Pensiero e poetica di Giacomo Leopardi

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« O forse erra dal vero, / Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero: / Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna, / É funesto a chi nasce il dì natale. »
(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv. 139-143)
Giacomo Leopardi
La firma di Leopardi

Il pensiero e la poetica di Giacomo Leopardi sono caratterizzati dal pessimismo, l'aspetto filosofico che caratterizza tutto l'evolversi delle idee del poeta e filosofo italiano, assumendo nel tempo connotazioni diverse. Esse possono essere seguite attraverso le pagine dello Zibaldone e si manifestano con evidenza nei testi letterari, come i Canti e le Operette morali.

Partendo da una posizione personale di estremo pessimismo, per cui ritiene che la morte possa essere per lui (e in taluni casi anche per altri) migliore della vita[1][2][3][4], a causa delle sue precarie condizioni fisiche[5], arriva a un pessimismo che comprende l'umanità (che deve farsi carico del fatto che la vita non ha senso, ma può migliorare se gli uomini si aiutano l'un l'altro) e l'intero universo, che tuttavia non gli fa rinunciare alla speranza e alla solidarietà e, in un certo senso, paradossalmente e in eterno contrasto, all'amore verso la vita e le illusioni dell'arte e della poesia.[6]

Il pessimismo filosofico di Leopardi ha le sue origini nel materialismo del Settecento (d'Holbach, sensismo di Condillac) derivato diretto dal razionalismo propugnato dall'illuminismo, dall'atomismo greco e dal pessimismo mostrato da alcuni autori antichi, come Omero, con qualche influsso del romanticismo. Esso presenta alcune analogie con il pensiero di Schopenhauer e con l'esistenzialismo successivo, a partire da Nietzsche.

Formazione e influenza su altri autori[modifica | modifica wikitesto]

Il pensiero leopardiano e la sua poetica sono strettamente legati alla sua formazione classicistica, latina classica, greca antica e in seguito anche illuministica. Egli approfondì anche tematiche scientifiche. Moltissimi autori influenzarono Leopardi e su di essi formò il suo pensiero: in particolare Luciano di Samosata, Omero, Socrate, Platone, Saffo, Cicerone, la Bibbia (spec. Libro di Giobbe e Qoelet), Democrito e gli atomisti, Epicuro, Protagora e i sofisti, i cinici, Lucrezio, Pirrone, Orazio, Epitteto e gli stoici, Mosco, George Gordon Byron, Percy Bysshe Shelley, François-René de Chateaubriand, Giambattista Vico, Blaise Pascal, Torquato Tasso, Ugo Foscolo, Vittorio Alfieri, Madame de Stael, Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Paul Henri Thiry d'Holbach, Denis Diderot, Conte di Buffon (per la descrizione tecnica della natura e degli animali), Bernard le Bovier de Fontenelle, Jean Baptiste Le Rond d'Alembert, Etienne Bonnot de Condillac e Pietro Verri. Controversa è l'ispirazione da Immanuel Kant e da Schopenhauer, dato che non si sa se egli lesse le loro opere (anche se cita il nome del primo nello Zibaldone[7]). Da Leopardi hanno tratto, viceversa, ispirazione molti autori, tra cui Vincenzo Cardarelli, Mario Rapisardi, Giosué Carducci, Giovanni Pascoli, Umberto Saba, lo stesso Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Franz Kafka, Emil Cioran, Eugenio Montale, Luca Canali, Manlio Sgalambro, Sebastiano Timpanaro, gli esistenzialisti, in particolare Albert Camus.[8]

Le fasi del pessimismo leopardiano[modifica | modifica wikitesto]

Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano: "pessimismo individuale", "pessimismo storico" e "pessimismo cosmico", più una fase finale di "pessimismo eroico". Il suo pessimismo ha una matrice filosofica nel materialismo del Settecento derivato dal razionalismo dell'Illuminismo, oltre che nelle sue riflessioni personali.[9]

Il pessimismo individuale[modifica | modifica wikitesto]

Le esperienze dell'adolescenza e della prima giovinezza conducono Leopardi a pensare che la vita sia stata spietata con lui, ma che altri possono essere felici (pessimismo personale o soggettivo, detto anche pessimismo psicologico). Questa contrapposizione emerge, ad esempio, nel canto La sera del dì di festa e, con qualche incrinatura[10], nella canzone Ultimo canto di Saffo. Il dolore diviene dunque strumento di conoscenza in quanto fonte di una riflessione che accompagna tutta la vita del poeta.[9]

Il pessimismo storico[modifica | modifica wikitesto]

Leopardi giunge ben presto a considerare il dolore come il frutto negativo dell'evoluzione storica: lo sviluppo del sapere razionale ha negato a tutti gli uomini quella spontanea e libera immaginazione che permetteva di trovare conforto al dolore.[11]
L’infelicità dell'uomo è dunque un prodotto della ragione moderna; secondo il poeta di Recanati soltanto gli antichi, non condizionati dall'incivilimento dovuto alla ragione nel loro accostarsi alla natura e alla vita stessa, hanno potuto raggiungere una condizione, per quanto illusoria, di felicità.[12]
Per Leopardi le epoche passate sono quindi migliori di quelle presenti. La natura, in questa fase del pensiero leopardiano, è ancora considerata benigna, perché, provando pietà per l’uomo, gli ha fornito l’immaginazione, ovvero le illusioni, le quali producono nell’uomo una parvenza di felicità.[12] Nel mondo moderno queste illusioni sono però andate perdute perché la ragione[11] ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e rivelato la realtà nuda. Anche le illusioni di Patria, poesia eternatrice e gloria, cantate dal Foscolo nei Sepolcri e nelle Grazie, rimangono tali e non servono più al poeta per sentirsi parte della storia e di un progetto, non danno più un senso alla vita, anche se Leopardi ne sente comunque il richiamo[13], proprio come quello dell'amore.[14][12]

L'immagine della Natura buona e madre benefica (poi sostituita dalla Natura matrigna), dell'uomo naturale come incontaminato, tendente al buono e dotato di un'immaginazione che lo consola, è mutuata dalla visione di Jean-Jacques Rousseau (in particolare Emilio o dell'educazione, Discorso sull'ineguaglianza e Discorso sulle scienze e le arti, ma anche il Rousseau memorialista e sentimentale, come ne Le fantasticherie del passeggiatore solitario, Le confessioni o La nuova Eloisa). Anche nella fase successiva, Leopardi esprime comunque stima per il pensatore ginevrino, specialmente per l'introspezione e la tendenza alla meditazione solitaria[15][16], ma ogni idea di "buon selvaggio" - ormai percepito come "bestione vichiano" - verrà abbandonata, sulla scia di Voltaire.[17][9]

Teoria del piacere[modifica | modifica wikitesto]

