Partito Comunista d'Italia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

1leftarrow.pngVoce principale: Partito Comunista Italiano.

Partito Comunista d'Italia
Partito Comunista d'Italia.png
Leader Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti
Segretario Amadeo Bordiga (1921-1923), Angelo Tasca (1923-1924), Mauro Scoccimarro (1923-1924), Bruno Fortichiari (1923-1924), Giuseppe Vota (1923-1924), Palmiro Togliatti (1923-1924; 1927-1943), Antonio Gramsci (1924-1927)
Stato Italia Italia
Fondazione 21 gennaio 1921
Dissoluzione 15 maggio 1943 (riorganizzazione in Partito Comunista Italiano)
Sede Porta Venezia - Milano, poi clandestino
Ideologia Comunismo,
Marxismo-leninismo
Collocazione Estrema sinistra
Coalizione Unità Proletaria (1924)
Affiliazione internazionale Internazionale Comunista
Seggi massimi Camera
19 / 535
(1924)
Testata Il Comunista, poi l'Unità

Il Partito Comunista d'Italia (Sezione della Internazionale Comunista) è stato un partito politico italiano attivo legalmente dal 1921 al 1926 e clandestinamente dal 1926 al 1943, quando riprese l'attività legale come Partito Comunista Italiano.[1] Avente sede a Milano nella palazzina di Porta Venezia, ebbe come organo di stampa quotidiano centrale Il Comunista fino al 1922 e, dal 1924, l'Unità.

Le origini (1920-1921)[modifica | modifica wikitesto]

Il II Congresso del Comintern fra luglio e agosto del 1920 decide che i suoi membri avrebbero dovuto sottoscrivere 21 condizioni che prevedevano, fra l'altro, l'espulsione di ogni riformista e il mutamento di nome dei partiti in "Partito Comunista". Alla fine del Congresso, il 27 agosto il presidente del Comintern Zinov'ev con Bucharin e Lenin inviavano al Psi e a «tutto il proletariato rivoluzionario» italiano l'invito a discutere al più presto in un Congresso le 21 condizioni. L'appello sarà pubblicato in Italia solo il 30 ottobre su L'Ordine Nuovo, quindicinale socialista torinese diretto da Antonio Gramsci.

Il 15 ottobre 1920 a Milano ha luogo una conferenza di tutti coloro che accettano senza riserve le 21 condizioni del Comintern. Si incontrano così gli astensionisti vicini ad Amadeo Bordiga, gli ordinovisti di Gramsci e massimalisti terzinternazionalisti come Egidio Gennari, Bruno Fortichiari e Francesco Misiano. La conferenza si concluderà con l'approvazione del manifesto Ai Compagni e alle Sezioni del Partito Socialista Italiano. Il manifesto si conclude con la proposta del cosiddetto programma di Milano in 10 punti ed è sottoscritto da Gramsci, Bordiga, Fortichiari, Misiano, Umberto Terracini e il segretario della Federazione Giovanile Socialista Italiana, Luigi Polano. Nasce così la frazione comunista del Psi.

I 10 punti su cui si formò il Partito Comunista d'Italia
  • Nell'attuale regime capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine all'antitesi di interessi ed alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante.
  • Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l'organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.
  • Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l'abbattimento violento del potere borghese.
  • L'organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendosi dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato.
  • La guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l'imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato fra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.
  • Dopo l'abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell'apparato sociale borghese e con la instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze elettive dello Stato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.
  • La forma di rappresentanza politica dello Stato proletario è il sistema dei consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.
  • La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi contro-rivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con l'organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.
  • Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell'economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.
  • Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale, eliminandosi la divisione della società in classi andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

Pochi giorni dopo inizia a circolare la cosiddetta Circolare Marabini-Graziadei che prova a far da ponte tra la frazione comunista e i massimalisti più anziani e titubanti a cambiare nome al Psi, proponendo il compromesso di «Partito Socialista Comunista d'Italia».

Si arriva così a Imola, dove la frazione comunista e il gruppo vicino a Marabini e Graziadei tengono un convegno pre-congressuale il 28 e 29 novembre. Qui, nonostante frizioni e distanze che rischiano di far naufragare l'incontro, si redige la mozione comunista per il XVII Congresso socialista. La mozione è approvata all'unanimità grazie a una serie di reciproche rinunce: gli astensionisti bordighiani rinunciavano alla pregiudiziale anti-elezionista promettendo al contempo il proprio autoscioglimento, e però si stabiliva che la mozione di Imola era immodificabile e quindi al riparo da accordi dell'ultim'ora.

