Pietro Maso

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Pietro Maso (San Bonifacio, 17 luglio 1971) è un criminale italiano.

Pietro Maso è il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana. Aiutato da tre amici, il 17 aprile 1991 nella sua casa di Montecchia di Crosara uccise entrambi i suoi genitori, Antonio Maso e Mariarosa Tessari. La motivazione era intascare subito la sua parte di eredità.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nato a San Bonifacio ma sempre vissuto a Montecchia di Crosara, entrambi in provincia di Verona, Pietro Maso è il terzo e ultimo figlio di Antonio Maso (56 anni), agricoltore, e Rosa Tessari (48 anni) dopo due femmine di nome Nadia e Laura. I genitori sono molto religiosi anche se non eccessivamente rigidi; Pietro stesso fa il chierichetto da bambino e frequenta la prima media in seminario. La sua vita scorre normale fino a circa un anno prima del delitto, quando alla scuola (abbandonata al terzo anno dell'istituto agrario) e a lavori del tutto insoddisfacenti, il giovane comincia a preferire un modo di vivere ben più stimolante e a lui congeniale, facendo una vita consumistica da viveur del tutto in linea coi canoni del periodo.

Lavora come intermediario di una concessionaria d’auto quando scopre la vita notturna di alcuni locali pubblici del veronese e dello stesso capoluogo scaligero; gioca d’azzardo al Casinò di Venezia. Il suo amico più caro, nonché principale complice del delitto, è Giorgio Carbognin, 18 anni. A lui si uniranno anche il diciottenne Paolo Cavazza e l'unico minore del gruppo, Damiano Burato, che avrebbe raggiunto la maggiore età due mesi dopo.

Pianificazione del delitto e tentativi non riusciti[modifica | modifica sorgente]

Le prime riflessioni sul disegno criminale risalgono a circa sei mesi prima, nell'autunno del 1990. Pietro non ha problemi coi genitori; dichiarerà che le discussioni in famiglia non erano fuori dall’ordinario, e che a loro voleva bene. Negli ultimi mesi, però, i genitori si mostrano preoccupati più del dovuto, poiché Pietro ha lasciato da poco un lavoro dipendente come commesso in un supermercato; la collaborazione nelle concessionarie auto è solo saltuaria e le sue uscite serali e possibili compagnie dubbie fanno temere Antonio e soprattutto Rosa. È infatti la madre, che due volte in poco tempo, scopre due fatti.

Il 3 marzo, la signora Maso trova, nella taverna del villino in cui abita col marito e il figlio, due bombole di gas. Accanto a esse vi sono una centralina di luci psichedeliche che si accendono nel captare un forte suono (l'uso è nelle feste in casa privata, se si vuole creare un effetto da discoteca con la musica) e una sveglia puntata sulle nove e trenta, vale a dire pochi minuti dopo la scoperta. La cosa ancora più strana sono un mucchio di vestiti che ostruiscono il camino. Pietro dirà poi che serviva tutto per una festa, che le bombole avrebbero dovuto alimentare due stufe per il riscaldamento e che quella sveglia l'aveva trovata nella macchina e, non interessandogli, se n'era voluto disfare posandola distrattamente sul tavolo della taverna, non seppe però dare nessuna giustificazione per i vestiti che ostruivano il camino.

In realtà l'insieme di quegli oggetti avrebbe dovuto causare la distruzione della casa; le bombole sarebbero infatti dovute esplodere, dopo aver sprigionato gran parte del loro gas nella taverna, per via delle scintille causate dall'accensione delle lampadine psichedeliche, a loro volta alimentate dall'impulso sonoro della sveglia una volta scattate le ore nove e trenta, mentre i vestiti avevano il compito di otturare il camino evitando vie di fuga allo spostamento d'aria aumentando così il potenziale distruttivo dell'esplosione. L'esplosione non è avvenuta poiché le sicure delle bombole erano state tolte, ma le loro manopole erano rimaste chiuse. A causa della sua inesperienza pratica, Pietro non porta quindi a termine il suo primo piano di sterminare la famiglia.