Epicuro

La "teoria del piacere", derivata dal sensismo degli illuministi francesi, mediato dal pensiero di Pietro Verri (in particolare il Discorso sull'indole del piacere e del dolore, ripresa dei temi di Helvétius ed Etienne Bonnot de Condillac), nonché proveniente da Lucrezio ed Epicuro, sostiene che l'uomo nella sua vita tenda sempre a ricercare un piacere infinito come soddisfazione di un desiderio illimitato. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa dell'uomo che può concepire le cose che non sono reali. Poiché, grazie alla facoltà immaginativa, l'uomo può figurarsi piaceri inesistenti e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione, non bisogna stupirsi che la speranza sia il bene maggiore e che la felicità umana corrisponda all'immaginazione stessa. La natura fornisce tale facoltà all'uomo come strumento per giungere non alla verità, ma ad un'illusoria felicità.[18][19]

La noia, il piacere, la felicità[modifica | modifica wikitesto]

Come per Pietro Verri, il piacere più vero, a cui poi subentra la noia, è la semplice cessazione del dolore.[20] Per Leopardi, il piacere più vero è l'assenza epicurea o stoica di ogni turbamento (atarassia; cioè non il piacere "cinetico", ma "catastematico"), ma, essendo difficile da raggiungere, si può dire che il vero piacere è solo nell'attesa.[21][22] L’uomo deve perciò rendersi conto di questa realtà di fatto e contemplarla in modo distaccato e rassegnato.[18][19]

Pietro Verri

Anche l'occupazione (che può essere considerata la soddisfazione continua degli svariati bisogni che la natura ha fornito agli uomini) è una condizione che porta una temporanea felicità nella vita dell'uomo. Ad essa si oppone il tedio, la noia, che è il male più grande che possa affliggere l'umanità.[23], conseguenza del nulla, come un senso di estraneità alla vita, pur essendo comunque il "più sublime dei sentimenti umani", in quanto provarla è segno di possedere uno spirito superiore ed elevato, a cui non basta il mondo materiale per essere soddisfatto. Pertanto gli individui migliori e nobili sono quelli che soffrono di più per la miseria della condizione umana.[24]

Questo taedium vitae (noia della vita o male di vivere), l'altra faccia della sofferenza e del weltschmerz romantico, è simile a quello che in ambito tardoromantico-decadente sarà detto spleen, ma se ne differenzia poiché quest'ultimo non produce profonda riflessività sulla condizione umana. I rimedi alla noia, secondo Leopardi, sono il sonno, l'oppio e il dolore stesso, oltre che l'arte, il perdersi nel mare infinito del proprio pensiero (o in un istante senza pensiero alcuno).[25][26][27][28][4]

Secondo Leopardi l'umanità poteva però essere più vicina alla felicità nel mondo antico, quando la conoscenza scarsa lasciava libero corso all'immaginazione; nel mondo moderno, invece, la conquista del vero ha portato l'immaginazione ad indebolirsi già nella seconda fanciullezza, fino a sparire del tutto negli adulti, al punto che la vita felice è preferibile alla vita lunga.[29] Nonostante ciò, anche se consolarsi con le illusioni si può e si deve, per Leopardi nella vita moderna è preferibile l'"arido vero" piuttosto che le "favole", in quanto il mondo moderno è troppo degradato rispetto all'antico.[12][30][18][19][11] La felicità, dunque, è più facilmente trovata dai fanciulli che riescono sempre ad immaginare e perdersi dietro ogni "bagattella", ovvero riescono a distrarsi con ogni sciocchezza.[18][19]

Il pessimismo cosmico[modifica | modifica wikitesto]

Approfondendo ulteriormente la riflessione, Leopardi perviene al cosiddetto pessimismo cosmico, ovvero a quella concezione per cui, contrariamente alla sua posizione precedente, afferma che l'infelicità è connaturata alla stessa vita dell'uomo, destinato quindi a soffrire per tutta la durata della sua esistenza. Per il poeta (che non rinnega comunque la sua dottrina sul piacere come "attesa" e "assenza di dolore"), la natura, che ora viene considerata maligna, dopo aver generato un uomo, tende a eliminarlo per dar luogo ad altri individui in una lunga vicenda di produzione e distruzione, destinata a perpetuare l'esistenza e non a rendere felice il singolo. In altri momenti il Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude scoprendo che la causa di esso è proprio la natura, perché essa stessa ha creato l'uomo con un profondo desiderio di felicità, pur sapendo che egli non può mai raggiungerla.[19] Il pessimismo è "cosmico" perché il dolore colpisce ogni essere vivente, comprese piante e animali:

« Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco.(...) In verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.[31] »

La natura in Leopardi[modifica | modifica wikitesto]

« La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno, come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità, è infelice, come chi non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno. »
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 27 maggio 1829)

La natura (intesa come la forza ciclica del "perpetuo circuito di produzione e distruzione"[32] dell'universo, ossia le leggi della fisica e della biologia), a differenza delle precedenti fasi del pensiero leopardiano, è vista infatti la sola colpevole dei mali dell’uomo; essa è ora vista come un organismo che non si preoccupa della sofferenza dei singoli, ma svolge incessante e noncurante il suo compito di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo: è un meccanismo indifferente e crudele che fa nascere l’uomo per destinarlo alla sofferenza. Infatti la natura, mettendoci al mondo, ha fatto sì che in noi nascesse il desiderio del piacere infinito, senza però darci i mezzi per raggiungerlo. Questa concezione, che è alla base della maggior parte della produzione poetica di Leopardi, emerge per la prima volta con assoluta chiarezza nel Dialogo della Natura e di un Islandese, un'Operetta morale scritta nel 1824. In questo dialogo la Natura si mostra del tutto indifferente alla sofferenza dell'uomo, che è soltanto un elemento del ciclo universale di produzione e distruzione.[32] Nella Ginestra, del 1836, Leopardi ribadisce che la Natura non ha per gli uomini riguardo maggiore di quello che ha per le formiche: eppure "l'uom d'eternità si arroga il vanto".[33][34] Leopardi sviluppa quindi una visione meccanicistica e materialistica della natura, una natura che egli con disprezzo definisce "matrigna".[35]

Il destino dell’uomo, ovvero la sua malattia, è in fondo lo stesso per tutti, pur nelle differenti condizioni materiali, sociali, culturali[36]. In questa fase non ci sono reazioni titaniche perché Leopardi ha capito che è inutile ribellarsi, ma che bisogna invece raggiungere la pace e l’equilibrio con sé stessi, in modo da opporre un efficace rimedio al dolore. Leopardi reputa proprio la sofferenza la condizione fondamentale dell’essere umano nel mondo, arrivando perfino a dire che “tutto è male”[37]. Significativa è, a questo proposito, alcuni versi in conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (vv. 100-104), dalla quale emerge tutta la sfiducia del poeta verso la condizione umana nel mondo, una condizione fatta di sofferenza e di diuturna infelicità:

« Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri
che dell’esser mio frale
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.[38] »
« O natura, o natura,

perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi? »

(A Silvia, vv. 36-39)

