Oreste (Agamennone)

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Oreste perseguitato dalle Erinni, dipinto di William-Adolphe Bouguereau, 1862, Norfolk (Virginia), Chrysler Collection

Nella mitologia greca, Oreste (in greco Ὀρέστης, "Oréstês") è figlio del re Agamennone e di Clitennestra e fratello di Ifigenia, Elettra e Crisotemi.

La sua leggenda si è particolarmente arricchita insieme a quella della sorella Ifigenia. Il suo ruolo di vendicatore del padre era già conosciuto nei poemi omerici, sebbene Omero non citi l'episodio dell'uccisione della madre Clitennestra, del tutto estranea alla vicenda, se non per un passo nel quale Nestore, dopo aver ricordato l'uccisione di Egisto, aggiunge:"offrì un banchetto funebre ai Danai, per la madre indegna e per Egisto il vile".
Il suo ruolo assunse eccezionale importanza soprattutto col tragediografo Eschilo, che dedica alla sua storia due tragedie, le Coefore e le Eumenidi, tratte entrambe da un'unica trilogia, l'Orestea.

Mito[modifica | modifica sorgente]

Il piccolo Oreste venne alla luce in occasione della festività delle Erinni. Si racconta che, ancora in fasce, Oreste fu sottratto dalla culla e sfiorato dalla spada di Telefo, con la complicità di Clitennestra, che giurò di uccidere il neonato se Achille non avesse acconsentito a risanarlo. Oreste è ancora molto giovane quando Agamennone di ritorno dalla guerra di Troia viene assassinato dall'amante della madre, Egisto.

Elettra, preoccupata per la sorte del fratello, con l'appoggio del vecchio tutore di Agamennone, avvolse il fratello in un lenzuolo ricamato con effigi di bestie feroci, che essa stessa aveva intessuto, strumento con il quale sarà operato il riconoscimento di Oreste da parte della sorella, e lo fece evadere segretamente dalla città per affidarlo alle cure dello zio Strofio, re della Focide; alcuni affermano che la sera stessa in cui fu consumato il delitto, Oreste, che aveva dieci anni, fu salvato dalla misericordia della sua nutrice Arsinoe, Laodamia o Gilissa, la quale, fatto coricare il proprio figlio nel letto del principino, lasciò che Egisto lo uccidesse al posto del bambino. Per alcuni Clitennestra stessa lo mandò a Focide all'indomani dell'eccidio per sbarazzarsene. Dopo essere rimasto nascosto per qualche tempo tra i pastori presso il fiume Tano, che delimita il confine tra l'Argolide e la Laconia, il tutore riuscì a raggiungere la meta trasportando Oreste nella reggia di Strofio, simpatizzante della casata di Atreo, che dominava Crisa. Costui aveva sposato la sorella di Agamennone, Astiochea, o Anassibia o Cindragora. A Crisa Oreste conobbe un inseparabile compagno di giochi in Pilade, il figlio di costui, che era di qualche tempo più giovane di lui, con cui strinse un'amicizia che divenne proverbiale celebrata nell'immaginario collettivo. Tramite il vecchio tutore venne a sapere che il corpo di Agamennone era stato confinato fuori dal palazzo e riservato a una sepoltura frettolosa da parte di Clitennestra senza libagioni e rami di mirto, e che la stessa aveva vietato al popolo di Micene di presenziare alle esequie. La notizia lo sconvolse profondamente.

Egisto dominò Micene per sette anni, sedendo sul trono di Agamennone, impugnando il suo scettro, dormendo nel suo letto, sperperando il suo patrimonio. Quando era ubriaco, Egisto lanciava pietre sulla tomba di Agamennone, esclamando: "Vieni, Oreste, vieni a prenderti quel che ti spetta". Elettra stessa mandava frequenti messaggi a Oreste implorandone il soccorso per concretizzare la vendetta che si aspettava da lui.

Ormai adulto, Oreste visitò l'oracolo di Delfi per sapere se doveva riservare una punizione agli assassini di suo padre. Il responso emesso da Apollo, autorizzato da Zeus, diede consenso annunciando che se non avesse onorato la memoria di Agamennone vendicandone la morte sarebbe stato relegato ai margini dalla società.