Da questo momento in poi iniziano due mesi non di semplice battaglia congressuale, ma di vera e propria costruzione di una corrente nazionale pronta a trasformarsi in partito se, come ci si aspetta, il centro vicino al leader massimalista Giacinto Menotti Serrati non espellerà i riformisti di Filippo Turati riuniti nella corrente detta di Concentrazione.

Nel comitato della frazione comunista troviamo Gramsci, Bordiga, Fortichiari, Misiano, Polano, Repossi e Terracini.

Primo congresso (1921)[modifica | modifica wikitesto]

Particolare della prima tessera del PCdI
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi XVII Congresso del Partito Socialista Italiano e I Congresso del Partito Comunista d'Italia.

Dopo sei giorni di discussioni, il 21 gennaio 1921 al teatro Goldoni di Livorno, il presidente del Congresso socialista Giovanni Bacci comunica l'esito della consultazione:

  • Votanti 172.487 su 216.337 (79,28%)
  • Astenuti 981
  • Mozione di Firenze o dei comunisti unitari 98.028 (57,16%)
  • Mozione di Imola 58.783 (34,27%)
  • Mozione di Reggio Emilia o di concentrazione 14.695 (8,57%)

Bordiga, a nome della mozione comunista, dichiara che così il Psi si è posto fuori dal Comintern e invita chi ha votato la mozione di Imola a confluire al teatro San Marco per costituire il Partito Comunista d'Italia: avviene così la scissione di Livorno.

Il I Congresso del PCd'I non dura molto e sarà più la passerella di comunisti italiani e stranieri (come Jules Humbert-Droz per la Svizzera) e vedrà Fortichiari proporre lo scioglimento della frazione comunista perché «ha esaurito il suo compito», Ortensia Bordiga portare il saluto delle donne comuniste e Polano annunciare che la Fgsi aderisce al nuovo partito. Il 27 gennaio, infatti, la Fgsi quasi all'unanimità muterà nome in Federazione Giovanile Comunista d'Italia (Fgcd'I). Nel pomeriggio del 21 è poi approvato il nuovo statuto che introduce la dicliplina ferrea e centralizzata di partito, come sempre auspicato da Lenin. Il nuovo Comitato Centrale conta appena 15 membri di cui 5 costituiscono il Comitato Esecutivo che risiederà a Milano e continuerà a pubblicare il bisettimanale Il Comunista che dall'11 ottobre successivo sarà quotidiano.

Nel Ce del Pcd'I il lavoro è collegiale, tuttavia è evidente che il capo indiscusso è Bordiga che con Terracini e Ruggero Grieco costituisce il nucleo politico e organizzativo vero e proprio; Repossi dirige il Comitato Sindacale, mentre a Fortichiari va il cosiddetto «Ufficio 1°» o lavoro «illegale».

Dal 26 al 28 febbraio si terrà sempre a Livorno anche il V Congresso della Cgl dove l'ordine del giorno Tasca-Repossi-Misiano per i comunisti otterrà 432.558 voti pari al 23,15%. I comunisti pertanto si costituiscono in corrente di un sindacato che resta in maggioranza a riformisti e massimalisti.

Denominazione e prima organizzazione[modifica | modifica wikitesto]

L'Internazionale Comunista era all'epoca concepita, secondo una tesi fortemente sostenuta da Lenin, come un'organizzazione politica nettamente separata e contrapposta al campo politico borghese e con un alto livello di centralizzazione. Come è scritto nella 16ª condizione per aderire alla Terza Internazionale «l'Internazionale Comunista, che agisce fra le condizioni della più aspra guerra civile, deve essere costruita in maniera di gran lunga più centralizzata di quel che fosse la Seconda Internazionale. Com'è naturale però l'Internazionale Comunista, e il suo Comitato Esecutivo debbono, nella loro attività complessiva, tener conto delle diverse condizioni fra cui sono costretti a lavorare ed a combattere i singoli partiti, e debbono prendere deliberazioni di validità generale soltanto in quelle questioni in cui simili deliberazioni siano possibili». E nella 17ª si aggiunge che «Conforme a ciò tutti i partiti che vogliono appartenere all'Internazionale Comunista, debbono cambiare il loro nome. Qualunque partito voglia appartenere all'Internazionale Comunista, deve portare il nome: PARTITO COMUNISTA del paese così e così (Sezione della Terza Internazionale)». Di qui la scelta per la sezione italiana di "Partito Comunista d'Italia (Sezione della Internazionale Comunista)" o PCd'I. L'idea era anche quella di portare una chiarezza fra i marxisti nel mondo allo sbando fin dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Spiega infatti ancora la 17ª condizione: «La questione del nome non è soltanto questione formale, ma questione politica di grande importanza. L'Internazionale Comunista ha dichiarato la guerra a tutto il mondo borghese e a tutti i partiti socialdemocratici gialli. È necessario che a ogni semplice lavoratore sia chiara la differenza tra i Partiti Comunisti e gli antichi partiti ufficiali “Socialdemocratici” e “Socialisti” che hanno tradito la bandiera della classe operaia».

