Oracolo di Anfiarao

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Amphiareion: fonte sacra e tempio
Resti archeologici del tempio

L’oracolo di Anfiarao (in greco antico Ἀμφιαρεῖον, traslitterato in Amphiarèion) ad Oropo è descritto da Pausania nel I libro della Periegesi della Grecia. Esso fa parte del santuario di Oropo, collocato vicino Psafi, consacrato all'eroe Anfiarao, divinizzato dopo la morte. Si narra infatti che Anfiarao, uno dei Melampodidi, ovvero i discendenti di Melampo, dal quale aveva ereditato il dono di prevedere gli eventi futuri, sopravvisse alla battaglia per Tebe. Inseguito da Periclimeno, fuggì sul cocchio, guidato da Batone, un altro dei Melampodidi (o Melampidi), in direzione dell’Ismeno; qui, grazie alla protezione offerta da Zeus ed Apollo, la terra si aprì e lo inghittì insieme al suo carro.[1][2] Secondo alcuni, l’eroe argivo avrebbe continuato a vivere sotto terra come un dio.[3]

Il complesso architettonico[modifica | modifica wikitesto]

Dal V al I secolo a.C. Oropo, città confinaria tra l’Attica e la Beozia, ha assunto una notevole importanza grazie soprattutto al santuario (Amphiareion) che ospitava l’oracolo di Anfiarao. Il tempio di Anfiarao risale al IV secolo a.C. Il bomòs (l’altare) sorgeva a est del tempio, a sua volta disposto verso oriente. Pausania sostiene che l’altare fosse dedicato a cinque gruppi di divinità:[4]

A est dell’altare si trova una struttura avvolgente a gradoni che potrebbe essere stata utilizzata come area teatrale prima della costruzione del teatro del II secolo a.C. Immediatamente a est di questo insieme si trova lo fonte sacra.

La fonte di Anfiarao[modifica | modifica wikitesto]

La fonte, in prossimità del tempio, è consacrata ad Anfiarao, perché si dice che se ne fosse servito per risalire sulla terra dall’Ade. Qui non venivano mai fatti sacrifici né si faceva uso dell’acqua per le lustrazioni o le abluzioni. Tuttavia, ancora Pausania, riferisce l’uso di coloro che, una volta riacquistata la sanità per l’oracolo di Anfiarao, gettavano monete d’oro e di argento nella fonte.

Tradizione e uso dell’oracolo[modifica | modifica wikitesto]

La tradizione dell’oracolo nascerebbe dalle profezie che Anfiarao avrebbe pronunciato davanti agli Argivi in occasione della spedizione contro Tebe. Iofonte Gnossio avrebbe poi provveduto a trascrivere gli oracoli in versi esametri. Anfiarao, oltre che veggente, era anche interprete di sogni, tanto che stabilì la loro divinazione.

Il rito, finalizzato al manifestarsi del sogno risanatore che, debitamente interpretato, doveva guarire il pellegrino, consisteva nell’incubazione, ovvero nel riposo notturno, all’interno delle apposite strutture del santuario definite λουτρὰ Ἀμφιαράου.[5] Prima dell’incubatio era necessario eseguire una purificazione. La lunga stoà che si trova oltre la fonte, edificata contemporaneamente al tempio, composta da 41 colonne e due file di panche di marmo, serviva al sonno rituale dei pellegrini.[6]

« Chiunque venga a consultare Anfiarao è costume che prima di tutto si purifichi. La purificazione consiste nel fare un sacrificio al dio dedicando la cerimonia sia a lui che a tutti gli dei i cui nomi sono iscritti sull’altare. Dopo avere compiuto questo preliminare immolano un ariete, e, stesane la pelle a terra, vi dormono sopra in attesa della rivelazione del sogno. »
(Pausania, Periegesi della Grecia, I, 34, 5.)

Anche il figlio di Anfiarao, Anfiloco, aveva un oracolo a Mallo, in Cilicia, che Pausania considera il più veridico ai suoi tempi.[7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pausania, I, 34.
  2. ^ Strabone, IX, 1, 22.
  3. ^ Sofocle, Elettra, 841; Suida, s. v.πάμψυχος.
  4. ^ Pausania, I, 34, 3.
  5. ^ In generale, sui riti di incubazione si veda L. Deubener, De incubatione capita quattuor, Leipzig, 1990.
  6. ^ Chiara Terranova, Il complesso oracolare di Anfiarao ad Oropo (Grecia).Articolo consultabile nel web.
  7. ^ Pausania, loc. cit..

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

  • Anfiarao
  • Oropo
  • Per Euxenippo - orazione per un processo riguardante l'assegnazione a due tribù di Atene di una collina forse appartenente al santuario

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