Parnaso (Raffaello)

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Parnaso
Parnaso
Autore Raffaello Sanzio
Data 1510-1511
Tecnica affresco
Dimensioni ? cm × 670 cm 
Ubicazione Musei Vaticani, Città del Vaticano

Il Parnaso è un affresco (670 cm alla base) di Raffaello Sanzio, databile al 1510-1511 e situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro Stanze Vaticane.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Dopo aver completato la volta, la Disputa del Sacramento e la Scuola di Atene, Raffaello e i suoi assistenti si dedicarono alla decorazione della parete nord della Stanza della Segnatura, dedicata alla poesia, nel 1510 o, tutt'al più, dalla fine del 1509.

La parete presentava maggiori difficoltà, poiché la superficie da decorare era spezzata dalla presenza di una finestra (apertura 305 cm). Per questo Raffaello creò una composizione irregolare, con alla base due raffigurazioni a monocromo legate al tema del patrocinio della letteratura: Augusto impedisce la distruzione dell'Eneide (base 185 cm) e Alessandro il Grande fa deporre i libri omerici nella tomba di Achille (base 180 cm), dipinti probabilmente dai suoi collaboratore su suo disegno[1].

Nello sguancio della finestra si legge "JVLIVS II. LIGVR. PONT. MAX. ANN. CHRIST. MDXI. PONTIFICAT. SVI. VIII", che può riferirsi all'anno di completamento dell'affresco o, più probabilmente, dell'intera stanza[1].

Studi[modifica | modifica sorgente]

Marcantonio Raimondi da Raffaello, Parnaso I, incisione dal primo progetto per l'affresco

Dell'opera esiste un'incisione di Marcantonio Raimondi, citata dal Vasari, che descrive il progetto originario del Sanzio (Parnaso I), con alcune differenze, anche sostanziali[2]. Il gruppo di Apollo e delle Muse doveva trovarsi in una "selva ombrosissima" di alloro, con uno stuolo di amorini in volo recanti le corone laurate per incoronare i poeti, che hanno fattezze ancora generiche (a parte Dante e Omero)[2].

In un disegno a Oxford, opera della scuola del Sanzio, si vede già una definizione pressoché definitiva dell'opera, con il movimento ascendente e discendente delle figure dalla collina, che lega i gruppi in rapporti concatenazioni ritmiche[3].

Altri disegni preliminari si trovano nella collezione Colville di Londra (Studio per una musa), al Museo Wicar di Lilla (Studio per Apollo), alla Royal Library del castello di Windsor (Schizzo per la figura di Dante e Studi di tre teste di poeti) e all'Ashmolean Museum di Oxford (Studio per la musa Talia)[3].

Descrizione e stile[modifica | modifica sorgente]

Dettaglio
Sarcofago delle Muse, 280-290 d.C.

La scena è una rappresentazione del monte Parnaso, che secondo la mitologia greca è la dimora delle Muse. Sulla sommità del colle, nei pressi della fonte Castalia, Apollo, coronato di alloro e al centro della composizione, suona una lira da braccio, circondato dalle Muse. Ai suoi lati si vedono Calliope ed Erato, che presiedono il coro delle altre: a sinistra dietro Calliope, Talia, Clio ed Euterpe; a destra dietro Erato Polimnia, Melpomene, Tersicore e Urania[3]. Nei disegni preliminari le muse tenevano strumenti musicali ispirati vagamente all'antico, che nella redazione definitiva vennero sostituiti con oggetti più precisi: Calliope, Erato e Saffo tengono infatti strumenti copiati con cura dal sarcofago delle Muse, oggi al Museo nazionale romano, mentre lo strumento di Apollo è moderno, a nove corde invece delle sette abituali (un richiamo al numero delle muse?)[3], e richiama probabilmente uno dei passatempi di Giulio II.

Tutt'intorno si trovano diciotto poeti divisi in più gruppi, alcuni di identificazione inequivocabile, altri più dubbia, tutti disposti come in una platea, concatenati l'un l'altro da gesti e sguardi, a formare una sorta di mezzaluna continua che si proietta verso lo spettatore come ad avvolgerlo. Da sinistra in basso si vedono Alceo, Corinna, Francesco Petrarca, Anacreonte e Saffo, con un cartiglio col proprio nome; seguono più in alto Ennio, che ascolta il canto di Omero (cieco), seguiti più dietro da Dante, che guarda verso Virgilio, che a sua volta si rivolge a Stazio vicino a lui. A destra stanno discendendo il colle Tebaldeo (o Baldassarre Castiglione o, secondo un'ipotesi di Charles de Tolnay, Michelangelo), Boccaccio, Tibullo, l'Ariosto (il Tebaldeo), Properzio, Ovidio e Jacopo Sannazaro; in primo piano in basso siede Orazio[3].