La natura assume una valenza simile a quella che per Schopenhauer è la volontà ("wille"), la forza insita in tutti i viventi, che perpetua la specie ma anche la sofferenza.[6]

Il nichilismo leopardiano[modifica | modifica wikitesto]
« Amaro e noia / La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. »
(A sé stesso, vv. 9-10)

Il critico tedesco Karl Vossler parla di una "religione del Nulla" a proposito del pessimismo di Leopardi, cioè di un atto di fede nel Nulla.[39] Nel culmine del suo pessimismo Leopardi, raggiunto ormai il nichilismo, scrive anche un inno al Male, l'Inno ad Arimane (ca. 1833-1835), dio del Male nel Mazdeismo persiano, identificato con il Destino o lo spietato Fato degli antichi, o la natura stessa (il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera[40]), l'universo meccanicistico, in Schopenhauer, come detto, paragonabile alla volontà, che trova somiglianze sia col demiurgo malteistico dello gnosticismo sia con il concetto impersonale di samsara del buddhismo e dell'induismo, da cui il filosofo tedesco aveva preso ispirazione[41]. L'inno rimarrà allo stato di abbozzo, ma Leopardi ne recupera i contenuti e alcune espressioni e immagini poetiche riutilizzandole nei contemporanei ciclo di Aspasia (in particolare in Amore e morte) e Palinodia. Al marchese Gino Capponi, oltre che nell'ultima lirica composta, Il tramonto della Luna.[42] Questi ragionamenti trovano spazio anche nelle Operette e nello Zibaldone (pur affermando, che, non avendo conoscenza al di fuori, non si può dire che questo sia "il peggiore dei mondi possibili"[43]):

« Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male.[44] »

A differenza di Schopenhauer, che si ispira a Kant e Platone e agli aspetti superficiali del buddhismo (ignorandone la parte religiosa), Leopardi nasce filosoficamente dagli stoici, dai cinici, dall'illuminismo materialista, dal pessimismo greco e dall'epicureismo pessimista di Lucrezio: la legge meccanicistica dell'universo lucreziano è quindi l'origine vera del pensiero leopardiano più nichilista.[45]

Confronto col nichilismo di altri autori[modifica | modifica wikitesto]

Leopardi anticipa di certo il nichilismo di Nietzsche[9] e quello dell'esistenzialismo ateo moderno, ad esempio quello di Albert Camus (che però reca in sé qualche traccia di speranza) o di Emil Cioran; quest'ultimo ha notevoli somiglianze, nel pensiero filosofico, con le idee di Leopardi; Cioran considerava Leopardi un "fratello d'elezione". Leopardi afferma che per lui era meglio non venire al mondo, così come Cioran, ma il rumeno considera la vita - in contraddizione perenne con sé stesso - un'esperienza irrinunciabile; entrambi rifiutano il suicidio, Leopardi in senso solidaristico, Cioran perché ritiene che sia il pensiero del suicidio ad essere rassicurante, non l'atto in sé.[46][47] Schopenhauer è, invece, se possibile (pur rifiutando anch'egli il suicidio in quanto affermazione di volontà, invece di ricercare la noluntas) ancora più pessimista di Leopardi, e propone la rinuncia all'esistenza, compresa agli aspetti piacevoli, e l'ascesi, pur non praticandola; inoltre in Schopenhauer è presente, al di là delle dichiarazioni di facciata, una profonda misantropia che in Leopardi è assente; per il recanatese, difatti, gli altri uomini vanno "stoicamente" tollerati anche quando sbagliano, in quanto prigionieri anche loro del nulla e del dolore, dell'«infinita vanità del tutto».[48] Sebbene taluni critici abbiano affermato che Leopardi sia più nichilista e pessimista di Schopenhauer, secondo Francesco de Sanctis il tedesco supera invece l'italiano (che cerca sempre di mantenersi vivi gli "inganni dell'immaginazione")[6], ricordando inoltre che Leopardi rifiuta di chiudersi completamente in sé, pur criticando e bersagliando di sarcasmo i progressisti (specialmente i cattolici liberali), ripiegandosi su una posizione passiva e talvolta reazionaria come fa invece Schopenhauer, in nome della sua "antipolitica".[49]

Infine, in Leopardi, come in Foscolo ad esempio, è forte il richiamo del Nulla eterno come "porto sicuro e sereno", del Vuoto (si veda anche L'infinito), uno scenario quasi da fine reale del cosmo, in cui un «silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso»[4], come dice nelle Operette, mentre l'universo/natura - cioè la materia - continua la sua esistenza fredda e in continuo divenire, ormai privo di dolore poiché privo di essere senzienti (anche se Leopardi sembra condividere, come alcuni illuministi, la tesi escatologica stoica-eraclitea per cui l'universo e i mondi periranno di fuoco e dal fuoco rinasceranno nuovi, per cui non ha vero senso parlare di vera conclusione[50]).[4][51]

L'ateismo di Leopardi[modifica | modifica wikitesto]

« E quante volte / Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro / Granel di sabbia, il qual di terra ha nome, / Per tua cagion, dell'universe cose / Scender gli autori, e conversar sovente / Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi / Sogni rinnovellando, ai saggi insulta / Fin la presente età, che in conoscenza / Ed in civil costume / Sembra tutte avanzar. »
(La ginestra o il fiore del deserto, vv. 189-198)
Domenico Morelli, Ritratto di Giacomo Leopardi

La critica ha più volte evidenziato il materialismo, più volte da lui ribadito, e l'ateismo sostanziale di Leopardi; quest'ultimo, siccome non espresso mai in maniera esplicita e univoca, secondo alcuni è più un agnosticismo, come quello del successivo Cioran, una posizione come quella di alcuni filosofi antichi, come di attrazione-rifiuto verso la religione, più che di radicale ripulsa.[52]

Leopardi, pur costretto dalla censura pontificia e borbonica (nonché dal rispetto verso la sua religiosa famiglia, come emerge dalle lettere, in cui però mette in chiaro con il padre che pur non essendo lui irreligioso, non condivide per nulla le sue tesi cattoliche e reazionarie, pur rispettandole[53]), non mancherà di abiurare il cristianesimo (dopo il 1820-21, mentre prima è ancora presente il tentativo conflittuale di conciliare materialismo e ateismo con il cristianesiemo, quasi in senso voltariano e rousseauiano[54]), criticare il clero[55] (le sue opere finiranno all'Indice dei libri proibiti), la teologia cristiana[56] in cui definisce Cristo - chiamandolo Platone per aggirare la censura pontificia - il più spietato dei carnefici dell’umanità[57], per aver creato, insieme ad altri, la paura della vita dopo la morte (da cui da piccolo il poeta aveva grande timore, a causa del fanatismo della madre)[9], anziché un aldilà senza pene e premi come l'Ade di Omero[1], caratterizzato da malinconica e rassegnata accettazione, approdando quindi all'ateismo (in forma principalmente pratica, più debole e parzialmente teorico, ma non forte come quello degli illuministi; o altresì definibile come un ateismo agnostico o metodologico, in cui l'ente supremo è la natura, in forma di quasi divinità materialistica, contestata dal poeta). Come Foscolo, Leopardi pensa che la religione cristiana abbia spinto l'uomo a disprezzare la vita, ma si spinge poi oltre, poiché la Chiesa, vietando il suicidio (che comunque Leopardi non approva per motivi "solidaristici") ha spinto l'uomo a temere la morte, che invece, nella visione pessimistica, libera l'uomo sofferente da tutti i mali.[58] Nella canzone La ginestra e ne I nuovi credenti, prende di mira decisamente e in maniera sarcastica lo spiritualismo cattolico, schierandosi con il materialismo ateo illuminista, in quanto la ragione, pur svelando la dura realtà, è ritenuta meglio degli inganni della natura e della religione.[9][59] Scrive nello Zibaldone[60]:

