Pessimismo leopardiano

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Giacomo Leopardi

Il pessimismo è l'aspetto filosofico che caratterizza tutto l'evolversi del pensiero del poeta e filosofo Giacomo Leopardi, assumendo nel tempo connotazioni diverse. Esse possono essere seguite attraverso le pagine dello Zibaldone e si manifestano con evidenza nei testi letterari, come i Canti e le Operette morali. Il suo pessimismo filosofico ha le sue origini nel materialismo del Settecento (d'Holbach, sensismo di Condillac) derivato dal razionalismo dell'Illuminismo, dall'atomismo greco e dal pessimismo mostrato da alcuni autori antichi, come Omero. Esso presenta analogie con il pensiero di Schopenhauer.

Le fasi del pessimismo leopardiano[modifica | modifica sorgente]

Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano: una fase di "pessimismo individuale", una di "pessimismo storico" e una di "pessimismo cosmico", più una fase finale di "pessimismo eroico". Il suo pessimismo ha una matrice filosofica nel materialismo del Settecento derivato dal razionalismo dell'Illuminismo, oltre che nelle sue riflessioni personali.

Il pessimismo personale[modifica | modifica sorgente]

Le esperienze dell'adolescenza e della prima giovinezza conducono Leopardi a pensare che la vita sia stata spietata con lui, ma che altri possono essere felici (pessimismo personale o soggettivo). Questa contrapposizione emerge, ad esempio, nel canto La sera del dì di festa e, con qualche incrinatura[1], nella canzone Ultimo canto di Saffo. Il dolore diviene dunque strumento di conoscenza in quanto fonte di una riflessione che accompagna tutta la vita del poeta.

Il pessimismo umano (o storico)[modifica | modifica sorgente]

Leopardi giunge ben presto a considerare il dolore come il frutto negativo dell'evoluzione storica: lo sviluppo del sapere razionale ha negato a tutti gli uomini quella spontanea e libera immaginazione che permetteva di trovare conforto al dolore.
L’infelicità dell'uomo è dunque un prodotto della ragione moderna; secondo il poeta di Recanati soltanto gli antichi, non condizionati dall'incivilimento dovuto alla ragione nel loro accostarsi alla natura e alla vita stessa, hanno potuto raggiungere una condizione, per quanto illusoria, di felicità.
Per Leopardi le epoche passate sono quindi migliori di quelle presenti. La natura, in questa fase del pensiero leopardiano, è ancora considerata benigna, perché, provando pietà per l’uomo, gli ha fornito l’immaginazione, ovvero le illusioni, le quali producono nell’uomo una parvenza di felicità.[2] Nel mondo moderno queste illusioni sono però andate perdute perché la ragione[3] ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e rivelato la realtà nuda.

Il pessimismo cosmico[modifica | modifica sorgente]

Approfondendo ulteriormente la riflessione, Leopardi perviene al cosiddetto pessimismo cosmico, ovvero a quella concezione per cui, contrariamente alla sua posizione precedente, afferma che l'infelicità è connaturata alla stessa vita dell'uomo, destinato quindi a soffrire per tutta la durata della sua esistenza. Per il poeta, la natura che ora viene considerata maligna, dopo aver generato un uomo, tende a eliminarlo per dar luogo ad altri individui in una lunga vicenda di produzione e distruzione, destinata a perpetuare l'esistenza e non a rendere felice il singolo. In altri momenti il Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude scoprendo che la causa di esso è proprio la natura, perché essa stessa ha creato l'uomo con un profondo desiderio di felicità, pur sapendo che egli non può mai raggiungerla.

La natura in Leopardi[modifica | modifica sorgente]

« La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno, come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità, è infelice, come chi non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno. »
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 27 maggio 1829)

La natura (intesa come la forza ciclica del "perpetuo circuito di produzione e distruzione"[4] dell'universo, ossia le leggi della fisica e della biologia), a differenza delle precedenti fasi del pensiero leopardiano, è vista infatti la sola colpevole dei mali dell’uomo; essa è ora vista come un organismo che non si preoccupa della sofferenza dei singoli, ma svolge incessante e noncurante il suo compito di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo: è un meccanismo indifferente e crudele che fa nascere l’uomo per destinarlo alla sofferenza. Infatti la natura, mettendoci al mondo, ha fatto sì che in noi nascesse il desiderio del piacere infinito, senza però darci i mezzi per raggiungerlo. Questa concezione, che è alla base della maggior parte della produzione poetica di Leopardi, emerge per la prima volta con assoluta chiarezza nel "Dialogo della Natura e di un Islandese", un'Operetta morale scritta nel 1824. In questo Dialogo la Natura si mostra del tutto indifferente alla sofferenza dell'uomo, che è soltanto un elemento del ciclo universale di produzione e distruzione. Nella Ginestra, del 1836, Leopardi ribadisce che la Natura non ha per gli uomini riguardo maggiore di quello che ha per le formiche: eppure "l'uom d'eternità si arroga il vanto". Leopardi sviluppa quindi una visione meccanicistica e materialistica della natura, una natura che egli con disprezzo definisce "matrigna" (cfr. "La Ginestra", v.125).

