Palazzo Madama (Roma)

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Coordinate: 41°53′57″N 12°28′27″E / 41.899191, 12.474278

Palazzo Madama nel XVIII secolo.

Palazzo Madama è l'edificio romano situato in Corso Rinascimento, a due passi da Piazza Navona; è attualmente sede del Senato della Repubblica Italiana.

Indice

[modifica] Le origini

La storia dell'attuale sede del Senato inizia sul finire del XV secolo, sotto il pontificato di Sisto IV, nei tempi in cui Roma da borgo medievale si apprestava a divenire una città moderna. Il terreno in cui sorge Palazzo Madama - sul quale, all'epoca, erano ancora visibili vestigia romane e torri medievali - era appartenuto per quasi cinque secoli ai monaci benedettini dell'abbazia di Farfa. Questi nel 1478 lo cedettero al monarca francese che, a sua volta, donò al suo tesoriere, nonché vescovo di Chiusi, Sinolfo Ottieri di Castell'Ottieri, parte del terreno compreso fra la torre dei Crescenzi e le Terme di Alessandro, sul quale venne fondato il nucleo originario del Palazzo.

[modifica] Il nucleo cinquecentesco ed il cenacolo rinascimentale

Quando esso entrò in possesso della famiglia Medici, venne restaurato su progetto di Giuliano di Sangallo [1], commissionato nel 1505 dal cardinale Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro Papa Leone X. Questi ne fece la sede romana dell'influente famiglia dopo la cacciata degli stessi Medici da Firenze; con il trasferimento di quello che era rimasto della biblioteca di Giovanni de’ Medici, fu anche uno dei centri di irradiamento della cultura umanistica. Alla morte di Leone X, nel 1521, palazzo Madama venne assegnato a suo cugino Giulio de’ Medici, che vi aveva lungamente abitato prima di salire al soglio pontificio come Clemente VII. Vi soggiornò spesso Caterina de' Medici, futura regina di Francia e illustre protagonista della scena politica europea del ventennio successivo alla morte del marito Enrico II, avvenuta nel 1559. Ma colei che doveva legare il suo nome al Palazzo fu Margherita d'Austria che, rimasta vedova del primo marito Alessandro de' Medici nel 1537, sposò in seconde nozze Ottavio Farnese e soggiornò a lungo nel Palazzo: fu allora che esso assunse il nome che ancor oggi conserva. Ad essa si ascrive l'apposizione, nel soffitto a cassettoni della sala detta dello Struzzo, di uno scudo che vede il consueto stemma nobiliare mediceo sormontato da uno struzzo, nel quale si sarebbe dovuto leggere il gioco di parole tra le parole Autriche (Austria) e autruche (struzzo): simbolo del passaggio del palazzo (e del casato) dalla sfera d'influenza francese a quella ispano-austriaca[2].

[modifica] La sistemazione seicentesca e la fine della destinazione signorile

Nel Seicento vennero effettuati ulteriori lavori di ristrutturazione: una facciata barocca, progettata da Salvatore Marucelli e ultimata nel 1642, prese il posto del precedente frontone asimmetrico; su di essa sono visibili oltre cento forme leonine[3] (compresa la pelle del leone di Nemea scolpita sul portale d’ingresso, che richiama il mito erculeo e trova corrispondenza con il volto di Onfale le cui trecce cingono una finestra: si tratta della mitica progenitrice, con Ercole, di Tirreno, a cui i Medici facevano risalire la loro genealogia). L’interno, sotto la direzione di Romano Monanni, si arricchì di soffitti decorati e di fregi.

Rimase in area germanica la seconda madama cui il palazzo ricollega i suoi fasti, cioè Violante Beatrice di Baviera che vi risiedette dal 1725 alla morte: si trattò di un nuovo periodo di splendore, perché oltre che teatro di balli e feste il palazzo fu sede dell’Arcadia e dell’Accademia dei Quirini.

Nell'immaginario popolare la storia delle due donne (vissute nel torno di due secoli) i cui soprannomi sono valsi a designare il palazzo Madama si intreccia e confonde, ma la confusione rischia di accentuarsi se si considera la questione in prospettiva diacronica, quando ne emerge addirittura una terza. Infatti il Senato del Regno d'Italia, prima del palazzo romano, era stato ospitato nel palazzo che a Torino porta anch'esso il nome di Madama; ciò ha fatto talora credere all'esistenza di un'unica 'Madama' per le due città. Si tratta in realtà di distinte figure, che incarnano epoche e realtà profondamente diverse: da un lato, la prima Madama di Roma era Margherita d'Austria, che riporta alla memoria il Rinascimento cinquecentesco, l'influenza dei Medici e i legami di quella famiglia col papato e l'impero; dall'altro, la Madama di Torino Maria Cristina di Borbone-Francia, che incarna il periodo in cui, circa un secolo dopo, il ducato di Savoia visse una fase di stretta soggezione alla Francia. La terza Madama, infine, è ancora più tarda, trattandosi di un tipico personaggio settecentesco.

