Pietro Toselli

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Pietro Toselli (Peveragno22 dicembre 1856 – Amba Alagi7 dicembre 1895) è stato un militare italiano, maggiore del Regio Esercito che perse la vita durante il conflitto Italo-Etiopico combattendo valorosamente contro l'esercito del Negus Menelik II per difendere la postazione italiana sull'altipiano dell'Amba Alagi.

Indice

[modifica] Antefatti

L'Italia era andata in Eritrea nel 1885 occupando Massaua. Due anni più tardi aveva appoggiato l'ascesa al trono dell'imperatore Menelik II e con lui aveva stipulato un trattato, il cosiddetto Trattato di Uccialli, una forma di reciproca collaborazione. Ma vi era una componente politica che ambiva all'occupazione dell'Abissinia per formare una colonia e naturalmente questa corrente si urtava con i capi indigeni del Paese africano. Nel dicembre 1894 uno dei capi abissini che da maggior tempo militava nelle bande italiane, Bathà Agos, improvvisamente si ribellò proclamandosi Ras indipendente della propria provincia. Il Governatore della Colonia Eritrea, il generale Oreste Baratieri, diede ordine al maggiore Pietro Toselli di marciare contro il ribelle che fu rapidamente sconfitto. A fomentare la rivolta era stato il Ras Mangascià che, tornato a governare il Tigrai nel maggio 1894, non solo non rispose all’intimazione di Baratieri di consegnare i ribelli rifugiatisi nella regione da lui governata, ma neppure inviò agli italiani le truppe che pure aveva promesso per concorrere alle operazioni militari contro i Dervisci al confine col Sudan inglese. Nel gennaio 1895, anzi, alleatosi con il Ras dello Scirè, Mangascià si diresse ai confini della colonia italiana con circa 10.000 uomini muniti di oltre 7.000 fucili. Il 12 gennaio sulle alture di Coatit le forze italiane, comandate da Baratieri, si scontrarono con quelle di Mangascià e, dopo un aspro combattimento durato due giorni, le ricacciarono in disordine. La rotta dell’esercito dei Ras fu completata nella giornata del 14 quando i resti dell’esercito nemico vennero sorpresi nella conca di Senafè e decimati dal nutrito cannoneggiamento degli italiani. Il Ras Mangascià allora per temporeggiare voleva stipulare accordi di pace, ma Baratieri non fu d'accordo, e si inoltrò nella città di Adua. La risposta del Ras fu imminente: sicuro delle sue forze e dell'aiuto del Negus Menelik II, si avviò con 4000 uomini ad Adigrat. Il contrattacco di Baratieri fu altrettanto efficace: con un armata di 4200 uomini si diresse verso Adigrat, tra il 25 ed il 26 marzo del 1895. Il Ras Mangascià si ritirò nel frattempo a Macallè, città occupata poi da Baratieri. Il 9 ottobre 1895 quasi l'intero esercito abissino era sulle alture di Antalò, presso Debra Ailà, ma il Ras Mangascià, appresa l'avanzata degli italiani, aveva ripiegato verso il lago di Ascianghi con il grosso delle truppe, lasciando a Debra Ailà, a protezione della ritirata, circa 1300 tigrini. Il 13 ottobre il Governatore Baratieri inviò il generale Giuseppe Arimondi con tre battaglioni indigeni ed una batteria di italiani sull'Amba Alagi per catturare il Ras Mangascià, ma egli continuò a fuggire e così l'altipiano fu occupata dagli italiani. Il 16 ottobre 1895, al generale Arimondi fu dato il governo del territorio a sud del Mareb-Belesa-Muna ed il comando di tutte le truppe lì dislocate, mentre Baratieri tornò a Massaua, essendo ormai completata l'avanzata.

[modifica] La battaglia dell'Amba Alagi

Per approfondire, vedi la voce Amba Alagi.

