Pensiero e poetica di Giacomo Leopardi

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1leftarrow.pngVoce principale: Giacomo Leopardi.

« O forse erra dal vero, / Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, dentro covile o cuna,
É funesto a chi nasce il dì natale. »
(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv. 139-143)
Giacomo Leopardi

Il pensiero e la poetica di Giacomo Leopardi sono caratterizzati dal pessimismo, l'aspetto filosofico che caratterizza tutto l'evolversi delle idee del poeta e filosofo italiano, assumendo nel tempo connotazioni diverse. Esse possono essere seguite attraverso le pagine dello Zibaldone e si manifestano con evidenza nei testi letterari, come i Canti e le Operette morali.

Partendo da una posizione personale di estremo pessimismo, per cui ritiene che la morte possa essere per lui (e in taluni casi anche per altri) migliore della vita[1][2][3][4], a causa delle sue precarie condizioni fisiche[5], arriva a un pessimismo che comprende l'umanità (che deve farsi carico del fatto che la vita non ha senso, ma può migliorare se gli uomini si aiutano l'un l'altro) e l'intero universo, che tuttavia non gli fa rinunciare alla speranza e alla solidarietà e, in un certo senso, paradossalmente e in eterno contrasto, all'amore verso la vita e le illusioni dell'arte e della poesia.[6] Il pessimismo filosofico di Leopardi ha le sue origini nel materialismo del Settecento (d'Holbach, sensismo di Condillac) derivato diretto dal razionalismo propugnato dall'illuminismo, dall'atomismo greco e dal pessimismo mostrato da alcuni autori antichi, come Omero, con qualche influsso del romanticismo. Esso presenta alcune analogie con il pensiero di Schopenhauer e con l'esistenzialismo successivo, a partire da Nietzsche.

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Il pensiero leopardiano e la sua poetica sono strettamente legati alla sua formazione classicistica, latina classica, greca antica e in seguito anche illuministica. Egli approfondì anche tematiche scientifiche. Moltissimi autori influenzarono Leopardi e su di essi formò il suo pensiero: in particolare Luciano di Samosata, Omero, Socrate, Platone, Saffo, Cicerone, la Bibbia (spec. Libro di Giobbe e Qoelet), Democrito e gli atomisti, Epicuro, Protagora e i sofisti, Lucrezio, Orazio, Epitteto e gli stoici, Mosco, George Gordon Byron, Percy Bysshe Shelley, François-René de Chateaubriand, Giambattista Vico, Blaise Pascal, Torquato Tasso, Ugo Foscolo, Vittorio Alfieri, Madame de Stael, Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Paul Henri Thiry d'Holbach, Denis Diderot, Conte di Buffon (per la descrizione tecnica della natura e degli animali), Bernard le Bovier de Fontenelle, Jean Baptiste Le Rond d'Alembert, Etienne Bonnot de Condillac e Pietro Verri. Controversa è l'ispirazione da Immanuel Kant e da Schopenhauer, dato che non si sa se egli lesse le loro opere. Da Leopardi hanno tratto, viceversa, ispirazione molti autori, tra cui Vincenzo Cardarelli, Giovanni Pascoli, Umberto Saba, lo stesso Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Franz Kafka e tutti gli esistenzialisti, Emil Cioran ed Eugenio Montale.

Le fasi del pessimismo leopardiano[modifica | modifica wikitesto]

Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano: "pessimismo individuale", "pessimismo storico" e "pessimismo cosmico", più una fase finale di "pessimismo eroico". Il suo pessimismo ha una matrice filosofica nel materialismo del Settecento derivato dal razionalismo dell'Illuminismo, oltre che nelle sue riflessioni personali.[7]

Il pessimismo individuale[modifica | modifica wikitesto]

Le esperienze dell'adolescenza e della prima giovinezza conducono Leopardi a pensare che la vita sia stata spietata con lui, ma che altri possono essere felici (pessimismo personale o soggettivo, detto anche pessimismo psicologico). Questa contrapposizione emerge, ad esempio, nel canto La sera del dì di festa e, con qualche incrinatura[8], nella canzone Ultimo canto di Saffo. Il dolore diviene dunque strumento di conoscenza in quanto fonte di una riflessione che accompagna tutta la vita del poeta.[7]

Il pessimismo storico[modifica | modifica wikitesto]

