Penguin Cafe Orchestra

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Penguin Cafe Orchestra
Paese d'origine Inghilterra Inghilterra
Genere Musica minimalista
Folk
Periodo di attività 1974-1997
Etichetta Etichetta/e discografiche di riferimento
Album pubblicati 12
Studio 8
Raccolte 4
Sito web

I Penguin Cafe Orchestra sono stati un gruppo musicale inglese.

Il loro repertorio, generalmente sui generis, malinconico, elegante, e antiquato, è di difficile attribuzione. La musica dei Penguin Cafe Orchestra combina fra loro la struttura della musica classica barocca e rinascimentale, elementi di bizzarro folk, un'estetica minimalista, e richiami a John Cage[senza fonte] e Philip Glass[senza fonte]. La musica del gruppo venne definita "moderna musica da camera semi-acustica".[1][2]

Il loro leader è stato Simon Jeffes[1] (Sussex, Inghilterra, 1949-1997): un chitarrista di formazione classica, compositore e arrangiatore che fu, assieme alla violoncellista Helen Liebmann, co-fondatore del gruppo e membro permanente.[2] Il resto dei musicisti è invece stato spesso arruolato in base alle esigenze di singoli pezzi o esibizioni.

Considerati importanti precursori della new age "per complesso"[1] i PCO furono attivi nell'arco di ventiquattro anni, fino alla morte di Jeffes.

Origini[modifica | modifica sorgente]

Il gruppo venne fondato nel 1974,[1] quando Simon Jeffes, disilluso dalla rigidità della struttura della musica classica e dai limiti del rock, prese a interessarsi di musica etnica, con la sua relativa libertà espressiva, decidendo di far confluire i propri interessi musicali nelle sue forme, approfittando del suo senso di immediatezza[senza fonte].

Il primo album del complesso, dal titolo Music from the Penguin Cafe, venne pubblicato nel 1976 dall'etichetta sperimentale Obscure Records di Brian Eno, che è anche una ramificazione della E.G. Records. Realizzato da un organico di quattro musicisti e considerato un anticipatore della world music, l'album rimase pressoché ignorato per alcuni anni.[3]

Il primo concerto di rilievo della formazione avvenne nel 1977 alla Roundhouse, a supporto dei Kraftwerk.[2]

Anche grazie all'aumento della notorietà della world music che, durante gli anni ottanta, ispirò musicisti "radiofonici" quali Paul Simon e Peter Gabriel, i Penguin Cafè Orchestra godettero di un significativo aumento della popolarità.

Una serie di registrazioni composte tra il 1974 e il 1976[senza fonte] con un organico ampliato confluisce nel secondo album Penguin Cafe Orchestra del 1981 che, rispetto all'esordio, si rivela essere più melodico. A partire da questa pubblicazione, la formazione iniziò ad incidere con maggiore regolarità.

I Penguin Cafe Orchestra intrapresero un maggior numero di concerti a partire dal 1982, anno in cui organizzò un tour in Giappone.[3]

Il più "folk" Broadcasting From Home del 1984 era un album che vide il complesso aumentato a dodici membri, mentre Signs Of Life, uscito nel 1987, mantiene la vena eclettica del gruppo, sebbene rimanga il più austero della loro discografia.

Durante la propria carriera i PCO parteciparono a numerosi concerti in tutto il mondo e alla South Bank di Londra.[senza fonte] Jeffes ha inoltre intrapreso il progetto Arcane, con cui pubblicò un omonimo album (1995).

In seguito alla morte prematura di Jeffes, dovuta ad un tumore al cervello, la formazione si sciolse,[1] ed alcuni membri del complesso pubblicarono, nel 2000, Piano Music: una raccolta di brani inediti attribuita al compositore.

I membri si riunirono nel 2007 per una serie di concerti in memoria di Jeffes, che vennero realizzati alla Union Chapel di Islington, a Londra.

Discografia[modifica | modifica sorgente]

Album[modifica | modifica sorgente]

Raccolte[modifica | modifica sorgente]

  • 1996 Preludes, Airs & Yodels
  • 2001 A Brief History
  • 2001 History
  • 2004 The Second Penguin Cafe Orchestra Sampler

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e Riccardo Bertoncelli, Enciclopedia Rock '90 (quinto volume), Arcana, 2001, p. 457.
  2. ^ a b c Penguin Cafe Orchestra - Biography - AllMusic. URL consultato l'8 gennaio 2014.
  3. ^ a b Riccardo Bertoncelli, Paesaggi immaginari: trent'anni di rock e oltre, Giunti, 1998, p. 259.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • The Rough Guide to Rock (Peter Buckley, Rough Guides, 2003, pag. 780)

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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