Nel 1737, alla morte del Granduca Gian Gastone (di cui Violante di Baviera era la cognata), il palazzo, così come il Granducato di Toscana, passò dai Medici ai Lorena.

[modifica] L’utilizzo pontificio

Nel 1755 fu acquistato da papa Benedetto XIV (il cui stemma campeggia ancora sull’ingresso principale) e divenne palazzo pubblico dello Stato Pontificio. Il palazzo fu interessato da importanti interventi di ristrutturazione: fu aperto un secondo cortile e fu sistemata piazza Madama, ad opera di Luigi Hostini. Negli anni successivi vi furono installati, fra l’altro, gli uffici del tribunale e la sede della polizia. Da tale ultima destinazione del palazzo trae origine il termine dialettale "La madama", talvolta usato ancora oggi (a Roma e non solo) per definire le forze dell'ordine. Fu forse per questo utilizzo amministrativo - più che per un ritorno alla pur persistente vocazione francofila (il palazzo restava nell'insula di San Luigi dei francesi, nucleo del suolo posseduto originariamente da gli abati di Farfa) - che Palazzo Madama ospitò l'ufficio centrale della Repubblica franco-romana nel 1798-99. Nel 1849 Pio IX vi trasferì il Ministero delle Finanze e del Debito Pubblico (senza escluderne la direzione del Lotto: l'estrazione dei numeri aveva luogo sulla loggia esterna), nonché le Poste Pontificie. In quell'occasione vennero intrapresi diversi lavori di restauro e, nel febbraio del 1853, si tenne la cerimonia di inaugurazione dei nuovi uffici.

[modifica] La sede dei senatori

La storia dello Stato della Chiesa volgeva ormai al tramonto e di lì a poco meno di un ventennio il Palazzo avrebbe ospitato il Senato del Regno d'Italia: la decisione assunta nel febbraio del 1871, fu resa operativa a poco più di un anno dalla breccia di Porta Pia (il Senato del Regno si riunì per la prima volta il 28 novembre 1871) dopo ampi lavori di adattamento che ricavarono l’Aula nello spazio del cortile delle poste pontificie, su progetto dell’ingegner Luigi Gabet. Due decenni più tardi la piccola chiesetta del SS. Salvatore, che si ergeva nella strada alla sinistra del palazzo, fu rasa al suolo per ragioni di sicurezza: alcuni degli affreschi in essa contenuti furono incorporati a Palazzo, che alla fine del XIX secolo si arricchì anche di altri conferimenti artistici come nel caso della sala affrescata da Cesare Maccari.

[modifica] La sala Maccari

Le quattro pareti dipinte, oltre la vòlta, dal Maccari rappresentano, la quarta parete essendo divisa da un finestrone di mezzo, cinque gloriosi episodi del Senato di Roma antica. Il primo affresco di Cesare Maccari rappresenta infatti il Senato di Roma nel momento in cui Cicerone, indignato, diritto, con le braccia stese verso Catilina, prorompe nel formidabile: Quousque tandem. Catilina, abbandonato da tutti, seduto nel suo stallo al primo piano del quadro, china la testa e si stringe convulsamente delle mani i ginocchi. Gli altri padri coscritti, variamente atteggiati e drappeggiati nella candida toga, pendono intenti, stupefatti, atterriti, dalla bocca del terribile accusatore[4].

Il secondo affresco rappresenta Attilio Regolo sul punto di consigliare al Senato romano la resistenza contro Cartagine, che l'ha mandato, dietro promessa di ritorno, proponitore e persuasore di pace alla sua patria. Il Senato ascolta; la folla ammira; la famiglia di Regolo lo scongiura di romper la fede data e non tornare in Cartagine; il cielo è d'un azzurro smagliante, che s'incurva verso il tramonto, su lo sfondo dei palazzi di Roma circonfusi dalla luce morente del sole. Rappresenta il terzo quadro Appio Claudio che risponde sdegnosamente alle profferte dell'ambasciatore di Pirro. È colta con amore l'espressione di peso e di stanchezza augusta e severa del vecchio Appio; la figura dell' ambasciatore si nota in grazia della giustezza e della nobiltà dell' atteggiamento. Finalmente, i due quadri più piccoli rappresentano, 1'uno il senatore Papirio Gallo seduto davanti i Celti che invadono Roma, l'altro Curio Dentato che, pago alla mensa frugale di radici e di frutta, ricusa i ricchi doni dei vinti Sanniti.

