Museo archeologico nazionale delle Marche

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Coordinate: 43°37′23″N 13°30′40″E / 43.62306°N 13.51111°E / 43.62306; 13.51111

Museo archeologico nazionale delle Marche
palazzo Ferretti
palazzo Ferretti
Tipo Archeologia
Data fondazione {{{Data di fondazione}}}
Data chiusura {{{Data di chiusura}}}
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Indirizzo Via Ferretti, 6
60100 Ancona
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Sito http://www.archeomarche.it/musarch.htm
Sito web

Il Museo archeologico nazionale delle Marche si trova ad Ancona, all'interno del cinquecentesco palazzo Ferretti. Documenta in modo pressoché completo la preistoria e la protostoria del territorio marchigiano; comprende anche ricche collezioni relative alla civiltà greca, romana e a quella dei Galli Senoni. I reperti relativi alla civiltà picena formano la più completa raccolta esistente.

Indice

[modifica] Storia

Istituzione e ampliamenti successivi

Il museo, con il nome di "Gabinetto paleoetnografico ed archeologico delle Marche", fu istituito nel 1863 dalla Regia Commissione Conservatrice delle Marche[1].

Successivamente le collezioni archeologiche furono ampliate da Carisio Ciavarini e sistemate nel fabbricato delle Regie Scuole Tecniche in via San Martino[2], dove il museo fu ospitato dal 1868 al 1877. Fu quindi trasferito nella sede del Palazzo degli Anziani e da qui, nel 1884, passò nell’ex Convento di San Domenico, dove assunse la denominazione di Museo di Ancona[senza fonte]. Fu di nuovo trasferito nel 1898 nelle più ampie sale dell’ex convento degli Scalzi, in via Duomo.

Museo Nazionale

Nel 1906, grazie alla ricchezza e alla rappresentatività delle sue collezioni, l'istituzione ottenne il riconoscimento statale[2] e assunse la denominazione di Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Il riconoscimento dell'interesse nazionale non va sottovalutato poiché all'epoca i musei archeologici nazionali italiani erano solo otto: quelli di Roma (Museo nazionale romano, Museo nazionale preistorico, Museo nazionale etrusco) e quelli di Napoli, Firenze, Cagliari, Taranto e Parma. Con il museo di Ancona e quello di Matera (aperto nel 1908), i musei archeologici nazionali salirono a dieci e tali rimasero sino al secondo dopoguerra[3].

A San Francesco alle Scale

Il museo rimase al convento degli Scalzi fino al 1923, quando fu trasferito negli spaziosi locali del convento di San Francesco alle Scale ed inaugurato il 9 ottobre alla presenza del re Vittorio Emanuele III[2]. Secondo i criteri dell'epoca, i chiostri furono trasformati in fiorenti giardini, gli arredi vennero realizzati da esperti ebanisti[4], i sostegni delle vetrine furono ispirati ai trapezofori pompeiani; tutto ciò rendeva l'ambiente del museo all'altezza delle collezioni ospitate. Le sezioni erano tre: preistorica, picena e gallica, mentre specifici settori erano dedicati alla collezione numismatica e alle ricche raccolte provenienti dalla necropoli picena di Numana e da quella greco-romana di Ancona[2].

Durante la Seconda Guerra Mondiale l'edificio fu però pesantemente danneggiato dai bombardamenti, con conseguenti danni alle collezioni che improvvidamente non erano state inviate nei depositi allestiti dal Soprintendente Pasquale Rotondi a Sassocorvaro[5]; nel dopoguerra non fu dunque possibile riaprire subito al pubblico le raccolte.

A Palazzo Ferretti

Per la riapertura del Museo Archeologico Nazionale delle Marche si dovette attendere il 1958, quando fu allestito nell'attuale prestigiosa sede di Palazzo Ferretti. Il forte terremoto che colpì Ancona nel 1972 costrinse ad una nuova chiusura, protrattasi fino al 1988. A partire da quella data il museo ha gradualmente riaperto le sue sezioni, iniziando da quelle protostorica e preistorica, per proseguire con quelle dell'Età del Rame e del Bronzo e infine a quella ellenistica. Devono ancora essere riaperte la sezione romana (della quale sono però visibili alcuni reperti), quella altomedievale e la ricchissima collezione numismatica.

