Operazione Tempesta Invernale

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Operazione Wintergewitter)
bussola Disambiguazione – "Operazione Wintergewitter" rimanda qui. Se stai cercando la battaglia in Italia del 1944, vedi Operazione Wintergewitter (1944).
Operazione Tempesta Invernale
Panzertruppen, operazione Urano.jpg
Equipaggi tedeschi di panzer si preparano ad entrare in azione durante la campagna d'inverno 1942-43
Data 12 dicembre 1942 - 29 dicembre 1942
Luogo regione del Don e di Kotelnikovo, Unione Sovietica
Esito vittoria sovietica
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
124.000 uomini (settore del Čir e di Kotelnikovo), 650 carri armati (48º Panzerkorps e 57º Panzerkorps), circa 500 aerei[1] 115.000 uomini, 330 carri armati e 220 aerei[1] saliti a 149.000 e 635 carri armati[2]
Perdite
8.000 uomini tra morti, feriti e dispersi[3]
160 mezzi corazzati[3]
dati non disponibili
Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia

Operazione Tempesta invernale (in tedesco: Unternehmen Wintergewitter) era il nome in codice assegnato dalla Wehrmacht tedesca alla controffensiva sferrata, durante la campagna sul Fronte orientale nella seconda guerra mondiale, dal Gruppo d'Armate del Don, al comando del feldmaresciallo Erich von Manstein, nel corso della battaglia di Stalingrado, per andare in soccorso della 6ª Armata, accerchiata in una grande sacca tra il Don e il Volga.

La controffensiva ebbe inizio il 12 dicembre 1942 e inizialmente raggiunse alcuni successi; le Panzer-Division di rinforzo giunsero fino a circa 50 km dal perimetro della sacca di Stalingrado. Dopo aspri combattimenti tra forze corazzate nel rigido clima invernale, l'operazione Wintergewitter si concluse tuttavia con un fallimento alla fine dell'anno a causa dell'insufficienza dei mezzi a disposizione dei tedeschi, dell'afflusso di potenti riserve meccanizzate dell'Armata Rossa e degli sviluppi catastrofici per l'Asse della situazione generale nel teatro meridionale del fronte orientale dopo lo sfondamento sovietico nell'area del Medio Don (Operazione Piccolo Saturno).

Il fallimento della controffensiva tedesca, segnò definitivamente l'esito della battaglia di Stalingrado, la 6ª Armata, ormai completamente isolata e indebolità dalla mancanza di adeguati rifornimenti, venne distrutta dopo un'ultima battaglia che si concluse il 2 febbraio 1943.

Situazione strategica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Stalingrado e operazione Urano.

Le decisioni di Hitler[modifica | modifica wikitesto]

« Abbiamo pensato ad una nuova via d'uscita...ne discuteremo personalmente domani »
(Risposta di Adolf Hitler al generale Kurt Zeitzler durante una discussione telefonica del 23 novembre 1942 riguardo alla situazione a Stalingrado[4])

La decisione di Adolf Hitler di rifiutare libertà d'azione al comandante della 6ª Armata, generale Friedrich Paulus, e ordinare di mantenere il fronte sul Volga, organizzare una difesa in tutte le direzioni e attendere aiuto dall'esterno era maturata ancor prima dell'effettivo verificarsi dell'accerchiamento; già il pomeriggio del 21 novembre infatti il Führer aveva ordinato al generale Maximilian von Weichs (comandante del Gruppo d'armate B) e al generale Paulus di rimanere sulle posizioni "nonostante il pericolo di un temporaneo accerchiamento"[5].

