Pieve di San Giorgio di Valpolicella

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Coordinate: 45°32′07″N 10°51′00″E / 45.535278°N 10.85°E45.535278; 10.85

Pieve di San Giorgio di Valpolicella
Entrata della pieve di San Giorgio
Entrata della pieve di San Giorgio
Stato Italia Italia
Regione Veneto
Località Sant'Ambrogio di Valpolicella
Religione Cattolica
Titolare Giorgio
Diocesi Diocesi di Verona
Stile architettonico Romanica
Inizio costruzione XI secolo

La pieve di San Giorgio di Valpolicella (chiamata anche pieve di San Giorgio Ingannapoltron[1]) è un'antica pieve posta nel comune di Sant'Ambrogio, in Valpolicella, nella frazione di San Giorgio.

Costruita probabilmente su un luogo precedentemente adibito al culto pagano, risalente al VIII secolo (secondo alcuni storici anche al VII)[2], l'attuale edificio religioso rappresenta uno dei più interessanti e antichi esempi di architettura romanica presenti nella provincia di Verona[3].

Ricostruita in gran parte attorno al XI secolo, durante il periodo medioevale, la pieve di San Giorgio era a capo di uno dei tre "piovadeghi" in cui era divisa amministrativamente la Valpolicella. Insieme a essa ricoprivano questo ruolo anche la pieve di San Floriano e quella di Negrar[4][5]. Era inoltre una chiesa collegiata, sede di un capitolo di canonici che gestivano anche una schola iuniorum (cioè una scuola in cui si impartivano le prime nozioni di grammatica latina ai ragazzi del luogo, tra i quali poi spesso venivano scelti anche i nuovi chierici)[6][7].

Oltre all'interessante struttura architettonica, al chiostro adiacente e agli affreschi presenti all'interno, di grande pregio la presenza di un antico ciborio che presenta delle scritte che lo collocano in piena epoca longobarda e precisamente nel periodo del regno di Liutprando.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Prime tracce di insediamenti[modifica | modifica sorgente]

Scavi archeologici, effettuati tra il 1985 e il 1989, hanno portato alla luce reperti che attestano la presenza di insediamenti umani, sulla collina di San Giorgio, sin da tempi antichi. In particolare sono state rinvenute, oltre ad una capanna rettangolare appartenente all'età del bronzo, altre strutture successive risalenti al IV secolo a.C.; tutti questi edifici sono a forma di "casa retica", tipica dei territori alpino e subalpino.

Gli abitanti di questo villaggio praticavano essenzialmente l'agricoltura e l'allevamento e sono considerati gli antenati degli Arusnati, popolazione che si sarebbe insediata in Valpolicella durante il periodo romano[8].

Nel chiostro sono esposti alcuni reperti dell'età romana, databili tra il I secolo a.C. e il I secolo, quali un sarcofago costituito da un monolite in marmo rosso veronese, un pozzo, dei resti di colonna e un capitello decorato con fregi vegetali e altri conci non meglio identificabili. I reperti più piccoli, come ex voto a dèi pagani, steli, statuine in terracotta e iscrizioni romane, sono conservati nel piccolo museo annesso alla pieve oppure nel lapidario maffeiano a Verona.

Questi manufatti, essendo per lo più dedicati a divinità come Fortuna, Vesta, Sol, Luna, testimoniano l'importanza che San Giorgio ebbe, come luogo di culto, sin dall'epoca degli Arusnati. Sulla parte posteriore della chiesa è stato murato un frammento di una lapide, recante l'iscrizione "LVALDE", nome della dea Lualda, che richiamerebbe quello della divinità Lua, associata, nel pantheon romano, a Saturno e considerata protettrice dell'agricoltura.

Luogo di culto longobardo[modifica | modifica sorgente]

Facciata occidentale, probabilmente risalente all' epoca longobarda

Anche se caratterizzata da insediamenti di modesta entità (lo testimoniano i pochi reperti trovati), nel medioevo la zona di San Giorgio è certamente un importante centro religioso. In quell'epoca fu elevato, infatti, al rango di "pieve" ottenendo così diverse prerogative come il diritto di battezzare, di formare chierici e di riscuotere le decime[9].