[modifica] Collezioni

Coperchio piceno con decorazione plastica (sala 16)
Vaso piceno a triplice corpo (sala 18)
figure in lamina bronzea (sala 12)
Dinos bronzeo con protome leonina (sala 25)
La moneta greca di Ancona, con il gomito piegato ed Afrodite (sala greco-ellenistica)
L'ala nuova del Museo, con le copie ricostruttive dei Bronzi di Cartoceto sul tetto
Sarcofago del vinaio, da Santa Maria della Piazza di Ancona (non ancora esposto)
  • Paleolitico (sale 2 e 3). Il percorso inizia con i reperti più antichi mai rinvenuti nelle Marche: quelli della zona sommitale di Monte Conero, risalenti a circa 300.000 anni fa (Paleolitico inferiore[6]). Si tratta di bifacciali e di manufatti su scheggia di cultura acheuleana. Più recenti sono i reperti realizzati con la tecnica Levallois e con quella microlitica. Tra gli oggetti specificatamente artistici si ricordano il ciottolo graffito con la figura femminile avente testa di lupo e, fuori dal percorso conologico, una statuetta di venere paleolitica, la Venere di Frasassi; in Italia esistono solo altri dieci esemplari simili[7]
  • Neolitico (sale 4, 5 e 6). La sezione illustra esaurientemente la Rivoluzione neolitica, verificatasi nelle Marche nel VI millennio a.C.[8] Espone infatti le prime testimonianze dell'agricoltura (macine e macinelli), dell'addomesticazione e dell'allevamento (ossa di animali domestici), del commercio (oggetti realizzati con ossidiana e steatite), della divisione del lavoro (vasi fittili), della costruzione di villaggi (resti di intonaco e di focolari domestici). Presenti anche i primi manufatti in pietra levigata.
  • Età del Rame (sala 7). La sezione presenta i primi, rari esempi di uso e di manipolazione dei metalli, oltre a splendide asce-martello in pietra levigata. I reperti testimoniano come le comunità diventino sempre più dipendenti dall'approvvigionamento dei metalli, disponibili solo in alcune zone geografiche. Questa sezione al Museo è indicata con il nome di "Prima Età dei Metalli", in quanto il rame usato in questo periodo era sempre impuro e in lega con altri elementi.
  • Età del Bronzo (sale 8 e 9). Sono esposti in questa sezione reperti provenienti dal più antico villaggio sorto nella zona di Ancona, al Campo della Mostra. Interessanti sono gli insiemi di pugnali di bronzo ritrovati in nascondigli (produzione locale dell’inizio del II millennio a.C.[9]) e i frammenti di ceramica micenea (della fase neo-palaziale) provenienti da Ancona, che testimoniano i primi contatti tra la zona in cui sorge la città e la Grecia[10].
  • Civiltà picena (sale da 10 a 27 e sala 32). La collezione di reperti piceni del Museo costituisce la più completa testimonianza della vita e dell'arte del popolo che diede unità etnica alle Marche nell'Età del Ferro e il cui totem (il picchio verde) è raffigurato nello stemma della regione. La collezione picena comprende anche una ricca raccolta di ceramica greca e alcuni pregevoli oggetti etruschi, frutto del commercio che i Piceni avevano con i Greci e gli Etruschi.
  • Oggetti piceni del percorso cronologico. Tra i reperti più interessanti si segnalano[11]: i corredi di armi, per le quali i Piceni sono famosi, i pettorali bronzei e i dischi-corazza, oggetti figurati nel tipico stile sintetico piceno, un coperchio bronzeo con statuine di opliti e arcieri danzanti attorno ad un totem, le ceramiche picene, di originalissima foggia, una brocca realizzata con un uovo di struzzo graffito di fattura orientale, gli avori scolpiti orientalizzanti, gli anelloni a nodi (oggetti di incerto uso presi a simbolo della civiltà picena), due