Pietra di Bologna
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La Pietra di Bologna è un'iscrizione latina per Aelia Laelia Crispis, risalente probabilmene al XVI secolo, anche conosciuta come enigma di Aelia Laelia Crispis.
È incisa su una pietra rettangolare, e si tratta di una falsa iscrizione funeraria dedicata da un immaginario Lucius Agatho Priscius a una misteriosa Aelia Laelia Crispis.
Indice |
[modifica] Testo
| (LA)
« D M
Aelia Laelia Crispis Nec vir nec mulier nec androgyna Nec puella nec iuvenis nec anus Nec casta nec meretrix nec pudica sed omnia sublata neque fame neque ferro neque ueneno Sed omnibus Nec coelo nec aquis nec terris Sed ubique iacet Lucius Agatho Priscius Nec maritus nec amator nec necessarius Neque moerens neque gaudens neque flens Hanc nec molem nec pyramidem nec sepulchrum Sed omnia Scit et nescit cui posuerit » |
(IT)
« D.M.
Aelia Laelia Crispis né uomo ne donna, né androgino né bambina, né giovane, né vecchia né casta, né meretrice, né pudica ma tutto questo insieme. Uccisa né dalla fame, né dal ferro, né dal veleno, ma da tutte queste cose insieme. Né in cielo, né nell'acqua, né in terra, ma ovunque giace, Lucio Agatho Priscius né marito, né amante, né parente, né triste, né lieto, né piangente, questa / né mole, né piramide, né sepoltura, ma tutto questo insieme sa e non sa a chi è dedicato. » |
Il prefisso D.M. significa "Domino Maximo", ed è un'espressione usata in luogo di rendiamo grazie a Dio; coerentemente con il clima di riscoperta dei classici tipico dell'Umanesimo la scritta può essere letta con il significato pagano di Dis Manibus, cioè "agli Dei Mani".
[modifica] Origine dell'iscrizione
I primi riferimenti alla pietra di Bologna compaiono in alcuni documenti del XVI secolo. In particolare, l'erudito belga Giovanni Torre, ospite di Marcantonio Volta presso il complesso di Santa Maria di Casaralta, la nota su una parete della chiesa e ne cita il testo in una lettera indirizzata a un collega inglese. Da allora l'iscrizione è stata annotata spesso nei diari di viaggio o nella corrispondenza degli ospiti dei Volta. Una menzione ancora precedente è contenuta in una lettera dell'arcivescovo di Cagliari Antonio Parraguez de Catillejo diretta a Juan Paz del 3 dicembre 1559. Il prelato sostiene che si tratti di una iscrizione funeraria rinvenuta nell'isola da "dos medicos ornados de buenas letras humanas". Uno di loro è certamente il filosofo e protomedico Gavino Sambigucci, il quale fu a Bologna presso il Volta qualche tempo dopo.
Il complesso di Casaralta, oggi stabilimento militare, era stato eretto nel XIII secolo quale priorato dell' Ordo Militiæ Mariæ Gloriosæ, meglio conosciuto come ordine dei frati gaudenti.
Nel 1550 il complesso diventò una commenda e fu assegnato ad Achille Volta, che lo ampliò e ne arricchì gli interni con particolari stravaganti: un caminetto con le fattezze di un'enorme maschera, la cui bocca larga tre metri costituiva l'apertura; il dipinto di un rinoceronte con il motto "No vuelo sin vencer" ("non volo senza vincere" in spagnolo); un bassorilievo di marmo al di sotto del quale compariva la scritta "Asotus XXX".
Il testo dell'iscrizione potrebbe essere stato concepito in questo clima da cenacolo umanistico, vicino al mistero, all'allegoria e all'esoterismo.
Nel XVII secolo la dimora fu abitata dal senatore Achille Volta, omonimo del suo antenato, che fece ricopiare il testo - ormai illeggibile - su una nuova lastra di marmo rosso. Questa copia è la "pietra di Bologna" oggi visibile.
In questo rifacimento il testo ha perduto tre versi finali che forse comparivano nella versione originale:
| (LA)
« Hoc est sepulchrum intus cadaver non habens
Hoc est cadaver sepulchrum extra non habens Sed cadaver idem est et sepulchrum sibi » |
(IT)
« Questo è un sepolcro che non contiene alcuna salma
Questa è una salma non contenuta in alcun sepolcro ma la salma e il sepolcro sono la stessa cosa » |
Secondo Richard White queste righe sono la traduzione di un antico epigramma greco attribuito ad Agatia lo Scolastico. Il testo sarebbe stato latinizzato dapprima da Decimo Magno Ausonio e un millennio dopo da Poliziano
La lapide scampò ad un bombardamento aereo che nel 1943 distrusse parte dell'antico complesso di Casaralta.
Attualmente l'iscrizione restaurata nel 1988, è conservata a Bologna presso il lapidario del Castellaccio del Museo Civico Medievale di Palazzo Ghisilardi-Fava assieme ad un'altra più piccola che ne ricorda la trascrizione per opera del senatore Volta.
[modifica] Interpretazioni
L'iscrizione di Aelia Laelia Crispis ha sempre suscitato grande interesse, specie in ambito alchemico.
Ecco alcune delle principali soluzioni proposte già nel XVI secolo:
- Niobe (Richard White, XVI secolo)
- Una delle amadriadi, ovvero una ninfa delle querce (Ulisse Aldrovandi, XVI secolo)
- L'acqua piovana (Michelangelo Mari, XVI secolo).
Tra le interpretazioni più fantasiose vi è anche una lettura di ispirazione alchemica del testo, che faceva riferimento alla pietra filosofale. Secondo questa teoria, interpretando il testo correttamente si potrebbe giungere a sintetizzare la famosa pietra, chimera degli alchimisti.
Lo storiografo Calindri nel XVIII secolo ha affermato che "celebre ed insigne sarebbe stata Bologna, se altro ancora non avesse avuto e contenuto in sé stessa, che questa enigmatica lapide". L'affermazione fu ripresa nel XVII secolo dal letterato Emanuele Tesauro, che ha sostenuto che la lapide "sarebbe bastata da sola alla fama di Bologna".
Una trattazione dell'argomento si deve anche a Carl Gustav Jung, mentre Gérard de Nerval cita Aelia Laelia in due racconti: Pandora e Le Comte de Saint-Germain.
Le interpretazioni più recenti vogliono che l'iscrizione non sia altro che un gioco umanistico, uno scherzo, un'invenzione erudita per far scervellare gli interpreti. Non vi è tuttavia ancora una soluzione univoca. Nel maggio 2009 è stato pubblicato il romanzo "Il miele di Chopin" di Franco Gandolfi, Edizioni Pendragon, nel quale è data una nuova soluzione interpretativa all'enigma.
[modifica] Bibliografia
- Nicola Muschitiello (a cura di). Aelia Laelia. Il mistero della Pietra di Bologna. Bologna, Il Mulino, 2000.
- Umberto Cordier. Guida ai luoghi misteriosi d'Italia.Alessandria, Piemme, 2002.
- Cortesi Paolo. Manoscritti segreti. Dai misteri del Mar Morto alle profezie di Nostradamus. Roma, Newton & Compton, 2003
[modifica] Altri progetti
Wikisource contiene opere originali di o su Pietra di Bologna
"L'enigma della lapide" - Un giallo nella storia di Eugenio Maria Bortolini e Giovanni Gotti