L'orientamento verso levante della facciata, e soprattutto le iscrizioni sulle due colonnine del ciborio, conservato all'interno della chiesa, fanno presupporre che l'edificio cattolico sorgesse su di un preesistente luogo di culto costruito in età longobarda. Si fa infatti risalire la costruzione di questo al regno di Liutprando (712-744), anche se alcuni storici collocano la sua fondazione nel VII secolo[10]. In quest'ultimo caso, si potrebbe ritenere che san Giorgio fosse un luogo di culto pagano, dato che i Longobardi si convertirono al Cristianesimo solamente verso la fine del VII secolo.[11]

Oltre al sacello, a San Giorgio era presente un castello longobardo, posto a capo di una sculdascia, ovvero una circoscrizione minore nell'ambito dei ducati, che disponeva di ampi poteri amministrativi, militari e giurisdizionali[12].

A testimoniare il periodo longobardo, oltre al già citato ciborio, si ipotizza che ci rimanga anche il muro di facciata. L'analisi di quest'ultimo ha fatto ritenere che a quel tempo la pianta dell'edificio dovesse avere una forma pressoché quadrata rivolta verso oriente[13].

La pieve cristiana nell'alto medioevo[modifica | modifica sorgente]

Le prime testimonianze di San Giorgio come edificio cristiano risalgono al XII secolo e più precisamente ne troviamo traccia in una bolla pontificia di papa Eugenio III datata 1145[6]. È però molto probabile che già a seguito del terremoto del 1117 possa essere stato oggetto di lavori e restauri che portarono alla trasformazione da edificio pagano a luogo di culto della cristianità in stile romanico. La caratteristica pianta a tre absidi è inoltre simile ad altri edifici di culto italiani sorti tra il X secolo e il XII secolo[14].

Il colonnato del chiostro, risalente al periodo cristiano

Una leggenda vuole che la pieve di San Giorgio, insieme a quella di San Martino a Negrar e San Floriano, siano state commissionate dalla regina Matilde Cristina Malaspina nel 1101[15], ma non c'è alcun elemento storico a sostegno di questa tesi.

Fin dai primi anni dopo la costruzione dell'odierno edificio, la pieve di San Giorgio fu sede di una parrocchia a cui era annessa una collegiata di preti, come testimonia la piccola canonica presente. Questi avevano qui aperto una schola iuniorum per la prima istruzione dei ragazzi. Sempre Papa Eugenio III, nella già citata bolla pontificia, ricorda: "Plebem S. Georgii cum capellis et decimis et familiis et dimidia curte"[6].

Il fonte battesimale, posta sul lato sinistro della costruzione, risale agli inizi XII secolo. Gli affreschi della chiesa, consumati dal tempo, sono posteriori e databili alla fine dello stesso secolo. Il campanile è più recente, forse edificato sulla base di uno già esistente.

Durante tutto il basso medioevo la pieve di San Giorgio fu a capo di uno dei piovadeghi in cui era divisa la Valpolicella. Ognuna di queste circoscrizioni orbitava attorno a una pieve che ne rappresentava il centro. Di epoca leggermente posteriore a San Giorgio, sono la pieve di San Floriano e la pieve di Negrar.

Studi e restauri[modifica | modifica sorgente]

La pieve di San Giorgio ha destato interesse negli studiosi fin dal XVII secolo[16] ed in particolare, in Scipione Maffei che prelevò le due colonnine del ciborio e alcune iscrizioni romane, per arricchire il suo museo lapidario veronese.

Nell'Ottocento furono intrapresi da Giovanni Orti Manara numerosi e accurati studi circa la planimetria di San Giorgio[17][18], egli ebbe, tra l'altro, il merito di trovare la colonnina del ciborio recante la scritta "In nomine Domini....".

Tra 1923 e il 1924, la pieve è stata oggetto di restauri ad opera dell'architetto Antonio Da Lisca. Questi lavori portarono, oltre alla ricostruzione del ciborio, anche al rifacimento del tetto e alla modifica di alcune finestre sulle pareti[8]. Negli anni sessanta furono rinvenuti ulteriori manufatti in pietra risalenti all'epoca romana, dissotterrati nei pressi della canonica[19].

Il complesso[modifica | modifica sorgente]

Pianta della chiesa e del campanile

Aspetti strutturali[modifica | modifica sorgente]

La chiesa presenta una caratteristica pianta con lo spazio suddiviso in tre navate, con quella centrale di larghezza doppia rispetto alle laterali. Le dimensioni della pianta evidenziano un notevole equilibrio dell'edificio, la facciata della chiesa è infatti larga circa la metà (16 metri) rispetto ai due lati (32,5 metri).

Il lato orientale, edificato probabilmente nell'XI secolo e in chiaro stile romanico, è costituito da tre absidi, una maggiore al centro e due più piccole ai lati di questa. L'abside centrale presenta tre monofore strombate ad arco a tutto sesto, mentre le due laterali ne hanno una sola, di simile costruzione, ma con archetti realizzati in tufo. Il muro è formato da conci di pietra bianca assemblati con malta e disposti orizzontalmente.

