Piuttosto che

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Piuttosto che è un'espressione della lingua italiana che, nella norma linguistica, conosce un uso avversativo e comparativo, ma che, soprattutto a partire dagli anni novanta del XX secolo[1], ha subito uno slittamento semantico frutto di un'evoluzione "deviata"[2] compiutasi soprattutto nelle parlate dei ceti agiati dell'Italia settentrionali[1]. che ha visto l'affermarsi di una particolare modalità di utilizzo, appiattita sull'uso disgiuntivo, trasformatasi col tempo in fenomeno socio-linguistico così diffuso[3], da essere percepito da alcuni come "dilagante"[4]. Questo uso assume i caratteri di una "moda" alla quale non è estranea una dose sottesa di esibito "snobismo"[1] e una "certa aura di prestigio" che deriva dall'origine settentrionale del vezzo lessicale[2].

L'uso deviato del "piuttosto che" è considerato così paradigmatico degli abusi comuni della lingua, da aver fornito ispirazione per il titolo di una pubblicazione linguistica incentrata sui più diffusi errori e tic linguistici da evitare: Piuttosto che. Le cose da non dire, gli errori da non fare, dei linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota.

Fenomeno linguistico[modifica | modifica wikitesto]

La diffusione di tale forma d'udo neo-standard porta spesso all'ascolto di comunicazioni nelle quali l'espressione piuttosto che assume il valore peculiare di correlativo disgiuntivo, con una forte tendenza a sostituire (oltretutto, in maniera prolissa[5]) la costruzione dell'incapsulamento ricorsivo retto dalle congiunzioni "o"/"oppure"[3].

Si avverte in frasi come "penso che domani andrò al cinema, piuttosto che al teatro, piuttosto che al vernissage. Non ho ancora deciso", in cui si lascia intendere che le opzioni enunciate siano fra di loro alternative e allo stesso livello di preferenza. Nell'uso normale, consolidato nella secolare tradizione grammaticale della lingua italiana[1], la frase andrebbe intesa in un senso avversativo o comparativo, in cui la prima ipotesi è preferita a tutte le altre. Anzi, la stessa reiterazione del "piuttosto che" per due o più volte, come nell'esempio citato, non sarebbe nemmeno consentita nell'uso "standard" mentre è frequentissima nell'uso disgiuntivo[6].

Effetti[modifica | modifica wikitesto]

Gli effetti del proliferare di tale "moda" possono essere diversi a seconda dei casi: possono variare da una semplice ambiguità semantica (risolvibile, nei casi più blandi, facendo ricorso al contesto linguistico e semantico), fino all'esito più grave di far intendere all'interlocutore un significato diverso da quello che era nelle intenzioni del parlante[7]. Nei casi più gravi, questo uso particolare può portare all'espressione di un nonsenso[7].

La disseminazione del fenomeno fa registrano reazioni di altissima insofferenza e idiosincrasia, provenienti da esperti di lingua italiana e comunicazione, o da autori e scrittori. Esiste anche un fenomeno di mobilitazione "dal basso", con campagne su Internet, in taluni casi vere e proprie "crociate" promosse e sostenute da platee di utenti del Web, con iniziative come la creazione di gruppi Facebook e la pubblicazione di video su YouTube[8].

Ambiguità semantica[modifica | modifica wikitesto]

La formulazione con "piuttosto che" risulta pertanto ambigua: per essere decifrata, è necessario che l'interlocutore interpreti correttamente il contesto nel quale essa viene pronunciata[9][1] (mentre nessun aiuto interpretativo proviene da differenze di intonazione, dal momento che nessun elemento prosodico sembra differenziare il significato "neostandard" da quello della lingua standard[6]). Per questo il suo uso è deprecato dai linguisti: non si tratta di ostilità preconcetta a un'innovazione che infrange usi consolidati (dal momento che, per forza di cose, ogni innovazione linguistica deve trasgredire abitudini cristallizzate), ma perché questo uso ingenera un'"ambiguità sostanziale" che mette a repentaglio la funzione fondamentale del linguaggio[1]. Tale ambiguità sostanziale è ancor più deprecabile in quei casi in cui il parlante vi indulge in ambiti settoriali (come quello scientifico e quello giuridico), in cui risulta cruciale la "congruenza e l'univocità" di lessico e terminologia[2].