Pochi giorni prima del delitto, Rosa trova diverse banconote nella tasca di un paio di pantaloni di Pietro Maso. Subito gliene chiede conto; il figlio si era appena licenziato anche dall'autosalone e quindi difficilmente avrebbe potuto procurarsele onestamente. Sospettando un suo coinvolgimento in qualche losco affare, la madre insiste, così Pietro prova a tirar fuori come giustificazione che si trattava di una sorta delle ultime provvigioni che il suo ultimo datore di lavoro gli doveva ancora, e anzi le propone di andarglielo a chiedere all'autosalone. Rosa accetta e si fa accompagnare in automobile dal figlio e da Giorgio Carbognin, armato di uno schiaccia-bistecche da scagliare sul capo della donna prima che arrivino a destinazione.

Giorgio non ha il coraggio di agire, così Pietro è costretto a inventarsi un'altra menzogna sulle banconote affinché Rosa rinunci a parlare col proprietario dell'autosalone. Quei soldi li avrebbe avuti da un conoscente che aveva scoperto, casualmente, essere responsabile di un traffico di computer; questo conoscente lo avrebbe pagato perché non lo denunciasse. Rosa vuole credere a questa versione, ma la sua preoccupazione continua.

Un terzo tentativo vede Giorgio Carbognin ancora una volta rinunciatario; avrebbe dovuto colpire i genitori di Pietro nel garage di casa loro, con Pietro. Il quarto progetto, al quale prendono parte anche Cavazza e Burato, sarà portato a termine.

Il delitto[modifica | modifica sorgente]

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Le banconote ritrovate dalla madre di Maso provenivano da un prestito bancario (24 milioni di lire) chiesto da Giorgio Carbognin, per il quale aveva fatto da garante il suo datore di lavoro Aleardo Confente. I soldi, in origine, servono al giovane per acquistare una Lancia Delta integrale usata; successivamente però, la famiglia di Giorgio si oppone all'acquisto. Il ragazzo ubbidisce e rinuncia all'automobile, ma non restituisce subito il denaro alla banca, e con Pietro, lo utilizza in ristoranti di lusso, bar e gioiellerie.

Al momento della restituzione, Carbognin ricorre a vari tentativi di procurarsi il denaro, ma tutti falliscono. Pietro, allora, decide di staccare un assegno del conto intestato alla madre, imitandone la firma e consegnando così 25 milioni all'amico. Il delitto deve quindi essere messo in atto prima che la signora Rosa si accorga dell'ammanco.

Esecuzione[modifica | modifica sorgente]

Il delitto avviene nella notte fra il 17 e il 18 aprile 1991. Quella sera Maso, Carbognin, Cavazza e Burato si ritrovano nel Bar John di Montecchia che usavano frequentare e discutono gli ultimi dettagli. Un loro amico, Michele, è informato del progetto, affinché ne prenda parte, ma crede che i quattro ragazzi stiano scherzando. Quando poi i ragazzi lasciano il bar, Michele li accompagna a casa di Pietro e si allonatana continuando a non credere agli amici. Alle 23, i genitori di Pietro non si trovano ancora in casa, poiché stanno tornando da Lonigo (VI) dove avevano preso parte a un incontro dei neo-catecumenali.

Pietro è al corrente di questo in quanto aveva chiesto al padre la sua automobile per recarsi in discoteca. Sa quindi che a minuti, i genitori faranno ritorno a casa. Alle 23:10 infatti l'auto entra nel garage. Antonio accende la luce, ma si accorge che manca la corrente. Così sale le scale per raggiungere, al primo piano, il contatore. Arrivato in cucina, viene subito colpito dal figlio, armato di un tubo di ferro, mentre Damiano lo colpisce a sua volta con una pentola. Poco dopo arriva Rosa e viene aggredita da Paolo e Giorgio, armati rispettivamente di un bloccasterzo e un'altra pentola. La madre di Pietro non muore sul colpo, così il figlio interviene e oltre a colpirla lui stesso, cerca di soffocarla mettendole in gola del cotone e chiudendole la faccia in un sacchetto di nylon [senza fonte]. Nel frattempo Paolo si accanisce contro Antonio Maso, premendogli il piede sulla gola. Cinquantatré minuti dopo i primi colpi, le due vittime cessano definitivamente di respirare.