Nel lato occidentale, secondo alcuni studiosi appartenente all'edificio originario longobardo, si trova un'ulteriore abside, dove è stata ricavata, già prima del 1840, la porta principale d’ingresso in stile gotico e realizzata in calcare bianco e rosso[20]. Sopra l'abside, in corrispondenza della navata centrale, sono inserite due semplici monofore.

Il muro laterale a sud presenta due porte (una oggigiorno murata) che comunicano col sagrato, mentre al di sopra di queste si ha una serie di sette monofore. All'esterno del medesimo settore, a ricalcare il puro stile romanico dell'edificio, troviamo una torre campanaria e un chiostrino di cui è andata perduta la parte perimetrale occidentale.
Il lato nord della chiesa invece non presenta alcuna apertura.

Il soffitto dell'edificio è a travature in legno mentre il tetto è composto in larghe tegole in pietra e coppi.

Pieve di San Giorgio

L'analisi dell'architettura della pieve ha portato a formulare diverse teorie riguardo alla datazione del complesso. In particolare, il probabile mescolarsi di elementi dell'edificio originale longobardo con quelli dell'edificio più moderno cristiano ha creato incertezza nella ricostruzione storica.

Secondo quanto esposto dallo studioso Wart Arslan[21] e dallo storico Pietro Toesca[22], considerando l'altezza, perfettamente uguale, di tutte le arcate interne e l'uniformità delle mura perimetrali, si può pensare che questo edificio derivi (come molti altri sorti in Italia tra il X secolo e il XI secolo) dalle chiese biabsidate ottoniane e carolinge del VIII e IX secolo, come l'abbazia di Saint-Riquier in Normandia, l'abbazia di Fulda, l'abbazia di Obermünster a Ratisbona, la cattedrale di Worms e molte altre. Questa teoria ha contribuito in modo determinante alla datazione della pieve cristiana[23].

Di diversa opinione gli storici Cipolla, Cattaneo, Mothes e Simeoni che ipotizzano due fasi costruttive. Della prima rimarrebbe come unico resto la parte posta occidentale del complesso, rappresentando così un raro esempio di basilica longobarda, mentre la parte orientale triabsidata verrebbe ritenuta più recente (tra il IX e il XII secolo)[24]. In questo caso, viene inoltre ipotizzato che la chiesa fosse inizialmente orientata in senso inverso rispetto ad oggi. L'edificio si sarebbe poi esteso fino all'attuale gradino interno, dove poi sarebbe sorto il campanile. Più tardi la chiesa sarebbe stata ampliata, con la facciata a tre absidi, e di conseguenza avrebbe inglobato il campanile[24].

Oggi non è possibile stabilire con precisione quale parte dell'edificio sia di origine longobarda e quale invece posteriore. L'impiego dell'identico materiale e i rudimentali metodi di costruzione rendono complicati i tentativi d'identificazione delle differenze tra le due parti. Le dissomiglianze, comunque, più visibili tra l'area occidentale e quella orientale sono due: la sostituzione delle colonne ai pilastri e la sopraelevazione del pavimento, in corrispondenza dell'inizio della parte con le colonne[25]. Importante a tal proposito è anche il fatto che il maggior numero di lapidi romane sia distribuito lungo la parete orientale della chiesa[20].

Interno della chiesa[modifica | modifica sorgente]

Interno della pieve: la navata centrale

Pilastri e colonne determinano la suddivisione interna della chiesa in tre navate. Osservando nel dettaglio, troviamo a destra quattro pilastri e tre colonne, mentre l'altro lato presenta cinque pilastri, di cui uno inserito tra due colonne. I pilastri sono tutti a pianta rettangolare, quelli a sinistra sono privi di decorazioni, mentre quelli che dividono la navata destra presentano pitture datate al XIV secolo[20]. Su queste possiamo distinguere le raffigurazioni di: Santa Caterina (sul primo pilastro dall'ingresso), un Vescovo con mitra e pastorale (sul secondo pilastro), una Madonna con bambino e Sant'Antonio Abate (sul terzo), un'altra Madonna e San Bartolomeo (sul quarto) ed infine Maria Maddalena sull'ultimo pilastro. Su entrambi i lati le colonne e i pilastri sostengono otto archi longitudinali, a intradossi decorati con cerchi, motivi floreali, stelle e calici, dipinti di rosso.