Leopardi giunge ben presto a considerare il dolore come il frutto negativo dell'evoluzione storica: lo sviluppo del sapere razionale ha negato a tutti gli uomini quella spontanea e libera immaginazione che permetteva di trovare conforto al dolore.[9]
L’infelicità dell'uomo è dunque un prodotto della ragione moderna; secondo il poeta di Recanati soltanto gli antichi, non condizionati dall'incivilimento dovuto alla ragione nel loro accostarsi alla natura e alla vita stessa, hanno potuto raggiungere una condizione, per quanto illusoria, di felicità.[10]
Per Leopardi le epoche passate sono quindi migliori di quelle presenti. La natura, in questa fase del pensiero leopardiano, è ancora considerata benigna, perché, provando pietà per l’uomo, gli ha fornito l’immaginazione, ovvero le illusioni, le quali producono nell’uomo una parvenza di felicità.[10] Nel mondo moderno queste illusioni sono però andate perdute perché la ragione[9] ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e rivelato la realtà nuda. Anche le illusioni di Patria, poesia eternatrice e gloria, cantate dal Foscolo nei Sepolcri e nelle Grazie, rimangono tali e non servono più al poeta per sentirsi parte della storia e di un progetto, non danno più un senso alla vita, anche se Leopardi ne sente comunque il richiamo[11], proprio come quello dell'amore.[12][10]

L'immagine della Natura buona e madre benefica (poi sostituita dalla Natura matrigna), dell'uomo naturale come incontaminato, tendente al buono e dotato di un'immaginazione che lo consola, è mutuata dalla visione di Jean-Jacques Rousseau (in particolare Emilio o dell'educazione, Discorso sull'ineguaglianza e Discorso sulle scienze e le arti, ma anche il Rousseau memorialista e sentimentale, come ne Le fantasticherie del passeggiatore solitario, Le confessioni o La nuova Eloisa). Anche nella fase successiva, Leopardi esprime comunque stima per il pensatore ginevrino, specialmente per l'introspezione e la tendenza alla meditazione solitaria[13][14], ma ogni idea di "buon selvaggio" - ormai percepito come "bestione vichiano" - verrà abbandonata, sulla scia di Voltaire.[15][7]

Teoria del piacere[modifica | modifica wikitesto]

La "teoria del piacere", derivata dal sensismo degli illuministi francesi, mediato dal pensiero di Pietro Verri (in particolare il Discorso sull'indole del piacere e del dolore, ripresa dei temi di Helvétius ed Etienne Bonnot de Condillac), nonché proveniente da Lucrezio ed Epicuro, sostiene che l'uomo nella sua vita tenda sempre a ricercare un piacere infinito come soddisfazione di un desiderio illimitato. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa dell'uomo che può concepire le cose che non sono reali. Poiché, grazie alla facoltà immaginativa, l'uomo può figurarsi piaceri inesistenti e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione, non bisogna stupirsi che la speranza sia il bene maggiore e che la felicità umana corrisponda all'immaginazione stessa. La natura fornisce tale facoltà all'uomo come strumento per giungere non alla verità, ma ad un'illusoria felicità.[16][17]

La noia, il piacere, la felicità[modifica | modifica wikitesto]

Come per Verri, il piacere più vero, a cui poi subentra la noia, è la semplice cessazione del dolore.[18] Per Leopardi, il piacere più vero è l'assenza epicurea o stoica di ogni turbamento (atarassia; cioè non il piacere "cinetico", ma "catastematico"), ma, essendo difficile da raggiungere, si può dire che il vero piacere è solo nell'attesa.[19][20] L’uomo deve perciò rendersi conto di questa realtà di fatto e contemplarla in modo distaccato e rassegnato.[16][17]

Anche l'occupazione (che può essere considerata la soddisfazione continua degli svariati bisogni che la natura ha fornito agli uomini) è una condizione che porta una temporanea felicità nella vita dell'uomo. Ad essa si oppone il tedio, la noia, che è il male più grande che possa affliggere l'umanità.[21], conseguenza del nulla, come un senso di estraneità alla vita, pur essendo comunque il "più sublime dei sentimenti umani", in quanto provarla è segno di possedere uno spirito superiore ed elevato, a cui non basta il mondo materiale per essere soddisfatto. Pertanto gli individui migliori e nobili sono quelli che soffrono di più per la miseria della condizione umana.[22] I rimedi alla noia, secondo Leopardi, sono il sonno, l'oppio e il dolore stesso, oltre che l'arte, il perdersi nel mare infinito del proprio pensiero (o in un istante senza pensiero alcuno).[23][24][25][26][4]