A delitto compiuto, i ragazzi si disfano degli oggetti serviti allo scopo e anche delle tute utilizzate per proteggersi dal sangue. Burato, Carbognin e Cavazza avevano indossato delle maschere. Paolo e Damiano rientrano a casa. Pietro, invece, ha bisogno di crearsi un alibi, così con Giorgio si reca in due diverse discoteche (nella prima non riescono a entrare perché è piena). Alle 2 del mattino rientra a casa per fare la finta scoperta. Avverte i vicini di aver visto, salendo le scale, "due gambe". Appare scosso e impaurito. Uno dei vicini entra in casa, sale le scale e scopre la scena.

Le indagini giudiziarie[modifica | modifica sorgente]

Dapprima, come si auguravano i ragazzi, viene battuta la pista di un omicidio a scopo di rapina. Ma ci si accorge ben presto che si trattava di un furto simulato. Un carabiniere anziano sospetta di un particolare: i cassetti sono stati trovati aperti e il contenuto gettato intorno alla stanza, quando un ladro, di solito, usa aprirli, limitarsi a cercarvi denaro e roba di valore e poi richiuderli. Questo e altri aspetti deviano gli inquirenti verso la pista più atroce, cioè che l'assassino sia appunto il figlio, il cui atteggiamento, tra l'altro, non pare simile allo choc, alla rabbia e alla disperazione che colpiscono chi apprende di aver perso entrambi i genitori.

Le stesse sorelle, Nadia e Laura, ne sono chiaramente stupite e loro malgrado iniziano a insospettirsi allorché Laura si accorge dell'uscita di 25 milioni dal conto della madre e trova, lo stesso giorno, la firma falsa di Rosa Tessari e la scritta della cifra per esteso sulla rubrica telefonica di casa; Pietro le rivela dell'assegno intestato a Giorgio Carbognin, aggiunge che era stata la loro madre a firmarlo, ma non sa spiegare il perché di quelle scritte di prova sulla rubrica.

Queste e altre incongruenze vengono fuori di ora in ora, così come le contraddizioni di Pietro durante i numerosi interrogatori. Stanco e pressato dagli inquirenti, il ragazzo confessa a tarda sera del 19 aprile, due giorni dopo il delitto. A ruota, anche i tre amici ammettono le loro responsabilità.

I processi[modifica | modifica sorgente]

Tutti vengono arrestati per omicidio volontario, accusa che a chiusura d'istruttoria diventerà duplice omicidio volontario premeditato pluriaggravato. Le aggravanti sono infatti la crudeltà, i futili motivi e, per Pietro, anche il vincolo di parentela. Per la perizia psichiatrica, richiesta dal pubblico ministero Mario Giulio Schinaia, viene chiamato lo psichiatra, docente e scrittore veronese Vittorino Andreoli.

Il responso del professore contempla la sanità mentale per tutti e tre gli imputati (Burato, non essendo ancora diciottenne, verrà giudicato dal tribunale dei minori che lo condannerà a 13 anni) e quindi la piena capacità di intendere e di volere. Nello specifico caso di Maso, leader indiscusso oltre che figlio delle vittime, Andreoli parla di disturbo narcisistico della personalità, ma non si tratta di vera e propria infermità. Al processo, presso la Corte d'Assise di Verona, il pubblico ministero chiede quindi il massimo della pena per Maso e poco meno di trent'anni per gli altri due. La sentenza viene emessa il 29 febbraio 1992, con la condanna di Pietro Maso a 30 anni e 2 mesi di reclusione; Cavazza e Carbognin sono condannati a 26 anni ciascuno. Nelle motivazioni vi è il riconoscimento di un vizio parziale di mente.

Ad alimentare l'indignazione pubblica vi è pure l'atteggiamento freddo e distaccato dei tre imputati al processo. Oltretutto, per diversi mesi, Maso pretende insistentemente la propria parte di eredità; solo il sollecito del suo avvocato difensore, al fine di accrescere la possibilità di evitare l'ergastolo in primo grado, lo convincerà a rinunciarvi ufficialmente.

In secondo grado, la Corte d'appello di Venezia conferma la sentenza del primo. La Corte di Cassazione conferma poi a propria volta. La condanna passa quindi in giudicato.