Origini e proliferazione del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Il fenomeno semantico viene avvertito come un prodotto degli anni novanta del Novecento, anche se, in realtà, si possiede una sicura testimonianza già nei primi anni ottanta su un uso geograficamente e socialmente circoscritto al ceto medio torinese[2].

Sembra che la diffusione di questo uso abbia avuto un centro di irradiazione lombardo[4], o circoscritta a Milano, secondo Lorenzo Renzi[10]. Più genericamente, gli si può riconoscere un epicentro settentrionale[1]. Alla fine degli anni novanta, ad esempio, i linguisti di professione la avvertivano come un'usanza circoscritta all'ambito delle parlate settentrionali e del Canton Ticino[11]. La sua diffusione sarebbe stata favorita da dinamiche mimetiche e imitative di alcuni parlanti associano una "certa aura di prestigio"[2] alla semplice origine settentrionale dei vezzi lessicali[2].

Si tratta di un fenomeno socio-linguistico che, da un punto di vista diamesico, nasce sicuramente dal linguaggio parlato, ma non germoglia dall'italiano popolare, bensì da un dal terreno iniziale, probabilmente circoscritto, di ambienti agiati del settentrione d'Italia[1].

Amplificazione mediatica[modifica | modifica wikitesto]

Al pari di altri malvezzi (come l'espressione "assolutamente sì", introdotto nell'uso popolare per interferenza linguistica del doppiaggese), un ruolo fondamentale nella sua diffusione si deve all'influenza esercitata, sulla società e sulla cultura di massa, dai mezzi di comunicazione più diffusi: i mass media, infatti, con la loro pervasività e con l'impatto emozionale sulla società dei consumi, sono divenuti i veri arbitri delle tendenze, dei tic, e delle mode dell'evoluzione dell'italiano[1]: infatti, una certa venatura di "snobismo" insita in questa espressione è stata subito "golosamente intercettat[a]"[1] da conduttori e giornalisti televisivi o radiofonici che l'hanno disseminata e trasformata in un fenomeno virale, un vero e proprio tormentone: si può dire che non passi giorno senza che sia possibile ascoltarlo o leggerlo su giornali quotidiani o riviste[1].

Come spesso avviene, gli effetti dell'influenza del mezzo televisivo non si sono dispiegati solo sugli strati e le classi sociali culturalmente più deboli e meno avvedute[1]. Da un punto di vista diastratico, il tipico parlante che ne fa uso appartiene a una tipologia definita di "adulto colto", professionalmente inquadrabile come "impiegato/dirigente/docente", senza differenze in base al sesso[11], mentre, dal punto di vista diafasico, l'uso sembra attestato, senza distinzioni, sia nel registro linguistico informale sia in quello formale[11].

Sono probabilmente da classificare come una scia di questo fenomeno alcuni segni sporadici di analoghe forme di appiattimento sul significato disgiuntivo per la congiunzione "anziché"[2].

Reazioni[modifica | modifica wikitesto]

Come detto, l'uso disgiuntivo dell'espressione è deprecato dai linguisti per la potente carica di "ambiguità sostanziale" di cui essa è portatrice[1].