Una pittura raffigurante probabilmente San Bartolomeo[26], sul quarto pilastro che divide la navata di destra

Le colonne poggiano su dei capitelli realizzati riutilizzando delle are romane. Su tre di esse si possono ancora leggere delle incisioni in lingua latina[27].

Sul muro longitudinale, che divide la navata centrale dalla navatella, a destra sono presenti sette monofore, mentre nel lato contrapposto non è presente alcuna apertura. Sempre nella navata laterale destra troviamo due porte squadrate che portano verso il sagrato (una di queste ormai murata) e un'altra che conduce al chiostro; quest'ultima è sormontata da un arco a tutto sesto intonacato[28].

Nell'abside posta ad occidente vi è ora un'apertura neogotica[5], che costituisce l'ingresso principale alla pieve di San Giorgio, ed è, all'interno, contornata da affreschi. Questa parte, molto probabilmente, apparteneva alla chiesa cristiana antecedente, assieme al grande fonte battesimale per immersione, realizzato da un unico blocco di pietra, attualmente posizionato a sinistra dell'ingresso[6].

Nel muro orientale, sono presenti tre absidi, una centrale maggiore, dove è oggi collocato l'altare e due minori ai lati. L'area occidentale è illuminata dalle tre monofore presenti nell'abside maggiore e dalle due inserite in ognuna di quelle minori. Accanto al muro rivolto verso nord si trova una scultura, della Madonna circondata da quattro santi, in stile gotico e realizzata in stucco. Nell'abside maggiore, al centro, si trova una porticina che conduce alla nicchia ove è custodito il crisma per i battesimi, mentre nella sua sinistra è presente un piccolo tabernacolo tardo gotico[29].

La mensa, che funge da altare maggiore, sorregge il ciborio, ed è costituita da una lastra di pietra recante un'iscrizione relativa alla sua consacrazione, avvenuta presumibilmente nell'agosto del 1412[30].

Il pavimento è rivestito da mattonelle di calcare chiaro. Davanti all'ingresso, sempre sul pavimento, è presente un lastrone circolare (diametro di 2.60 m.) che indicava, secondo un'ipotesi, il punto in cui vi era il seggio di un funzionario pubblico, mentre secondo un'altra teoria, era il luogo ove era posto il fonte battesimale (ora collocato nella navata di sinistra)[20]. Questo (del tipo ad immersione) è realizzato in pietra locale e ha forma ottagonale, un tempo doveva essere provvisto anche di un coperchio bronzeo. Il soffitto della chiesa presenta copertura a capriate lignee con travi a vista di epoca recente.

Il chiostro[modifica | modifica sorgente]

Chiostro della pieve

Il chiostro, adiacente al lato est della chiesa, viene datato ai primi del XII secolo[25][31] coevo con quello della chiesa di San Giovanni in Valle di Verona. Dei quattro lati perimetrali formati da dei colonnati ne rimangono soltanto tre, il lato occidentale è stato sostituito, in epoca recente, da un cancellata. I colonnati posti a nord e a est sono coperti da un tetto, formato da coppi e grosse tegole in pietra. Al centro è posto un rustico pozzo.

Le arcate, a tutto sesto, sono sostenute da colonnine che poggiano, a loro volta, su un muretto continuo, discontinuo in altezza. Le murature presentano delle caratteristiche costruttive similari all'intero complesso. Le colonnine sono ornate da alcuni capitelli, in discreto stato di conservazione, con raffigurazioni di animali e fiori.

Il lato perimetrale più interessante del chiostro è sicuramente quello posto più ad est. Il colonnato, che qui si trova, presenta quattordici archi, suddivisi da un pilastro monolitico, costituito da una pietra chiara e squadrata. I pilastrini, edificati in diversi materiali, sono sormontati da dei capitelli privi di decorazioni. A differenze dei pilastrini, le colonnine presentano capitelli scolpiti che raffigurano diversi soggetti come piante, animali e una testa umana presente solo su uno di questi. Sempre su questo lato, nel muro interno del chiostro, restano alcune tracce di un affresco raffigurante i tratti di un leone.

Nella stessa sezione orientale, il chiostro comunica con l'antica e ormai abbandonata canonica. Questa è costruita con calcare, anneritosi nel corso degli anni, materiale utilizzato per gran parte delle antiche architetture di San Giorgio[32]. All'interno della canonica sono presenti alcuni affreschi del XIV secolo con motivi floreali, stelle, scudi e versetti tratti dal Vangelo[29].