« Il Cristianesimo è un misto di favorevole e di contrario alla civiltà, di civiltà e di barbarie; effetto dell’incivilimento, e nemico de’ suoi progressi 1. come lo sono tutte quelle opinioni ec. ec. che fissano lo spirito umano, e gl’impediscono di progredire, conforme hanno sempre fatto i sistemi ec. ancorchè derivati da somma dottrina, e coltura ec. 2. com’è naturale ad un ritrovato, a un frutto della mezza anzi corrotta civiltà. Il Cristianesimo nella sua perfezione (e la natura, la proprietà, gli effetti delle cose, vanno considerati nella perfezione di esse, e non in uno stato imperfetto, cioè quali non debbono essere), è incompatibile non solo coi progressi della civiltà, ma colla sussistenza del mondo e della vita umana. »
« Non è egli un paradosso che la Religion Cristiana in gran parte sia stata la fonte dell’ateismo, o generalmente, della incredulità religiosa? Eppure io così la penso. L’uomo naturalmente non è incredulo, perchè non ragiona molto, e non cura gran fatto delle cagioni delle cose.[61] »

e ancora, accusando di ipocrisia il cristianesimo:

« Si può osservare che il Cristianesimo, senza perciò fargli nessun torto ha per un verso effettivamente peggiorato gli uomini. Basta considerare l'effetto che produce sopra i lettori della storia il carattere dei principi cristiani scellerati in comparazione degli scellerati pagani, e così dei privati, dei Patriarchi, Vescovi, e monaci greci (V. Montesquieu Grandeur ec. Amsterd. 1781. ch. 22) o latini. Le scelleratezze dei secondi non erano per nessun modo in tanta opposizione coi loro princìpii.[62] »

Un'affermazione quasi esplicita di ateismo, nonché di materialismo, in luogo del consueto pessimismo quasi "panteista", con riferimenti biblici o cristiani[63], dei Canti o di alcuni passi dello Zibaldone[64], si trova in una delle Operette morali, il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, pubblicato postumo da Antonio Ranieri nel 1845 a Firenze (forse escluso dal poeta proprio per le pesanti implicazioni con la censura borbonica o pontificia, censura invece molto allentata nel liberale regime toscano degli Asburgo-Lorena); in esso Leopardi riprende il materialismo antico degli atomisti, e le idee dell'illuminista radicale d'Holbach:

« Le cose materiali, siccome elle periscono tutte ed hanno fine, così tutte ebbero incominciamento. Ma la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab eterno. Imperocché se dal vedere che le cose materiali crescono e diminuiscono e all'ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle non sono per sé né ab eterno, ma incominciate e prodotte, per lo contrario quello che mai non cresce né scema e mai non perisce, si dovrà giudicare che mai non cominciasse e che non provenga da causa alcuna.[51] »
Paul Henri Thiry d'Holbach

Leopardi giunge ad attaccare e deridere le superstizioni umane e le religioni in quanto vengono usate per rendere più misera e non più felice, tramite le illusioni, gli individui[65], considerando dannoso e poco virile l'aver abbandonato la via razionalista aperta dall'illuminismo, la vera luce, a cui gli uomini hanno preferito il buio.[59]

L'uomo è inoltre in balia di un destino più forte, e non può sottrarsene ma deve accettarlo ("amor fati").[66][67]

Il pessimismo eroico[modifica | modifica wikitesto]

Nell'"Operetta morale" Dialogo di Plotino e Porfirio, la lunga discussione tra i due filosofi antichi sul suicidio si conclude con l'affermazione che la scelta di uccidersi dev'essere rifiutata in quanto questo gesto aggiungerebbe un'ulteriore motivo di sofferenza agli amici del suicida, i quali, come tutti gli uomini, devono già patire tanto dolore. Dunque, conclude Plotino, "andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel miglior modo questa fatica della vita". In questo testo è possibile trovare la manifestazione di uno spirito di solidarietà e condivisione, che nasce dalla constatazione che non v'è altro modo per difendersi dalla potenza cieca della Natura e dall'alternativa dolore/noia entro la quale si svolge la vita dell'uomo[68], recuperando il concetto filosofico antico della cura di sé.[69]

Del resto Leopardi respinse sempre con forza l'accusa di misantropia, come si legge in un pensiero dello Zibaldone[70]:

« La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l'odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all'origine vera de' mali de' viventi. »

Egli tuttavia provava sempre un senso di estraneità, talvolta quasi disprezzo o irrisione[71][72][1][73], verso la maggioranza degli uomini, persi in illusioni di progresso quasi positiviste, le magnifiche sorti e progressive[74] che il poeta non ha timore di deridere, pur sapendo che ciò gli costerà in termini di popolarità[75][76], o nelle piccolezze e meschinità quotidiane[77][78][79]: difatti questo è il destino dell'intellettuale e dell'uomo troppo grande, che non viene capito dall'uomo comune.[15][80][16] Il filosofo vero, però, perdona quando è necessario, in quanto molti errori umani derivano da negligenza, superficialità e ignoranza, più che da vera malvagità[81][82], e può capitare che da un grande male esca un bene.[83] Su queste basi, matura in seguito l'auspicio di una società rinnovata in senso solidale, in cui gli uomini si stringono «in social catena», non per astratti insegnamenti di morale o di religione, ma per la presa di coscienza che solo l'accettazione coraggiosa della verità ed il rifiuto di ogni inganno, illusione, autoinganno possono rendere gli uomini veramente uomini, e la vita un po' meno indegna di essere vissuta[84]. Quest'ultima fase del pessimismo leopardiano è chiamata pessimismo eroico poiché appunto l'uomo afferma orgogliosamente ed eroicamente la propria dignità, insieme con i propri simili. Il titanismo solidale leopardiano è stato avvicinato da taluni critici (specialmente quelli di area marxista, come Antonio Gramsci[85]) alla nascente ideologia socialista, anche se in realtà è più legata alla filantropia di stampo illuminista settecentesca (oltre che agli atteggiamenti e al pensiero di autori come il contemporaneo Lord Byron), in particolare è evidente l'ispirazione da Voltaire, e dal suo Poema sulla legge naturale[86], il quale presenta alcune similitudini ideologiche con La ginestra, oltre che da alcuni scritti di Rousseau. Voltaire, come Leopardi[87], rifiuta di affermare che una situazione generale è felice se la maggioranza di coloro che ne fanno parte è composta di individui che sono infelici.[88]