Le conseguenze mediatiche[modifica | modifica sorgente]

Il "caso Maso" è all'origine di numerosi dibattiti in giornali e televisioni. L'ultimo caso di omicidio tanto efferato da avere un riscontro mediatico tanto forte era stato, fino a quel momento, il delitto compiuto dalla diciottenne vercellese Doretta Graneris, che nel 1975 assieme al fidanzato uccise padre, madre, nonni e fratellino. Dopo il caso Maso per avere un fatto di sangue che suscitasse tanto clamore si sarebbero dovuti aspettare dieci anni con il delitto di Novi Ligure, commesso dall'allora diciassettenne Erika (la quale tuttavia ha scontato meno della metà degli anni che Maso ha trascorso in carcere).

Pietro Maso dopo la condanna[modifica | modifica sorgente]

Nel 1996, Maso scrive una lettera al vescovo di Vicenza Pietro Giacomo Nonis (Montecchia di Crosara, pur essendo in provincia di Verona, si trova sotto la diocesi vicentina) affermando di sentirsi pentito e chiedendo il perdono al Signore. Lo stesso vescovo (che celebrerò le esequie dei coniugi Maso) si recherà al carcere di Milano per parlare con il giovane e capire il perché del suo gesto.

Pietro Maso sconta la sua pena in regime di semilibertà nel carcere di Opera, in provincia di Milano. In passato ha ottenuto alcuni permessi-premio: il primo nell'autunno 2006 e il secondo, per Pasqua, dal 7 al 9 aprile 2007. Con l'indulto, il termine ufficiale della sua pena è fissato al 2015 e non più al 2018. Maso ha preso parte ai programmi rieducativi, studia e si è riavvicinato alla fede.

Ha anche partecipato a un corso teatrale di musical (tra cui una rappresentazione del celebre musical Jesus Christ Superstar dove interpretava un angelo). [1]

Nell'intervista a La Repubblica del 5 febbraio 2007 Maso dichiara che molti ragazzi gli scrivono perché avrebbero voglia di fare quanto ha fatto lui, e che lui li invita a frenarsi e a cercare di ricucire i loro rapporti: «Non ho potuto salvare me stesso: almeno ci provo con gli altri».[2] Tuttavia, la scrittrice Cinzia Tani, esperta di storia sociale del delitto, afferma che «in carcere le sue preoccupazioni sono la cura della propria persona, dal profumo all'abbronzante, dalla ginnastica a prendere il sole. Non prova alcun rimorso. Riceve lettere da migliaia di fans.»[3]

Il 14 ottobre 2008, a Maso è stata concessa la semilibertà dai giudici della sorveglianza di Milano[4][5].

Dal 22 ottobre 2008, Pietro Maso lavora a Peschiera Borromeo in una ditta di assemblaggio computer e componentistica varia, uscendo alle 7:30 e dovendo rientrare in carcere entro le 22:30. Nel suo primo giorno di lavoro non è mancata la folla di giornalisti e curiosi all'esterno della ditta. Un passante ha urlato: "Ammazzatelo, quell'assassino"[6].

Il 15 aprile 2013 Pietro Maso è stato rimesso in libertà.[7] Sempre nell'aprile 2013 è uscito il libro scritto assieme alla giornalista Raffaella Regoli, intitolato Il male ero io (Mondadori), dove racconta il delitto, ma soprattutto il suo percorso di riscatto durante i ventidue anni passati in prigione. Da mercoledì 15 maggio 2013 lavora presso l'emittente cattolica Telepace.

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Al caso Maso è ispirato il film del 1994 di Luciano Manuzzi I pavoni. Simile nell'argomento anche un film per la televisione statunitense del 1992, Il freddo cuore di Chris (titolo originale: Honor thy mother).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ pubblicazione Ansa del 25 ottobre 2002 http://www.oltrelimmagine.org/stampa2002/ansa_25_ott_2002.pdf pubblicazione Ansa del 25 ottobre 2002.
  2. ^ La Repubblica, 5 febbraio 2007
  3. ^ Cinzia Tani home. URL consultato il 25-05-2008.
  4. ^ Sì alla semilibertà per Pietro Maso: "Fuori dal carcere" in Il Giornale.it, 14 ottobre 08. URL consultato il 14 ottobre 2008.
  5. ^ Pietro Maso torna in semilibertà in Corriere della Sera, 14 ottobre 2008, p. 15. URL consultato il 14 ottobre 2008.
  6. ^ Corriere della Sera, 23 ottobre 2008
  7. ^ Pietro Maso libero dopo 22 anni di carcere - Milano

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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