Torre campanaria[modifica | modifica sorgente]

Torre campanaria

Gli storici concordano con Arthur Kingsley Porter nel considerare il campanile non posteriore alla chiesa[33]. Lo studioso di architettura veronese Arslan evidenzia le somiglianze delle decorazioni, seppure realizzate con diversi materiali, a quelle di altre torri campanarie dell'epoca come quella della cittadina basilica di San Zeno (risalente al 1120 circa) e delle pievi San Martino a Negrar e di San Floriano e dunque ipotizza che quella di San Giorgio possa essere una rozza realizzazione di queste ultime[34].

Il campanile è edificato in pianta quadrata e la sua composizione, in pietre calcaree di diversa misura appena sbozzate poste in linee orizzontali, richiama la costruzione dei muri perimetrali della chiesa. Diversi sono invece i contrafforti, posti ad un'altezza di circa 4-5 metri da terra e larghi un metro. La pianta del campanile penetra nel perimetro della chiesa per alcuni centimetri avvalorando così la tesi che esso non possa essere stato edificato posteriormente alla chiesa.

Sul fianco occidentale la cella campanaria è formata da una trifora (caratteristica del romanico veronese maturo), sotto la quale è posto un orologio, con archi compositi in pietra che si sorreggono su due colonnine monolitiche con semplici capitelli. Sugli altri fianchi troviamo invece, come apertura, delle bifore ad archetti costruiti in laterizio e dotati di una singola colonna con capitelli senza alcuna decorazione.

Il campanile ha una lunghezza di circa 5,5 metri e sporge dal lato nord della chiesa di 3,5 metri.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Gli affreschi della chiesa[modifica | modifica sorgente]

Particolare delle decorazioni dei sottoarchi e dell'abside occidentale

Gli affreschi qui conservati, nonostante siano alquanto deteriorati, rappresentano un interessante esempio di pittura datata al XI secolo[35]. Nell'abside occidentale troviamo, posto nel semicatino, un "Cristo giudice" con un mantello rosso sulla spalla e attorniato da simboli degli evangelisti. Sotto il giro dell'abside si possono vedere tre serafini mentre sulle pareti a fianco della zona absidea sono raffigurati, sulla destra, un santo barbuto con una tunica corta e striata di verde, sulla sinistra invece un santo soldato di aspetto più giovanile e con una clamide orlata di gemme[14].

Nel lato opposto, nella zona dell'attuale altare, troviamo un "arco trionfale", orlato da greche, in cui si intravedono delle figure che ricordano un angelo, un "battesimo di Cristo" e tre vecchi in vesti rossastre con fondo verde. L'analisi di queste pitture rileva una certa somiglianza con gli affreschi realizzati da Fratel Bonizzo, nel 1011, presso la Chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella a Roma[14].

Sul lato destro della chiesa sono presenti alcuni affreschi di epoca più tarda, una rappresentazione di un'"Ultima Cena" e di un Adamo nell'atto di cibarsi della mela proibita[36]. Anche il lato sinistro è affrescato ma le pitture sono ormai irrimediabilmente staccate e quasi illeggibili[37].

Le tele appese alle pareti delle navate minori sono per lo più opera di Giovanni Battista Lanceni (tra cui un "Martirio di San Giorgio")[38] (XVIII secolo). Vicino alla fonte battesimale è collocata, dal 1840 e proveniente da Venezia, una "Resurrezione di Cristo" attribuita a Palma il Giovane (XVI secolo)[8].

L'ultima Cena[modifica | modifica sorgente]

L'affresco raffigurante l'"Ultima Cena"

All'interno della chiesa, nella navata destra, è presente un affresco, datato al XIV secolo, raffigurante un'"Ultima Cena" con i membri del convito tutti in piedi rappresentati frontalmente. Cristo è posto al centro della scena e ha la barba, mentre San Giovanni risulta glabro e d'aspetto giovanile. Di interesse per la sua fine realizzazione è la testa sia dell'apostolo con il vino che di quello che taglia il pane. La particolarità di quest’opera sta nell’aver raffigurato la scena con oggetti tipici del tempo. Purtroppo l'affresco ha risentito gravemente degli interventi che la pieve ha subito nel corso dei secoli. In particolare attorno al Quattrocento, in seguito alla chiusura di una porta "originale" gotica, è stato steso dell'intonaco, mentre verso la fine del Settecento, inizi dell'Ottocento ne è stata aperta una nuova sulla stessa parete che ha danneggiato buona parte della pittura[38][39]. Il recente restauro ha permesso di limitare i danni e di mettere in luce una scena raffigurante San Martino che con la spada taglia il proprio mantello per donarlo al povero.