Voltaire

Interessanti sono anche le opere satiriche degli ultimi anni, che riprendono temi delle Operette, ma in cui la vena poetica non viene meno: i Paralipomeni della Batracomiomachia (contro i reazionari, ripresa della Batracomiomachia dello pseudo-Omero), il capitolo I nuovi credenti (sugli spiritualisti cattolici napoletani, dedicata ad Antonio Ranieri) e la Palinodia. Al marchese Gino Capponi (contro i cattolici liberali "progressisti", ironicamente dedicata all'"amico di Toscana" Capponi). La prima è ritenuta quella meno interessante dal punto di vista della novità stilistica, in quanto riprende lo stile di Giovanni Battista Casti, poeta del Settecento, ma influenzato ancora dalla poesia del Seicento, la seconda è una satira sui napoletani a metà tra bonario e sarcastico; mentre i Paralipomeni mettono sotto accusa anche progressisti e liberali, ritenuti velleitari, oltre ai reazionari (descritti come "birri d'Europa / e boia", con riferimento agli austriaci, ma Leopardi attacca anche i Borboni di Napoli), la Palinodia, la più interessante delle tre opere satiriche napoletane, stroncata da molti critici dell'epoca e anche in seguito[89], è stata rivalutata negli anni seguenti e posta accanto alla grande poesia leopardiana idillica e filosofica. Si tratta di una feroce satira, poco gradita dal "dedicatario" (Gino Capponi, appunto) diretta contro i cattolici liberali (in particolare contro Niccolò Tommaseo, uno dei più accaniti critici contemporanei del Leopardi, al punto di indirizzargli anche veri e propri insulti[90]) del progresso sterilmente ottimistico, preso di mira anche con La ginestra, al quale contrappone il suo solito pessimismo e sarcasmo, un'invettiva - sotto forma di finta ritrattazione - contro il XIX secolo, nella quale Leopardi prevede i tempi e denuncia il grande potere della stampa, il consumismo, le guerre imperialistiche e mondiali che cominceranno a scatenarsi all'inizio del XX secolo, il colonialismo italiano, la corruzione della politica, la demagogia di quanti promettono felicità alle masse, non potendo prometterla ai singoli individui, fino al grande progresso scientifico (facendo riferimenti anche ad Alessandro Volta), ma non morale e umano, che si verificherà (addirittura prevede i voli sopra l'Europa[91], cioè l'aviazione[92]).[93][94][95]

Tutti questi temi polemici, con l'aggiunta del tema solidaristico, verranno ripresi nella Ginestra. Le ultime opere in ordine strettamente cronologico di Leopardi sono i detti Paralipomeni e il ritorno all'idillio (descrizione accurata e sentimentale dei paesaggi naturali, con morale filosofica a seguire, mentre la Ginestra è un alternarsi di paesaggi vesuviani e temi dottrinali, e la Palinodia è inizialmente ambientata in un luogo artificiale, cioè in una caffetteria napoletana[96] dove Leopardi si intratteneva spesso mangiando sorbetti e bevendo caffè) ne Il tramonto della luna: queste due opere terminate il giorno della morte e le cui ultime strofe[97] furono dettate all'amico Ranieri, che le trascrisse.[98]

Ricezione critica del pessimismo leopardiano[modifica | modifica wikitesto]

« ... bench’io sappia che obblio / preme chi troppo all’età propria increbbe. »
(La ginestra, vv. 68-69)

Il pensiero di Leopardi, pressoché ignorato o screditato dai suoi contemporanei, ha avuto diverse ricezioni, spesso oscurato dalla grande lirica leopardiana, con cui però costituisce un unicum; molti hanno negato che fosse vera filosofia, affermando che fosse più un insieme di pensieri, pur apprezzandone spesso la forma letteraria e talvolta le idee (Francesco de Sanctis, Niccolò Tommaseo, Benedetto Croce, Giovanni Gentile), mentre altri hanno sostenuto la validità dell'edificio filosofico leopardiano come "vera filosofia", a titolo diverso (Gramsci[85], Sebastiano Timpanaro[99]; quest'ultimo ne ha rilevato la sostanziale contiguità col materialismo del barone d'Holbach e in particolare con l'opera del filosofo franco-tedesco Sistema della Natura, come rilevabile anche dallo Zibaldone).[9]

A livello internazionale, la traduzione dello Zibaldone[100] ha avuto il merito di focalizzare sul pensiero leopardiano anche la critica in lingua inglese, conosciuto più per la lirica romantica in stile "europeo" e per la somiglianza filosofica con Schopenhauer; l'opera è stata paragonata da Robert Pogue Harrison - in quanto work in progress filosofico e filologico, originariamente non scritto per la pubblicazione[101] - ai Diari di Coleridge e Kierkegaard, ai Journals di Emerson e alla Volontà di potenza di Nietzsche.[102] Lo stesso Harrison definisce Leopardi come «uno dei pensatori più originali e radicali del XIX secolo».[102]

Il pensiero leopardiano è stato anche definito "pensiero poetante", dal titolo di un saggio di Antonio Prete, che riprende la metafora usata da Martin Heidegger per descrivere la poesia di Friedrich Hölderlin, e in questa veste è stato anche analizzato a fondo da Emanuele Severino nell'opera Il nulla e la poesia.[103]

Altri temi[modifica | modifica wikitesto]

La malattia come strumento conoscitivo[modifica | modifica wikitesto]

Leopardi negò sempre la corrispondenza tra vita e filosofia. Tuttavia è innegabile un nesso tra la malattia fisica e il pessimismo: a parte l'invocazione alla morte come fine della sofferenza, Leopardi afferma che per tutti gli uomini la vita è fondalmente dolore, e che la felicità possibile è fuggirlo. Sebastiano Timpanaro afferma infatti che la malattia è il punto di partenza, un formidabile strumento conoscitivo, e il materialismo pessimista quello di arrivo.[99]

L'estetica[modifica | modifica wikitesto]

Già dalle prime pagine dello Zibaldone Leopardi iniziò a elaborare un «sistema di belle arti» di ispirazione settecentesca. Non completò questo progetto (che tuttavia rimane parte integrante della poetica, con la bellezza della parola e il suo effetto all'uditore), ma non smise di interessarsi a questioni di estetica riflettendo sui diversi tipi di esperienza estetica, riconoscendo nell'arte, come Schopenhauer e Nietzsche, l’unica consolazione rimasta all'uomo moderno[104] e analizzando anche la percezione della bellezza.[105]

L'essere e il non-essere[modifica | modifica wikitesto]

Seguendo il monismo materialistico, con qualche distinguo, Leopardi identifica nella materia l'unico vero essere dell'universo, ma vi contrappone il non-essere: è il nulla la condizione ideale, la miglior scelta in quanto riflusso nella vita cosmica, la vera "cosa arcana e stupenda".[106] Non c'è finalismo, ma esistenza fine a sé stessa, di cui la Ginestra è il simbolo vivente, in quanto raccoglie in sé l’essenza ultima dell’essere (la nullità), in essa si fortifica, facendone l’unica illusione possibile; in Leopardi quindi, come in Lucrezio, ontologia e fenomenologia vengono quasi a coincidere.[107]

La poetica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere di Giacomo Leopardi, Operette morali e Zibaldone.

