Piramo e Tisbe

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Morte di Piramo e Tisbe di Gregorio Pagani (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Piramo e Tisbe (Πύραμος, Pyrămos; Θίσβη, Thisbe) sono due personaggi, le cui gesta, già narrate da ignota fonte ellenistica[1], furono rese celebri da Ovidio nelle Metamorfosi (IV liber, vv 55-166), il quale le ambientò nella città di Babilonia, sebbene più anticamente si collocasse il mito nella Cilicia o a Cipro[2].

Mito[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la leggenda nella versione ovidiana, l'amore dei due giovani era contrastato dai parenti, e i due, che erano vicini di casa, erano costretti a parlarsi attraverso una crepa nel muro che separava le loro abitazioni. Questa difficile situazione li indusse a programmare la loro fuga d'amore. Nel luogo dell'appuntamento, che era vicino ad un gelso, Tisbe, arrivata per prima, incontra una leonessa dalla quale si mette in salvo perdendo un velo che viene stracciato e macchiato di sangue dalla belva stessa. Piramo trova il velo macchiato dell'amata e, credendola morta, si trafigge con la spada. Sopraggiunge Tisbe che lo trova in fin di vita e, mentre tenta di rianimarlo, gli sussurra il proprio nome: Piramo riapre gli occhi e riesce a guardarla prima di morire. Per il grande dolore, anche Tisbe si uccide accanto all'amato sotto il gelso. Tanta è la pietà degli Dei nell'ascoltare le preghiere di Tisbe che trasformano i frutti del gelso, intriso del sangue dei due amanti, in color vermiglio.

Il mito nel Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Thisbe accostata al muro, di John William Waterhouse, 1909.

Durante il '300, gli autori Giovanni Boccaccio e Geoffrey Chaucer ripresero il mito di Piramo e Tisbe per alcuni dei loro racconti. Nel Decameron di Boccaccio la quinta novella della settima giornata è assai simile al racconto dei due sfortunati amanti. Infatti due innamorati sono costretti a comunicare per non farsi scoprire dai genitori, attraverso una fessura nel muro. Tuttavia la storia finirà diversamente dal mito originale. Nei Racconti di Canterbury Chaucer nella sezione di Amori infelici elabora una novella dai toni drammatici simili a quelli di Piramo e Tisbe. Un vecchio non sopporta che la figlia s'incontri con il suo innamorato e la obbliga a concentrarsi su un partito migliore. Dato che la ragazza resiste, il vecchio fa uccidere la ragazza in un accesso di follia, di seguito il ragazzo amante si toglierà la vita per la disperazione.

Romeo e Giulietta[modifica | modifica wikitesto]

La trama della celebre tragedia di William Shakespeare è quasi del tutto identica al mito di Piramo e Tisbe. Infatti si crede che lo scrittore teatrale elisabettiano si fosse ispirato anche a questo racconto per la stesura del suo spettacolo. Come i due amanti, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti non possono passare momenti sereni a causa dell'odio delle due famiglie e a causa di tristi e sfavorevoli situazioni (in questo caso nella tragedia l'arrivo in ritardo di una lettera importante) faranno sì che gli amanti si uccidano per restare per sempre uniti.

Sogno di una notte di mezza estate[modifica | modifica wikitesto]

Sempre nell'opera di Shakespeare si fa riferimento alla storia di Piramo e Tisbe. Questa volta la scena si sposta nell'Antica Grecia alla corte dell' eroe mitologico Teseo e della regina delle amazzoni Ippolita che annunceranno proprio all'inizio della commedia le loro nozze. Qui la storia di Piramo e Tisbe sarà dunque palesata da un gruppo di artigiani ateniesi che ha la folle idea di allestire una rappresentazione scenica classica davanti al duca e alla duchessa di Atene per le loro nozze. Rappresentando Piramo e Tisbe, impresa che si rivelerà essere troppo grande per loro.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

La storia di Piramo e Tisbe oltre a Romeo e Giulietta di Shakespeare e alcune novelle delle opere di Boccaccio e Chaucer ha ispirato diverse opere:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Magnani Isabella, “Una duos nox perdet amantes”. Piramo e Tisbe da Ovidio a Shakespeare (PDF), 6 aprile 2012, pp. 4, 22, 30, 17 e 53. URL consultato il 4 novembre 2013.
  2. ^ P. Grimal, Dizionario di mitologia greca e romana, Brescia, Paideia Editrice, 1987, p. 548.99.

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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]