Per grazia ricevuta (film)

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Per grazia ricevuta
Per grazia ricevuta.png
Delia Boccardo, Lionel Stander e Nino Manfredi in una scena del film
Titolo originale Per grazia ricevuta
Paese di produzione Italia
Anno 1971
Durata 122 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Nino Manfredi
Soggetto Nino Manfredi
Sceneggiatura Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luigi Magni, Nino Manfredi
Produttore Angelo Rizzoli jr.
Fotografia Armando Nannuzzi
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Guido De Angelis
Scenografia Giorgio Giovannini
Costumi Danilo Donati
Trucco Giancarlo De Leonardis
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

Per grazia ricevuta è un film del 1971 scritto, diretto e interpretato da Nino Manfredi.

Fu presentato in concorso al 24º Festival di Cannes, dove vinse il premio per la miglior opera prima.[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Un qualificato chirurgo viene urgentemente richiamato da un ricevimento in un piccolo e inadeguato ospedale privato per operare un uomo in gravissime condizioni a causa di un tentativo di suicidio. Si tratta del protagonista del film, Benedetto Parisi il cui nome di battesimo sembra profetico della sua vicenda. In sala d'attesa si trova la compagna Giovanna Micheli, incinta di lui, la quale - essendo Benedetto solo al mondo - dà il consenso alla rischiosa operazione. C'è poi la madre di lei, Immacolata, che invece, appollaiata come un avvoltoio, si augura la morte dell'uomo, desiderando dare Giovanna in sposa a un avvocato amico di famiglia: lo ritiene infatti più degno, per i sentimenti religiosi che invece Benedetto non possiede più.

La narrazione, con continue analessi si intreccia con i primi anni di vita di Benedetto, ragazzino vivace e sfrontato che vive in un paesino agricolo della Ciociaria. Benedetto è orfano: di lui si occupa soltanto una zia nubile e libertina, che lo rimprovera continuamente delle sue monellerie, lo riempie di scrupoli religiosi e medita di sbarazzarsene affidandolo a un orfanotrofio. Di notte il ragazzo non riesce a dormire perché ha paura di certi rumori; la zia gli dice che sono rimorsi per le sue cattiverie, invece li causa lei stessa ricevendo uomini. Anche gli amici di Benedetto sono pervasi dagli scrupoli, temono di essere in peccato mortale per aver guardato, nascosti nei campi, sotto le gonne delle contadine intente alla raccolta. Per questo, mentre si appresta a ricevere la prima comunione, Benedetto vive l'avvenimento in un clima di religiosità esasperata. Nella preparazione al sacramento, il curato don Quirino distribuisce ai bambini le effigi degli "amici celesti", i santi che dovrebbero assisterli finché riceveranno Gesù. A Benedetto tocca sant'Eusebio, martirizzato sul rogo.

La notte stessa il ragazzo viene svegliato dall'ingresso in casa di un amante della zia, Giovanni. Corre allora dalla zia, che rapidamente si ricompone mentre Giovanni si nasconde in un armadio che però si apre, svelando l'intruso. Per non tradirsi la donna riesce a spacciarlo per sant'Eusebio, e impone al nipote di non dirlo a nessuno, neanche al prete, con la scusa che sarebbe un peccato di superbia e che l'"amico celeste" potrebbe offendersi. Benedetto non è convinto ma alla fine, apparentemente, ci crede. L'indomani infatti, prima di recarsi a scuola, affigge una preghiera scritta a sant'Eusebio nello stesso armadio dove ha scoperto Giovanni. In quel mentre sopraggiunge nella stanza la zia per lavarsi. Nascosto nell'armadio, Benedetto la vede nuda e si mette a piangere. La donna così lo scopre e inizia a picchiarlo, accrescendo il suo senso di colpa e di vergogna, e ammonendolo che il prete dal quale la sera stessa dovrà confessarsi non gli darà l'assoluzione. Benedetto non ha il coraggio di confessarsi da don Quirino, che sta svolgendo il rito in fretta e furia, e finge di averlo già fatto. Al momento della prima comunione, credendosi in sacrilegio, il ragazzo si sente soffocare dall'ostia e per la vergogna fugge via dalla chiesa precipitando in un profondo dirupo. Tutti temono sia accaduto il peggio, invece il bambino si rialza incolume. Subito la gente grida al miracolo e Benedetto, quasi come un'icona, vestito di un saio in onore a Sant'Eusebio viene condotto in processione fra le popolane che gli chiedono grazie.[2] La zia coglie al volo l'occasione per liberarsene, dedicandolo al santo e facendolo accogliere in un convento francescano, in cui trascorre la giovinezza.