Il pessimismo è legato strettamente anche alla poetica di Leopardi, in quanto è tesa a dimostrare il nulla e a consolare del dolore, tramite le illusioni.

Secondo manoscritto autografo della poesia L'infinito

La poetica rappresenta l'insieme dei principi e degli obiettivi che guidano l'attività creativa (temi, linguaggio, destinatari, finalità) del poeta recanatese. Essa appare intimamente connessa agli aspetti del pensiero dell'autore, ovvero alle sue posizioni filosofiche, alla sua concezione dell'uomo e della società, alle esperienze di vita attraverso le quali si è formato.

Nel caso di Giacomo Leopardi, l'elaborazione della poetica è testimoniata da numerosi passi, di varia estensione, dello Zibaldone, talora dotati di esempi, o addirittura corredati da abbozzi di testi poetici. Lo Zibaldone è la chiave per comprendere come al centro dell'opera di Leopardi appaia costante la tematica del dolore esistenziale, sfociante nella sua visione pessimista della vita.[44]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Analisi delle Operette morali.

La poesia leopardiana[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni compresi tra il 1817 e il 1818 si delinea il primo momento del sistema di pensiero leopardiano. Leopardi considera felice lo stato d'animo dell'uomo e ritiene che la natura riesca a mediare la condizione di infelicità a cui l'uomo è destinato. Dunque in questa prima fase la natura assume una connotazione positiva perché è in grado di produrre illusioni.[12] Gran parte della sua poesia fa uso di parole e aggettivi molto evocativi, secondo la poetica, esposta nello Zibaldone, del vago e dell'indefinito.[108]

I Canti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Canti (Leopardi).

Non è possibile identificare nei Canti una poetica unitaria, ma piuttosto l'evolversi di linee diverse, spesso compresenti, legate in modo non rigido ma dinamico all'evolversi del pensiero leopardiano.[109]

Si può osservare come nei Canti pisano-recanatesi, quando è ormai irreversibile la convinzione dell'universale e necessaria infelicità degli uomini, voluta dalla natura, permangano ben saldi gli elementi costitutivi della poetica degli Idilli, ovvero il vago, l'indefinito, la rimembranza.[109] Per questa ragione, fra l'altro, i Canti pisano-recanatesi sono stati a lungo indicati come "Grandi idilli".

Nei difficili anni che seguono il definitivo allontanamento da Recanati non cambia il nucleo concettuale della filosofia leopardiana, mentre emergono significativi mutamenti poetici nei Canti del "Ciclo di Aspasia" e nella Ginestra: non si riscontra più un linguaggio sfumato, con evocazione degli anni giovanili (le "rimembranze" o "ricordanze"), serene rappresentazioni di paesaggio e malinconici stati d'anima, ma un linguaggio fermo, scabro, a volte ironico o sarcastico fino all'asprezza o al cinismo.[110]

I Pensieri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pensieri (Leopardi).

La morte è rifuggita dall'uomo malgrado delusioni e dolori:" la morte non è male: perché libera l'uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo: perché libera l'uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori".[111] Come detto, è invece la noia è il più nobile e tragico dei sentimenti umani.[24]

Altri elementi di poetica[modifica | modifica wikitesto]

Illusioni sono la felicità (o piacere) e l'infinito a cui l'animo tende naturalmente. La ragione ha però scoperto che la felicità non può essere appagata data la finitezza dell'uomo e la precarietà della sua esistenza. L'infinito coincide con il nulla, il solido nulla, unica certezza: «Pare che solamente la negazione dell'essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l'infinito venga in sostanza ad essere lo stesso che il nulla».[112] L'inattingibile infinito suscita però nell'uomo la tensione a superare i propri limiti.[113]

L'idillio è espressione della poesia d'immaginazione, mentre la canzone è espressione della poesia di sentimento e filosofica.[114]

Il linguaggio e lo stile di scrittura[modifica | modifica wikitesto]