Secondo Leopardi l'umanità poteva però essere più vicina alla felicità nel mondo antico, quando la conoscenza scarsa lasciava libero corso all'immaginazione; nel mondo moderno, invece, la conquista del vero ha portato l'immaginazione ad indebolirsi già nella seconda fanciullezza, fino a sparire del tutto negli adulti, al punto che la vita felice è preferibile alla vita lunga.[27] Nonostante ciò, anche se consolarsi con le illusioni si può e si deve, per Leopardi nella vita moderna è preferibile l'"arido vero" piuttosto che le "favole", in quanto il mondo moderno è troppo degradato rispetto all'antico.[10][28][16][17][9] La felicità, dunque, è più facilmente trovata dai fanciulli che riescono sempre ad immaginare e perdersi dietro ogni "bagattella", ovvero riescono a distrarsi con ogni sciocchezza.[16][17]

Il pessimismo cosmico[modifica | modifica wikitesto]

Approfondendo ulteriormente la riflessione, Leopardi perviene al cosiddetto pessimismo cosmico, ovvero a quella concezione per cui, contrariamente alla sua posizione precedente, afferma che l'infelicità è connaturata alla stessa vita dell'uomo, destinato quindi a soffrire per tutta la durata della sua esistenza. Per il poeta (che non rinnega comunque la sua dottrina sul piacere come "attesa" e "assenza di dolore"), la natura, che ora viene considerata maligna, dopo aver generato un uomo, tende a eliminarlo per dar luogo ad altri individui in una lunga vicenda di produzione e distruzione, destinata a perpetuare l'esistenza e non a rendere felice il singolo. In altri momenti il Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude scoprendo che la causa di esso è proprio la natura, perché essa stessa ha creato l'uomo con un profondo desiderio di felicità, pur sapendo che egli non può mai raggiungerla.[17]

La natura in Leopardi[modifica | modifica wikitesto]

« La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno, come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità, è infelice, come chi non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno. »
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 27 maggio 1829)

La natura (intesa come la forza ciclica del "perpetuo circuito di produzione e distruzione"[29] dell'universo, ossia le leggi della fisica e della biologia), a differenza delle precedenti fasi del pensiero leopardiano, è vista infatti la sola colpevole dei mali dell’uomo; essa è ora vista come un organismo che non si preoccupa della sofferenza dei singoli, ma svolge incessante e noncurante il suo compito di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo: è un meccanismo indifferente e crudele che fa nascere l’uomo per destinarlo alla sofferenza. Infatti la natura, mettendoci al mondo, ha fatto sì che in noi nascesse il desiderio del piacere infinito, senza però darci i mezzi per raggiungerlo. Questa concezione, che è alla base della maggior parte della produzione poetica di Leopardi, emerge per la prima volta con assoluta chiarezza nel "Dialogo della Natura e di un Islandese", un'Operetta morale scritta nel 1824. In questo dialogo la Natura si mostra del tutto indifferente alla sofferenza dell'uomo, che è soltanto un elemento del ciclo universale di produzione e distruzione.[29] Nella Ginestra, del 1836, Leopardi ribadisce che la Natura non ha per gli uomini riguardo maggiore di quello che ha per le formiche: eppure "l'uom d'eternità si arroga il vanto".[30][31] Leopardi sviluppa quindi una visione meccanicistica e materialistica della natura, una natura che egli con disprezzo definisce "matrigna".[32]

Il destino dell’uomo, ovvero la sua malattia, è in fondo lo stesso per tutti, pur nelle differenti condizioni materiali, sociali, culturali[33]. In questa fase non ci sono reazioni titaniche perché Leopardi ha capito che è inutile ribellarsi, ma che bisogna invece raggiungere la pace e l’equilibrio con sé stessi, in modo da opporre un efficace rimedio al dolore. Leopardi reputa proprio la sofferenza la condizione fondamentale dell’essere umano nel mondo, arrivando perfino a dire che “tutto è male”[34]. Significativa è, a questo proposito, alcuni versi in conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (vv. 100-104), dalla quale emerge tutta la sfiducia del poeta verso la condizione umana nel mondo, una condizione fatta di sofferenza e di diuturna infelicità:

« Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri
che dell’esser mio frale
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.[35] »
« O natura, o natura,

perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi? »

(A Silvia, vv. 36-39)

La natura assume una valenza simile a quella che per Schopenhauer è la volontà ("wille"), la forza insita in tutti i viventi, che perpetua la specie ma anche la sofferenza.[6]