Il giorno precedente aveva avuto un primo colloquio al Obersalzberg di Berchtesgaden dove al momento risiedeva, con il generale Hans Jeschonnek, capo di Stato maggiore della Luftwaffe, che probabilmente diede qualche ottimistica assicurazione sulla fattibilità di un ponte aereo per rifornire le truppe eventualmente accerchiate. Sempre il 21 novembre Hitler richiamò anche dal fronte di Leningrado il prestigioso feldmaresciallo Erich von Manstein per assegnargli il comando di un nuovo Gruppo d'Armate del Don con l'incarico di ristabilire la situazione nell'area Don-Volga; questa decisione conferma che Hitler, lungi dal pensare a una ritirata, contava di ribaltare rapidamente la situazione e ottenere un nuovo successo[6].

Sempre il 21 novembre Hitler ebbe un colloquio telefonico con Hermann Göring che il giorno dopo si recò personalmente all'Obersalzberg e verosimilmente in queste occasioni il Reichmarshall, con la sua consueta leggerezza, diede ulteriori assicurazioni al Führer sulla fattibilità del ponte aereo. Il 23 novembre, il giorno della chiusura della sacca, Hitler ripartì in treno dall'Obersalzberg per ritornare al suo Quartier generale di Rastenburg in Prussia Orientale; durante il viaggio mantenne contatti telefonici con il generale Kurt Zeitzler, capo di Stato maggiore Generale dell'Esercito tedesco, confermando la decisione di impedire una ritirata immediata della 6ª Armata e di mantenere le posizioni, organizzando una ampia difesa circolare che comprendesse alcuni aeroporti, principalmente quelli di Gumrak e Pitomnik, utili per un ponte aereo[7].

Nonostante i ripetuti appelli del generale Paulus, sostenuti anche dal comandante del Gruppo d'armate B, generale von Weichs, ed anche dal generale Wolfram von Richthofen, il comandante della 4ª Luftflotte che manifestò forti dubbi sulla fattibilità di un rifornimento prolungato delle truppe per via aerea[8], Hitler rimase irremovibile. Giunto a Rastenburg il 24 novembre sera, il Führer prese la decisione definitiva, dopo un nuovo contrasto con il generale Zeitzler, e diramò alla 6ª Armata il suo "Ordine tassativo" (Führerbefehl) in cui riconfermava la decisione di non abbandonare Stalingrado e il fronte sul Volga, di organizzare una grande sacca difensiva a 360 gradi, di organizzare un ponte aereo per assicurare rifornimenti adeguati, di costituire un nuovo raggruppamento strategico con l'afflusso di riserve, per organizzare una controffensiva e liberare le truppe accerchiate[9].

Il generale Paulus, dopo alcuni contrasti con i suoi subordinati (specialmente il generale Walther von Seydlitz-Kurzbach) decise di ubbidire agli ordini di Hitler; la 6ª Armata quindi rimase ferma in una grande sacca (Kessel - calderone - per i soldati tedeschi; Festung Stalingrad, "Fortezza Stalingrado", secondo la enfatica denominazione hitleriana) di circa 160 km di circonferenza, organizzando una precaria difesa in tutte le direzioni, contando sui rifornimenti aerei e attendendo il soccorso dall'esterno[10].

Il kessel di Stalingrado[modifica | modifica wikitesto]

Le truppe accerchiate ammontavano a 5 corpi d'Armata (14º Panzerkorps, 4º, 8º, 11º e 51º Corpo d'Armata), 20 divisioni tedesche, di cui tre corazzate - 14. Panzer-Division, 16. Panzer-Division, e 24. Panzer-Division, tre motorizzate - 3ª, 29ª e 60ª, quattordici di fanteria - 44ª, 71ª, 76ª, 79ª, 94ª, 100ª jäger, 113ª, 295ª, 297ª, 305ª, 371ª, 376ª, 384ª, 389ª Divisione fanteria. Nella sacca erano rimaste bloccate anche due divisioni rumene (1ª Divisione cavalleria e 20ª Divisione fanteria), un reggimento croato e alcune decine di italiani (reparti autieri del 127° e 248° autoreparto[11]), oltre a numerosi reparti logistici, di artiglieria pesante campale e contraerea (9ª Divisione FlaK del generale Pickert), del genio e battaglioni di pionieri d'assalto. Un totale variabile, secondo le fonti, tra i 250.000 e i 330.000 soldati[12][13].

