Persecuzione dell'omosessualità in Urss
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La persecuzione dell'omosessualità in Urss ebbe inizio pochi anni dopo l'ascesa al potere di Stalin, e continuò, sia pure in forme attenuate, fino alla caduta stessa dell'Urss.
In alcune nazioni nate dal disfacimento dell'Urss persistono tuttora persecuzioni che vanno dall'internamento in campi di lavoro forzato alla reclusione.
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[modifica] Una pagina di storia poco nota
Lo sgretolamento dell'Unione Sovietica dei primi anni novanta e con esso la fine del regime comunista nel Paese più esteso del mondo, ha portato alla luce una realtà sconosciuta: quella degli omosessuali perseguitati, condannati al carcere o ai lavori forzati in ambienti dove la temperatura invernale raggiunge i quaranta gradi sotto zero e dove molti di loro hanno trovato la morte.
Fino all'epoca di Pietro il Grande, l'omosessualità in Russia era tollerata anche se sanzionata dalla Chiesa ortodossa con penitenze; tuttavia nel 1706 venne introdotto il rogo per chiunque fosse stato scoperto in un rapporto omosessuale.
Nel 1917 arrivò la Rivoluzione d'Ottobre e, grazie all'intervento dei cadetti (KD, partito dei costituzionalisti democratici), l'omosessualità venne finalmente decriminalizzata. I bolscevichi si dimostrarono contrari a questa nuova forma di libertà, probabilmente perché avevano in generale un atteggiamento sessuofobo.
Nonostante la decriminalizzazione, l'omosessualità continuava comunque ad essere vista come una patologia, ma il concetto del rispetto della libertà dell'individuo permise alla legislazione sovietica sull'omosessualità d'essere indicata come valido esempio al "Congresso mondiale della Lega per le riforme sessuali", tenutosi a Copenaghen nel 1928.
Ancora nel 1930 Mark Serejskij, perito medico, poteva scrivere nella Grande enciclopedia sovietica che
| « La legislazione sovietica non riconosce reati cosiddetti contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio della difesa della società, e quindi prevedono una punizione solo in quei casi in cui l'oggetto dell'interesse omosessuale sia un bambino o un minorenne... » |
[modifica] La svolta stalinista
Negli anni trenta, sotto Stalin, iniziò però un periodo di repressione generale della sessualità (il "Termidoro sessuale") ed articoli contro l'omosessualità furono introdotti in tutti i codici penali delle Repubbliche sovietiche.
Nikolai Krylenko, commissario del popolo (cioè ministro) per la giustizia, annunciò che:
| « l'omosessualità è il prodotto di decadenza delle classi sfruttatrici, che non hanno niente da fare…" (...) "…in una società democratica fondata su sani principi, per tali persone non c'è posto. » |
L'omosessualità giunse così ad essere considerata "controrivoluzionaria" e una "manifestazione della decadenza della borghesia", tanto che nel 1952 sarebbe stato scritto nella Grande enciclopedia sovietica:
| « L'origine dell'omosessualismo è collegata alle circostanze sociali quotidiane; per la stragrande maggioranza della gente che si dedica all'omosessualismo, tali perversioni si arrestano non appena la persona si trovi in un ambiente sociale favorevole... Nella società sovietica con i suoi costumi sani, l'omosessualismo è visto come una perversione sessuale ed è considerato vergognoso e criminale. La legislazione penale sovietica considera l'omosessualismo punibile, con l'eccezione di quei casi in cui lo stesso sia manifestazione di profondo disordine psichico. » |
[modifica] La repressione e i gulag
L'articolo 121 del codice criminale prevedeva in effetti la reclusione fino a cinque anni, con il possibile aggravamento fino a otto in caso di coercizione della vittima, di rapporto con minori o di violenza. Spesso l'imprigionamento veniva tramutato in condanna ai lavori forzati presso uno dei molti gulag, dove gli omosessuali subivano umiliazioni e pestaggi anche ad opera degli altri condannati.
Nei gulag finirono milioni di persone per i più svariati motivi, impiegate spesso in opere faraoniche, come il canale del Mar Baltico-Mar Bianco. Gli internati morivano di stenti, di freddo, di malattie, di botte o di fame, scavando nelle miniere o disboscando le zone sperdute della Siberia. Fra loro, gli omosessuali erano considerati, dai loro stessi compagni di sventura, particolarmente "sacrificabili". Per questo motivo, benché per la condanna degli omosessuali fosse previsto un internamento di pochi anni, di molti di essi non si ebbe più notizia.
Dal 1934 ai primi anni ottanta vennero condannati, in base all'articolo 121, circa cinquantamila maschi omosessuali. La cifra dei gay incriminati cominciò a calare gradualmente solo negli anni novanta. Ancora nel 1992 si ebbero, nel primo semestre, le ultime 227 condanne in base alle leggi sovietiche.
Il Kgb, il temibile servizio segreto sovietico, utilizzava la minaccia di rendere nota l'omosessualità (vera o falsa) per spaventare l'intellighenzia russa. Vi furono architetti, artisti e dirigenti pubblici o di partito che persero il lavoro o vennero incriminati. Questo provocò fra i gay un vero e proprio clima di terrore che, tra l'altro, ostacolò lo sviluppo dell'autocoscienza o di una cultura gay in generale.