Benedetto cresce così, convinto di essere stato miracolato, lavorando come manovale nel convento di frati, lontano dalle tentazioni del mondo. I frati si affezionano alla sua ingenua semplicità, e aspettano un segno che indichi definitivamente al giovane la sua vocazione. L'abate, rendendosi conto dei dilemmi di Benedetto, vorrebbe prima che egli facesse esperienza del mondo, seguendo un venditore ambulante, zi' Checco, che si reca spesso al convento. Il segno arriva, ma è opposto. Il ragazzo sente ormai forte l'attrazione per l'altro sesso, come ha scoperto casualmente succhiando il veleno di una vipera (il serpente tentatore) dalla gamba di una bella maestrina che ne era stata morsa in un prato vicino al convento. Benedetto entra allora in crisi e per disperazione si ubriaca nella cantina del convento e cantando a squarciagola una canzoncina scollacciata. Per fuggire le tentazioni del mondo ha ormai scelto di farsi frate. L'abate, però, capisce che non si tratta di una vera conversione e decide invece di allontanarlo. Diventa allora venditore ambulante di articoli di vestiario, soprattutto intimi. L'attività "poco costumata" lo fa di nuovo scontrare con i ministri di Dio, nelle stesse piazze in cui invece le donne, attratte dalle novità della moda, visitano il suo furgone. Ma Benedetto, bloccato dai suoi scrupoli, non riesce ad approfittare delle facili occasioni che pure gli si presentano, come nell'incontro con una bella e chiacchierata ragazza di paese che era tornata nottetempo da lui per acquistare delle mutandine francesi e disposta a pagarle in natura.

Finché, durante una notte insonne, conosce un farmacista ateo, Oreste Micheli, che simpatizza con lui e cerca di allontanarlo dagli scrupoli religiosi e dalla fede stessa. Lo porta anche da una prostituta ma Benedetto non consuma il rapporto perché la donna è sposata. Innamoratosi, riamato, della bella figlia del farmacista Giovanna, Benedetto crede di aver dato pace alla sua esistenza.

Oreste non ha mai sposato la madre di Giovanna, Immacolata, una donna al contrario molto osservante se non bigotta, che continua a minacciarlo di volerlo denunciare per la presunta violenza sessuale da cui nacque la figlia.

Giovanna, che come Benedetto è vergine, è invece vicina alle idee del padre, e induce il giovane a vincere le sue resistenze e a liberarsi finalmente con lei delle inibizioni sessuali. Egli è però combattuto fra il desiderio di sposarla, decisione che compiacerebbe la madre, e la simpatia per le idee di Oreste.

Quando finalmente si decide a sposarsi al momento fatidico Benedetto esita ad assentire alla formula matrimoniale ed è Giovanna che al suo posto risponde no. I due giovani, di comune accordo, danno vita a una convivenza more uxorio per sei anni.

Poco dopo la scoperta della gravidanza di Giovanna, Oreste ha un attacco di cuore. In assenza di Benedetto, Immacolata, la madre di Giovanna, approfitta del torpore di morte imminente di Oreste per fargli dare l'estrema unzione. Il farmacista ateo, morente, privo di lucidità, bacia il crocifisso che il prete gli avvicina alle labbra. Benedetto arriva in tempo per assistere alla scena e, sconvolto dalla presunta conversione del suo amatissimo "suocero" fugge via e tenta il suicidio lanciandosi da un precipizio sul mare. Condotto in ospedale, si salverà, ridestandosi poi bruscamente alle parole del professore-chirurgo che esclama all'evidenza della buona riuscita dell'operazione: "È stato un miracolo".

Critica[modifica | modifica wikitesto]

È questa di Manfredi un'impegnativa prova di attore e regista che seppe però realizzare ottenendo successo di critica[3] e di pubblico, nonostante la complessità del tema trattato. Da questa sua seconda esperienza alla regia di un film poteva accadere che Manfredi ripetesse il cliché delle sue commedie popolari ed invece egli affronta un tema difficile quello della fede e dell'educazione religiosa che per quanto in età adulta si pensi di avere superato continua a rimanere impresso in noi e a condizionare la nostra esistenza.[4].

In questo film Manfredi ha ormai raggiunto la sua piena maturità artistica distaccandosi definitivamente dal popolare personaggio televisivo del ciociaro "barista di Ceccano".[5]

Come ha confermato lo stesso Manfredi, in questo film c'è un riferimento autobiografico alla sua infanzia, in cui fu affetto dalla tubercolosi[6]. Da questo avvenimento era nato in lui il dubbio: "Si est Deus unde malum?" ("Se c'è Dio da dove proviene il male?"). È questo il tema che Benedetto discute quella notte con il farmacista che raccoglie articoli di giornale dove vengono descritti incredibili episodi tragici e talora ridicoli avvenimenti che colpiscono dolorosamente una umanità incolpevole.

Manfredi nonostante la complessità del tema trattato sa mantenersi su una linea di equilibrio dosando i toni comici e quelli drammatici, valendosi anche delle interpretazioni dei suoi attori che hanno fatto sì che il pubblico ne segnasse il successo.[7]

Manfredi fu protagonista di diversi film di Luigi Magni a contenuto critico della religione come Nell'anno del Signore, In nome del Papa Re, Secondo Ponzio Pilato. Il regista romano in un'intervista televisiva ha rivelato come insieme a Manfredi, con cui collaborò per la sceneggiatura del film Per grazia ricevuta, discutevano spesso di argomenti religiosi.