Il ciborio[modifica | modifica sorgente]

Il celebre ciborio

Il ciborio, ora utilizzato come altare maggiore, rappresenta una delle parti più interessanti della pieve, sia per la testimonianza storica che riporta (grazie alle precise iscrizioni qui incise, caso raro per opere del periodo longobardo-altomedievale) sia per il suo pregevole valore artistico.

Sull'antico ciborio si trovano delle iscrizioni[40][41], in caratteri rustici, incise su due colonnine. Grazie ad esse si è riusciti a collocare il manufatto con precisione nella storia. Sulla prima si può leggere:

(LA)
« In nomine Domini Jesu Christi. De donis sancti Juhannes Bapteste edificatus est hanc civorius sub tempore domno nostro Lioprando rege et viro beatissimo pater nostro Domnico epescopo et costodes eius venerabilibus Vidaliano et Tancol presbiteris et Refol gastaldio Gondelme indignus diaconus scripsi »
(IT)
« Nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo. Dai doni di San Giovanni Battista fu edificato questo ciborio, al tempo del sovrano nostro signore Liutprando e del venerabile nostro padre vescovo Domenico, e dei suoi custodi venerabili sacerdoti Vidaliano e Tancol, e del gastaldo Refol. Io Godelmo, indegno diacono, scrissi. »

Il resto segue sull'altra colonnina:

(LA)
« Ursus magester cum discepolis suis Juvintino et Juviano edificavet hane civorium, Vergondus, Teodoalfo scari »
(IT)
« Maestro Orso con i suoi discepoli Iuvintino e Iuviano edificò questo ciborio. Scari Vergondo e Teodoalfo »

Dall'iscrizione ivi incisa sappiamo che esso fu eretto sotto il regno di Liutprando (che regnò tra il 712 e il 744) mentre la diocesi di Verona era governata dal vescovo Domenico[42]. Sempre grazie alle iscrizioni veniamo a sapere i nomi dei rettori della chiesa (Vidaliano e Tancol) e di quelli di altri amministratori (Vergondo e Teodoalfo) indicati, quest'ultimi, come scari, ovvero amministratori di beni a livello locale[43][44]. L'iscrizione è stata commissionata da un certo Refol, gastaldo dell'epoca e probabilmente mecenate di artisti. Sono inoltre incisi i nomi dei costruttori: un certo Orso, capomastro, con i suoi allievi o discepoli Iuvintino e Iuviano, nomi che rivelano la loro origine latina e dunque possono essere considerati i precursori della scuola lombarda di scultori che, in quegli anni, realizzò tanti capolavori per le basiliche dell'alta Italia[42][45].

Il ciborio rimase all'interno della chiesa longobarda, probabilmente, fino alla sua trasformazione in romanica, quando fu scomposto in vari elementi, utilizzati per altri scopi[42]. Sembra, ad esempio, che le quattro colonnine che lo compongono siano state usate, fin dal 1412, per sostenere l'altare maggiore (consacrato appunto quell'anno). Nel 1738 l'altare, dichiarato sospeso a seguito di una visita vescovile, fu abbandonato nel chiostro ove rimase fino al 1923[42].

L'attuale ciborio è così il risultato di ricostruzioni basate sulle iscrizioni. Il suo ripristino lo si deve ad Alessandro Da Lisca, ispettore ai monumenti di Verona[46], che però rileva che con ogni probabilità, come testimonia il ritrovamento di ben sette archivolti, dovesse essere in origine ben più fastoso e completo[47][48].

Museo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Museo della Pieve di San Giorgio di Valpolicella e Museo archeologico .