La sacca di Stalingrado con la dislocazione delle divisioni accerchiate della 6ª Armata

La decisione di Hitler era motivata principalmente da ragioni di prestigio, dopo le ripetute assicurazioni di vittoria manifestate pubblicamente dal Führer in persona, ma anche da considerazioni di strategia. In particolare veniva considerata dubbia la fattibilità di una ritirata organizzata nel clima russo da parte del gran numero di truppe e materiali accerchiati e veniva considerato indispensabile, in vista di future operazioni e anche per salvaguardare le comunicazioni con il raggruppamento tedesco avventuratosi nel Caucaso, il mantenimento delle posizioni sul Volga[14].

Inoltre i precedenti rifornimenti aerei della sacca di Demjansk e della sacca di Cholm nell'inverno 1941-42 (coronati da pieno successo) davano speranza di poter sostenere e rifornire per un periodo indefinito le truppe accerchiate, anche se numericamente di consistenza tripla rispetto all'esperienza di Demjansk, in attesa di un soccorso dall'esterno in cui la consueta superiorità delle Panzer-Division tedesche (opportunamente richiamate da altri fronti) avrebbe potuto nuovamente rifulgere[15]. Queste concezioni non erano manifestate solo da Hitler ma anche da molti esperti generali dell'OKW, dell'OKH (come si evidenzia dalle annotazioni presenti nel Diario di Guerra del OKW[16]) e soprattutto dallo stesso feldmaresciallo Erich von Manstein che, giunto al suo Quartier generale tattico di Novocerkassk il 26 novembre, manifestò inizialmente ottimismo e supportò la decisione di Hitler di mantenere la 6ª Armata nella sacca di Stalingrado[17].

L'ottimismo del feldmaresciallo von Manstein, svanito molto presto di fronte alle oggettive difficoltà della situazione, si basava probabilmente su una errata comprensione della potenza delle forze sovietiche, delle difficoltà del ponte aereo, dei problemi posti dal terreno e dal clima e anche della difficoltà di organizzare in tempo utile la prevista controffensiva di salvataggio con le forze necessarie, pur inizialmente generosamente promesse da Hitler[18].

I combattimenti dopo l'accerchiamento della 6ª Armata[modifica | modifica wikitesto]

Il nuovo Gruppo d'armate del Don era costituito inizialmente solo dai deboli resti delle forze tedesco-rumene e dei comandi di retrovia travolti dall'offensiva sovietica del 19 novembre; fortunosamente riorganizzati in kampfgruppen improvvisati grazie alla abilità tattica del generale Walther Wenck, nominato capo di stato maggiore dei resti della 3ª Armata rumena[19]. Le truppe di rinforzo promesse da Hitler, quattro Panzer-Division, una divisione da montagna, quattro divisioni di fanteria e tre divisioni campali della Luftwaffe, arrivarono con grande lentezza e inoltre dovettero essere impiegate in parte per contenere la ulteriore avanzata sovietica[20].

