Partito Comunista Cinese

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Partito Comunista Cinese
中国共产党
Flag of the Chinese Communist Party.svg Danghui.svg
Leader Xi Jinping
Stato Cina Cina
Fondazione 1º luglio 1921 (I Congresso del Partito)
1º agosto 1920 (de facto)
Sede Zhongnanhai, Pechino
Ideologia Comunismo
Maoismo
Socialismo cinese
Collocazione Estrema sinistra
Seggi Assemblea nazionale del popolo
2099 / 2987
Testata Quotidiano del Popolo
Organizzazione giovanile Lega della gioventù comunista cinese
Giovani pionieri cinesi
Iscritti 80.269.000 (2010)
Sito web http://english.cpc.people.com.cn/
Repubblica Popolare Cinese

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Politica della Cina



Altri stati · Atlante

Il Partito Comunista Cinese (PCC) (cinese semplificato: 中国共产党 cinese tradizionale: 中國共產黨 translitterato: Zhōngguó Gòngchǎndǎng), nato nel 1921, non a seguito di una scissione, come i Partiti Comunisti europei, ma per diretto influsso della Rivoluzione d'ottobre, è stato ed è uno dei grandi protagonisti della storia e della politica cinese. Nel 1949, a seguito della sconfitta del Guomindang (partito nazionalista) di Chiang Kai-shek nella guerra civile è diventato il partito unico di governo della Repubblica Popolare Cinese.

Nei suoi settant'anni di storia il PCC ha cambiato spesso il suo indirizzo politico e la sua struttura organizzativa, per adattarsi ai mutamenti di condizioni che lo hanno visto trasformarsi da partito dell'intellighenzia progressista e del proletariato urbano alleato con il Guomindang all'inizio degli anni venti, piccolo gruppo di militanti e guerriglieri duramente perseguitati negli anni trenta, organizzatore di un massiccio movimento di resistenza e di guerriglia durante la seconda guerra mondiale, vincitore della guerra civile contro il partito nazionalista del Guomindang negli anni quaranta e infine forza di governo a capo di un sistema politico autoritario dal 1949 a oggi.

Dopo il 1978 ha abbandonato l'ideologia marxista ortodossa per il cosiddetto "socialismo con caratteristiche cinesi", ideologia che vuole conciliare il comunismo con l'economia di mercato.

Il Partito comunista cinese conta oltre 85 milioni di membri, detenendo di fatto il record di più grande partito politico del mondo.[1]

Tuttora 2.099 seggi su 2.987 dell'Assemblea nazionale del popolo sono del PCC.

Dirigenti del partito[modifica | modifica sorgente]

Presidenti del Comitato centrale:

La carica di Presidente è stata abolita nel 1982 e i poteri riservati al Presidente sono passati al Segretario Generale.

Segretari Generali:

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini: il Movimento del 4 maggio 1919[modifica | modifica sorgente]

Il PCC nasce in uno dei momenti più difficili per la Cina, messa in ginocchio dall'imperialismo occidentale e giapponese e minacciata dalla disgregazione politica e dal potere di vari "signori della guerra". Proprio nella protesta che si sviluppò contro l'imperialismo giapponese possiamo vedere la nascita di quei fermenti politici che avrebbero portato alla sua costituzione.

Nel 1915 il Giappone aveva infatti presentato le sue “21 domande” alla Cina, che rompevano definitivamente con la politica dell’open door e miravano a trasformare la Cina in una colonia di fatto. Il 4 maggio 1919, dopo che il Trattato di Versailles aveva stabilito che gli ex-diritti tedeschi passassero ai giapponesi, manifestazioni scoppiarono in tutte le principali città della Cina. Questo Movimento del 4 maggio 1919 si spinse molto oltre i precedenti movimenti anti-imperialisti e si sviluppò su una linea indipendente dall’elaborazione politica che negli stessi anni veniva condotta da Sun Yat-sen.

