Osso d'Ishango

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Osso d'Ishango

L'Osso d'Ishango è un reperto in osso datato al Paleolitico superiore, e precisamente tra il 20.000 a.C. e il 18.000 a.C. Si tratta del perone di un babbuino[1], di colore scuro, con una scaglia tagliente di quarzo innestata a una estremità, probabilmente utilizzata per incidere. È ricoperto da una serie di scalfitture raggruppate in tre colonne che occupano tutta la lunghezza dell'oggetto.

Il reperto è in mostra permanente presso il Real Museo di Scienze naturali di Bruxelles.

Scoperta e datazione[modifica | modifica wikitesto]

Il reperto fu scoperto nel 1960 dal belga Jean de Heinzelin de Braucourt durante una campagna di esplorazione in quello che fu il Congo Belga[2]. Fu rinvenuto vicino a Ishango, nei pressi del lago Edoardo, oggi presso il confine tra l'Uganda e il Congo. La popolazione che nel 20.000 a.C. abitava le rive del lago potrebbe essere stata tra le prime a utilizzare i numeri per contare; ma questa società durò poche centinaia di anni perché fu distrutta da un'eruzione vulcanica.[3]

In un primo tempo il reperto fu datato solo tra il 9.000 a.C. e il 6.500 a.C.[4] Successivamente, con ulteriori indagini condotte sul sito di ritrovamento è stato possibile ridefinire la sua origine di circa 10.000 anni, portandola a circa il 20.000 a.C.[5][6]

Ipotesi sul significato delle incisioni[modifica | modifica wikitesto]

Calcoli matematici[modifica | modifica wikitesto]

Colonna sinistra.
Colonna centrale.
Colonna destra.

L'organizzazione delle tacche in tre raggruppamenti asimmetrici implica che la loro funzione era più pratica che decorativa, tanto da far supporre che la loro disposizione sia dovuta alla necessità di sviluppare un sistema numerico.

(Attenzione ai termini riga e colonna, ed alla connessione logica che il vostro cervello fa con l'immagine a lato).

La colonna centrale inizia con tre tacche (leggendo da destra verso sinistra) e subito dopo si trovano 6 tacche (il doppio). Lo stesso procedimento si nota per il numero 4, seguito dall'otto. Per poi invertire il sistema per il numero 10 che è seguito dal 5. Questi numeri, quindi, non possono essere puramente casuali, ma suggeriscono una qualche comprensione della moltiplicazione e divisione per 2. Pertanto l'osso può essere stato utilizzato come uno strumento di "calcolo" per semplici procedure matematiche. . Inoltre, i numeri di tacche su entrambi i lati della colonna centrale parrebbero indicare una maggiore capacità di "calcolo" dell'utilizzatore del manufatto. I numeri su entrambe le colonne di destra e sinistra sono tutti dispari (9, 11, 13, 17, 19 e 21). Quelli incisi nella colonna di sinistra sono tutti numeri primi compresi tra 10 e 20, mentre quelli sulla colonna di destra sono composti nella maniera 10 + 1, 10 - 1, 20 + 1 e 20 - 1. E ancora, se si sommano i numeri presenti sulle colonne esterne possiamo ottenere i totali 60 e 48 nella colonna centrale, entrambi divisibili per 12; si ritrovano ancora i concetti di moltiplicazione e divisione.[3]

Calendario lunare[modifica | modifica wikitesto]

Alexander Marshack ha esaminato l'osso al microscopio e ha ritenuto che esso possa rappresentare i sei mesi di un calendario lunare;[5] ma Judy Robinson ha contestato questa interpretazione affermando che l'evidenza dei dati non supporta l'ipotesi di un calendario lunare.[7] Claudia Zaslavsky ha suggerito che questo fatto potrebbe indicare che il creatore dello strumento fu una donna; infatti rappresenterebbe il tracciamento delle fasi lunari in relazione al ciclo mestruale.[8][9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A very brief history of pure mathematics: The Ishango Bone University of Western Australia School of Mathematics - accessed January 2007.
  2. ^ de Heinzelin, Jean: Ishango in "Scientific American", 206:6 (June 1962), p. 105-116.
  3. ^ a b Williams, Scott W.: Mathematicians of the African Diaspora, The Mathematics Department of The State University of New York at Buffalo.
  4. ^ Gerdes, Paulus (1991): On The History of Mathematics in Africa South of the Sahara; African Mathematical Union, Commission on the History of Mathematics in Africa
  5. ^ a b Marshack, Alexander (1991): The Roots of Civilization, Colonial Hill, Mount Kisco, NY.
  6. ^ Brooks, A.S. and Smith, C.C. (1987): Ishango revisited: new age determinations and cultural interpretations in "The African Archaeological Review", 5 : 65-78.
  7. ^ Robinson, Judy. 1992. Not counting on Marshack: a reassessment of the work of Alexander Marshack on notation in the Upper Palaeolithic. Journal of Mediterranean Studies 2(1): 1-16.
  8. ^ Zaslavsky, Claudia: Africa Counts: Number and Pattern in African Culture, L. Hill, 1979.
  9. ^ Zaslavsky, Claudia: Women as the First Mathematicians, International Study Group on Ethnomathematics Newsletter, Volume 7 Number 1, January 1992.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • J. Shurkin, Engines of the mind: a history of the computer, W. W. Norton & Co., 1984
  • J. Bogoshi, K. Naidoo e J. Webb, The oldest mathematical artifact in "Math. Gazette", 71:458 (1987), p. 294

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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