Tale denominazione ufficiale rimase fino al 1943, quando sarà sciolta l'Internazionale Comunista rendendo le sue ex sezioni formalmente indipendenti del tutto.

Fin dalla sua nascita il partito compì un grande sforzo per organizzarsi su basi che non fossero una semplice riproduzione di quelle dei partiti tradizionali. In particolare, il partito riprese alcuni temi che erano stati già caratteristici della battaglia all'interno del PSI: si riteneva fosse necessario dar vita ad un ambiente ferocemente avverso alla società borghese, e già anticipatore della società futura. Il proposito non appariva come utopistico, dato che già nel mondo della produzione certe strutture erano viste in funzione di un risultato futuro.

In due articoli del 1921[2][3] questo concetto fu sviluppato da Bordiga fino al punto di affermare che l'organo partito non era una semplice parte della classe proletaria, ma già una struttura al di là delle classi, già adatta a una società senza di esse. La rivoluzione non era infatti vista come un problema di forme organizzative ma di forza; essa non si sarebbe dovuta "fare", secondo un velleitarismo infantile, ma si doveva "dirigere", con un rovesciamento della prassi. Dal punto di vista organizzativo, dunque, il partito doveva abbandonare la democrazia elettiva e le gerarchie interne, e funzionare "organicamente", cioè come un organismo biologico, con le sue parti, cioè cellule e organi differenziati che però partecipassero insieme al tutto. Al «centralismo organico» di Bordiga, si preferirà il «centralismo democratico» introdotto dai bolscevichi e fatto proprio dal Pcd'I al III Congresso. Gramsci stesso ragionerà intorno ai due sistemi nei suoi Quaderni del carcere difendendo quello democratico.

Essendo concepito come una sezione territoriale dell'Internazionale Comunista, il partito adottò lo stesso programma, la stessa struttura di partito, e la stessa tattica adottate al II Congresso del Comintern nel 1920. Il programma ufficiale in 10 punti, iniziava con quello sulla natura intrinsecamente catastrofica del sistema capitalistico, e terminava con quello sull'estinzione dello Stato. Ricalcava in modo sintetico il modello che Lenin aveva tratteggiato per il partito russo.

Per qualche tempo tale relativa identità non sembrò incrinarsi, ma il rapido avanzare della reazione in Europa provocò nel partito russo, e di conseguenza nell'Internazionale Comunista, una variazione in senso democratico della tattica generale, specie dal punto di vista della possibilità, fino a quel momento negata, di alleanze con i partiti socialdemocratici e anche radical-borghesi. Ciò provocò all'interno del partito fin dal 1922 una tensione fra la maggioranza di sinistra e le correnti di minoranza, che nel 1924 assommavano al 16% per la destra e all'11% per il centro, sostenute dall'Internazionale Comunista: emblematico fu il braccio di ferro del 1923 e 1924 fra il Pcd'I e la "centrale" a causa della scissione dell'ala riformista del PSI, avvenuta nel 1922, che spinse il Comintern a porre con forza il tema della riunificazione coi socialisti massimalisti di Serrati. A quel punto, le proposte di tesi presentate dalla sinistra cominciarono a non essere più accettate, e il conflitto divenne viepiù insanabile.

Progressiva bolscevizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi II Congresso del Partito Comunista d'Italia.

Nel 1922, al suo secondo congresso, il nuovo partito censì 43.000 iscritti, anche in seguito alla confluenza della Federazione Giovanile Socialista Italiana che era uscita dal PSI quasi al completo nel 1921. Il partito adottò una struttura snella, composta da un Comitato Centrale di 14 membri, cinque dei quali all'Esecutivo.