appliques con il Signore degli animali, alcune ambre scolpite. A proposito di questi ultimi oggetti, si ricorda che il popolo piceno era stato soprannominato "popolo dell'ambra" per l'amore che mostrava nei confronti di questo materiale dal colore e dalla luminosità solare e che il Piceno era un terminale della "via dell'ambra" che partiva dal Baltico ed arrivava al Mediterraneo. Nella sala 32 si possono ammirare i vasi dello stile detto "alto-adriatico", prodotto dell'estremo periodo piceno, ispirato alla ceramica greca, ma in cui le figure, con la stilizzazione spinta dei profili e delle acconciature, tendono quasi all'arte astratta.
  • Sale tematiche. Lungo il percorso di visita, strettamente cronologico, sono presenti alcune sale tematiche. Nella sala tematica 1 sono esposti i reperti del villaggio protovillanoviano e poi piceno di Ancona, legato alle attività della pesca, della caccia, dell'allevamento e dell'agricoltura. Nella sala tematica 4 sono visibili i reperti dell'isola culturale villanoviana di Fermo. Le sale tematiche 11 e 12 sono allestite nella suggestiva torre medievale del palazzo; la sala 11 presenta la collezione delle epigrafi picene scritte nel caratteristico alfabeto, testimonianze fondamentali della lingua picena, mentre la sala 12 espone testimonianze dei luoghi di culto.
  • Tra gli oggetti etruschi acquistati dai Piceni (sale 6-8) si segnalano i vasi bronzei, gli scudi, gli argenti e gli avori. Notevole è la testa bronzea esposta nella sala 12, capolavoro della bronzistica etrusca.
  • Civiltà gallica (sale 28, 29, 30 e 31). La collezione gallica è costituita dai reperti relativi all'invasione dei Galli Senoni nelle Marche settentrionali, molti dei quali in oro. Tra i pezzi più significativi ci sono le caratteristiche torques, alcuni elmi e spade celtiche. Molto ammirate dai visitatori della collezione sono le tre corone di raffinatissima fattura realizzate con elementi vegetali in oro; esse rappresentano dei pezzi unici in Italia di una rara tecnica orafa che era invece diffusa nei contesti regali della Grecia[12]. Tra i numerosi oggetti che i Galli acquistarono dagli Etruschi, si segnala una teglia con anse raffiguranti guerrieri in duello. Dal 2010 non sono più esposte al pubblico le sculture fittili del Tempio di Civiltalba che rappresentano, tra le altre cose, alcuni guerrieri senoni.
  • Non ancora riaperta nel 2012, a 40 anni dalla chiusura; sono comunque esposti a piano terra, intorno al cortile, sarcofagi scolpiti e cippi funerari figurati con iscrizioni. Nella sala della sezione ellenistica sono esposti altri reperti romani: un affresco illusionistico, le decorazioni in avorio di due letti funebri e la testa marmorea dell'Imperatore Augusto (Augusto capite velato), trovata nei pressi della sede del Museo. A piano terra sono visibili inoltre anche le copie conformi dei Bronzi Dorati da Cartoceto; le loro copie ricostruttive svettano dal tetto di Palazzo Ferretti come simbolo dell'archeologia marchigiana. I Bronzi Dorati sono stati esposti nel museo dal 1959 al 1972 e nel 1988. Per la controversia relativa al luogo in cui esporre questi eccezionali testimonianze di scultura antica, vedi la voce apposita.
  • Non ancora aperta nel 2012. Comprende soprattutto le testimonianze lasciate nelle Marche dagli Ostrogoti (fine V secolo - inizi del VI secolo) e dai Longobardi (fine VI secolo - tutto il VII secolo). I reperti comprendono armi, accessori di abbigliamento e oggetti di oreficeria. È importante in quanto non sono molto comuni in Italia i ritrovamenti di questo periodo.
  • Non ancora aperta nel 2012.