Tra i principali animatori delle proteste c’era il giornalista Chen Duxiu, che nel 1915 aveva fondato il Periodico “Gioventù Nuova”. Sulla sua onda all’interno delle Università si affermava un movimento di rinnovamento culturale che predicava l’eguaglianza, promuoveva l’istruzione di massa, aggrediva la morale confuciana su cui aveva poggiato per millenni l'organizzazione sociale della Cina, il culto della gerarchia, dell’autorità e della famiglia. Intellettuali e nuovo proletariato urbano trovarono il loro punto di riferimento non tanto nella democrazia europea e americana e nella modernizzazione giapponese, che erano state la fonte d’ispirazione di Sun Yat-sen, quanto piuttosto nella Rivoluzione d’ottobre scoppiata in Russia nel 1917.

Subito dopo le dimostrazioni del 4 aprile 1919 cominciarono a comparire in Cina circoli operai, associazioni per lo studio del marxismo, leghe sindacali. A Pechino Li Dazhao pubblicava “La voce del Lavoro”, nello Hunan Mao Zedong fondava una Lega socialista della gioventù, a Shanghai circolava un periodico intitolato ”Il comunista”. A differenza che in occidente il movimento comunista cinese non nacque da una scissione e dalla frattura con una precedente tradizione socialdemocratica ma direttamente sotto l’influsso dell’Unione Sovietica.

Nascita e alleanza con Sun Yat-sen[modifica | modifica sorgente]

Bandiera della Repubblica Sovietica Cinese, o Jiangxi Sovietica, esistita dal 1931 al 1934 nella provincia di Jiangxi.

Nel 1921, con la collaborazione del Comintern, il PCC venne fondato a Shanghai e Chen Duxiu nominato segretario. La posizione dell’Internazionale comunista per quanto riguarda i paesi colonizzati, che fu fatta propria dai cinesi, chiedeva ai nascenti partiti comunisti di cercare l’alleanza con la borghesia nazionale per affrontare la lotta per l’indipendenza. La rivoluzione comunista, si pensava, doveva essere preceduta da una rivoluzione democratico-borghese, che avrebbe spazzato via ogni residuo di feudalesimo e gettato le basi di un’economia moderna.

Inevitabilmente questa posizione portò alla ricerca di un accordo con Sun Yat-sen che nel 1917 a Canton aveva organizzato un proprio governo e rimesso in piedi il suo partito, Guomindang. L’autorità centrale infatti andava scomparendo dopo la morte di Yuan Shikai, il primo presidente della Repubblica di Cina che aveva cercato con un colpo di mano di farsi proclamare imperatore ma aveva fallito. Le stesse potenze straniere si trovarono in difficoltà: come imporre la propria volontà a un governo che non esiste più? La Cina cadeva a poco a poco nelle mani di banditi e signori della guerra. Tanto i comunisti che Sun Yat-sen volevano porre fine a questo stato di cose.

Nel gennaio 1923 Sun Yat-sen si decise a incontrare il delegato sovietico Ioffe e ne scaturì la dichiarazione Sun-Yoffe: i sovietici ammettevano l’impossibilità di instaurare per il momento un governo comunista in Cina e si impegnavano a dare tutto il loro appoggio alla realizzazione dell’indipendenza e dell’unità nazionale del paese. Poco dopo il Manifesto programmatico del Congresso del Guomindang, affermava tre indirizzi politici: alleanza con l’Unione Sovietica, cooperazione con i comunisti e aiuto ai contadini e agli operai.

La rivoluzione[modifica | modifica sorgente]

Finché fu in vita Sun Yat-sen, comunisti e nazionalisti lavorarono assieme per portare a termine quella che l'Internazionale giudicava una rivoluzione democratico-borghese. Nel 1927, però, Jiang Jieshi prese il potere sul governo di Canton e sul Guomindang, attuando un sistematico massacro dei comunisti e dei militanti della sinistra del suo stesso partito. Il costo in termine di materiale e di vite umane pagato dal PCC fu assai elevato e costituirà un problema negli anni a venire.