La destra di Tasca non era rappresentata, mentre al centro rimaneva il solo Gramsci, dato che l'altro esponente dell'Ordine Nuovo, Terracini, al momento era schierato con la sinistra. La struttura di base era composta da federazioni provinciali, sezioni locali, gruppi sindacali e una organizzazione clandestina, l'Ufficio Primo, per la lotta contro le bande armate fasciste. La grande peculiarità del partito comunista in Italia fu quella di darsi un'organizzazione territoriale, e non costruendosi come una lega di soviet di fabbrica sull'esempio russo[4]. Secondo il rapporto del Comitato Centrale al II Congresso (1922), nelle votazioni alle Camere del Lavoro le mozioni presentate dai comunisti avevano raccolto quasi 600.000 voti.

Nel 1923, instauratosi il Governo Mussolini, alcuni esponenti del partito fra cui Bordiga, furono arrestati dalla polizia e processati per "complotto contro lo Stato", facilitando di fatto le aspirazioni del Comintern per assumere un ancor più stringente controllo sul partito italiano. Nel 1924-1925 viene lanciata dall'Internazionale Comunista la cosiddetta campagna di "bolscevizzazione" che obbligava ancora più fortemente ogni sezione nazionale a conformarsi alla disciplina e alle direttive di Mosca.

Nel maggio del 1924 si tenne una conferenza clandestina a Como per una verifica ai vertici del partito: su 45 segretari di federazione, 35 più il segretario della Federazione giovanile votarono per la sinistra di Bordiga, 4 per il centro di Gramsci e 5 per la destra di Tasca. Nel gennaio 1926 invece, al III Congresso del partito svoltosi in esilio a Lione, il centro prese quasi tutti i voti congressuali (90%), in mancanza della maggior parte dei delegati della sinistra impossibilitati a muoversi a causa dei controlli fascisti e dalla sospensione dei passaporti ordinata dal Ministero dell'Interno italiano.

Durante il congresso, la Sinistra si ritrovò in una scomoda posizione: se da un lato si definiva come internazionalista, schierata sulle tesi della Rivoluzione mondiale che Stalin aveva sostituito con la linea del Socialismo in un solo paese, dall'altro erano isolati nell'IC, che stava prendendo una direzione diversa, mentre la componente centrista poteva rivendicare l'adesione a questa nuova linea dettata dal Comintern. Le parole di Bordiga al Congresso suonarono come un anticipo in Italia della battaglia condotta alcuni mesi dopo a Mosca, durante il VI Esecutivo Allargato dell'IC: Noi crediamo nostro dovere di dire, senza esitazioni e con completo senso di responsabilità, questa grave cosa, che nessuna solidarietà potrà unirci a quegli uomini che abbiamo giudicati indipendentemente dalle loro intenzioni e dai loro caratteri psicologici come rappresentanti dell'ormai inevitabile prospettiva dell'inquinamento opportunista del nostro partito.[5]

Fu lì, al VI Esecutivo Allargato, l'ultimo tentativo della Sinistra italiana di portare la linea dell'Internazionale alla tesi della rivoluzione mondiale[6]:

(FR)
« Je dois dire que cette méthode de l'humiliation personelle est une méthode déplorable, même quand elle est utilisée contre des éléments politiques qui méritent d'être durement combattus. Je ne crois pas que ce soit un système révolutionnaire. Je pense que la majorité qui prouve aujourd'hui son orthodoxie en s'amusant aux dépens des pécheurs persécutés est très probablement composée d'ancient opposants humiliés. Nous savons que ces méthodes ont été appliquée, et peut-être le seront encore, à des camarades qui non seulment ont une tradition révolutionnaire, mais restent des éléments précieux pour nos luttes futures. Cette manie d'autodestruction doit cesser si nous voulons vraiment poser notre candidature à la direction de la lutte révolutionnaire du proletariat.

Le spectacle de cette séance plénière m'ouvre de sombre perspectives pour ce qui est des changements a venir dans l'Internationale. Je voterai donc contre le projet de résolution qui à été présenté. »

(IT)
« Devo dire che questo metodo dell'umiliazione personale è un metodo deplorevole, anche quando viene usato contro degli elementi politici che meritano d'essere duramente combattuti. Non credo che questo sia un sistema rivoluzionario. Penso che la maggioranza che prova oggi la sua ortodossia divertendosi a spese dei peccatori perseguitati è molto probabilmente composta da precedenti oppositori umiliati. Sappiamo che questi metodi sono stati applicati, e forse lo saranno ancora, a dei compagni che non solo hanno una tradizione rivoluzionaria, ma che restano degli elementi preziosi per le nostre lotte future. Questa mania di autodistruzione deve finire, se vogliamo davvero porre la nostra candidatura alla direzione della lotta rivoluzionaria del proletariato.

