Piazza Tahrir

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La piazza nel 1941.

Piazza Tahrir (arabo: ميدان التحرير, Mīdān al-Taḥrīr) è la piazza principale del Cairo, capitale dell'Egitto.

Originariamente la piazza fu chiamata Mīdān Ismāʿīliyya (Piazza Ismailia), dal nome del Khedive Isma'il Pascià, figlio di Mehmet Ali. Dopo la Rivoluzione egiziana del 1919 diventò nota come Piazza Tahrir, ma non fu ufficialmente rinominata in tal modo fino alla Rivoluzione egiziana del 1952, che cambiò la struttura istituzionale dell'Egitto, abolendo la monarchia costituzionale in favore di una repubblica presidenziale.[1]

Veduta nord verso l'edificio della Mogammaʿ e la statua di Omar Makram in piazza Tahrir.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Vista di Piazza Tahrir da sud-ovest
Piazza Tahrir di sera, vista sud-ovest da Shāriʿa Talʿat Harb.

Al centro della piazza si colloca una larga e affollata rotonda nella quale si apre l'ingresso alla fermata Sadat della metropolitana. Sul lato nord-est si trova una statua d'età ottomana, e oltre c'è la moschea di ʿOmar Makram.[2]

Dal nord della piazza inizia via Qasr al-ʿAyn, dal lato ovest via Talʿat Harb, e via Qasr el-Nil attraverso la parte sud per arrivare al Ponte Qasr al-Nil che attraversa il vicino fiume Nilo.

L'area attorno a piazza Tahrir comprende il Museo egizio, la sede del Partito Nazionale Democratico, l'enorme palazzo della Mogammaʿ (un edificio governativo incaricato del disbrigo delle più diverse pratiche burocratiche), l'edificio sede della Lega Araba, l'hotel Hilton Nile, e il campus dell'American University in Cairo (ora trasferito altrove).

Veduta nord-ovest verso piazza Tahrir da via Qasr al-ʿAyn.

Usi pubblici e manifestazioni[modifica | modifica sorgente]

Piazza Tahrir è stato il centro tradizionale per numerose proteste e manifestazioni per molti anni.

Proteste del 2011[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sommosse popolari in Egitto del 2011.

Piazza Tahrir è stato il luogo principale delle proteste del 2011 contro il presidente Hosni Mubarak. Il 25 gennaio 2011 oltre 50.000 manifestanti hanno occupato la piazza il primo giorno. Nei giorni seguenti la piazza continua ad essere il centro di destinazione per i manifestanti del Cairo. Il 29 gennaio gli aerei egiziani hanno volato sopra le persone riunite nella piazza. Il 30 gennaio, sesto giorno dall'inizio delle proteste, la BBC annuncia che il numero di manifestanti è salito almeno a 100.000[3] e il 31 gennaio Al Jazeera riferisce che il numero è salito a 250.000.[4] Il 1º febbraio invece Al Jazeera riferisce che il numero di manifestanti ha raggiunto 1 milione e si sono radunati pacificamente nella piazza e nelle vie circostanti.[5]

Piazza Tahrir piena di manifestanti il 3 febbraio 2011.

La notte del 2 febbraio esplode la violenza tra i sostenitori di Mubarak e gli oppositori del regime, e i marciapiedi ne escono danneggiati per l'uso di proiettili, sono soccorsi da medici volontari, fra i quali Bassem Youssef. Entro una settimana l'immagine e il nome della piazza acquistano fama mondiale, dovuta proprio alla copertura internazionale dei media. Una pagina di Facebook con il nome "Tahrir square" è stata creata per fornire informazioni sulla rivoluzione per compensare la mancanza di informazioni degli eventi. L'11 febbraio i manifestanti di piazza Tahrir hanno celebrato le dimissioni di Hosni Mubarak.[6]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Vatikiotis, Panayiotis J., The Middle East: From the End of Empire to the End of the Cold War, Routledge, 1997, p. 194.
  2. ^ Midan Al-Tahrir, Liberation Square, Tour Egypt.
  3. ^ BBC News: "Egypt protesters step up pressure on Hosni Mubarak" 31 January 2011. Accessed 2011.01.31.
  4. ^ Al Jazeera News: Live blog 31/1 — Egypt protests, 31 January 2011. Accessed 2011.01.31.
  5. ^ Al Jazeera News: Protesters flood Egypt streets, 1 February 2011. Accessed 2011.02.01.
  6. ^ Kirkpatrick, David D. and Anthony Shadid from Cairo. Other reporting was contributed by Kareem Fahim, Liam Stack, Mona El-Naggar and Thanassis Cambanis from Cairo, and Alan Cowell from Paris, “Mubarak Steps Down, Ceding Power to Military” ,The New York Times, February 11, 2011.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]