L'eccellente 11. Panzer-Division al comando del generale Hermann Balck, dotata di circa 70 carri armati[21] e proveniente dal settore centrale del fronte, arrivò nella retrovie della linea del Čir il 6 dicembre 1942 e dovette subito intervenire per fermare il nuovo attacco della 5ª Armata carri del generale P. L. Romanenko. Il generale Nikolaj Vatutin, comandante del Fronte Sud-Ovest, aveva rinforzato con numerosi mezzi corazzati l'armata del generale Romanenko che il 7 dicembre sferrò un'offensiva lungo il Čir tra Surovikino e Lisinskij con alcune divisioni di fucilieri, il 3º Corpo di cavalleria della Guardia e il 1º Corpo carri del generale Butkov, equipaggiato con circa 200 carri armati[22]. Mentre gli attacchi dei fucilieri e della cavalleria non raggiunsero risultati, i mezzi corazzati del generale Butkov avanzarono a sud del Čir per cercare di prendere alle spalle le difese tedesche dell'importante testa di ponte di Nižne Čirskaja. Il mattino dell'8 dicembre i carri armati della 11. Panzer-Division contrattaccarono con un abile manovra aggirante e, in cooperazione con la 336ª Divisione fanteria, accerchiarono tre brigate corazzate del 1º Corpo carri intorno alla Fattoria Statale n. 79. Le forze sovietiche dovettero ripiegare rapidamente verso nord e abbandonarono il terreno conquistato; la 11. Panzer-Division del generale Balck rivendicò la distruzione di 53 mezzi corazzati nemici al costo di 10 carri armati distrutti o danneggiati[23].

L'Alto comando sovietico era deciso, nonostante di insuccessi, a continuare gli attacchi lungo la linea del Čir; lo Stavka riteneva essenziale guadagnare importanti posizioni tattiche a sud del fiume e soprattutto mantenere impegnate le forze meccanizzate tedesche del 48º Panzerkorps individuate nel settore di cui si temeva la partecipazione ad un eventuale controffensiva di sblocco in direzione della sacca di Stalingrado. Di conseguenza la 5ª Armata carri fu rapidamente rinforzata con l'afflusso del 5º Corpo meccanizzato, equipaggiato con 200 carri armati di produzione britannica, e venne costituita la nuova 5ª Armata d'assalto, affidata al generale Markian Michailovic Popov con il compito di attaccare le teste di ponte tedesche sul Čir e sul Don di Ryčkovskij e Verčne Čirskaja[24]. Gli attacchi sovietici ripresero il 9 dicembre 1942.

Il 1º Corpo carri aveva subito pesanti perdite contro la 11. Panzer-Division l'8 dicembre e non fu quindi in grado di raggiungere risultati nel settore della testa di ponte sul Čir a Ostrovskij; i panzer tedeschi, insieme alla 336ª Divisione fanteria, contrattaccarono, inflissero altre perdite ai reparti nemici e guadagnarono terreno anche se non riuscirono a eliminare completamente la testa di ponte. Nel settore occidentale di Surovikino invece il 5º Corpo meccanizzato del generale Volkov e due divisioni di fucilieri sovietiche dopo alcuni attacchi falliti il 9 dicembre, il 10 dicembre riuscirono a costituire due nuove teste di ponte a sud del fiume dopo aver superato la resistenza del kampfgruppe Stahel[25]. L'11 dicembre i sovietici ripresero gli attacchi e guadagnarono altro terreno a sud del Čir; l'11. Panzer-Division fu quindi nuovamente costretta ad intervenire. Dopo una marcia notturna, il generale Balck attaccò per primo all'alba del 12 dicembre le formazioni del 1º Corpo carri del generale Butkov e della 333ª e 47ª Divisione di fucilieri che avanzavano verso sud da Lisinskij e Ostrovskij e insieme alla 336ª Divisione fanteria riguadagnò il terreno perduto; quindi l'11. Panzer-Division si portò subito a nord-ovest e nel pomeriggio del 12 dicembre contrattaccò il 5º Corpo meccanizzato del generale Volkov. Dopo duri scontri i sovietici furono fermati ma la divisione corazzata tedesca, molto indebolita dopo i continui spostamenti e combattimenti, non poté eliminare le teste di ponte a sud del fiume Čir[26].

La 11. Panzer-Division si esaurì per settimane nei logoranti scontri sulla linea del fiume Čir per respingere i ripetuti attacchi sovietici in quel settore sferrati dalla 5ª Armata carri e dalla 5ª Armata d'assalto del generale Popov che, pur fallendo con dure perdite, impedirono il suo impiego per la prevista controffensiva di salvataggio[27].

