Pithecophaga jefferyi

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Aquila delle Filippine
Sir Arny(Philippine Eagle).jpg
Stato di conservazione
Status iucn3.1 CR it.svg
Critico
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Aves
Sottoclasse Neornithes
Ordine Accipitriformes
Famiglia Accipitridae
Sottofamiglia Buteoninae
Genere Pithecophaga
Specie P. jefferyi
Nomenclatura binomiale
Pithecophaga jefferyi
Ogilvie-Grant, 1896

L'aquila delle Filippine (Pithecophaga jefferyi, Ogilvie-Grant 1896) conosciuta anche come aquila delle scimmie è un uccello della famiglia degli Accipitridae, ed è una delle specie di rapaci più rari al mondo. È l'aquila più grande al mondo, dopo l'aquila Arpia (Harpia harpyja).

Storia e status[modifica | modifica sorgente]

Le Filippine: uno sterminato arcipelago costituito da oltre 7100 isole di cui solo 2770 hanno un nome e poco meno di 900 sono abitate. In quattro di queste isole (Luzon, Samar, Leyte e Mindanao) sopravvive un uccello bellissimo, dal portamento straordinariamente fiero. È l'aquila delle Filippine, una volta definita aquila delle scimmie, termine che poteva attribuirgli l'identità di una divoratrice di scimmie (fatto che in natura si verifica in modo non frequente) e che è stato mutato con una ordinanza del governo della repubblica filippina nel maggio 1978 appunto in aquila delle Filippine. Gli studiosi la considerano seconda nella graduatoria delle aquile più robuste del mondo, superata solo dall'altrettanto affascinante arpia (Harpia harpyja) del Centro e Sud America. Quest'ultima giunge a pesare intorno ai 9 chilogrammi mentre l'aquila delle Filippine raggiunge gli 8 kg. Particolarmente caratteristico in questa specie è il becco, molto alto ed abbastanza stretto, nonché la "corona" di penne che le incorniciano la sommità del capo. L'aquila delle Filippine è stata sempre una specie abbastanza rara; sebbene fosse collezionata nell'arcipelago sin dal 1703, solo nel 1896 fu resa nota alla scienza dalla scoperta che ne fece il naturalista inglese John Whitehead nell'isola di Samar. La specie fu descritta dal naturalista Ogilvie Grant che ne diede comunicazione ad una riunione del British Ornithologist's Club a Londra il 16 dicembre 1896.

Le fu dato il nome scientifico di Pithecophaga jefferyi. Il nome del genere Pithecophaga deriva dal termine greco pithekos che vuol dire scimmia e da phagos che vuol dire mangiatore, mentre il nome della specie jefferyi le fu dato in onore del padre di John Whitehead, Jeffery.

Lo status e le abitudini di questa specie furono sconosciute per molto tempo, almeno fino agli anni sessanta del secolo scorso. Fu in quell'epoca che il prof. Dioscuro S. Rabor, un noto studioso che aveva trascorso buona parte della sua vita nelle foreste dell'arcipelago, lanciò l'allarme sul precario stato di sopravvivenza in cui si trovava l'aquila delle Filippine. Rabor nel 1968 comunicò che il totale degli esemplari ancora viventi di questo falconiforme non doveva essere, con ogni probabilità, superiore ai cento. Il problema principale per la sopravvivenza di questa specie era facilmente individuabile nell'incalzante e progressiva distruzione del suo ambiente naturale: la foresta tropicale. Negli anni cinquanta e sessanta la distruzione delle foreste da parte di molte industrie del legname raggiunse vertici spaventosi. Questo rapido tasso di distruzione dell'ambiente, diretto e brutale, si andava ad aggiungere all'incremento numerico della popolazione umana dell'arcipelago, che ovviamente aveva bisogno di terre da coltivare e di villaggi. Oltre a queste cause non andava ignorato l'elemento del bracconaggio nei confronti di questa magnifica aquila, vista come un trofeo di caccia per molti e come animale da impagliare e mostrare nelle proprie case. Inoltre alcuni esemplari venivano catturati vivi per zoo, collezioni private ecc. L'appello di Rabor, che all'inizio non fu molto ascoltato nel suo paese, ebbe notevole eco all'estero, soprattutto negli ambienti internazionali della conservazione della natura, quali il World Wildlife Fund. Uno dei consiglieri mondiali del WWF di allora, Charles A. Lindbergh, l'indimenticato primo trasvolatore dell'Atlantico, prese molto a cuore le sorti di questo splendido volatile e si recò numerose volte nelle Filippine tra il 1969 ed il 1972 per promuoverne la concreta protezione. Lindbergh definì l'aquila delle Filippine "il più nobile volatore dell'aria" e promosse, con il coinvolgimento dell'Ufficio Parchi e Fauna Selvatica diretto da Jesus B. Alvarez e dallo stesso presidente Marcos, il programma di conservazione sull'aquila delle Filippine.