Di fianco all'edificio religioso è sito un museo. Esso compendia sia di un museo etnografico, istituito negli anni settanta, che documenta le attività e le tradizioni locali e al cui interno è allestita una cucina tipica della Valpolicella, sia di un museo archeologico, inaugurato nel 1992, in cui sono esposti manufatti ritrovati in loco come are e iscrizioni romane, sculture e rilievi longobardi e carolingi e oggetti d'arte di svariate epoche[49].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il soprannome "Ingannapoltron", nato probabilmente a partire dal XV secolo, deriva dalla lunga salita necessaria per arrivare al paese e dalla sua collocazione in un'area ricca di cave (chiamate ganna) come descritto in Bolla, op. cit., p. 15.
  2. ^ Silvestri, op. cit., p. 90.
  3. ^ Luigi Simeoni in Guida storico artistica di Verona e Provincia, 1909, p.381. afferma essere la chiesa più antica del veronese, sia per la presenza di un ciborio datato 712 che per la sua primitiva orientazione con la facciata rivolta verso oriente.
  4. ^ Era presente una pieve anche a Arbizzano ma non aveva un ruolo così importante da poter disporre di un proprio piovadego.
  5. ^ a b Silvestri, op. cit., p. 44.
  6. ^ a b c d Portale Valpolicella.it - Pieve di san Giorgio di Valpolicella. URL consultato il 3 agosto 2010.
  7. ^ Forchielli, op. cit..
  8. ^ a b c Bolla, op. cit., p. 15.
  9. ^ Bolla, op. cit., pp. 7-8.
  10. ^ Come in Simeoni , op. cit., p. 381.
  11. ^ L'intero popolo divenne, almeno nominalmente, cattolico sul finire del regno di Cuniperto (morto nel 700), e i suoi successori (su tutti, Liutprando) fecero coscientemente leva sull'unità religiosa (cattolica) di Longobardi e Romanici per ribadire il loro ruolo di rex totius Italiae come si legge su Rovagnati, op. cit., p. 64.
  12. ^ Tagliaferri, op. cit., p. 52.
  13. ^ Questi rilevamenti sono stati fatti da Alessandro da Lisca durante il suo restauro, e citati in Silvestri, op. cit., p. 92.
  14. ^ a b c Silvestri, op. cit., p. 94.
  15. ^ Così viene riportato da Gianbattista Biancolini, Notizie storiche delle chiese di Verona..
  16. ^ La colonnina con l'iscrizione che nomina Liutprando è già citata in alcuni scritti di eruditi di questo secolo.
  17. ^ Silvestri, op. cit., p. 91.
  18. ^ Orti Manara, op. cit..
  19. ^ Bolla, op. cit., p. 7.
  20. ^ a b c d Bolla, op. cit., p. 12.
  21. ^ Arslan, op. cit., p. 33 e segg..
  22. ^ Toesca, op. cit., pp. 150 e 387.
  23. ^ Wart Arslan conclude la sua esposizione con queste parole: "Se la nostra ipotesi è giusta il San Giorgio di Valpolicella attesterebbe dunque un rifluire, punto inverosimile lungo la valle dell'Adige, al cui sbocco è questo borgo, testimonio di antichissima cultura italica, di una vena potente dell'arte tedesca; di quell'arte che, a sua volta, tanto doveva più tardi per la stessa via ricevere. Infatti, anche il vecchio duomo di Bressanone aveva pianta biabsidata. E non si saprebbe collocare San Giorgio altrimenti che nel secolo XI, per quanto in esso è riecheggiato, per quanto esso preannuncia.
  24. ^ a b Bolla, op. cit., p. 11.
  25. ^ a b Silvestri, op. cit., p. 95.
  26. ^ Bolla, op. cit., p. 27.
  27. ^ In particolare, la base della prima colonna a sud è costituita da un'ara romana realizzata su una pietra monolitica che presenta la seguente scritta, parzialmente rovinata: "SOLI ETIVNA - O SERTORIVS OF - FESTVS FLAMIN", tratto da: Romanico Minore in Italia - Interno della pieve di San Giorgio in Valpolicella. URL consultato il 2 agosto 2010.
  28. ^ Romanico Minore in Italia - Interno della pieve di San Giorgio in Valpolicella. URL consultato il 2 agosto 2010.
  29. ^ a b Bolla, op. cit., p. 14.
  30. ^ L'iscrizione risulta essere alquanto danneggiata e dunque non c'è certezza sull'anno.
  31. ^ Non tutti gli storici concordano con questa datazione, l'Orti Manara e il Mothes lo collocano al X secolo, mentre il Simeoni addirittura al XIII secolo.
  32. ^ Silvestri, op. cit., p. 96.
  33. ^ Silvestri, op. cit., p. 363.
  34. ^ Silvestri, op. cit., p. 93.
  35. ^ Sia l'Arslan che il Toesca che il Cipolla concordano con questa datazione.
  36. ^ Il dipinto è andato in gran parte perduto, si pensa che inizialmente rappresentasse Dio che scaccia Adamo ed Eva dall'Eden oppure un Adamo redento da una donna posta come simbolo della Chiesa.
  37. ^ Bolla, op. cit., p. 13.
  38. ^ a b Silvestri, op. cit., p. 100.
  39. ^ Una descrizione dello stato della pittura e dei lavori di restauro compiuti, si può trovare su un pannello informativo posto di fianco all'affresco.
  40. ^ La versione qui riportata è quella che si trova su Billo, op. cit., p. 25 e segg., altri testi precedenti differiscono di poco.
  41. ^ La traduzione è presa da Bolla, op. cit., p. 8.
  42. ^ a b c d Silvestri, op. cit., pp. 96-97-98.
  43. ^ Pieve di San Giorgio di Valpolicella pag.3. URL consultato il 24 luglio 2010.
  44. ^ Bolla, op. cit., p. 9.
  45. ^ Presso la Collegiata di Santa Maria a Ferentillo in Umbria troviamo un'altra opera, coeva del ciborio di San Giorgio, con la firma "Ursus magester fecit", ma non ci sono altri elementi che possano far ritenere con certezza che ambedue appartengano al medesimo autore o che sia semplicemente un caso di omonimia.
  46. ^ Silvestri, op. cit., p. 99
  47. ^ Alessandro Da Lisca ebbe a dire in proposito (in Da Lisca, op. cit.): «L'esame diligentissimo dei frammenti nei loro fianchi d'incastro, e il loro numero, e l'esame dei vani degli appoggi superiori nei capitelli delle colonne, escludono che l'opera di maestro Orso e dei suoi discepoli Juventino e Juviano si limitasse ad un semplice baldacchino con quattro archivolti e quattro colonne, anzi induce a ritenere che quegli scultori abbiano eseguita una vera iconostasi dividendo in due piani l'abside barbarica, la quale si presenta ora sproporzionatamente lunga; nel piano inferiore vi doveva essere una specie di cripta, aperta verso la chiesa da una serie di arcatelle poggianti su colonnine; nel piano superiore, cui si accedeva da scalette laterali, l'altare e il ciborio propriamente detto».
  48. ^ Da Lisca, op. cit.
  49. ^ Portale San Giorgio di Valpolicella - Il territorio. URL consultato l'8 agosto 2010.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti antiche[modifica | modifica sorgente]