La controffensiva tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Piani e preparativi[modifica | modifica wikitesto]

Il feldmaresciallo Erich von Manstein ed il generale Hermann Hoth al Quartier generale del Gruppo d'Armate del Don prima dell'inizio dell'Operazione per tentare di salvare la VI Armata

Il piano del feldmaresciallo von Manstein ("Operazione Tempesta invernale") infatti inizialmente prevedeva una controffensiva a due punte con il 48º Panzerkorps del generale Otto von Knobelsdorff che, ricostituito dopo le sconfitte dell'Operazione Urano intorno alla 11. Panzer-Division, avrebbe attaccato dalla testa di ponte sul fiume Čir di Nižne Čirskaja direttamente verso est; e con il 57º Panzerkorps del generale Friderich Kirchner che, richiamato dal Caucaso e costituito con la 23. Panzer-Division - circa 70 carri - e la molto più potente 6. Panzer-Division - con 160 panzer ultimo modello[28] - proveniente dalla Francia, sarebbe passato all'offensiva dalla regione di Kotelnikovo in direzione nord verso la sacca[29]. I contrattempi sul fronte del Čir, i ritardi nell'arrivo dei rinforzi promessi e la loro incompletezza costrinsero il feldmaresciallo von Manstein a rinviare l'inizio della sua offensiva con conseguente ulteriore logoramento delle truppe accerchiate - a causa del fallimento del ponte aereo - e rafforzamento delle difese sovietiche; il comandante del Gruppo d'armate del Don inoltre dovette modificare i suoi piani, cancellando l'attacco sul Čir e concentrando la spinta offensiva sul solo raggruppamento del generale Hermann Hoth schierato nell'area di Kotelnikovo (57º Panzerkorps del generale Kirchner). L'attacco ebbe inizio solo il 12 dicembre[30].

Durante questo lungo periodo preparatorio, anche nel campo sovietico si era verificata una complessa discussione strategico-operativa tra Stalin, il capo di Stato maggiore, generale Aleksandr Vasilevskij e i principali generali sul campo riguardo agli ulteriori sviluppi dell'offensiva e alle possibili risposte tedesche. La pianificazione originale di Stalin e dell'Alto comando prevedeva una immediata distruzione delle truppe tedesche accerchiate da parte delle forze dei fronti del generale Konstantin Rokossovskij e del generale Andrej Erëmenko e una prosecuzione verso ovest dell'avanzata del fronte del generale Nikolaj Vatutin per allontanare ancor di più il fronte tedesco principale dalle truppe accerchiate nella sacca di Stalingrado. Ottenuti questi risultati sarebbe scattata la nuova gigantesca Operazione Saturno con obiettivo Rostov e quindi l'isolamento e la distruzione del Gruppo d'Armate del Don e del Gruppo d'armate A(rimasto nel Caucaso su ordine di Hitler), passato al comando del generale Ewald von Kleist[31].

Le Panzer-Division tedesche durante il tentativo di avvicinamento alla sacca di Stalingrado

Questi piani erano chiaramente troppo ottimistici e sottovalutavano ancora una volta l'abilità e la potenza dell'Esercito tedesco; non solo i tedeschi riuscirono a frenare l'avanzata sovietica sia verso Kotelnikovo sia oltre il fiume Čir grazie all'abilità tattica dei reparti e all'afflusso dei primi rinforzi, ma soprattutto la 6ª Armata circondata nel kessel mantenne il morale alto (sperando nelle assicurazioni del Führer) e una notevole capacità combattiva; quindi respinse tutti gli attacchi sovietici nei primi giorni di dicembre e mantenne saldamente le sue posizioni nonostante le prime difficoltà derivanti dalle enormi carenze del ponte aereo e dal peggioramento del clima[32].