L’uomo deve perciò rendersi conto di questa realtà di fatto e contemplarla in modo distaccato e rassegnato, come un saggio che pratica l’atarassia (per la dottrina epicurea "assenza di turbamento") e la lucida contemplazione del reale. Il destino dell’uomo, ovvero la sua malattia, è in fondo lo stesso per tutti, pur nelle differenti condizioni materiali, sociali, culturali (cfr, A Silvia e Canto notturno di un pastore errante dell'Asia). In questa fase non ci sono reazioni titaniche perché Leopardi ha capito che è inutile ribellarsi, ma che bisogna invece raggiungere la pace e l’equilibrio con sé stessi, in modo da opporre un efficace rimedio al dolore. Leopardi reputa proprio la sofferenza la condizione fondamentale dell’essere umano nel mondo, arrivando perfino a dire che “tutto è male”[5]. Significativa è, a questo proposito, la conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (vv. 100-104), dalla quale emerge tutta la sfiducia del poeta verso la condizione umana nel mondo, una condizione fatta di sofferenza e di diuturna infelicità.

« Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri
che dell’esser mio frale
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male. »
(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv. 100-104)
« O natura, o natura,

perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi? »

(Giacomo Leopardi, A Silvia)

La natura assume una valenza simile a quella che per Schopenhauer è la volontà, la forza insita in tutti i viventi, che perpetua la specie ma anche la sofferenza.

Il nichilismo leopardiano[modifica | modifica sorgente]

Il critico tedesco K. Vossler parla di una "religione del Nulla" a proposito del pessimismo di Leopardi, cioè di un atto di fede nel Nulla.[6] Nel culmine del suo pessimismo Leopardi, raggiunto ormai il nichilismo, scrive anche un inno al Male, l'inno ad Arimane, dio del Male nel Mazdeismo persiano, identificato con il Destino o lo spietato Fato degli antichi, o la natura stessa (il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera[7]), l'universo meccanicistico, in Schopenhauer, come detto, paragonabile alla volontà, che trova somiglianze sia col demiurgo dello gnosticismo sia con il concetto impersonale di samsara del buddhismo e dell'induismo, da cui il filosofo tedesco aveva preso ispirazione.[8] Leopardi anticipa di certo il nichilismo di Nietzsche e quello dell'esistenzialismo ateo moderno (ad es. Albert Camus o Emil Cioran; quest'ultimo ha notevoli somiglianze, nel pensiero filosofico, con le idee di Leopardi; Cioran considerava Leopardi un "fratello d'elezione").

L'ateismo di Leopardi[modifica | modifica sorgente]

Leopardi, pur costretto dalla censura pontificia e borbonica (nonché dal rispetto verso la sua religiosa famiglia, come emerge dalle lettere, in cui però mette in chiaro con il padre che pur non essendo lui irreligioso, non condivide per nulla le sue tesi cattoliche e reazionarie, pur rispettandole[9]), non mancherà di abiurare il cristianesimo, criticare il clero (le sue opere finiranno all'Indice dei libri proibiti), la religione cristiana, come nel Dialogo di Plotino e Porfirio in cui definisce Cristo - chiamandolo Platone per aggirare la censura pontificia - il più spietato dei carnefici dell’umanità[10], per aver creato, insieme ad altri, la paura della vita dopo la morte (da cui da piccolo il poeta aveva grande timore, a causa del fanatismo della madre)[11], anziché un aldilà senza pene e premi come l'Ade di Omero, caratterizzato da malinconica e rassegnata accettazione, approdando quindi all'ateismo. Come Foscolo, Leopardi pensa che la religione cristiana abbia spinto l'uomo a disprezzare la vita, ma si spinge poi oltre, poiché la Chiesa, vietando il suicidio (che comunque Leopardi non approva per motivi "solidaristici") ha spinto l'uomo a temere la morte, che invece, nella visione pessimistica, libera l'uomo sofferente da tutti i mali.[12] Nella canzone La ginestra e ne I nuovi credenti, prende di mira decisamente e in maniera sarcastica lo spiritualismo cattolico, schierandosi con il materialismo ateo illuminista, in quanto la ragione, pur svelando la dura realtà, è ritenuta meglio degli inganni della natura e della religione.

