Penny Press

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Con il soprannome di Penny Press si definisce la stampa quotidiana economica in formato tabloid prodotta nel XIX secolo negli Stati Uniti.

Il periodo della Penny Press precede la stagione dello Yellow Journalism.

Si trattava soprattutto di quotidiani dedicati agli immigrati newyorkesi, la cosiddetta stampa popolare, che avrà grande successo nei paesi anglosassoni e che non vedrà la luce in Italia se non in tempi recenti.

Il primo giornale di questo tipo fu il Sun di New York, il cui prezzo di un penny a copia spiega l'origine del nome.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

La Penny Press vide la luce negli Stati Uniti attorno al 1830. Inizialmente i giornali erano riservati ai politici e agli uomini d'affari, che li leggevano per tenersi informati sui fatti internazionali, sugli eventi bellici, sull'andamento dell'economia e dei prezzi delle merci. I quotidiani americani in particolare erano suddivisi tra le testate che si occupavano principalmente di industria e commercio, e quelle che davano maggiore spazio al dibattito politico. Il modello di giornale era unico: quattro pagine con i testi a seguire in colonna. Solitamente la prima e l'ultima pagina ospitavano le inserzioni pubblicitarie, le due pagine all'interno invece venivano dedicate a editoriali e notizie di vario genere. I giornali erano stampati da piccoli editori e avevano sede prevalentemente nei grandi centri urbani. In genere si attestavano tra le mille o duemila copie di tiratura e ogni copia costava sei cents. Nel 1833 nacque il Sun, primo quotidiano newyorkese a essere venduto al prezzo di un penny. Esso non era più disponibile in abbonamento come accadeva in precedenza, ma veniva diffuso dagli strilloni nelle strade e nelle piazze. In pochi mesi raggiunse le cinquemila copie, nel giro di un paio d'anni le quindicimila. Tra 1834 e 1835, sulla scia del Sun, ebbero origine il New York Transcript e il New York Herald. In seguito anche altre importanti città come Boston, Baltimora e Philadelphia seguirono l'esempio e si aprirono al grande pubblico di massa. Lo sviluppo della Penny Press fu condizionato dal contesto economico, sociale e politico. In quel periodo, infatti, si era diffusa una nuovi ideali cominciavano a far breccia nella cultura aristocratica americana: “Fede nell’uomo comune; credenza nell’eguaglianza politica e nell’eguaglianza di possibilità economiche; odio contro i monopoli, i privilegi e i maneggi della finanza capitalistica” (Nevins – Commager 1980). I giornali allora persero la qualifica di mezzo riservato ai ceti abbienti e diventarono una merce accessibile a tutti gli strati della società. Il numero di lettori aumentò in modo significativo grazie all'estensione del diritto di voto maschile e alla battaglia per una libera scuola statale. In dieci anni, in virtù anche della crescita della popolazione, le testate si portarono da 65 a 138, mentre la diffusione complessiva crebbe da 78 000 a 300 000 copie giornaliere. Cambiò il modello del giornale: i nomi delle testate si spostarono da un lessico commerciale a termini come Herald, Tribune o Sun, vicini al sentire della piccola borghesia. Le inserzioni pubblicitarie divennero essenzialmente una fonte di introiti, sulla quale non era più eseguito nessun controllo di qualità. La Penny Press, inoltre, si rese del tutto indipendente dai circoli politici e l'informazione mutò volto. "Per la prima volta i giornali pubblicavano resoconti dai distretti di polizia, dalle aule dei tribunali e dalle case private" scrive il sociologo Michael Schudson in Discovering the News. L'informazione cioè non era più incentrata esclusivamente sugli interessi di politici e uomini d'affari, bensì proiettata sulla vita quotidiana di tutti i cittadini. "La Penny Press - dichiara ancora Schudson - inventò il moderno concetto di notizia". Nacquero in questa fase la figura del giornalista professionista e le redazioni vere e proprie. Si affermarono i concetti di concorrenza giornalistica, scoop e corsa alla notizia, che trasformarono ulteriormente la stampa dell'epoca, anche quella europea. Nella seconda metà del secolo diverse aziende editoriali si diedero la forma di società per azioni. Il filosofo Jurgen Habermas osserva: "Cambia il rapporto tra editore e redazione. L'attività redazionale, sotto la pressione di un'organizzazione tecnicamente progredita, si era già specializzata come attività non più letteraria, ma giornalistica". Il giornalismo abbandonò quindi la sua funzione didattica per passare a una visione della cultura come merce, il cui banco di prova principale era costituito dal mercato.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alberto Papuzzi, Professione giornalista. Le tecniche, i media, le regole, quinta edizione, Donzelli editore, 2010
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