Lo spettacolo di questa sessione plenaria m'apre fosche prospettive per ciò che riguarda i cambiamenti a venire nell'Internazionale. Pertanto voterò contro il progetto di risoluzione che è stata presentato. »

Dopo un infruttuoso ricorso presso l'Internazionale Comunista sull 'esito del congresso italiano, e la proposta restata lettera morta d'una sessione dell'Internazionale che discutesse a breve dei problemi sorti nel partito e nello stato russo, la Sinistra fu viepiù emarginata dal partito cominciando a fuoriuscirne, mentre l'organizzazione proseguì guidata dal nuovo gruppo dirigente allineato ai dettami politici dell'Unione Sovietica. Il Terzo congresso introdusse la carica di Segretario generale[7], mentre fino ad allora le persone al vertice erano semplicemente chiamate Redattore capo (art. 47 dello Statuto del 1921) o Segretario (art. 51).

Nel 1924 nacque il nuovo organo di stampa, L'Unità, che fu affidato alla direzione di Ottavio Pastore e doveva unire il Pcd'I e i terzini del Psi pronti a fare la lista comune di Unità Proletaria per le elezioni di aprile.

L'emarginata Sinistra continuò invece la sua opera in esilio con un proprio organo di stampa denominato Bilan. Bulletin Théorique mensuel de la fraction de gauche du PCI (poi Bulletin théorique mensuel de la Fraction italienne de la Gauche Communiste) dal novembre 1933.

Clandestinità[modifica | modifica wikitesto]

Stalin, in giacca chiara, osserva Ribbentrop e Molotov che firmano il patto omonimo, sotto il ritratto di Lenin

Nel 1926 Bordiga e Gramsci furono arrestati e inviati al confino a Ustica. Il partito comunista, come tutte le formazioni democratiche, venne soppresso dal regime fascista il 5 novembre 1926. Il partito venne ricostituito clandestinamente, in parte rimanendo in Italia dove fu l'unico partito antifascista ad essere presente seppure a livello embrionale, in parte emigrando all'estero verso la Francia e l'URSS. Con l'arresto di Gramsci la guida di fatto passò a Togliatti, che rafforzò ulteriormente i rapporti con l'Unione Sovietica. Questi rapporti si deteriorarono bruscamente nel 1929 a causa della presa di posizione di Tasca, che aveva sostituito Togliatti a Mosca, in favore del leader della destra sovietica Nikolai Bucharin, che si contrapponeva in quel periodo a Stalin. Dopo che tutta la linea del PCd'I, da Lione in poi, fu messa in discussione, Togliatti espulse Tasca e allineò di nuovo il partito sulle posizioni di Stalin, che erano ritornate a essere piuttosto settarie. Infatti il PCd'I fu costretto ad associare ai socialisti italiani e al giovane movimento di Giustizia e Libertà, la teoria del socialfascismo, che poneva le sue basi sull'equiparazione tra fascismo e socialdemocrazia, intesi entrambi come metodi utilizzati dalla borghesia per conservare il potere. Il 20 marzo 1930 l'ala stalinista espulse anche Bordiga, con l'accusa di trotskismo.

Con la crescita del pericolo nazista, e la dissoluzione del gruppo della sinistra interna del partito, impossibilitata ad operare in Italia ed emarginata dai filosovietici, l'Internazionale comunista cambiò strategia e tra il 1934 e il 1935 lanciò la proposta di riunire in un fronte popolare tutte le forze che si opponevano all'avanzata dei fascismi. I comunisti italiani, che avevano faticato ad accettare la svolta del 1929, ebbero una sofferenza ancora maggiore per uscire dal settarismo a cui quella svolta sembrava averlo destinato, in quanto nell'Italia fascista i militanti si erano trovati da soli a fronteggiare la dittatura. Ma seppur lentamente la guida di Palmiro Togliatti e di Ruggero Grieco, ormai senza opposizione interna, resse la nuova struttura dal 1934 al 1938, dando i suoi frutti, e nell'agosto del 1934 fu sottoscritto il patto d'unità d'azione tra socialisti e comunisti italiani che, nonostante i distinguo, segnò la riapertura del dialogo tra i due partiti operai.