Sogno di un'azione concorde degli uomini: il pessimismo eroico[modifica | modifica sorgente]

Nell'"Operetta morale" Dialogo di Plotino e Porfirio, la lunga discussione tra i due filosofi antichi sul suicidio si conclude con l'affermazione che la scelta di uccidersi dev'essere rifiutata in quanto questo gesto aggiungerebbe un'ulteriore motivo di sofferenza agli amici del suicida, i quali, come tutti gli uomini, devono già patire tanto dolore. Dunque, conclude Plotino, "andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel miglior modo questa fatica della vita". In questo testo è possibile trovare la manifestazione di uno spirito di solidarietà e condivisione, che nasce dalla constatazione che non v'è altro modo per difendersi dalla potenza cieca della Natura e dall'alternativa dolore/noia entro la quale si svolge la vita dell'uomo.

Del resto Leopardi respinse sempre con forza l'accusa di misantropia, come si legge in un pensiero dello "Zibaldone" (Recanati, 2 gennaio 1829):

« La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l'odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all'origine vera de' mali de' viventi »

Su queste basi, matura in seguito l'auspicio di una società rinnovata in senso solidale, non per astratti insegnamenti di morale o di religione, ma per la presa di coscienza che solo l'accettazione coraggiosa della verità ed il rifiuto di ogni inganno, illusione, autoinganno possono rendere gli uomini veramente uomini, e la vita un po' meno indegna di essere vissuta (cfr. "La ginestra", vv.111-157). Quest'ultima fase del pessimismo leopardiano è chiamata pessimismo eroico poiché appunto l'uomo afferma orgogliosamente ed eroicamente la propria dignità, insieme con i propri simili. Il titanismo solidale leopardiano è stato avvicinato da taluni critici (specialmente quelli di area marxista) alla nascente ideologia socialista, anche se in realtà è più legata alla filantropia di stampo illuminista, in particolare è evidente l'ispirazione da Voltaire, e dal suo Poema sulla legge naturale, il quale presenta alcune similitudini ideologiche con La ginestra.[13]

Rapporti con la poetica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Poetica di Giacomo Leopardi.

Il pessimismo è legato strettamente anche alla poetica di Leopardi, in quanto è tesa a dimostrare il nulla e a consolare del dolore, tramite le illusioni.

Autori legati al pensiero e alla poetica di Leopardi[modifica | modifica sorgente]

  • Autori che lo influenzarono e su cui formò il suo pensiero:

Luciano di Samosata, Omero, Socrate, Platone, Saffo, Cicerone, la Bibbia (spec. Libro di Giobbe e Qoelet), Democrito e gli atomisti, Epicuro, Protagora e i sofisti, Lucrezio, Orazio, Epitteto e gli stoici, Mosco, George Gordon Byron, Percy Bysshe Shelley, François-René de Chateaubriand, Giambattista Vico, Torquato Tasso, Ugo Foscolo, Vittorio Alfieri, Madame de Stael, Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Paul Henri Thiry d'Holbach, Denis Diderot, Conte di Buffon, Jean Baptiste Le Rond d'Alembert, Etienne Bonnot de Condillac, Pietro Verri, Arthur Schopenhauer

  • Autori su cui ha influito:

Vincenzo Cardarelli, Giovanni Pascoli, Umberto Saba, Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Franz Kafka e tutti gli esistenzialisti, Emil Cioran, Eugenio Montale.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo, vv.61-62
  2. ^ Giacomo Leopardi, Operette morali, Storia del genere umano
  3. ^ Giacomo Leopardi, Alla Primavera o delle favole antiche, vv.13-13
  4. ^ Dialogo della Natura e di un Islandese
  5. ^ Giacomo Leopardi, Zibaldone, (4174),: "Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male" (19-22 aprile 1826)
  6. ^ K. Vossler - R. Bacchelli, Nel centenario di G. Leopardi, Cedam , Padova, 1937, pp. 8 e sgg.
  7. ^ A sé stesso
  8. ^ Leopardi su ariannaeditrice
  9. ^ "Io non sono stato mai né irreligioso, né rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli che si professano ne' Dialoghetti, e ch'io rispetto in Lei, ed in chiunque li professa in buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io dovessi né debba né voglia disapprovarli." (lettera al padre Monaldo del 28 maggio 1832)
  10. ^ Profilo su Novecento letterario
  11. ^ Introduzione biografica alle Operette morali, Garzanti
  12. ^ Dialogo di Plotino e di Porfirio e numerosi altri testi come lo Zibaldone
  13. ^ Introduzione al Candido di Voltaire, edizioni Oscar mondadori

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Emanuele Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Leopardi, Rizzoli, Milano, 1990
  • Mario Andrea Rigoni, La strage delle illusioni, Adelphi, Milano, 1992
  • Emanuele Severino, Cosa arcana e stupenda. L'Occidente e Leopardi, Rizzoli, Milano, 1997
  • Salvatore Natoli, Antonio Prete, Dialogo su Leopardi. Natura, poesia, filosofia, Bruno Mondadori, Milano, 1998

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]