Caratteristica del poeta è l'essenzialità del linguaggio che, con rapidissime immagini e sapienza ritmica e sintattica, crea brani di straordinaria suggestione.
Nello Zibaldone Leopardi annota le proprie riflessioni circa il linguaggio adottato nella poesia: egli scrive di adoperare "una lingua per i morti", sottolineando l'uso di parole arcaiche, desuete, fuori dal loro contesto. Osserva inoltre che i "termini", ovvero i vocaboli determinati, sono prosastici, mentre le parole, quanto più sono "vaghe" ed "indefinite" tanto più risultano poetiche. Analogamente, ciò che è presente e vicino viene considerato meno poetico di ciò che è lontano nel tempo o nello spazio. A questo proposito, l'idillio L'infinito è paradigmatico della poetica che si suole definire appunto "idillica".[115] L'idea dell'immensità e dell'eternità sono rese con un limitatissimo impiego di mezzi lessicali, che consente alle idee di giganteggiare nel deserto delle semplici parole.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Operette morali, «Dialogo di Tristano e di un amico»
  2. ^ Operette morali, «Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie»
  3. ^ Il passero solitario: "A me, se di vecchiezza / La detestata soglia / Evitar non impetro"
  4. ^ a b c d Operette morali, «Cantico del gallo silvestre»
  5. ^ Amore e morte, ultima strofa
  6. ^ a b c Francesco de Sanctis, Schopenhauer e Leopardi
  7. ^ Zibaldone, 4304, Pisa 12 aprile 1828
  8. ^ Irene Baccarini, Leopardi e Camus: il tempo ultimo dell'amicizia
  9. ^ a b c d e f g Paolo Ruffilli, Introduzione alle Operette morali, Garzanti
  10. ^ Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo, vv.61-62
  11. ^ a b c Giacomo Leopardi, Alla Primavera o delle favole antiche, vv. 13 e segg.
  12. ^ a b c d e Giacomo Leopardi, Operette morali, «Storia del genere umano»
  13. ^ All'Italia e Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze
  14. ^ Il primo amore e ciclo di Aspasia
  15. ^ a b Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo I
  16. ^ a b Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo IV
  17. ^ Operette morali, «La scommessa di Prometeo»
  18. ^ a b c d Citati, p.50-60
  19. ^ a b c d e Citati, p. 157 e segg.
  20. ^ "Piacer figlio d'affanno" (La quiete dopo la tempesta, v. 32)
  21. ^ Il sabato del villaggio, vv. 38-42
  22. ^ Operette morali, «Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere»
  23. ^ vedi la canzone Ad Angelo Mai ed altri testi
  24. ^ a b Giacomo Leopardi, Pensieri, LXVIII: "La noia è in qualche modo il più nobile dei sentimenti umani [....].....ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera....[....] e perciò noia pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga nella natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali".
  25. ^ Operette morali, «Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare»
  26. ^ L'infinito, vv. 15
  27. ^ Operette morali, «Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez»
  28. ^ Operette morali, «Elogio degli uccelli»
  29. ^ Operette morali, «Dialogo di un fisico e di un metafisico»
  30. ^ Inno ai patriarchi o de' principii del genere umano
  31. ^ Zibaldone, Bologna 19 Aprile 1826 e Bologna 22 aprile 1826
  32. ^ a b Operette morali, «Dialogo della Natura e di un Islandese»
  33. ^ La ginestra, v. 296
  34. ^ anche Operette morali, «Dialogo di un folletto e di uno gnomo»
  35. ^ "Madre di parto e di voler matrigna" (La ginestra, v. 125)
  36. ^ cfr. A Silvia e Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
  37. ^ Giacomo Leopardi, Zibaldone, (4174), 19-22 aprile 1826
  38. ^ Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv. 100-104
  39. ^ K. Vossler - R. Bacchelli, Nel centenario di G. Leopardi, Cedam , Padova, 1937, pp. 8 e sgg.
  40. ^ A sé stesso, vv. 14-15
  41. ^ nel buddhismo il samsara, contrapposto al nirvana, è causato dal desiderio, dall'ignoranza, dall'odio e dalla brama
  42. ^ Leopardi su ariannaeditrice
  43. ^ Zibaldone, 4258
  44. ^ a b Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4174 (19-22 aprile 1826)
  45. ^ Il male di vivere: Leopardi lettore di Lucrezio
  46. ^ Intervista a Cioran di R. Arquès in M.A. Rigoni, In compagnia di Cioran, Padova, ed. Il notes magico, 2004; cfr. anche L'inconveniente di essere nati di E.M. Cioran
  47. ^ Le vie parallele di Cioran e Leopardi, intervista a Mario Andrea Rigoni di Antonio Castronuovo)
  48. ^ A sé stesso, v. 16
  49. ^ Schopenhauer e il suo tempo
  50. ^ «Questa è conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, l’esistenza, che mai non è cominciata, non avrà mai fine» (Nota autografa di Leopardi al Cantico del gallo silvestre)
  51. ^ a b Operette morali, «Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco»
  52. ^ Leopardi: ateo? No, un agnostico ossessionato da Dio
  53. ^ "Io non sono stato mai né irreligioso, né rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli che si professano ne' Dialoghetti, e ch'io rispetto in Lei, ed in chiunque li professa in buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io dovessi né debba né voglia disapprovarli." (lettera al padre Monaldo del 28 maggio 1832)
  54. ^ Zibaldone, 1642-1645
  55. ^ Epistolario, Lettera a Luigi De Sinner del 22 dicembre 1836
  56. ^ Operette morali, «Dialogo di Plotino e Porfirio»
  57. ^ Profilo su Novecento letterario
  58. ^ Operette morali, «Dialogo di Plotino e di Porfirio» e numerosi altri testi come lo Zibaldone
  59. ^ a b La ginestra, vv. 72-86; anche incipit - paradossalmente - evangelico della lirica
  60. ^ 1426, 31 luglio 1821
  61. ^ Zibaldone, 1059-1060
  62. ^ 80-81
  63. ^ G. Casoli, Il rapporto tra la Bibbia e Leopardi in un'intervista a Loretta Marcon. Dall'alto dell'ermo colle con gli occhi di Qoèlet, L'"Osservatore romano, 20 dicembre 2007; Loretta Marcon è una dei pochi critici che negano l'ateismo leopardiano, sostenendone la sostanziale religiosità cristiana, pur sofferta.
  64. ^ «La natura è lo stesso che Dio. Quanto più attribuisco alla natura, tanto più a Dio» (Zib., 394)
  65. ^ La ginestra, vv. 189-200
  66. ^ Operette morali, «Il Parini ovvero della gloria», secondo il critico Fubini
  67. ^ Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo II
  68. ^ Operette morali, «Dialogo di Plotino e di Porfirio»
  69. ^ Fabiana Cacciapuoti, La “disperazione della felicità”. Note in margine al Dialogo di Plotino e di Porfirio
  70. ^ Zibaldone, Recanati, 2 gennaio 1829
  71. ^ Palinodia. Al marchese Gino Capponi
  72. ^ La ginestra o il fiore del deserto, vv. 201 e altri
  73. ^ Operette morali, «Dialogo di Timando ed Eleandro»
  74. ^ è la ripresa di una frase di suo cugino, Terenzio Mamiani (poeta e politico di ispirazione cattolico-liberale), che aveva scritto di "sorti magnifiche e progressive" nella Prefazione ai suoi Inni sacri
  75. ^ La ginestra, vv. 49-71
  76. ^ Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo VI
  77. ^ Operette morali, «Dialogo della moda e della morte»
  78. ^ Operette morali, «Dialogo d'Ercole e di Atlante»
  79. ^ Le ricordanze, vv. 28-43
  80. ^ G. Leopardi, I nuovi credenti
  81. ^ Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo III
  82. ^ Operette morali, «Dialogo di Timandro ed Eleandro»
  83. ^ Operette morali, «Detti memorabili di Filippo Ottonieri», capitolo V
  84. ^ La ginestra, vv.111-157
  85. ^ a b A. Gramsci, Quaderni del carcere e Lettere dal carcere: spec. «Lettera a Tania, 19 settembre 1927»; «Lettera a Iulca, 5 settembre 1932»
  86. ^ «Ah, non avveleniamo la dolcezza che ci resta / Mi sembra di vedere dei forzati in una cella funesta / Che pur potendo soccorrersi, l'un contro l'altro accaniti / Si combattono con i ferri da cui sono incatenati.» (Voltaire, Poeme sur la loi naturelle)
  87. ^ in particolare vedi il Poema sul disastro di Lisbona; in Zibaldone, 4175, Leopardi riporta e traduce il verso in cui Voltaire accusa gli ottimisti eccessivi: Des malhereus de chaque etre un bonheur general = «(voi comporrete) Dalle calamità di tutti gli esseri una felicità generale»
  88. ^ Andrea Calzolari, Introduzione al Candido di Voltaire, edizioni Oscar Mondadori
  89. ^ «C'è del malsano in quelle prose e in quelle palinodie e paralipomeni, e lo stesso De Sanctis fu tratto a parlare del cattivo riso, che vi si avverte» (Benedetto Croce)
  90. ^ S. Timpanaro parla di «livore clericale» del Tommaseo, che rivolto a Capponi, parla di Leopardi riferendosi a lui come "il Gobbo", "conte crostaceo", "pipistrello", "colui che ha il genio del Tasso in fondo alla gobba", "bestemmiatore" e "negatore di Dio e della bellezza del Cristianesimo", ecc.; Leopardi gli risponde chiamandolo "pazza bestia del Tommaseo", con un epigramma e con l'ironica ottava strofa della Palinodia
  91. ^ Palinodia, vv. 122-125
  92. ^ all'epoca esistevano solo le mongolfiere
  93. ^ Descrizione del libro
  94. ^ Commento alla Palinodia
  95. ^ Introduzione alla Palinodia
  96. ^ «Fra Meraviglia e sdegno, / dall’Eden odorato in cui soggiorna, / rise l’alta progenie, e me negletto / disse, o mal venturoso, e di piaceri / o incapace o inesperto, il proprio fato / creder comune, e del mio mal consorte / l’umana specie. Alfin per entro il fumo / de’ sigari onorato, al romorio / de’ crepitanti pasticcini, al grido / militar, di gelati e di bevande / ordinator, fra le percosse tazze / e i branditi cucchiai, viva rifulse / agli occhi miei la giornaliera luce / delle gazzette».
  97. ^ del Tramonto soltanto l'ultima strofa, a quanto affermò Ranieri
  98. ^ Citati, p. 395-405
  99. ^ a b Sebastiano Timpanaro, Il pessimismo "agonistico" di Leopardi (in: Classicismo e illuminismo, Pisa, Nistri-Lischi 1965, pp. 150-182)
  100. ^ Zibaldone: The Notebooks of Leopardi, by Giacomo Leopardi, edited by Michael Caesar and Franco D’Intino, Penguin Classics, RRP£50/Farrar, Straus and Giroux, 2,592 pages, 2013
  101. ^ Cesare Luporini suppone che Leopardi avesse previsto una possibile pubblicazione dell'opera, e in ciò starebbe il motivo dei vari indici realizzati per lo Zibaldone; forse ne voleva fare la base per una delle opere progettate e mai scritte, come la Lettera a un giovane del XX secolo; cfr. Cesare Luporini, Il pensiero di Leopardi, 1987
  102. ^ a b Review: Giacomo Leopardi’s ‘Zibaldone’, Financial Times
  103. ^ E. Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica, Rizzoli, BUR, 1990-2005
  104. ^ Malgorzata Ewa Trzeciak, “L’esperienza estetica nello Zibaldone di Giacomo Leopardi”, prefazione di Joanna Ugniewska. Roma, Aracne (collana “Oggetti e Soggetti”), 2013
  105. ^ Zibaldone, 2832-2835
  106. ^ Operette morali, «Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie»
  107. ^ Valerio Marconi, Frammenti sul concetto di nulla
  108. ^ L'Infinito di Leopardi e la teoria del vago e dell'indefinito
  109. ^ a b Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze 1977, p.124
  110. ^ Walter Binni, La nuova poetica leopardiana. Firenze, 1947 e La protesta di Leopardi, Firenze, 1977, p. 157-167
  111. ^ Pensieri, VI
  112. ^ Zibaldone, 2 maggio 1826.
  113. ^ vedi: L'infinito
  114. ^ F. Gavino Olivieri, Storia della letteratura italiana, '800-'900, Nuove Edizioni Del Giglio, Genova, 1990, pp. 52-53.
  115. ^ Luigi Blasucci, I segnali dell'infinito, Bologna 1985, p.123