Ebbe inizio la guerra civile cinese, che gli storici comunisti suddividono in tre fasi: la prima guerra civile rivoluzionaria (1927-1930), la seconda guerra civile rivoluzionaria (1930-1937) e la terza guerra civile rivoluzionaria (1947-1950). Il PCC fu attraversato da un'intensa lotta fra due linee, mentre Mao Zedong, allora un membro del Comitato Centrale, cercava di far prevalere la propria linea militare su quella giudicata di destra e su quella degli esponenti comunisti più o meno vicini al trockijsmo. Obiettivamente, bisogna constatare che fu la tattica maoista della guerra popolare a concedere al PCC la vittoria, contro invece le tattiche trockijste che preferivano una più rapida occupazione delle città. I meriti militari di Mao, non a caso, sono riconosciuti anche dai suoi detrattori.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra civile cinese.

Benché fosse stato riconfermato segretario generale all'indomani del V Congresso del Partito, Chen Duxiu venne deposto da una turbolenta riunione del Comitato Centrale per la sua inadeguatezza al comando delle forze militari comuniste nell'affrontare il Guomindang. Con l'insurrezione di Nanchang era infatti sorto l'Esercito Popolare di Liberazione (chiamato anche Esercito Rosso), nel quale Mao occupava posti di comando rilevanti. Ci fu a questo punto la parentesi del trockijsta dichiarato Qiu Qiubai, deposto alla fine dell'anno. Riconfermato dal VI Congresso, fu Xiang Zhongfa a sostituire Chen.

Nel 1931 venne creata la Repubblica Sovietica Cinese, di cui Mao divenne presidente. In questo periodo, tuttavia, il PCC era lacerato da una furiosa lotta intestina fra la linea di Li Lisan - successivamente di Wang Ming, segretario ad interim dal giugno 1931 - e quella di Mao. Addirittura, nel gennaio 1932, Mao fu definito opportunista di destra e gretto empirista, e nel 1934 perse le sue funzioni principali. Ciò non gli impedì di essere uno dei protagonisti della Lunga marcia, durante la quale i sostenitori di Wang Ming furono costretti a riconoscere la giustezza della teoria della guerra popolare.

Fra la fine del 1936 e il 1937, PCC e GMD si trovarono a collaborare contro gli aggressori giapponesi; solo la fine della guerra civile, probabilmente, permise la sconfitta del Giappone nel 1945. Nel medesimo anno, l'Esercito Popolare di Liberazione aiutò l'Armata Rossa sovietica a liberare la Corea, dove favorì la fondazione della repubblica democratica popolare.

Sempre nel 1945, dopo essere stato per lungo tempo spogliato di tutte le funzioni, trionfò definitivamente la linea di Mao Zedong, il quale venne eletto presidente del Comitato Centrale dal VII Congresso del Partito, che peraltro si svolse a Yenan, tradizionalmente una base rossa vicina alle posizioni di Mao.

Nel luglio 1946 ricominciò la guerra civile, ma l'Esercito Popolare di Liberazione riportò vittorie decisive sull'Esercito Rivoluzionario Nazionale di Jiang Jieshi, il che portò all'occupazione di Pechino nel gennaio 1949 e alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese il 1º ottobre. La guerra civile, comunque, non terminerà che l'anno successivo.

La prima fase del potere e la Rivoluzione Culturale[modifica | modifica sorgente]

Dopo la presa del potere, il PCC continuò ad esercitare un peso considerevole nella politica cinese, essendo il partito unico nel governo e anche perché, nell'idea marxista-leninista dello Stato, un paese socialista deve essere retto da un partito comunista.

Il PCC tenne rapporti amichevoli con tutti i partiti comunisti del mondo, fino al 1956, quando si delineò la crisi sino-sovietica. Mao rifiutò il rinnegamento di Stalin da parte di Nikita Krusciov, nuovo leader dell'URSS, e i contrasti fra i due partiti portarono ad una vera e propria rottura politica. Mentre i partiti comunisti "classici", come quello italiano e quelli del Patto di Varsavia, rimasero dalla parte di Mosca, altri (che vennero a crearsi dalle scissioni dai suddetti) si schierarono con la Cina criticando il revisionismo sovietico.