Il film fece rumore nell'Italia del 1971, che si avviava alla libertà sessuale, ma dove ancora i discorsi anticlericali di Benedetto e del farmacista non potevano passare inosservati alla gerarchia ecclesiastica. Lo stesso Manfredi ricorda come un gesuita spesso intervenne preventivamente a modificare in modo più sfumato certe battute del copione[8]. Nel film Manfredi evita una presa di posizione nei riguardi del tema, il film è pervaso dal suo scetticismo religioso, ma il giudizio finale è lasciato allo spettatore.

I luoghi del film[modifica | modifica wikitesto]

Il film fu girato in gran parte tra Ciociaria, Tuscia e in Umbria,

I luoghi in ordine di apparizione: Villa Volpi di Sabaudia (la clinica privata); Fontana Liri (il paese del giovane Benedetto); cascate di monte Gelato a Mazzano Romano (dove incontra le scolaresche); l'Abbazia di San Cassiano, situato su una gola del fiume Nera, nelle vicinanze di Stifone di Narni (il convento); Allo Speco di San Francesco nei pressi di Sant'Urbano di Narni; Monterosi (paese in cui vende la biancheria); l'acquedotto di Nepi (l'incontro con la ragazza "chiacchierata"); Todi (dove Benedetto incontra il farmacista e "tenta" il matrimonio); Monte d'Oro e spiaggia dei sassolini a Scauri (dove Benedetto cerca di suicidarsi).

Frase famosa[modifica | modifica wikitesto]

Nel film Enzo Cannavale recita la parte di un paziente del quale non si riesce a diagnosticare la malattia e mentre parla con Delia Boccardo in uno spiazzo dell'Ospedale battuto dal vento una suora lo chiama dicendogli: «Capitano, vieni dentro che ti prendi una polmonite!» ed egli risponde: «E così almeno mi curate per qualche cosa!».

Box Office[modifica | modifica wikitesto]

Il film fu il più visto dell'intera stagione 1970-71, con un totale di quasi quattro miliardi d'incasso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

(Le note a contenuto biografico e i riferimenti alla vita di Manfredi riportati nel testo della voce sono ripresi da una trasmissione televisiva intitolata "Io lo conoscevo bene" trasmessa in replica da Raitre il 17 giugno 2007)

  1. ^ (EN) Awards 1971, festival-cannes.fr. URL consultato il 16 giugno 2011.
  2. ^ Divertente anche la canzoncina «Viva Sant'Eusebio» (di Nino Manfredi e Guido & Maurizio De Angelis, cantata dallo stesso Manfredi) intonata dalle pie donne durante la processione di Sant'Eusebio.
  3. ^ «...molto felice nel dirigere se stesso (anche se il personaggio è un po' troppo giovanile per lui) e gli altri interpreti (tra i quali spicca Lionel Stander nella parte del vecchio anarchico)» (cfr. Tullio Kezich, Il Mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977, Edizioni Il Formichiere)
  4. ^ ...si poteva temere che, per non mandare deluso il suo pubblico, il nuovo regista si sarebbe adattato agli schemi facili delle sue commedie popolari. Per grazia ricevuta, invece, è un film sorridente, vivace, e talvolta molto spiritoso, ma costruito su un tema tutt'altro che umoristico, anzi drammatico e angoscioso. Nientemeno che quello della fede religiosa, della difficoltà di vivere senza credere, e degli scompensi psicologici, dell'insicurezza, dei tormenti procurati nei semplici da un tipo di educazione che, per quanto si creda di aver superato, perdura nel tempo, e continua a darci rovelli. (Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 20 marzo 1971)
  5. ^ ...l'interpretazione d'un Nino Manfredi che ormai lontanissimo dalla macchietta del «fusse che fusse la volta bona» si rivela attore di piena maturità dando al suo personaggio un respiro assai profondo.(da G.Grazzini, Corriere della Sera, 20 marzo 1971)
  6. ^ Così racconta sua moglie in un'intervista televisiva dopo la morte del marito
  7. ^ Nonostante la gravità dell'assunto, Per grazia ricevuta è divertente. Guardando agli esempi grandi (Manfredi non si perita di citare Chaplin), il regista porta tanti piccoli colpi di spillo che sdrammatizzano con l'ironia il tema del racconto. (Giovanni Grazzini in Corriere della Sera, 20 marzo 1971)
  8. ^ Manfredi racconta come questa sua prudenza gli valse la stima e l'invito di papa Giovanni Paolo II alla rappresentazione in Vaticano di una commedia giovanile scritta dallo stesso Papa. Richiesto di un parere dal pontefice, Manfredi osservò, con una certa riluttanza, che come scrittore teatrale era stato un bene che non avesse proseguito a scrivere altrimenti avremmo perso un grande Papa. Il pontefice accolse il commento con grandi risate (dall'intervista televisiva alla moglie di Manfredi "Io lo conoscevo bene" trasmessa in replica da Raitre il 17 giugno 2007)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • M.Morandini, Dizionario dei film ed.2007, Zanichelli
  • Giovanni Grazzini (in Il Corriere della Sera del 20 marzo 1971)
  • Tullio Kezich, Il Mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977, Edizioni Il Formichiere

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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