Anche lo stesso Negus Menelik II si mise sul piede di guerra denunciando l’indebita occupazione italiana del Tigrai, territorio che il Trattato di Uccialli assegnava all’Etiopia. Fatte ingenti provviste di viveri, bestiame, armi e munizioni, Menelik II mise insieme una forza immensa per marciare contro la colonia italiana. Nella primavera del 1895 il suo esercito era pronto, ma l’avanzata venne rimandata all’autunno, quando sarebbe terminata la stagione delle grandi piogge. Ai primi di novembre l’esercito abissino, forte di 100.000 uomini, si trovava diviso in due tronconi: uno a nord del Lago Ascianghi al comando del Ras Maconnen (30 000 uomini) e uno a sud al comando dello stesso Menelik II (70.000 uomini). Le forze della colonna italiana, enormemente inferiori, erano anch'esse frazionate in due nuclei principali: 5 000 uomini erano di stanza ad Adigrat ed altrettanti si trovavano a Macallè al comando del generale Arimondi. In quei giorni le truppe etiopiche andavano concentrandosi nei pressi del lago Ascianghi e così il 16 novembre il generale Arimondi inviò sull' Amba Alagi la Compagnia Persico del III Battaglione Indigeni, guidata dal maggiore Pietro Toselli. Questi il 24 novembre partì da Macallè per raggiungere l'Amba Alagi, ma nel cammino apprese che il nemico era vicino. Baratieri nel frattempo inviò rinforzi ad Arimondi. Il 1° dicembre Toselli ripiegò su Atzalà e chiese rinforzi ad Arimondi, essendo nella posizione più avanzata e dovendo, quindi, affrontare per primo il nemico. Arimondi, tuttavia, non gli inviò soccorso per ordine di Baratieri, che riteneva più opportuno una permanenza delle forze nei pressi di Macallè. Toselli non ricevette il messaggio di avviso ed aspettò invano il soccorso che sarebbe dovuto arrivare il 6 dicembre. Il generale Arimondi cercò di aiutare Toselli recandosi fino ad Afagol e mantenendo allo stesso tempo una forte protezione su Macallè, ma ancora una volta Toselli non ricevette la notizia. Il maggiore Toselli disponeva di 4 cannoni e 2350 fucili: prevedendo per giorno 7 un attacco nemico, la sera del 6 dicembre dispose le sue truppe a difesa dell' Amba Alagi. Le truppe del Ras Musconen attaccarono in mattinata, come previsto da Toselli, il quale, nell'impossibilità di mantenere un fronte molto esteso, a causa dell'enorme inferiorità numerica, ordinò alla sua compagnia di ritirarsi a ridosso dell'Amba Alagi, aspettando ancora l'arrivo del generale Arimondi. Alle ore 12:40, perduta ogni speranza di ricevere soccorso e assalito dal nemico, Toselli con i suoi uomini oppose all'esercito abissino una resistenza disumana e alla fine, vista ormai insostenibile la difesa, ordinò la ritirata. Egli stesso in quella giornata cadde da eroe presso la chiesa di Bet Miriam. Con lui in quella strenua resistenza caddero diciotto ufficiali e circa 2 000 soldati. Alcune centinaia di superstiti dell'Amba Alagi, guidati dai tenenti Pagella e Bodrero, giunsero verso le 16:30 all'Aderà, dove il generale Arimondi era giunto poco prima con due compagnie. Ma proprio in quel momento era attaccato da una forte colonna nemica: Arimondi, riuniti i superstiti, riuscì a ripiegare verso Macallè, dove giunse all'alba del giorno dopo, l'8 dicembre 1895.

[modifica] Il gesto eroico di Toselli

Quel 7 dicembre 1895 la resistenza fu strenua e durò dalle prime luci dell’alba fin quasi al tramonto. Gli abissini erano enormemente superiori di numero e non c’era la speranza di ricevere rinforzi a causa della presunta rivalità che vedeva contrapposti i generali Oreste Baratieri e Giuseppe Arimondi. Toselli, nel momento in cui vide ormai che tutto era perduto ordinò la ritirata dei superstiti a scaglioni. Fu lui l’ultimo a scendere dall'altipiano, ancora miracolosamente illeso. Alle insistenze dei suoi ufficiali affinché pensasse a porsi in salvo, rispose: “No! Anzi ora mi volto e lascio che facciano!”. Si sedette su una roccia a guardare le schiere avversarie che stavano sopraggiungendo. In un primo momento gli abissini smisero di sparare, ammirati dal coraggio dell’ufficiale, poi la fucileria fu ripresa e Toselli stramazzò crivellato di colpi. Meritò la medaglia d’oro con questa motivazione: “Trovandosi con soli 1800 uomini di fronte a 20-25 mila nemici, dopo aver altamente respinto l’intimazione di lasciare il passo al comandante scioano, combatté strenuamente per ben sei ore e coll’eroico sacrificio della propria vita e di quasi tutto il suo distaccamento, cagionò al nemico perdite enormi che contribuirono efficacemente a ritardare l’avanzata".

[modifica] Reazioni del Governo Italiano

Il Capo del Governo Crispi, di fronte alle critiche di molti parlamentari che sostenevano l'inutilità della politica coloniale italiana, ricordò che la Camera aveva per ben due volte approvato la politica del Governo. Le sue parole furono: "Il fatto dell'Amba Alagi è uno degli episodi inevitabili in tutte le guerre coloniali. Il Governo non può essere accusato d'imprevidenza perché ha dato più di quanto Oreste Baratieri ha chiesto. Io mi prostro, e tutti ci prostriamo dinanzi ai caduti dell'Amba Alagi. Tutti ammiriamo il valore italiano e la splendida figura di quel Toselli che, disperando di poter vincere, volle morire... Non c' è nessuno né a Destra né a Sinistra, che non abbia questo sentimento: ed avendolo, è per vendicare i morti e ristabilire quel prestigio che l'Italia deve sempre tenere alto, che noi prenderemo quei provvedimenti che crediamo necessari allo scopo; e la Camera farà giustizia".

[modifica] Canzone dell'Amba Alagi dedicata a Pietro Toselli

Fosca Amba Alagi, quante quante stelle
sulla tua vetta quella notte fiera
e in fondo a valle quante mai fiammelle
dei fuochi dell’immensa orda nera.
L’ultima notte era per Toselli
che aspettava il soccorso dei fratelli.

O Amba Alagi,
tu l'hai veduto
tutto il suo sangue
quand’è caduto.
Or da quel sangue
che ferve ancor
sorge la fiamma
del tricolor.

Sotto la tenda stan gli eroi raccolti.
Pietro Toselli scrive al generale:
“Vedo i lor fuochi sono molti molti
doman sarà per noi gloria immortale”.
Invano tu aspettasti i tuoi fratelli,
solo la gloria venne a te Toselli.

Maggior Toselli, cavaliere fiero,
cadesti allor pugnando come un Dio.
eri il leon del battaglione nero
e degli imbelli tu scontasti il fio.
Son quarant’anni che attendi i tuoi fratelli:
eccoci al fine, siamo qui, Toselli.

O Amba Alagi,
tu l'hai veduto
Pietro Toselli
quand’è caduto.
Ora lo vedi
sorgere ancor
sulla grand'Ara
del tricolor.

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