Il nichilismo leopardiano[modifica | modifica wikitesto]

Il critico tedesco Karl Vossler parla di una "religione del Nulla" a proposito del pessimismo di Leopardi, cioè di un atto di fede nel Nulla.[36] Nel culmine del suo pessimismo Leopardi, raggiunto ormai il nichilismo, scrive anche un inno al Male, l'inno ad Arimane, dio del Male nel Mazdeismo persiano, identificato con il Destino o lo spietato Fato degli antichi, o la natura stessa (il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera[37]), l'universo meccanicistico, in Schopenhauer, come detto, paragonabile alla volontà, che trova somiglianze sia col demiurgo dello gnosticismo sia con il concetto impersonale di samsara del buddhismo e dell'induismo, da cui il filosofo tedesco aveva preso ispirazione.[38] Leopardi anticipa di certo il nichilismo di Nietzsche[7] e quello dell'esistenzialismo ateo moderno (ad es. Albert Camus o Emil Cioran; quest'ultimo ha notevoli somiglianze, nel pensiero filosofico, con le idee di Leopardi; Cioran considerava Leopardi un "fratello d'elezione").[39]

L'ateismo di Leopardi[modifica | modifica wikitesto]

Leopardi, pur costretto dalla censura pontificia e borbonica (nonché dal rispetto verso la sua religiosa famiglia, come emerge dalle lettere, in cui però mette in chiaro con il padre che pur non essendo lui irreligioso, non condivide per nulla le sue tesi cattoliche e reazionarie, pur rispettandole[40]), non mancherà di abiurare il cristianesimo, criticare il clero[41] (le sue opere finiranno all'Indice dei libri proibiti), la religione cristiana[42] in cui definisce Cristo - chiamandolo Platone per aggirare la censura pontificia - il più spietato dei carnefici dell’umanità[43], per aver creato, insieme ad altri, la paura della vita dopo la morte (da cui da piccolo il poeta aveva grande timore, a causa del fanatismo della madre)[7], anziché un aldilà senza pene e premi come l'Ade di Omero[1], caratterizzato da malinconica e rassegnata accettazione, approdando quindi all'ateismo. Come Foscolo, Leopardi pensa che la religione cristiana abbia spinto l'uomo a disprezzare la vita, ma si spinge poi oltre, poiché la Chiesa, vietando il suicidio (che comunque Leopardi non approva per motivi "solidaristici") ha spinto l'uomo a temere la morte, che invece, nella visione pessimistica, libera l'uomo sofferente da tutti i mali.[44] Nella canzone La ginestra e ne I nuovi credenti, prende di mira decisamente e in maniera sarcastica lo spiritualismo cattolico, schierandosi con il materialismo ateo illuminista, in quanto la ragione, pur svelando la dura realtà, è ritenuta meglio degli inganni della natura e della religione.[7][45]

Un'affermazione quasi esplicita di ateismo, nonché di materialismo, in luogo del consueto pessimismo "agnostico"/"panteista", con riferimenti biblici o cristiani[46], dei Canti, si trova in una delle Operette morali, il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, pubblicato postumo da Antonio Ranieri nel 1845 a Firenze (forse escluso dal poeta proprio per le pesanti implicazioni con la censura borbonica o pontificia, censura invece molto allentata nel liberale regime toscano degli Asburgo-Lorena); in esso Leopardi riprende il materialismo antico degli atomisti, e le idee dell'illuminista radicale d'Holbach:

« Le cose materiali, siccome elle periscono tutte ed hanno fine, così tutte ebbero incominciamento. Ma la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab eterno. Imperocché se dal vedere che le cose materiali crescono e diminuiscono e all'ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle non sono per sé né ab eterno, ma incominciate e prodotte, per lo contrario quello che mai non cresce né scema e mai non perisce, si dovrà giudicare che mai non cominciasse e che non provenga da causa alcuna.[47] »

Leopardi giunge ad attaccare e deridere le superstizioni umane e le religioni in quanto vengono usate per rendere più misera e non più felice, tramite le illusioni, gli individui[48], considerando dannoso e poco virile l'aver abbandonato la via razionalista aperta dall'illuminismo, la vera luce, a cui gli uomini hanno preferito il buio.[45]

L'uomo è inoltre in balia di un destino più forte, e non può sottrarsene ma deve accettarlo ("amor fati").[49][50]

Il pessimismo eroico[modifica | modifica wikitesto]