  • Wart Arslan, L'architettura romanica veronese, Verona, 1939.
  • Wart Arslan, La scultura e la pittura veronese dal secolo VIII al secolo XII, Milano, 1943.
  • Gianbattista Biancolini, Notizie storiche delle chiese di Verona, Verona, 1750.
  • Luisa Billo, Le iscrizioni veronesi dell'Alto Medio Evo, "Archivio Veneto", XVI, 1934.
  • Raffaele Cattaneo, L'architettura italiana dal secolo VI al 1000 circa, Venezia, 1888, pp. 82-83..
  • Carlo Cipolla, La chiesa di San Giorgio Ingannapoltron e i freschi nuovamente in essa rinvenuti, Verona, 1898.
  • Alessandro da Lisca, San Giorgio di Valpolicella, Verona, 1924.
  • Giuseppe Forchielli, Collegialità di chierici nel Veronese dall'VIII secolo all'età comunale, Verona, 1928.
  • (EN) Arthur Kingsley Porter, Lombard Architecture, New Haven, 1917, p.363..
  • Giovanni Orti Manara, Di due antichissimi tempj cristiani veronesi: San Giorgio di Valpolicella e San Pietro in Castello, Verona, 1840.
  • Lorenzo Priuli Bon, Intorno alla chiesa di San Giorgio in Valpolicella, 1912.
  • (DE) Karl Schnaase, Geschichte der bildenden Künste, Düsseldorf, 1866.
  • Luigi Simeoni, Guida storico artistica di Verona e Provincia, Verona, 1909.
  • Pietro Toesca, Storia dell'Arte Italiana. Il medioevo, Torino, 1927, pp. 150 e 387.

Fonti moderne[modifica | modifica sorgente]

  • Barbara Bogoni, Libero Cecchini. Natura e archeologia al fondamento dell'architettura, Firenze, Alinea, 2009, pp. 430-437. ISBN 978-88-6055-439-0
  • Margherita Bolla, La chiesa di San Giorgio di Valpolicella, Pro loco San Giorgio di Valpolicella, 1999. ISBN non esistente
  • Andrea Castagnetti e Gian Maria Varanini, Il veneto nel medioevo: Dai Comuni cittadini al predominio scaligero nella Marca, Verona, Banca Popolare di Verona, 1991. ISBN 88-04-36999-X.
  • Eugenio Cipriani, Escursioni in Valpolicella, Verona, Cierre, 1991. ISBN 88-85923-22-4
  • Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 88-7273-484-3
  • Giuseppe Silvestri, La Valpolicella, Centro di documentazione per la storia della Valpolicella, 1950. ISBN non esistente
  • Giovanni Solinas, Storia di Verona, Verona, Centro Rinascita, 1981. ISBN non esistente
  • Amelio Tagliaferri, I Longobardi nella civiltà e nell'economia italiana del primo medioevo, Milano, Giuffrè, 1965, p. 52. ISBN non esistente

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