Questa linea politica andò di nuovo in crisi con il Patto Ribbentrop-Molotov del 1939, in quanto fu impossibile conciliare l'unità antifascista con l'approvazione del patto fra sovietici e nazisti, e i comunisti italiani furono costretti ad appiattirsi sulle posizioni dell'Internazionale che in quel periodo teorizzava per i comunisti l'equidistanza tra i diversi imperialismi. La situazione si aggravò ulteriormente, quando con l'invasione tedesca si ritrovarono in clandestinità anche a Parigi. Togliatti fu arrestato, ma non essendo stato riconosciuto, se la cavò con pochi mesi di carcere e dopo aver riorganizzato un embrione di centro estero del Partito, andò a Mosca dove l'Internazionale, avendo sciolto definitivamente l'Ufficio politico e il Comitato centrale, gli affidò la direzione solitaria dei comunisti italiani.

I comunisti incarcerati dal fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 giugno 1928 il Tribunale speciale per la difesa dello Stato condannò diciotto membri del PCd'I. Si andava dal segretario generale (Gramsci) a semplici militanti per un totale di oltre 293 anni di reclusione. Presidente era il generale Alessandro Saporiti, pubblico ministero l'avvocato Michele Isgrò. Il collegio di difesa era formato dagli avvocati Giovanni Ariis, Adelmo Niccolaj e Giuseppe Sardo. Vennero condannati:

  • Antonio Gramsci, Giovanni Roveda e Mauro Scoccimarro ad anni 20, mesi 4, giorni 5, 6.200 lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni di vigilanza speciale.
  • Umberto Terracini ad anni 22, mesi 9, giorni 5, 11.200 lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni di vigilanza speciale.
  • Albino Bibolotti ad anni 18, mesi 4, giorni 5, 11.200 lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni di vigilanza speciale.
  • Iginio Borin, Domenico Marchiotto, Ezio Riboldi ad anni 17, mesi 4, giorni 5, 6.200 lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni di vigilanza speciale.
  • Rosolino Ferragni ad anni 16, mesi 4, giorni 5, 11.200 lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni di vigilanza speciale.
  • Giovanni Nicola, Battista Tettamanti, Vittorio Flecchia, Enrico Ferrari, Bonaventura Gidoni, Giacomo Stefanini, Orfeo Zambon ad anni 15, mesi 4, giorni 5, 6.200 lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni di vigilanza speciale.
  • Anita Pusterla ad anni 9, mesi 8, giorni 20, 4.000 lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni di vigilanza speciale.
  • Virgilio Fabruzzi ad anni 5, mesi 10, giorni 15, 1.000 lire di multa e 3 anni di vigilanza speciale.

Guerra e rinascita[modifica | modifica wikitesto]

Palmiro Togliatti, segretario del partito dall'esilio moscovita

La situazione all'interno del Partito si tranquillizzò grazie alla dichiarazione di guerra di Benito Mussolini a Francia ed Inghilterra nel 1940, che permise che si ricreassero le condizioni per una nuova unità antifascista, suggellata nel 1941 a Tolosa da un accordo tra comunisti, socialisti e Giustizia e Libertà. Man mano che la clamorosa inettitudine dei fascisti nella conduzione bellica gettava sul regime sempre maggiore discredito fra la popolazione italiana, i comunisti cominciarono a riorganizzare la rete clandestina e a fare sentire la propria voce, anche grazie all'importante lavoro di Umberto Massola e alla diffusione di un bollettino, il Quaderno del lavoratore, per mezzo del quale venivano diffuse le posizioni ufficiali del partito, dettate direttamente da Togliatti attraverso Radio Mosca.

Nello stesso tempo ripresero forza numerosi piccoli gruppi che, spesso con linea politica autonoma[8], continuavano dall'interno del paese la loro lotta al fascismo, tentando in alcuni casi di far rinascere un partito comunista fedele alle tesi dell'originaria maggioranza di sinistra del PCd'I[9].

Quando il 25 luglio del 1943 Mussolini fu costretto a dimettersi, l'iniziativa del partito aumentò sensibilmente sia per i maggiori margini di manovra che per la conseguente uscita dal carcere ed il ritorno dall'esilio di numerosi dirigenti comunisti. Il 15 maggio 1943 il partito, in seguito allo scioglimento dell'Internazionale Comunista richiesto dall'URSS per rassicurare i suoi Alleati occidentali, l'organizzazione dei comunisti italiani guidata da Togliatti assunse la denominazione ufficiale di Partito Comunista Italiano (PCI), con cui tornò ad operare in Italia divenendo un partito parlamentare dopo la proclamazione della Repubblica. Eliminate le opposizioni interne, il PCI si propose all'esterno come un blocco unitario, in netta contrapposizione col correntismo democristiano.