Nell'"Operetta morale" Dialogo di Plotino e Porfirio, la lunga discussione tra i due filosofi antichi sul suicidio si conclude con l'affermazione che la scelta di uccidersi dev'essere rifiutata in quanto questo gesto aggiungerebbe un'ulteriore motivo di sofferenza agli amici del suicida, i quali, come tutti gli uomini, devono già patire tanto dolore. Dunque, conclude Plotino, "andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel miglior modo questa fatica della vita". In questo testo è possibile trovare la manifestazione di uno spirito di solidarietà e condivisione, che nasce dalla constatazione che non v'è altro modo per difendersi dalla potenza cieca della Natura e dall'alternativa dolore/noia entro la quale si svolge la vita dell'uomo.[51]

Del resto Leopardi respinse sempre con forza l'accusa di misantropia, come si legge in un pensiero dello Zibaldone[52]:

« La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l'odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all'origine vera de' mali de' viventi. »

Egli tuttavia provava sempre un senso di estraneità, talvolta quasi disprezzo o irrisione[53][54][1][55], verso la maggioranza degli uomini, persi in illusioni di progresso quasi positiviste, le magnifiche sorti e progressive[56] che il poeta non ha timore di deridere, pur sapendo che ciò gli costerà in termini di popolarità[57][58], o nelle piccolezze e meschinità quotidiane[59][60][61]: difatti questo è il destino dell'intellettuale e dell'uomo troppo grande, che non viene capito dall'uomo comune.[13][62][14] Il filosofo vero, però, perdona quando è necessario, in quanto molti errori umani derivano da negligenza, superficialità e ignoranza, più che da vera malvagità[63][64], e può capitare che da un grande male esca un bene.[65] Su queste basi, matura in seguito l'auspicio di una società rinnovata in senso solidale, non per astratti insegnamenti di morale o di religione, ma per la presa di coscienza che solo l'accettazione coraggiosa della verità ed il rifiuto di ogni inganno, illusione, autoinganno possono rendere gli uomini veramente uomini, e la vita un po' meno indegna di essere vissuta[66]. Quest'ultima fase del pessimismo leopardiano è chiamata pessimismo eroico poiché appunto l'uomo afferma orgogliosamente ed eroicamente la propria dignità, insieme con i propri simili. Il titanismo solidale leopardiano è stato avvicinato da taluni critici (specialmente quelli di area marxista, come Antonio Gramsci[67]) alla nascente ideologia socialista, anche se in realtà è più legata alla filantropia di stampo illuminista settecentesca (oltre che agli atteggiamenti e al pensiero di autori come il contemporaneo Lord Byron), in particolare è evidente l'ispirazione da Voltaire, e dal suo Poema sulla legge naturale, il quale presenta alcune similitudini ideologiche con La ginestra, oltre che da alcuni scritti di Rousseau.[68]

Il pensiero di Leopardi ha avuto diverse ricezioni: molti hanno negato che fosse vera filosofia, affermando che fosse più un insieme di pensieri, pur apprezzandone spesso la forma letteraria e talvolta le idee (Francesco de Sanctis, Niccolò Tommaseo, Benedetto Croce, Giovanni Gentile), mentre altri hanno sostenuto la validità dell'edificio filosofico leopardiano come "vera filosofia", a titolo diverso (Gramsci[67], Sebastiano Timpanaro[69]; quest'ultimo ne ha rilevato la sostanziale contiguità col materialismo del barone d'Holbach e in particolare con l'opera del filosofo franco-tedesco Sistema della Natura, come rilevabile anche dallo Zibaldone).[7]

La poetica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere di Giacomo Leopardi, Operette morali e Zibaldone.

Il pessimismo è legato strettamente anche alla poetica di Leopardi, in quanto è tesa a dimostrare il nulla e a consolare del dolore, tramite le illusioni.

Secondo manoscritto autografo della poesia L'infinito

La poetica rappresenta l'insieme dei principi e degli obiettivi che guidano l'attività creativa (temi, linguaggio, destinatari, finalità) del poeta recanatese. Essa appare intimamente connessa agli aspetti del pensiero dell'autore, ovvero alle sue posizioni filosofiche, alla sua concezione dell'uomo e della società, alle esperienze di vita attraverso le quali si è formato.

