partito Comunista Turco, numerosi osservatori stranieri si accorsero che quella governativa era un'infame calunnia. In una lettera del 15 novembre 1955 al Primo ministro Menderes, il Patriarca Ecumenico Athenagoras I descrisse vividamente i crimini perpetrati dalla folla e inflitti al suo gregge. "Le autentiche fondamenta di una civiltà che ha un retaggio di secoli e le proprietà di ogni essere umano, sono state gravemente aggredite", egli scrisse, aggiungendo: "Ognuno di noi, senza alcuna protezione, ha trascorso momenti di agonia e invano ha visto e ottenuto protezione dai responsabili dell'ordine pubblico e della pubblica quiete".

L'Incaricato d'Affari dell'ambasciata britannica ad Ankara, Michael Stewart, direttamente implicò il Demokrat Parti di Menderes nella realizzazione dell'attacco. "Esiste una lampante dimostrabile evidenza che rappresentanti del locale Demokrat Parti fossero fra i caporioni dei tumulti in varie parti di Istanbul, particolarmente nelle isole del Mar di Marmara, ed è indiscutibile che solo il Demokrat Parti fosse l'unica organizzazione politica del paese in grado di organizzare simili manifestazioni su vasta scala, " affermò, rifiutando tuttavia di addossare la colpa all'intero partito e a Menderes di persona.

Sebbene l'ambasciatore britannico ad Ankara, Bowker avvertisse il Primo Ministro a Downing Street, Harold Macmillan, che la Gran Bretagna avrebbe dovuto "sollecitare un netta presa di distanza alla Turchia" per quanto era avvenuto, solo una nota di moderata disapprovazione fu spedita a Menderes. Il contesto della guerra fredda indusse il Regno Unito e gli USA a evitare al governo di Menderes il biasimo politico diretto che si meritava. Gli sforzi della Grecia di portare a livello internazionale il problema dei diritti dell'uomo violati, ricorrendo a organizzazioni quali le Nazioni Unite e la NATO incontrò scarsa simpatia. Il rappresentante britannico alla NATO, Cheetham, giudicò "non desiderabile" che si dimostrassero le responsabilità di chi era stato dietro il pogrom. Il rappresentante statunitense Edwin Martin ritenne che gli effetti sull'alleanza sarebbero stati "sproporzionati" e i governi francese, belga e norvegese effettuarono pressioni sulla Grecia affinché mettessero "una pietra" sull'accaduto. Invece il Consiglio nord-atlantico adottò una risoluzione per la quale affermava che il governo turco non aveva fatto tutto quanto ci si attendeva facesse.

Più esplicito fu il Consiglio Mondiale delle Chiese, dato che le distruzioni avevano riguardato al 90 % le chiese greco-ortodosse di Istanbul, e una delegazione fu inviata a Istanbul per ispezionare i danni.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Dal momento che non esistevano all'epoca assicurazioni private in Turchia, la sola speranza delle vittime del pogrom era che vi fosse un indennizzo da parte dello Stato turco. Malgrado però che il Presidente turco Mahmut Celal Bayar annunciasse che "le vittime delle distruzioni sarebbero state indennizzate", vi fu scarsa volontà politica o poche risorse finanziarie per mantenere tale promessa. Alla fine i Greci ricevettero in tutto il 20 % circa di quanto loro reclamato, a causa del fatto che i valori dichiarati delle loro proprietà si erano già abbondantemente ridotti prima del pogrom.

Le tensioni proseguirono per il biennio 19581959 e gli studenti nazionalisti turchi organizzarono una campagna per incoraggiare il boicottaggio di tutte le attività e le merci greche. Il compito fu realizzato 8 anni dopo, nel 1964, quando il governo di Ankara denunciò la Convenzione di Ankara greco-turca del 1930, che stabiliva il diritto dei Greci stabili (greci che erano nati e vivevano a Istanbul ma che avevano conservato la cittadinanza greca) di vivere e lavorare in Turchia. Deportata di fatto con due giorni di preavviso, la comunità greca d'Istanbul si ridusse dalle 80.000 unità (o 100.000 secondo altre fonti) del 1955 a solo 48.000 persone nel 1965. Oggi la comunità greca conta circa 2.500 persone, per lo più persone d'età matura e vecchi.[3]

Al processo di Yassiada nel 1960–61, Menderes e Zorlu furono accusati di violazione della costituzione. Il processo fece anche riferimento al pogrom, per il quale essi furono biasimati. Mentre agli accusati furono negati i fondamentali diritti alla propria difesa, essi furono giudicati colpevoli e condannati a morte per impiccagione.

Oktay Engin, l'agente che aveva appiccato l'incendio doloso a Salonicco, continuò a lavorare nel MİT per anni, fino al 1992, quando fu promosso all'incarico di governatore della provincia di Nevşehir (Cappadocia).

Nell'agosto del 1995, il Senato USA votò una risoluzione speciale riguardante il pogrom del settembre 1955, invitando il Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, a proclamare il 6 settembre "Giorno della Memoria" per le vittime del pogrom.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dilek Güven, "6–7 Eylül Olayları (1)", Radikal, 6 settembre 2005
  2. ^ a b c d e f g h i j k l Speros Vryonis, The Mechanism of Catastrophe: The Turkish Pogrom of September 6–7, 1955, and the Destruction of the Greek Community of Istanbul, New York: [1] 2005, ISBN 978-0-9747660-3-4
  3. ^ a b According to the Human Rights Watch the Greek population in Turkey is estimated at 2,500 in 2006. "From "Denying Human Rights and Ethnic Identity" series of Human Rights Watch" Human Rights Watch, 2 July 2006.
  4. ^ Tuttavia la comunità greca continuò a vivere in città.
  5. ^ Un certo numero di greci entrò nel servizio diplomatico dell'Impero ottomano nel XIX secolo. Cfr. Ilber Ortayli, "The Greeks and Ottoman Administration During the Tanzimat Period", in: Charles Issawi and D. Gondicas (eds), The Greeks in the Ottoman Empire, From the Tanzimat to the Young Turks.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (TR) Fahri Çoker, 6–7 Eylül Olayları. Fotoğraflar - Belgeler. Fahri Çoker Arşivi, Istanbul, 2005. ISBN 975-333-197-5
  • (TR) Dilek Güven, 6–7 Eylül Olayları, Istanbul, 2005. ISBN 975-333-196-7
  • (EN) Speros Vryonis, The Mechanism of Catastrophe: The Turkish Pogrom of September 6–7, 1955, and the Destruction of the Greek Community of Istanbul, New York, Greek Works, 2005. ISBN 978-0-9747660-3-4
  • (EN) Robert Holland, Britain and the Revolt in Cyprus, 1954–59, Oxford, Clarendon Press, 1998, pp. 75–78.
  • (EN) Ali Tuna Kuyucu, "Ethno-religious 'unmixing' of 'Turkey': 6–7 September riots as a case in Turkish nationalism", in Nations and Nationalism, 11:3 (2005), pp. 361–380.

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