Pietro de la Mula

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Pietro de la Mula o in occitano Peire de la Mula (... – ...) è stato un trovatore molto probabilmente italiano[1] (fl. 1200 ca.), di cui un sirventes e pochi versi contenuti in due componimenti sono tutto ciò che resta dei suoi scritti. Secondo il biografo della sua vida, era un menestrello e trobaire (trovatore) che si è fermato per lungo tempo nel Monferrato, Cortemilia e Piemonte alla corte di Ottone del Carretto[2][3] (fl. 1190–1233). Questo colloca l'attività di Pietro prima del 1209, allorché Ottone perse Cortemilia.

È stato suggerito che il cognome di Pietro potrebbe essere un errore di trascrizione, de la Mula per de Lamula, dato che ci sono diversi luoghi noti chiamati Lamula o da Lama. Può essere anche una corruzione di de l'Amola, indicante le origini da Amola, una cittadina nel Frignano, dove nell'alto medioevo si faceva esistere una località chiamata Mulum, a sud-est di Mantova, da dove può aver tratto origine il nome di famiglia "Mula", anche se permane la carenza di altre fonti che lo possano confermare. Ci fu anche un poeta chiamato soltanto "Mola", che scambiò alcune strofe con Guilhem Raimon, e che potrebbe essere lo stesso Pietro de la Mula, ma che è anche stato identificato con il giullare Tremoleta.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Dels joglars servir mi laisse

L'opera rimastaci per intero di Pietro, Dels joglars servir mi laisse, è un sirventes joglaresc, ovvero un sirventese che oltraggia i menestrelli (joglars), i quali "si riproducono come leprotti". I menestrelli (meri esecutori) sono nel settore per denaro, ma i trovatori (compositori), secondo il parere di Pietro, sono meritevoli di onore. Per il suo sirventes Pietro ha imitato il metro della Er quant s'emba.l foill del fraisse di Raimbaut d'Aurenga, o, altrimenti, sarebbe stato influenzato metricamente e ritmicamente dai lavori di Giraut de Bornelh.

(OC)

« Dels joglars servir mi laisse,
senhor, auiatz per que ni cum:
quar lur enueitz creis e poia,
qui mais lor sier meins acaba,
quar selh que meins valdra que tug
Vol qu'hom per melhor lo tenha,
e son ja tant pel mon cregut
que mais son que lo Bret menut. »

(IT)

« Il mestier dei joglars io lascio,
signor, udite perché e come:
ché la lor noia cresce e sale;
chi meglio serve meno ottiene,
e colui che val meno o niente
vuolsi che per miglior si tenga,
e son già nel mondo tanti
più dei bretoni affollati. »

Una leig vei d'escuoill

Altra lavoro di Pietro, Una leig vei d'escuoill, è anche un attacco condotto contro i menestrelli (joglars), i quali, ai suoi tempi, stavano portando la loro "insolenza" oltre le Alpi alla presenza dei pros (signori) d'Italia. Pietro si riferisce in questo lavoro sia ai menestrelli bretoni (Bretz) che a quelli normanni (Normans).

(OC)

« Una leig vei dìescuoill
avol e malestan,
c'aquil arlot truan
vant cridan dui e dui:
"Datz me, que joglars su!"
Car es Bretz o Normans,
E vei en oi mais tans
per qu'es als pros dampnatges.
E mi par nesciatges
c'om lor mesca ni taill
en cort de pro vassall.
E s'en sui encolpatz,
car los ai acusatz,
vos, cortes, que anatz
per cortz, m'en razonatz,
q'ieu non vuoill ia lor patz.[4] »

(IT)

« Vedo che v'è un usanza
insana e disonesta,
da che questi vil ribaldi
urlando vanno a due a due:
"date a me: che son giullare"
E son bretoni e normanni,
e ne vedo ormai sì tanti
da far ai valenti danno.
E mi par vera idiozia
che a lor si mesca e tagli[5]
a la corte del prode duce.
E se io sono incolpato
per aver loro accusati,
voi che andate, o cortesi,
per le corti, difendetemi
che non voglio la lor pace. »

La de razon no.m cal metre en pantais

Alcuni versi di uno dei lavori rimasti di Pietro, Ia de razon no.m cal metr'en pantais, possono essere datati prima del 1185, sulla scorta di un riferimento a Androin(e), vale a dire, Andronico I Comneno, morto in quest'anno. È uno scritto contro il ricco giovane.