Ma ciò che veramente corona 1' opera è la vòlta, dotata di una decorazione dorata che culmina ai quattro angoli con quattro scudi sabaudi (che il personale ausiliario del Senato si rifiutò di rimuovere quando il palazzo riaprì, come sede del Senato della Repubblica, nel 1948). Sono dipinte ai quattro lati lunghi, intorno alla grande e severa figura dell'Italia, le figure simboliche delle Armi, delle Arti, delle Industrie e delle Scienze. A differenza del velario che sormonta l’Aula (in cui si segue la lezione della mitologia classica per rappresentare simbolicamente la Fortezza, la Giustizia, la Concordia e il Diritto, cui si intervallano vedute delle quattro principali capitali preunitarie), qui si scelse di raffigurare i concetti astratti in sembianza di fanciulli e fanciulle, castamente ignude, con ai piedi o in mano le insegne della loro attività. Qua il genietto della guerra sta baldanzoso in vista, il capo ornato di lauri, mentre da canto a lui un puttino trae d' arco; là s'abbracciano sorridenti le figurine delicate dell'industria e dell'agricoltura; e mentre i genietti dell' arte ruzzano con pennelli e scalpelli, quelli della scienza si raccolgono gravi intorno a una specula. I luoghi della guerra e della scienza sono austeramente sgombri; ma lieti di fiori, d'alberi e di fuggenti visioni sono i nidi dell'arte e della pace; un gruppo di due giovinette si nota sotto un ramo di biancospino.

[modifica] Note

  1. ^ Il progetto, in realtà, era assai più ampio, e doveva rivaleggiare con il modello degli edifici imperiali del Palatino e di Costantinopoli saldandosi con il catino del “circo agonale” (l’odierna piazza Navona) per dominarlo ed incorporarlo in una grande scenografia (sul modello di quello che sarebbe stato il colonnato berniniano di san Pietro); ma, in queste gigantesche dimensioni, il progetto non fu mai attuato (cfr. Joseph Connors, L’età barocca. Piazza Navona, giochi greci, geroglifici egiziani e potere papale, conferenza del 6 settembre 2008 tenuta a Roma in piazza del Campidoglio e scaricata su ((http://www.laterza.it/pod-etadiroma.asp))
  2. ^ Trattandosi della figlia naturale di Carlo V, prima che con la sua morte i due tronconi del casato l'Asburgo si dividessero, ambedue le discendenze rivendicano questo legame: lo dimostra l'allocuzione tenuta il 29 settembre 1998 dinanzi al Senato della Repubblica italiana, nell'Aula di palazzo Madama, dal re di Spagna Juan Carlos I di Borbone, che ricordò tra l'altro l'antico legame del suo casato col palazzo che li ospitava.
  3. ^ contate da Joseph Connors, L’età barocca. Piazza Navona, giochi greci, geroglifici egiziani e potere papale, conferenza del 6 settembre 2008 tenuta a Roma in piazza del Campidoglio e scaricata su ((http://www.laterza.it/pod-etadiroma.asp)) e da lui ricondotte al simbolo del pontificato mediceo di Leone X.
  4. ^ Per G. A. Cesareo, I freschi di Cesare Maccari al Senato, in Lettere e Arti, periodico diretto da Enrico Pansacchi, annata 1889, fasc. 1, l' ambiente ricorda “un po' ne' particolari alcuni quadri del Géróme, segnatamente La morte di Cesare”, ma “il pittore ha saputo popolarlo di figure originali per carattere, efficaci per atteggiamento. È senza dubbio maraviglioso il partito che il Maccari ha saputo ricavare da codeste figure irose o disperate o beffarde, attente o infastidite, solitarie o raggruppate, in atto di commiserazione o di minaccia, a seconda della passione dominante nell' animo. (…) Cicerone è a punto per 1' animata ve- rità della sembianza, dove al fine si scopre la fiamma d'una collera troppo lungamente rattenuta; per la potente espressione di tutte le membra rivolte, con la parola, contro il congiurato, a schiacciarlo, la parte migliore di questo fresco; che rimarrà senza dubbio fra' più belli della pittura contemporanea”.

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