I paradisi artificiali

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I paradisi artificiali
Titolo originale Les Paradis artificiels
Autore Charles Baudelaire
1ª ed. originale 1860
Genere saggio
Lingua originale francese

I paradisi artificiali (Les Paradis artificiels) è il titolo di un saggio sugli effetti delle droghe di Charles Baudelaire. In questo scritto l'autore descrive le sensazioni provate dopo l'assunzione di sostanze stupefacenti quali hashish, oppio e vino. L'opera fu pubblicata presso l'editore Pulet-Malassais nel 1860 e comprende al suo interno il saggio già pubblicato precedentemente "Del vino e dell'hashish raffrontati come modi di moltiplicazione dell'individualità" (Du vin et du Haschisch comparés comme moyens de multiplication de l'individualité) e due nuove sezioni, "Il poema dell'hashish" (Le poème du haschisch) e "Un mangiatore d'oppio" (Un mangeur d'opium).

Nel saggio da un'iniziale elogio della droga quale strumento umano per soddisfare il "gusto dell'infinito" si passa ad una irrimediabile condanna: l'Artista, che segue i Principi Superiori dell'Arte, non può che rifiutare la droga come mezzo di creatività. Baudelaire afferma che "orrenda è la sorte dell'uomo la cui immaginazione, paralizzata, non sia più in grado di funzionare senza il soccorso dell'hashish o dell'oppio".

Con l'espressione "paradisi artificiali" si designano al giorno d'oggi le droghe di qualsiasi tipo (in particolare allucinogeni come la mescalina o l'LSD) utilizzate spesso al fine di stimolare la creatività poetica e l'invenzione di immagini originali.


In questo primo saggio pubblicato sul Messager de l'Assemblée nel 1851 Baudelaire paragona gli effetti del vino e dell'hashish, opponendo i positivi risvolti sociali provocati dal primo all'annullamento della volontà del secondo. Baudelaire privilegia dunque il vino quale strumento che l'uomo usa per esaltare la sua personalità e la sua grandezza, per ravvivare speranze ed elevarsi all'infinito, al punto da mettere in guardia da chi non ha mai fatto uso di questa bevanda. La predilezione di Baudelaire verso il vino è poi palesata nella sezione de I fiori del male dedicata appunto al vino: la trasposizione in prosa di alcune sue poesie quali L'anima del vino e Il vino dei cenciaioli vanno a formare il secondo capitolo di questo breve saggio iniziale.

Se da una parte dunque, il vino per Baudelaire esalta la volontà, "l'organo più prezioso" di un Artista, l'hashish la annulla, diventando "inutile e dannoso" per l'uomo creativo. L'esperienza dell'hashish, pur dunque condannata, non viene respinta però totalmente: tra gli effetti di questa droga infatti Baudelaire ricorda la scomparsa del Tempo e le sinestesie create tra suoni, colori, profumi, "corrispondenze" che entreranno a far parte della sua poesia e la caratterizzeranno per sempre.

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