(OC)

« La de razon no.m cal metre en pantais
qan ben vuoill far un sirventes o dos,
qe.ill ric ioven per cui malvestatz nais
m'o enseignon, que son cazut d'aut ios,
e no me.n val chastiars mi pregieira
c'om non los trob ades descominals;
e qui en cent en trobes dos cabals,
garir pogra.m si fos d'aital manieira. »

(IT)

«  »

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giulio Bertoni, I Trovatori D'italia Di Giulio Bertoni, 1974, pp. 56-58.
    « Peire de la Mula prende posto, soltanto per congettura, fra i tovatori italiani. Certo egli fu in Italia; certo il suo nome "de la Mula" ci ricorda che famiglie così chiamate non mancarono nell'Italia superior nei tempi in cui svolse l'attività del nostro poeta; ma la prova della sua italianità, a dire il vero, ci manca. »
  2. ^ In lingua occitana
    « Peire de la Mula si fo uns joglars qu'estet a Monferrat en Piemont ab miser N'Ot del Carret, et a Cortemilla. E fo trobaire de coblas e de sirventes. »
    Un manoscritto contenente la vida, testé citata, lo chiama miser N'Ot del Carret ("maestro Signor Otto del Carretto"), un altro fornisce messer Ot del Caret, senza il titolo di "Signore" (in occitano En o N′).
  3. ^ Stefano Arata, Estaba el jardín en flor___: homenaje a Stefano Arata, 2003, p. 720. URL consultato il 20 febbraio 2013.
    Un altro spunto biografico su Peire ci viene offerto da una cobla di Palais, trovatore alla corte del marchese del Carretto, irride Peire per la sua smodata attitudine al bere:
    « Mol se fera de chantar bon recreire,
    al meu semblan, qui sofrir s'en pogues,
    qu'el mon non es ebriacs ni beveire
    qu'entre Lombartz non fassa sirventes,
    neus En Peire qui fa la mula peire
    s'en entramet quant vins l'a soprepres,
    que.l n'ai ja vist si cochat e conqes
    qe set enaps de fust e tres de veire
    bec en un iorn, granz e comols e ples. »
  4. ^ (FR) Antoine Rivet de la Grange, François Clément, Charles Clémencet, Pierre Claude François Daunou, Joseph Victor Le Clerc, Barthélemy Hauréau,Paul Meyer, Histoire literaire de la France: XIIIe siècle, vol. 20, 1842, p. 592. URL consultato il 20 febbraio 2013.
    Da quanto si evince dai due ultimi testi, Dels joglars servir mi laisse e Una leig vei dìescuoill, Peire, deluso e avvilito, dà un resoconto psicografico della sua esperienza: abbandona il precedente mestiere di giullare per diventare trovatore egli stesso. Si assiste così a uno scenario drammatico dove si vedono joglars cha da Normandia e Bretagna vengono ad ingrossare le file dei colleghi occitani, attratti più che altro dalla magnanimità dei signori delle corti del Meridione.
  5. ^ Vale a dire "che li serva a tavola mescendo e tagliando le vivande"

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giulio Bertoni, I Trovatori d'Italia: Biografie, testi, tradizioni, note, Roma, Società Multigrafica Editrice Somu, 1967 [1915].
  • (ES) Martín de Riquer, Los trovadores: historia literaria y textos - 3 vol., Barcellona, Planeta, 1975.
  • (EN) Margarita Egan, The Vidas of the Troubadours. trad., New York, Garland, 1984, ISBN 0-8240-9437-9.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]