Nel caso di Giacomo Leopardi, l'elaborazione della poetica è testimoniata da numerosi passi, di varia estensione, dello Zibaldone, talora dotati di esempi, o addirittura corredati da abbozzi di testi poetici. Lo Zibaldone è la chiave per comprendere come al centro dell'opera di Leopardi appaia costante la tematica del dolore esistenziale, sfociante nella sua visione pessimista della vita.[70]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Analisi delle Operette morali.

La poesia leopardiana[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni compresi tra il 1817 e il 1818 si delinea il primo momento del sistema di pensiero leopardiano. Leopardi considera felice lo stato d'animo dell'uomo e ritiene che la natura riesca a mediare la condizione di infelicità a cui l'uomo è destinato. Dunque in questa prima fase la natura assume una connotazione positiva perché è in grado di produrre illusioni.[10]

I Canti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Canti (Leopardi).

Non è possibile identificare nei Canti una poetica unitaria, ma piuttosto l'evolversi di linee diverse, spesso compresenti, legate in modo non rigido ma dinamico all'evolversi del pensiero leopardiano.

Si può osservare come nei Canti pisano-recanatesi, quando è ormai irreversibile la convinzione dell'universale e necessaria infelicità degli uomini, voluta dalla natura, permangano ben saldi gli elementi costitutivi della poetica degli Idilli, ovvero il vago, l'indefinito, la rimembranza.[71] Per questa ragione, fra l'altro, i Canti pisano-recanatesi sono stati a lungo indicati come "Grandi idilli".

Nei difficili anni che seguono il definitivo allontanamento da Recanati non cambia il nucleo concettuale della filosofia leopardiana, mentre emergono significativi mutamenti poetici nei Canti del "Ciclo di Aspasia" e nella Ginestra: non si riscontra più un linguaggio sfumato, con evocazione degli anni giovanili, serene rappresentazioni di paesaggio, ma un linguaggio fermo, scabro, a volte ironico o sarcastico fino all'asprezza o al cinismo.[72]

I Pensieri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pensieri (Leopardi).

La morte è rifuggita dall'uomo malgrado delusioni e dolori:" la morte non è male: perché libera l'uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo: perché libera l'uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori".[73] Come detto, è invece la noia è il più nobile e tragico dei sentimenti umani.[22]

Altri elementi di poetica[modifica | modifica wikitesto]

Illusioni sono la felicità (o piacere) e l'infinito a cui l'animo tende naturalmente. La ragione ha però scoperto che la felicità non può essere appagata data la finitezza dell'uomo e la precarietà della sua esistenza. L'infinito coincide con il nulla, il solido nulla, unica certezza: «Pare che solamente la negazione dell'essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l'infinito venga in sostanza ad essere lo stesso che il nulla».[74] L'inattingibile infinito suscita però nell'uomo la tensione a superare i propri limiti.[75]

L'idillio è espressione della poesia d'immaginazione, mentre la canzone è espressione della poesia di sentimento e filosofica.[76]

Il linguaggio e lo stile di scrittura[modifica | modifica wikitesto]