Con finanziamenti del WWF e della Frankfurt Zoological Society, fu avviata una prima indagine nel 1969. A condurla fu Rodolfo B. Gonzales della Silliman University di Dumaguete, che elaborò un rapporto sullo stato del rapace nell'isola di Mindanao. Durante il periodo dell'indagine furono osservati solo quattro individui. Gonzales riteneva che nell'isola fossero presenti meno di 50 individui di aquila delle Filippine mentre nel 1910 dovevano esserci almeno 600 coppie della specie. Gonzales fu anche il primo a studiare la riproduzione dell'aquila poiché riuscì a trovare un nido ed a seguirne il ciclo riproduttivo.

Già nel 1970 nell'ambito del programma di conservazione fu istituito a Davao nella zona di Baracatan, nel Parco Nazionale di Monte Apo (sempre sull'isola di Mindanao) un centro per il mantenimento in cattività di questa specie, per tentarne successivamente la riproduzione e poi la reintroduzione in natura. Nel frattempo il presidente Marcos faceva passare una legge (il Republic Act n. 6147) che decretava la totale protezione della specie su tutto il territorio filippino, ed il divieto assoluto di caccia o mantenimento in cattività della specie pena la prigione o severe multe.

Ulteriori ricerche condotte a Mindanao nel 1972 indicavano presente una popolazione aggirantesi tra i 200 ed i 400 esemplari. La stima maggiormente accreditata oggi fornisce la cifra di meno di 500 individui di aquila delle Filippine ancora viventi nelle loro aree di distribuzione in natura.

Le ultime e più avvincenti ricerche su questo animale si devono, sempre nell'ambito del programma di conservazione che le autorità governative conducono in collaborazione con il WWF, a Robert S. Kennedy, un ricercatore americano che ha studiato la specie già negli anni settanta e che dal luglio 1980 conduce i progetti di ricerca del WWF sull'aquila delle Filippine. Kennedy ha anche filmato la vita di questo rarissimo rapace con i colleghi Neil L. Rettig, Wolfgang A. Salb e Alan R. Degen (che hanno già realizzato uno splendido film sull'arpia e sul suo ciclo riproduttivo) e che insieme hanno costituito il FREE (Films and Research for an Endangered Environment). Kennedy trovò il primo nido di aquila delle Filippine il 6 dicembre 1977 a Tudaya nel Parco Nazionale di Monte Apo, su di un albero di Shorea polysperma.

Biologia[modifica | modifica sorgente]

Quello che sappiamo sulla vita e le abitudini di questa aquila si deve soprattutto a Rodolfo Gonzales e in maggior misura a Robert Kennedy. Le attività di riproduzione dell'aquila delle Filippine hanno inizio verso la fine di settembre. Il nido viene costruito prevalentemente su alberi nella foresta e sembra quasi certo che venga deposto un solo uovo. L'incubazione dura intorno ai 60-61 giorni. Durante il periodo dell'incubazione e nelle prime fasi dell'allevamento del nidiaceo la femmina resta prevalentemente nei pressi del nido mentre il maschio procura il cibo. Successivamente entrambi i membri della coppia si recano a caccia. L'alimentazione è abbastanza varia. Le prede che sono state osservate sono soprattutto dei Flying Lemurs o colughi (Cynocephalus volans) che sembra costituiscano la percentuale prevalente dell'alimentazione di questa specie. Le aquile comunque si nutrono anche di civette delle palme (piccoli mammiferi notturni simili alle genette), scoiattoli volanti, topi, diverse specie di pipistrelli e di uccelli quali i buceri (Kennedy ed il suo gruppo hanno potuto notare anche dei falchi non identificati, un gufo ed un piccolo cervo delle Filippine) nonché diverse specie di serpenti anche velenosi. Le scimmie costituiscono una percentuale molto bassa dell'alimentazione di questa specie. Il gruppo di Kennedy prima di vedere una scimmia come preda ha passato più di 17 mesi sul campo. Il nidiaceo resta nel nido per parecchi mesi prima di lanciarsi nel suo primo volo. Resta comunque ancora del tempo nei pressi dell'area di nidificazione. È probabile che le aquile delle Filippine non si riproducano tutti gli anni poiché il loro ciclo di riproduzione è piuttosto lento. Il gruppo di Kennedy è riuscito a raccogliere informazioni tenendo sotto controllo diversi nidi; inoltre ha raccolto osservazioni e notizie oltre che dall'isola di Mindanao, riconosciuto regno dell'aquila delle Filippine, anche dalle isole di Luzon, Samar e Leyte. Per tutte e tre queste isole vi sono conferme della presenza della specie, che precedentemente era ritenuta estinta da quelle zone. Infatti l'ultima segnalazione conosciuta per Luzon riguardava un esemplare ucciso nel 1963, mentre per Samar l'aquila era ritenuta estinta sin dagli anni trenta e poche segnalazioni erano state riportate da Leyte nel 1970. È estremamente importante la conferma del fatto che la specie sopravvive ancora nelle quattro isole nelle quali si conosceva originariamente la sua presenza: quello che oggi si deve fare è proteggere al massimo le zone di riproduzione di questo magnifico predatore evitandone la dissennata distruzione ed il disboscamento.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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