Diventato adulto, Oreste decide di tornare in patria, per assolvere il compito affidatogli dall'oracolo di Delfi. In compagnia del cugino Pilade, torna ad Argo e vendica la morte del padre, uccidendo Egisto e Clitennestra.

Oreste e Pilade contro i nemici in Tauride, dipinto di François Bouchot

Reso pazzo dal matricidio, Oreste viene perseguitato dalle Erinni e giunge ad Atene. Qui subisce un processo, dal quale viene assolto, grazie all'intervento di Atena.

Sugli eventi, però, vi sono diverse versioni. Omero, secondo la tradizione greca, e anche il poeta Stesicoro, che nella sua Orestea ambienta questi avvenimenti a Sparta, narra che le Erinni o Furie (il cui compito era di punire i gravi delitti) lo assalirono ma Apollo diede ad Oreste un arco con cui scacciarle lontano.

Eschilo ed Euripide narrano invece che le Furie fecero impazzire Oreste immediatamente dopo la morte della madre e lo perseguitarono senza tregua. Prima della pazzia, secondo altri autori, Oreste fu giudicato a Micene per volere di Tindareo, padre di Clitemnestra. Eace, che ancora odiava Agamennone per la morte di Palamede, chiese l'esilio di Oreste. Ma, secondo Euripide, Oreste ed Elettra vennero condannati a morte. Furono salvati da Menelao il quale, costretto da Apollo, convinse la gente di Micene ad accontentarsi di punire i due fratelli con un anno d'esilio.

Secondo Eschilo, invece, vi fu un processo ad Atene dove Apollo (che sarebbe stato l'ispiratore dell'assassinio dei due amanti) ebbe il ruolo di difensore di Oreste mentre le Erinni quello delle accusatrici. I voti della giuria furono pari e la dea Atena, in quanto presidente dell'Areopago (l'antico tribunale fondato dagli dei dopo la morte di Alirrozio, figlio di Poseidone), diede il suo voto in favore di Oreste, giudicando la morte della madre meno importante di quella del padre.

Ma nemmeno allora le Furie abbandonarono Oreste. Allora Apollo gli disse che per trovare pace doveva recarsi nella terra dei Tauri nel Chersoneso, rubare l'antica statua lignea di Artemide e poi recarsi in un luogo ove scorreva un fiume formato da sette sorgenti. Nel Chersoneso, quando vi giunse insieme a Pilade, venne catturato e, come tutti gli stranieri, preparato per il sacrificio ad Artemide.

Sacerdotessa del tempio era Ifigenia, sorella di Oreste la quale, riconosciuto il fratello, ingannò Toante, re dei Tauri, dicendogli che i nuovi arrivati dovevano essere lavati nel mare poiché accusati di matricidio e chiese anche alla popolazione di non assistere al rito. Ciò servì ai tre per fuggire, con la statua di Artemide, navigando verso la Grecia. Toante lì inseguì ma venne sconfitto.

Dopo tante peregrinazioni giunsero in Sicilia e poi nell'Ausonia (come si chiamava anticamente la costa corrispondente alle attuali province di Catanzaro e di Reggio Calabria) e qui Oreste approdò alla foce del fiume Metauros (oggi Petrace) indicato dall'oracolo di Delfi. Questo è tutt'oggi un fiume alimentato da sette sorgenti. Appena vi si immerse Oreste riacquistò il senno. La leggenda narra che in quel luogo vi fondò una città che da lui prese il nome (Porto Oreste).

Al ritorno gli spettò il trono di Micene ed Argo (dopo avere ucciso il fratellastro Alete) e alla morte di Menelao anche quello di Sparta. Pilade sposò Elettra e Ifigenia divenne sacerdotessa di Artemide in Grecia.

La tomba di Oreste[modifica | modifica sorgente]

Secondo quanto riportato da Erodoto, Oreste sarebbe stato sepolto a Tegea: ritrovandone il corpo, Lica, uno dei cinque Spartati detti Valenti, riuscì nel procurare la vittoria di Sparta sulla città di Tegea, in conformità con quanto detto dalla Pizia.[1]

Nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Oreste e Pilade legati e imprigionati di fronte ad Ifigenia, dipinto di Benjamin West

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

Musica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Erodoto, op. cit., I, 68.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • G. Avezzù, Sofocle, Euripide, Hofmannsthal, Yourcenar. Elettra. Variazioni sul mito, Venezia (Marsilio) 2002.

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