Segretari del PCd'I[modifica | modifica wikitesto]

Fino al gennaio 1926, la carica di Segretario generale del Partito non esisteva. Il potere centrale del partito era in mano ad un Comitato esecutivo collegiale. Tuttavia, tra il 1921 e il 1926, alcuni di questi membri fecero funzione di leader del partito. La leadership del PCd'I fu ricoperta da:

Con l'istituzione, nel gennaio 1926, della carica di Segretario generale del partito, questo ruolo fu ricoperto da:

Stampa[modifica | modifica wikitesto]

Il primo Comitato Centrale del Pcd'I riconosceva come suo organo centrale Il Comunista edito a Milano e poi a Roma dall'11 ottobre 1921 quando divenne quotidiano, e diretto di fatto da Palmiro Togliatti.

Il CC del Pcd'I autorizzava anche i seguenti organi di stampa:

Organo teorico è Rassegna Comunista (a cura di Giovanni Sanna e ispirato da Bordiga)

Si aggiungeranno poi:

La Fgcd'I aveva come suo organo di stampa il mensile Avanguardia.
Il Comitato sindacale editava il settimanale Il Sindacato rosso.

Le testate elencate spesso ebbero breve vita, per via anche della repressione fascista. Altri sopravvissero con edizioni clandestine anche all'estero.

All'inizio degli anni venti L'Ordine Nuovo con 45mila copie era il quotidiano con la maggior tiratura. L'altro quotidiano, Il Lavoratore, si fermava a 16mila. Non andava oltre le 10 000 copie il centralissimo Il Comunista. Tirature più importanti avevano l'Avanguardia e Il Sindacato rosso, rispettivamente di venticinquemila e quindicimila copie.

Principali esponenti[modifica | modifica wikitesto]

Fra parentesi gli pseudonimi usati nel periodo.

Risultati elettorali[modifica | modifica wikitesto]

Lista Voti % Seggi
Politiche 1921 Camera Partito Comunista d'Italia 304.719 4,6 15
Politiche 1924 Camera Partito Comunista d'Italia 268.191 3,74 19

Per i risultati delle elezioni successive vedere la voce Partito Comunista Italiano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'archivio del Pcd'I
  2. ^ Partito e Classe
  3. ^ Partito e Azione di Classe
  4. ^ Massimo Salvadori, Storia dell'età contemporanea.
  5. ^ Dichiarazione di Bordiga a nome della Sinistra ai delegati presenti al III congresso del PCd'I (Lione, 21-26 gennaio 1926) in Prometeo, 1º giugno 1928, La dichiarazione
  6. ^ Discorso di bordiga alla nona seduta del VI Esecutivo Allargato; in: Programme Communiste, nro 69-70, maggio 1976; traduzione francese dal resoconto stenografico tedesco dei lavori del VI EA, Protokoll der Erweiterten Executive der Kommunistischen Internationale, Moskau, 17. Februar bis 15. März 1926, Hamburg, 1926
  7. ^ Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, I. Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967.
  8. ^ Si veda la storia dei partigiani di Bandiera Rossa.
  9. ^ Manifesto del Partito Comunista Internazionalista - Sezione di Piombino 1943