L'omosessualità era vista, oltre che come un reato e un atto controrivoluzionario, soprattutto come una patologia psichiatrica: l'individuo era visto come soggetto a una vera e propria perversione, con infantilismo psichico, difetto organico e disordine ormonale.
[modifica] L'abolizione delle leggi antiomosessuali
Le prime repubbliche ad abolire gli articoli contro l'omosessualità furono, dopo la disgregazione dell'Unione Sovietica, la Lituania, la Lettonia, l'Estonia e l'Ucraina, ma la necessità di ottenere un posto nel Consiglio d'Europa e quindi di mostrare una Russia nuova e liberale, indusse Boris El'cin ad abolire con un emendamento il 29 aprile 1993 l'articolo 121, pur mantenendo la punizione per i reati legati alla violenza ed alla coercizione.
Ma non era ancora finita. Nel 1993 l'omosessualità, dopo la riforma generale del codice penale, era ancora contemplata nell'articolo 132, intitolato "omosessualità o soddisfazione di passione sessuale in altre forme pervertite".
L'amore fra soggetti adulti venne quindi ad essere legale, ma l'omosessualità continuava ad essere vista come una patologia psichiatrica e come una perversione. I legislatori poi fecero una grande confusione, tanto che l'articolo 144 prevedeva che il rapporto sessuale rappresentasse comunque una forma di "coercizione autorizzata". Nel 1995 la Duma approvò la riforma, ma il Presidente El'cin ed il Consiglio della federazione la respinsero. Si tentò quindi un miglioramento e nel 1997 si arrivò finalmente a elaborare il Capitolo 18, sui "Delitti nella sfera dei rapporti sessuali".
Per la prima volta comparve nel codice penale il lesbismo, autorizzato fra donne adulte consenzienti, ma condannato in presenza di atti di violenza. L'articolo 132 dello stesso capitolo condannava, al comma 3/b, il grave danneggiamento alla salute, infezione da Hiv o altre conseguenze gravi". E infatti tuttora la permanenza in Russia di uno straniero oltre i tre mesi prevede, per il visto, una certificazione di sieronegatività da parte di una clinica pubblica.
In compenso, con la stesura del nuovo articolo si parlò, per la prima volta, di uguaglianza di genere di fronte al reato sessuale, e l'età del consenso venne stabilita infine per tutti, donne e uomini, gay ed etero, alla medesima età, 14 anni.
[modifica] Oltre l'Urss
Il clima culturale vieta tutt'oggi ai politici post-sovietici di affrontare la tematica dei diritti dei gay e delle lesbiche, in quanto temono di calpestare il concetto della "difesa della famiglia tradizionale russa" e quindi di perdere consensi.
Chi ha provato a farlo, paradossalmente, è stato il reazionario Vladimir Žirinovskij, forse per mostrare un atteggiamento liberale ma, pensando che la sua fosse solo una provocazione, non venne preso sul serio.
A tutt'oggi il mondo politico e quello gay sembrano in Russia essere ancora due cose separate, tanto che viene ad essere cosa difficile e pericolosa organizzare un semplice Gay Pride o una manifestazione per i diritti dei gay in gran parte dei Paesi post-sovietici.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Bibliografia
- Massimo Consoli, Homocaust. Il nazismo e la persecuzione degli omosessuali, Kaos, Milano 1991 (un capitolo).
- (EN) Dan Healey, Homosexual desire in revolutionary Russia: the regulation of sexual and gender dissent, University of Chicago Press, Chicago 2001, pp. 376.
- Simon Karlinsky, Omosessualità nella letteratura e nella storia russa dall'undicesimo al ventesimo secolo, "Sodoma" n. 3, Primavera-estate 1986. (Attenzione: il link scarica il documento in .pdf).
- (EN) Igor S. Kon, The sexual revolution in Russia, Free Press 1995.
- John Lauritsen, David Thorstad, Per una storia del movimento dei diritti omosessuali (1864-1935), Savelli, Roma 1979 (un capitolo).
- Jaroslav Mogutin, L'omosessualità nelle prigioni e nei lager sovietici, già in "Novoe Vremja", n. 35-36 - 1993, traduzione di Paolo Galvagni. È lo studio più completo disponibile in lingua italiana.
- Angelo Pezzana, Dentro & Fuori. Una autobiografia omosessuale, Sperling & kupfer, Milano 1996.
[modifica] Collegamenti esterni
- (IT) Enrico Oliari, Le vittime (gay) dimenticate dei gulag.
- (EN) Igor Kon, Soviet Homophobia.
- (EN) Igor Kon, Struggle for Decriminalization.
- (EN) Igor Kon, Repeal of Article 121.
- (EN) en:Gay rights in Russia. Voce: "Gay rights in Russia" sulla en:wikipedia.
- (EN) en:Socialism and LGBT rights. Voce: "Socialism and LGBT rights" sulla en:wikipedia.