[modifica] Riapertura delle collezioni

  • 1988
  • 1995
  • 1997
  • 2010

Nel 2012 sono ancora chiuse al pubblico la collezione romana, la collezione altomedievale, la collezione numismatica.

[modifica] Palazzo Ferretti

Palazzo Ferretti

La sede del Museo è dal 1958 Palazzo Ferretti, residenza nobiliare tra le più importanti della città; già da solo l'edificio meriterebbe una visita, anche per la fama degli artisti che vi hanno lasciato la loro opera.

La storia del palazzo inizia tra il 1540 e il 1543, quando fu edificato su probabile disegno di Antonio da Sangallo il Giovane. Una volta terminato, i conti Ferretti vollero farlo affrescare da importanti artisti: il piano nobile da Pellegrino Tibaldi e il terzo piano da Federico Zuccari. Gli affreschi del Tibaldi rappresentano: la Battaglia dei tre Orazi, Andromeda, Apollo e Dafne, Caduta del carro di Fetonte, Ratto di Proserpina; lo Zuccari invece decorò i soffitti con grottesche.

Nel 1759 i Ferretti commissionarono a Luigi Vanvitelli l'ampliamento dell'edificio; verso sud giunse ad inglobare una torre medievale, mentre verso ovest giunse al confine con la chiesa degli Scalzi; in questa occasione fu costruito il balcone sulla facciata, lo scalone d'onore ed il terrazzo pensile. Furono aggiunte anche statue di Gioacchino Varlè. Diversi restauri furono eseguiti nel Novecento, il primo (1928-1931) commissionato dalla stessa famiglia Ferretti, i successivi a causa dei danni derivati dalla seconda guerra mondiale e dal terremoto del 1972.

[modifica] Bibliografia

  • Delia Lollini (a cura di), Museo Archeologico nazionale delle Marche, sezione preistorica (Paleolitico - Neolitico), Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, 2002
  • Delia Lollini, Museo Archeologico nazionale delle Marche, sezione protostorica, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1993
  • Innocenzo Dall'Osso, Guida illustrata del Museo nazionale: con estesi ragguagli sugli scavi dell'ultimo decennio (edizione del 1915 in ristampa anastatica, con allegato il volume Istruzioni per l'uso, di Milena Mancini e Marco Betti)
  • AA. VV. La Ceramica attica figurata nelle Marche, Museo archeologico nazionale delle Marche, 1991
  • Per le immagini vedi la guida consultabile al sito [7]

[modifica] Note

  1. ^ La denominazione completa di questa istituzione, che corrisponde alle attuali soprintendenze ai monumenti ed archeologica, è: "Regia Commissione Conservatrice dei monumenti storici e letterari, oggetti di antichità e belle arti delle Marche", come risulta da: G. Baldelli e M. Landolfi, Il Museo Archeologico Nazionale delle Marche, in Ancona anni Venti e Trenta, Canonici editore, Ancona 1998
  2. ^ a b c d G. Baldelli e M. Landolfi, Il Museo Archeologico Nazionale delle Marche, in Ancona anni Venti e Trenta, Canonici editore, Ancona 1998
  3. ^ Le notizie sui musei archeologici nazionali esistenti nel 1906 (e negli anni successivi) sono tratte consultando tutti i siti ufficiali dei Musei Archeologici Nazionali attuali (2012) e cercando la data in cui essi sono stati dichiarati nazionali. Da queste ricerche risulta che l'esplosione di aperture, che ha portato all'alto numero di musei archeologici nazionali esistenti oggi in Italia, è iniziata dagli Settanta del Novecento in poi, specie nell'Italia meridionale.
  4. ^ Precisamente dalla scuola di ebanisteria di Fano
  5. ^ Dal diario di Pasquale Rotondi, in: Salvator Giannella e Pier Damiano Mandelli, L'Arca dell'Arte, Editoriale Delfi, Cassina de' Pecchi, Milano, 1999 e 2009. Dopo il bombardamento che distrusse l'edificio del museo le parole di Rotondi furono: E pensare che proprio pochi giorni prima io avevo detto al mio collega: "Dammi tutto, porto tutto a Sassocorvaro", ma lui non ne volle sapere".
  6. ^ Dalla guida del Museo distribuita nel 2012
  7. ^ Vedi: [1]
  8. ^ Vedi la pagina [2]
  9. ^ Vedi la pagina [3]
  10. ^ Lorenzo Braccesi, I Greci in Adriatico, Volume 2, L'Erma di Bretschneider, 2004 (pag. 15)
  11. ^ TCI, Guida d'Italia, volume Marche, edizioni 1979 e 2005
  12. ^ [4]
  13. ^ a b c d e f Vedi sito [5]
  14. ^ Vedi la pagina [6]

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