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giacomo Leopardi, Zibaldone, edizione critica a cura di Fiorenza Ceragioli e Monica Ballerini, Bologna: Zanichelli, 2009 (CD-Rom)
  • Giacomo Leopardi, Canti e poesie disperse, 3 volumi, Firenze: Accademia della Crusca, 2009
  • Giacomo Leopardi, Pensieri, introduzione cura di Antonio Prete, Milano: Feltrinelli «UEF classici», 1994
  • Giacomo Leopardi, Operette morali, introduzione cura di Antonio Prete, Milano: Feltrinelli «Universale economica classici», 1976, 1992, 1999
  • Paolo Ruffilli, Introduzione, note e commenti alle Operette morali, in: Operette morali, edizione Garzanti, 1984
  • Francesco de Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, a cura di Francesco Gnerre e Anna Luisa Marongiu, Milano, Colonna Edizioni, 1995 (II rist. 1997) 96 p., 21 cm., ISBN 88-8009-017-8
  • Giuseppe Sergi, Leopardi al lume della scienza, ed. Sandron, Milano, 1899
  • Cesare Galimberti, Cose che non son cose. Saggi su Leopardi, Marsilio, 2001
  • Benedetto Croce, De Sanctis e Schopenhauer, in Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di stori della filosofia, Bari, Laterza, 1948, (V ed. riv.), pp. 354-368
  • Benedetto Croce, Poesia e non poesia, 1923
  • Giovanni Gentile, Poesia e filosofia di Giacomo Leopardi, 2014, rilegato, Editore Archivio Cattaneo (collana I saggi)
  • Giovanni Gentile, Manzoni e Leopardi, Milano, 1928
  • Attilio Momigliano, Recensione ad Operette morali con proemio e note di Giovanni Gentile, 1920
  • Cesare Luporini, Leopardi progressivo, 1947; ISBN 13: 9788835957393 edizione 2006, editori Riuniti
  • Emanuele Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Leopardi, Rizzoli, Milano, 1990
  • Mario Andrea Rigoni, La strage delle illusioni, Adelphi, Milano, 1992
  • Emanuele Severino, Cosa arcana e stupenda. L'Occidente e Leopardi, Rizzoli, Milano, 1997
  • Salvatore Natoli, Antonio Prete, Dialogo su Leopardi. Natura, poesia, filosofia, Bruno Mondadori, Milano, 1998
  • Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze: Sansoni, 1977
  • Luigi Blasucci, Leopardi e i segnali dell'infinito. Bologna: Il Mulino, 1985
  • Marco Santagata, Quella celeste naturalezza. Le canzoni e gli idilli di Leopardi, Bologna: Il Mulino, 1994
  • Pietro Citati, Leopardi, Milano, Mondadori, 2010. ISBN 88-04-60325-2
  • Sebastiano Timpanaro, La filologia di Giacomo Leopardi, Laterza, Bari 1977
  • Sebastiano Timpanaro, Classicismo e illuminismo nell'Ottocento italiano, 1965; edizione 2011, Le Lettere
  • Antonio Prete, Il pensiero poetante, Milano, Feltrinelli, 1980.
  • Sergio Solmi, Studi e nuovi studi leopardiani, Napoli, Riccardo Ricciardi, 1975.
  • Carlo Ferrucci, Leopardi filosofo e le ragioni della poesia, Venezia, Marsilio, 1987.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]