Nel 2003, il glottoteta Diego Marani, a conclusione di un'inchiesta ludo-linguistica tra i lettori del supplemento culturale domenicale del Sole 24 ORE (basata sul gioco delle "Parole da buttare"), la classificava tra quelle espressioni che, dal punto di vista semiotico, sono depotenziate di quasi ogni contenuto comunicativo, classificabili, al pari del mi consenta berlusconiano, tra gli inutili arnesi del lessico di Porta a Porta, meri espedienti formulari utili «a tenere il microfono» ma con uno spessore semantico equivalente a quello di un grugnito[12]. Da un punto di vista della solidità del suo uso, Giuseppe Antonelli lo classifica tra i "modismi", quelle «voci, espressioni, formule, intercalari, accomunati proprio dalla grandissima diffusione di cui godono in un determinato (di solito breve) periodo [e che] nel periodo di massima fortuna rimbalzano continuamente dal parlato allo scritto (e viceversa) e riescono a infiltrarsi nei contesti più svariati, passando presto dall'uso all'abuso»[13].

Il successo di simili idiotismi, che alcuni ritengono effimero, fa parte di un processo di creazione dal basso di quella che Ornella Castellani Pollidori chiama la "lingua di plastica"[14].

Ma l'uso debordante causa anche reazioni idiosincratiche nei semplici lettori e negli osservatori non professionali, come dimostrato dalle stroncature provenienti dagli stessi lettori dell'inserto domenicale del Sole 24 ORE: Diego Marani: in quell'occasione (verso la fine del 2003), l'uso disgiuntivo di "piuttosto che" si classificò al quarto posto tra le "parole da buttare", preceduto solo da "quant'altro", dal connubio "assolutamente sì/assolutamente no", e da "un attimino"[12][15].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m Ornella Castellani Pollidori, Sull'uso di piuttosto che con valore disgiuntivo, in «La Crusca per voi», aprile 2002, n° 24 (p. 11)
  2. ^ a b c d e f g Ornella Castellani Pollidori, Sull'uso di piuttosto che con valore disgiuntivo, in «La Crusca per voi», aprile 2002, n° 24 (p. 12)
  3. ^ a b Beppe Severgnini, L'italiano. Lezioni semiserie, 2007 (p. 20)
  4. ^ a b Stefano Bartezzaghi, Non se ne può più. Il libro dei tormentoni, Mondadori, 2010 (p. 15)
  5. ^ Giuseppe Antonelli, L'italiano nella società della comunicazione, il Mulino, 2007 (p. 37)
  6. ^ a b Carla Bazzanella e Mirella Cristofori, «Piuttosto che e le alternative non preferenziali. Un mutamento in atto?», (1998), p. 271
  7. ^ a b Edoardo Lombardi Vallauri, Parlare l'italiano, 2010 (p. 24)
  8. ^ Valeria Della Valle, Giuseppe Patota, Splendori e miserie del «piuttosto che», in Piuttosto che. Le cose da non dire, gli errori da non fare, 2013
  9. ^ Carla Bazzanella e Mirella Cristofori, «Piuttosto che e le alternative non preferenziali. Un mutamento in atto?», (1998), p. 275
  10. ^ Lorenzo Renzi, Come cambia la lingua. L'italiano in movimento, 2012 (p. 66)
  11. ^ a b c Carla Bazzanella e Mirella Cristofori, «Piuttosto che e le alternative non preferenziali. Un mutamento in atto?», (1998), p. 276
  12. ^ a b Diego Marani, Spazza dizionario 2003. Si conclude il gioco delle "parole da buttare", un inventario della parole che i nostri lettori vogliono avviare allo smaltimento, Supplemento domenicale del Sole 24 ORE, 28 dicembre 2003
  13. ^ Giuseppe Antonelli, L'italiano nella società della comunicazione, il Mulino, 2007 (p. 36)
  14. ^ Citata in Giuseppe Antonelli, L'italiano nella società della comunicazione, 2007 (p. 37). Il riferimento è al saggio della Castellani Pollidori: La lingua di plastica. Vezzi e malvezzi dell'italiano contemporaneo, Morano editore, 1995
  15. ^ Giuseppe Antonelli, L'italiano nella società della comunicazione, il Mulino, 2007 (p. 36)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]