Altre interpretazioni fanno i nomi di Agnolo Poliziano, Alceo, Vittoria Colonna e Pietro Bembo (con il volto rivolto a Francesco Petrarca, suo modello supremo), nonché quello di due ipotetici "poeti del futuro che giudicano il passato", in basso a destra.

Chastel dubitava di molte attribuzioni di nomi e secondo lui, per giungere a risultati soddisfacenti, bisognerebbe trovare le corrispondenze esatte tra le nove muse, nove poeti antichi e nove moderni, nonché raggruppamenti per generi poetici. È alquanto probabile inoltre che ai poeti antichi, come era stato fatto nella Scuola di Atene, siano stati dati i volti di umanisti e personaggi contemporanei[3].

Le nove Muse corrispondono alle sfere di cui è composto l'universo, un gigantesco organismo in perpetua vibrazione. Apollo Musagete (guida delle Muse) è il principio ordinatore del cosmo: egli impone una sequenza razionale all'esistente attraverso il magico suono della lira. Nell'affresco lo strumento assume le sembianze di una viola da braccio, largamente diffusa in epoca rinascimentale. Erato, (poesia erotica), Euterpe (poesia lirica), Polimnia (pantomima) indicano le sfere di Marte, Giove e Saturno. Urania, protettrice dell'astronomia, rappresenta la sfera delle stelle fisse, mossa direttamente dalla divinità. Calliope (epica), Tersicore (danza) e Melpomene (tragedia) sono la personificazione mitologica dei cieli di Mercurio, Venere e del Sole. Talia (commedia) e Clio (storia) sono associate alla Terra e alla Luna.[4]

Nel cielo sono visibili alcuni ritocchi, a tappare alcuni guasti, per altro non gravi[1].

Stile[modifica | modifica sorgente]

L'effetto dell'affresco è stato sovente giudicato più eloquente che poetico, con l'evidenza degli atteggiamenti declamatori dei poeti con i quali il Sanzio voleva dare idea dei diversi generi poetici (tragico, lirico, epico). Le figure hanno un accentuato rilievo scultoreo, giustificato dalla posizione in controluce dell'affresco e dalla necessità quindi di bilanciare l'effetto luminoso reale.

I gruppi si articolano dinamicamente concatenando gesti ed espressioni, e rispettando una certa gerarchia simbolica che non irrigidisce però mai la rappresentazione, che appare sempre sciolta e naturale[5].

I monocromi[modifica | modifica sorgente]

Alessandro il Grande fa deporre i libri omerici nella tomba di Achille
Augusto impedisce la distruzione dell'Eneide

Le due composizioni a monocromo alla base dell'affresco sono di autografia dubbia. Cavalcaselle vi riconosceva lo stile di Raffaello, ma per l'esecuzione chiamava in causa Perin del Vaga; il parere venne generalmente accolto, con l'esclusione di Fischer che li riteneva di mano del Sanzio[1].

I due affreschi, che Suida riferisce al 1514, mostrano due scene legate al patrocinio delle lettere da parte di grandi governanti. Nel primo Alessandro Magno fa nascondere Iliade e Odissea nella tomba di Achille, per l'eterna conservazione; nel secondo Augusto imperatore vieta l'attuazione delle disposizioni testamentarie di Virgilio che avrebbe voluto far distruggere l'Eneide, ritenuta ancora incompleta.

Altre immagini[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d De Vecchi, cit., pag. 104.
  2. ^ a b John Shearman, Studi su Raffaello, edizione italiana a cura di Barbara Agosti e Vittoria Romani, Electa, Milano 2007, pagg. 29-39.
  3. ^ a b c d e f De Vecchi, cit., pag. 103.
  4. ^ Astrologia, magia, alchimia, Dizionari dell'arte, ed. Electa, 2004, pag. 150-151.
  5. ^ De Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 203.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pierluigi De Vecchi, Raffaello, Rizzoli, Milano 1975.
  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0
  • Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008. ISBN 978-88-370-6437-2

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