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Partito Comunista d'Italia. Sezione della Internazionale comunista, Relazione del Comitato centrale. Secondo congresso nazionale, Roma 20-24 marzo 1922, Società anonima poligrafica italiana, Roma 1922.
  • Il processo ai comunisti italiani, 1923. Gli arresti e l'istruttoria, il dibattito e le arringhe, la sentenza, a cura del CE del PCI, Libreria editrice del PCI, Roma, 1924.
  • Ezio Riboldi, Il Partito comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale comunista, di fronte al codice penale italiano. Memoria alla Corte suprema di Roma, Milano, Off. Graf. Commerciale Raimondi e Granata, 1926.
  • Giovanni Grilli, Dalla settimana rossa alla fondazione del Partito comunista d'Italia, in Movimento operaio, Milano, maggio-giugno 1952.
  • Giorgio Galli, Storia del Partito comunista italiano, Schwarz, Milano 1958.
  • Domenico Zucaro, L'organizzazione di base del Partito comunista d'Italia avanti il Tribunale speciale. (1926-1928), in Studi storici, n. 5, ottobre-dicembre 1960.
  • Palmiro Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924, Editori riuniti, Roma 1962.
  • Roberto Barzanti, Note sulla formazione del gruppo dirigente del Partito comunista d'Italia negli anni 1923-24, D'Anna, Messina-Firenze 1963.
  • Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, Livorno 15-21 gennaio 1921. Con l'aggiunta dei documenti sulla fondazione del Partito Comunista d'Italia, Edizioni Avanti, Milano 1963.
  • Amadeo Bordiga, Storia della sinistra comunista, Ediz. del Programma comunista, Milano 1964-72.
  • Giuseppe Berti, I primi dieci anni di vita del Partito comunista italiano. Documenti inediti dell'Archivio Angelo Tasca, "Annali Feltrinelli", VIII 1966.
  • Il primo anno di vita del Partito comunista d'Italia: circolari interne riservate e riservatissime del Comitato centrale e della Commissione esecutiva del Partito comunista d'Italia alla Commissione esecutiva delle sezioni (gennaio-marzo 1921); Manifesti e altri documenti politici (21 gennaio-31 dicembre 1921); Secondo congresso nazionale (Roma 20-24 marzo 1922). Relazione del Comitato centrale e allegati, Edizioni del gallo, Milano 1966.
  • Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, I, Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, 1967.
  • Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, II, Gli anni della clandestinità, Einaudi, 1969.
  • Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, III, I fronti popolari, Stalin, la guerra, Einaudi, 1970.
  • Franca Pieroni Bortolotti, Il Partito Comunista d'Italia a Livorno: 1921-1923, in Rivista storica del Socialismo, n. 31, maggio-agosto 1967.
  • Pietro Secchia, L'azione svolta dal partito comunista in Italia durante il fascismo, 1926-1932. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Feltrinelli, Milano 1970.
  • Angelo Tasca, I primi dieci anni del PCI, Laterza, Bari 1971 (si tratta di una serie di articoli apparsi sul "Mondo" nel 1953)
  • Aurelio Lepre, Silvano Levrero, La formazione del Partito comunista d'Italia, Editori Riuniti, Roma 1971.
  • Luigi Cortesi, Le origini del PCI, Laterza, Bari 1972.
  • Alfonso Leonetti (a cura di), Gli atti di nascita del PCI (1920-21), Savelli, Roma 1975.
  • Giovanni Cimbalo, La questione cattolica nella strategia del Partito comunista d'Italia alle sue origini, in Il politico, Universita di Pavia, n. 4, 1975.
  • Patrizia Salvetti, Le interpretazioni del Risorgimento nella stampa del Partito Comunista d'Italia (1921-1943), Carabba, Pescara 1975.
  • Ruggero Giacomini, Gramsci e la formazione del Partito Comunista d'Italia, Cultura Operaia, Napoli 1975.
  • Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Quaderni piacentini, Piacenza 1976.
  • Franco Livorsi, Amadeo Bordiga, Editori Riuniti, Roma 1976.
  • Renzo Martinelli, Il Partito comunista d'Italia, 1921-1926. Politica e organizzazione, Editori Riuniti, Roma 1977.
  • Giorgio Amendola, Storia del Partito comunista italiano 1921-1943, Editori Riuniti, Roma 1978.
  • Giancarlo Bergami, Gramsci e il fascismo nel primo tempo del Partito comunista d'Italia, L. S. Olschki, Firenze 1978.
  • Gianni Isola, Il partito comunista d'Italia e la questione agraria. Politica eorganizzazione. 1921-1926, Rosenberg & Sellier, Torino 1980.
  • Documenti sul comunismo rivoluzionario in Italia, 4 voll., Eli, Milano 1981-1991.
  • Aa. Vv. (a cura di), Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito Comunista Italiano. 1921-1984, 5 voll., Edizioni del Calendario, Milano 1985.
  • Claudio Oltremonti, Il Partito comunista d'Italia a Piacenza, 1921-1930, Grafiche Lama, Piacenza 2004.
  • Il partito decapitato (La sostituzione del gruppo dirigente del P.C.d'It., 1923-24), L'Internazionale, Milano 1988.
  • La liquidazione della sinistra del P.C.d'It. (1925), L'Internazionale, Milano 1991.
  • Partito Comunista d'Italia, Secondo Congresso Nazionale - Relazione del CC, Reprint Feltrinelli, 1922

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]