Tuttavia, furono solo tre i partiti al potere che ebbero rapporti amichevoli con il PCC: il Partito dei Lavoratori del Vietnam (fino agli anni Settanta, poi si schierò con l'URSS), il Partito Rivoluzionario del Popolo Lao, il Partito Comunista di Kampuchea e il Partito dei Lavoratori di Corea (quest'ultimo si riavvicinò all'URSS negli anni sessanta, per poi posizionarsi in una ambigua "non belligeranza"). In questo periodo, nel mondo sorsero centinaia di partiti maoisti.

Nel 1966, venne lanciata la Grande rivoluzione culturale proletaria contro i borghesi infiltrati nel Partito e nello Stato. Le guardie rosse si mobilitarono contro il revisionismo di destra (identificato in Liu Shaoqi - detto il Krusciov cinese - e Deng Xiaoping) e il revisionismo di sinistra (Lin Biao). Si creò una grande mobilitazione in tutto il paese e gli stessi quadri e dirigenti del PCC mutarono, mentre tutto il Partito si lanciava nella critica del revisionismo interno (Liu e Lin, appunto) ed esterno (l'URSS). In numerosi casi locali, nella prima fase della Rivoluzione culturale, i comitati di partito vennero disciolti e restaurati più volte, fino al 1969, quando il IX Congresso Nazionale del Partito riordinò la situazione.

La Rivoluzione culturale terminò dopo la morte di Mao, quando il suo successore, Hua Guofeng, dichiarò conclusa l'esperienza. Verrà definitivamente ripudiata e criticata da Deng Xiaoping all'inizio degli anni ottanta.

Socialismo con caratteristiche cinesi[modifica | modifica sorgente]

Dopo una breve parentesi che vide Hua Guofeng presidente del Partito fu Deng Xiaoping a controllare il Paese e il Partito a tutti gli effetti. Alla sua aspra critica a Mao e alla Rivoluzione culturale fece seguito l'avvio del "socialismo con caratteristiche cinesi", ovvero l'apertura al libero mercato che, secondo Deng, era possibile anche all'interno di un regime socialista. Ciò comunque incontrò una certa ostilità all'interno del PCC stesso; la linea di Deng risultò definitivamente vincente al Comitato centrale dell'ottobre 1984 e, nel 1985, circa 60.000 oppositori del "nuovo corso" vennero espulsi. Il complesso di tesi elaborate da Deng, che spingono per una forte riforma in senso economico ma non in senso politico (mantenendo dunque il monopolio del Partito, a differenza della perestrojka gorbacioviana), è attualmente riassunto dal PCC come "teoria di Deng Xiaoping".

La nuova direzione guidata da Jiang Zemin proseguì su questa strada e anzi favorì un'apertura ancora maggiore al libero mercato, provocando al contempo una forte crescita economica, ma anche nuovi e sempre più acuti squilibri sociali. In particolare l'elaborazione teorica di Jiang - le "tre rappresentanze" - permisero anche ai proprietari e, quindi, ai "borghesi" di entrare nel Partito. Sotto Jiang avvenne anche una sorta di "alleggerimento" ideologico che permise di riaprire stabili e, per certi aspetti, proficui contatti con il Guomindang a partire dal 2003.

A Jiang successe la cosiddetta "quarta generazione", diretta da Hu Jintao, il quale si trovò davanti un'economia in impetuosa crescita, la cui gestione caotica aveva però dato vita agli squilibri e alle tensioni sociali di cui sopra si è già parlato. Al XVII Congresso del Partito, tenutosi nel 2007, Hu fece passare la propria "prospettiva scientifica sullo sviluppo", mirante a creare una "società armoniosa" e che mira quindi a mantenere le riforme pro-capitaliste ma in modo più ordinato del passato.

Struttura del Partito Comunista Cinese[modifica | modifica sorgente]

Al suo livello centrale, il Partito Comunista Cinese è composto da tre organi. Questi sono:

Le competenze, la composizione e la durata in carica di ciascun organo sono definiti dallo Statuto del Partito Comunista Cinese (中国共产党党章). Il funzionamento degli organi è regolato dai due principi organizzativi tipici di ogni sistema leninista: il centralismo democratico e la doppia subordinazione.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il Partito Comunista Cinese supera gli 85 milioni di membri, Xinhua, 30 giugno 2013. URL consultato il 24 luglio 2013.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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