Caratteristica del poeta è l'essenzialità del linguaggio che, con rapidissime immagini e sapienza ritmica e sintattica, crea brani di straordinaria suggestione.
Nello Zibaldone Leopardi annota le proprie riflessioni circa il linguaggio adottato nella poesia: egli scrive di adoperare "una lingua per i morti", sottolineando l'uso di parole arcaiche, desuete, fuori dal loro contesto. Osserva inoltre che i "termini", ovvero i vocaboli determinati, sono prosastici, mentre le parole, quanto più sono "vaghe" ed "indefinite" tanto più risultano poetiche. Analogamente, ciò che è presente e vicino viene considerato meno poetico di ciò che è lontano nel tempo o nello spazio. A questo proposito, l'idillio L'infinito è paradigmatico della poetica che si suole definire appunto "idillica".[77] L'idea dell'immensità e dell'eternità sono rese con un limitatissimo impiego di mezzi lessicali, che consente alle idee di giganteggiare nel deserto delle semplici parole.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Operette morali, «Dialogo di Tristano e di un amico»
  2. ^ Operette morali, «Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie»
  3. ^ Il passero solitario: "A me, se di vecchiezza / La detestata soglia / Evitar non impetro"
  4. ^ a b Operette morali, «Cantico del gallo silvestre»
  5. ^ Amore e morte, ultima strofa
  6. ^ a b Francesco de Sanctis, Schopenhauer e Leopardi
  7. ^ a b c d e f g Paolo Ruffilli, Introduzione alle Operette morali, Garzanti
  8. ^ Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo, vv.61-62
  9. ^ a b c Giacomo Leopardi, Alla Primavera o delle favole antiche, vv. 13 e segg.
  10. ^ a b c d e Giacomo Leopardi, Operette morali, «Storia del genere umano»
  11. ^ All'Italia e Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze
  12. ^ Il primo amore e ciclo di Aspasia
  13. ^ a b Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo I
  14. ^ a b Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo IV
  15. ^ Operette morali, «La scommessa di Prometeo»
  16. ^ a b c d Citati, p.50-60
  17. ^ a b c d e Citati, p. 157 e segg.
  18. ^ "Piacer figlio d'affanno" (La quiete dopo la tempesta, v. 32)
  19. ^ Il sabato del villaggio, vv. 38-42
  20. ^ Operette morali, «Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere»
  21. ^ vedi la canzone Ad Angelo Mai ed altri testi
  22. ^ a b Giacomo Leopardi, Pensieri, LXVIII: "La noia è in qualche modo il più nobile dei sentimenti umani [....].....ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera....[....] e perciò noia pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga nella natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali".
  23. ^ Operette morali, «Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare»
  24. ^ L'infinito, vv. 15
  25. ^ Operette morali, «Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez»
  26. ^ Operette morali, «Elogio degli uccelli»
  27. ^ Operette morali, «Dialogo di un fisico e di un metafisico»
  28. ^ Inno ai patriarchi o de' principii del genere umano
  29. ^ a b Operette morali, «Dialogo della Natura e di un Islandese»
  30. ^ La ginestra, v. 296
  31. ^ anche Operette morali, «Dialogo di un folletto e di uno gnomo»
  32. ^ "Madre di parto e di voler matrigna" (La ginestra, v. 125)
  33. ^ cfr. A Silvia e Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
  34. ^ Giacomo Leopardi, Zibaldone, (4174), 19-22 aprile 1826
  35. ^ Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv. 100-104
  36. ^ K. Vossler - R. Bacchelli, Nel centenario di G. Leopardi, Cedam , Padova, 1937, pp. 8 e sgg.
  37. ^ A sé stesso, vv. 14-15
  38. ^ Leopardi su ariannaeditrice
  39. ^ Le vie parallele di Cioran e Leopardi, intervista a Mario Andrea Rigoni di Antonio Castronuovo)
  40. ^ "Io non sono stato mai né irreligioso, né rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli che si professano ne' Dialoghetti, e ch'io rispetto in Lei, ed in chiunque li professa in buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io dovessi né debba né voglia disapprovarli." (lettera al padre Monaldo del 28 maggio 1832)
  41. ^ Epistolario, Lettera a Luigi De Sinner del 22 dicembre 1836
  42. ^ Operette morali, «Dialogo di Plotino e Porfirio»
  43. ^ Profilo su Novecento letterario
  44. ^ Operette morali, «Dialogo di Plotino e di Porfirio» e numerosi altri testi come lo Zibaldone
  45. ^ a b La ginestra, vv. 72-86; anche incipit - paradossalmente - evangelico della lirica
  46. ^ G. Casoli, Il rapporto tra la Bibbia e Leopardi in un'intervista a Loretta Marcon. Dall'alto dell'ermo colle con gli occhi di Qoèlet, L'"Osservatore romano, 20 dicembre 2007
  47. ^ Operette morali, «Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco»
  48. ^ La ginestra, vv. 189-200
  49. ^ Operette morali, «Il Parini ovvero della gloria», secondo il critico Fubini
  50. ^ Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo II
  51. ^ Operette morali, «Dialogo di Plotino e di Porfirio»
  52. ^ Zibaldone, Recanati, 2 gennaio 1829
  53. ^ Palinodia. Al marchese Gino Capponi
  54. ^ La ginestra o il fiore del deserto, vv. 201 e altri
  55. ^ Operette morali, «Dialogo di Timando ed Eleandro»
  56. ^ è la ripresa di una frase di suo cugino, Terenzio Mamiani (poeta e politico di ispirazione cattolico-liberale), che aveva scritto di "sorti magnifiche e progressive" nella Prefazione ai suoi Inni sacri
  57. ^ La ginestra, vv. 49-71
  58. ^ Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo VI
  59. ^ Operette morali, «Dialogo della moda e della morte»
  60. ^ Operette morali, «Dialogo d'Ercole e di Atlante»
  61. ^ Le ricordanze, vv. 28-43
  62. ^ G. Leopardi, I nuovi credenti
  63. ^ Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo III
  64. ^ Operette morali, «Dialogo di Timandro ed Eleandro»
  65. ^ Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo V
  66. ^ La ginestra, vv.111-157
  67. ^ a b A. Gramsci, Quaderni del carcere e Lettere dal carcere: spec. «Lettera a Tania, 19 settembre 1927»; «Lettera a Iulca, 5 settembre 1932»
  68. ^ Andrea Calzolari, Introduzione al Candido di Voltaire, edizioni Oscar Mondadori
  69. ^ S. Timpanaro, Classicismo e illuminismo nell'Ottocento italiano
  70. ^ Giacomo Leopardi, Zibaldone, (4174),: «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male» (19-22 aprile 1826)
  71. ^ Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze 1977, p.124
  72. ^ Walter Binni, La nuova poetica leopardiana. Firenze,1947 e La protesta di Leopardi, Firenze, 1977, p. 157-167
  73. ^ Pensieri, VI
  74. ^ Zibaldone, 2 maggio 1826.
  75. ^ vedi: L'infinito
  76. ^ F. Gavino Olivieri, Storia della letteratura italiana, '800-'900, Nuove Edizioni Del Giglio, Genova, 1990, pp. 52-53.
  77. ^ Luigi Blasucci, I segnali dell'infinito, Bologna 1985, p.123

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giacomo Leopardi, Zibaldone, edizione critica a cura di Fiorenza Ceragioli e Monica Ballerini, Bologna: Zanichelli, 2009 (CD-Rom)
  • Giacomo Leopardi, Canti e poesie disperse, 3 volumi, Firenze: Accademia della Crusca, 2009
  • Giacomo Leopardi, Pensieri, introduzione cura di Antonio Prete, Milano: Feltrinelli «UEF classici», 1994
  • Giacomo Leopardi, Operette morali, introduzione cura di Antonio Prete, Milano: Feltrinelli «Universale economica classici», 1976, 1992, 1999
  • Paolo Ruffilli, Introduzione, note e commenti alle Operette morali, in: Operette morali, edizione Garzanti, 1984
  • Francesco de Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, a cura di Francesco Gnerre e Anna Luisa Marongiu, Milano, Colonna Edizioni, 1995 (II rist. 1997) 96 p., 21 cm., ISBN 88-8009-017-8
  • Benedetto Croce, De Sanctis e Schopenhauer, in Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di stori della filosofia, Bari, Laterza, 1948, (V ed. riv.), pp. 354-368
  • Benedetto Croce, Poesia e non poesia, 1923
  • Giovanni Gentile, Poesia e filosofia di Giacomo Leopardi, 2014, rilegato, Editore Archivio Cattaneo (collana I saggi)
  • Giovanni Gentile, Manzoni e Leopardi, Milano, 1928
  • Attilio Momigliano, Recensione ad Operette morali con proemio e note di Giovanni Gentile, 1920
  • Cesare Luporini, Leopardi progressivo, 1947; ISBN 13: 9788835957393 edizione 2006, editori Riuniti
  • Emanuele Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Leopardi, Rizzoli, Milano, 1990
  • Mario Andrea Rigoni, La strage delle illusioni, Adelphi, Milano, 1992
  • Emanuele Severino, Cosa arcana e stupenda. L'Occidente e Leopardi, Rizzoli, Milano, 1997
  • Salvatore Natoli, Antonio Prete, Dialogo su Leopardi. Natura, poesia, filosofia, Bruno Mondadori, Milano, 1998
  • Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze: Sansoni, 1977
  • Luigi Blasucci, Leopardi e i segnali dell'infinito. Bologna: Il Mulino, 1985
  • Marco Santagata, Quella celeste naturalezza. Le canzoni e gli idilli di Leopardi, Bologna: Il Mulino, 1994
  • Pietro Citati, Leopardi, Milano, Mondadori, 2010. ISBN 88-04-60325-2
  • Sebastiano Timpanaro, La filologia di Giacomo Leopardi, Laterza, Bari 1977
  • Sebastiano Timpanaro, Classicismo e illuminismo nell'Ottocento italiano, 1965; edizione 2011, Le Lettere
  • Antonio Prete, Il pensiero poetante, Milano, Feltrinelli, 1980.
  • Sergio Solmi, Studi e nuovi studi leopardiani, Napoli, Riccardo Ricciardi, 1975.
  • Carlo Ferrucci, Leopardi filosofo e le ragioni della poesia, Venezia, Marsilio, 1987.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]