Di conseguenza Stalin ed il generale Vasilevskij dovettero modificare profondamente i loro piani: i tentativi di schiacciare la sacca furono abbandonati e le truppe del fronte del generale Rokossovskij e di parte del fronte del generale Erëmenko rimasero impegnate a bloccare saldamente le forze di Paulus ed a impedire sortite; il piano Saturno venne rinviato; mentre venne potenziato lo schieramento sul Čir e sul fiume Aksaj, dato che erano ormai evidenti i primi segni di un tentativo controffensivo tedesco in direzione delle truppe accerchiate[33].

In questa fase le discussioni più importanti nell'Alto comando sovietico verterono principalmente sull'impiego della potente 2ª Armata della Guardia di riserva (inizialmente previsto nell'Operazione Saturno ma ora ipotizzato anche sul fronte della sacca) e sul prevedibile settore di attacco dei tedeschi[34]. A questo riguardo i tedeschi sferrando l'attacco principale nella regione di Kotelnikovo (sul fiume Aksaj) ottennero un certo effetto di sorpresa dato che, con l'eccezione del generale Erëmenko, Stalin e altri generali temevano maggiormente una minaccia sul fiume Čir, più vicino alla sacca di Stalingrado[35].

Di conseguenza l'attacco del 12 dicembre del raggruppamento del generale Hoth (35.000 uomini e circa 300 carri armati) colse di sorpresa le modeste forze del fronte del generale Erëmenko schierate nel settore dell'Aksaj (35.000 uomini e 77 carri armati) e sconvolse anche tutta la pianificazione dello Stavka e di Stalin[36].

Fallimento della controffensiva tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Battaglie di carri a Verčne Kumskij[modifica | modifica wikitesto]

« Non è esagerato dire che la battaglia sulle rive di questo oscuro fiumiciattolo, l'Aksaj, portò alla crisi del Terzo Reich, mise fine alle speranze di Hitler...e fu l'anello decisivo nella catena di avvenimenti che determinarono la sconfitta della Germania »
(Affermazione del generale Friedrich von Mellenthin, capo di stato maggiore del 48° Panzerkorps, riportata nelle sue memorie di guerra[37])

La controffensiva tedesca, guidata dalle due Panzer-Division del 57º Panzerkorps del generale Kirchner, iniziò con successo: la potente 6. Panzer-Division del generale Erhard Raus che attaccava al centro dello schieramento, concentrò i suoi panzer nel kampfgruppe von Hünersdorff al comando dell'abile colonnello Walther von Hünersdorff, e superò facilmente la resistenza di reparti del debole 4º Corpo di cavalleria e della 85ª Brigata carri. Il reparto corazzato deviò verso nord-est e raggiunse il villaggio di Čilekov, 35 chilometri a nord-est di Kotelnikovo. Sull'ala destra il kampfgruppe Illig della 23. Panzer-Division sconfisse i reparti della 302ª Divisione fucilieri sovietica e nel primo pomeriggio occupò Nobykov[38].

Il colonnello Walther von Hünersdorff, comandante del kampfgruppe di testa della 6. Panzer-Division durante l'operazione Tempesta Invernale.

La 6. Panzer-Division sfruttò prontamente il successo iniziale e, dopo un'avanzata notturna, i carri armati tedeschi raggiunsero alle ore 08.00 del 13 dicembre il fiume Aksaj, attraversarono subito il corso d'acqua e costituirono una preziosa testa di ponte a Zalivskij. Il 13 dicembre il kampfgruppe von Hünersdorff, dopo qualche difficoltà causata dal crollo del ponte provvisorio sull'Aksaj provocato dal peso del carro armato del colonnello comandante[39], riprese l'avanzata con parte delle sue forze e occupò con poca difficoltà l'importante villaggio di Verčne Kumskij[40]. La 23. Panzer-Division era rimasta molto più indietro e si trovava ancora a sud dell'Aksaj nella regione a nord-est di Nobykov dove l'elemento di punta della divisione, il kampfgruppe Heydebreck, era in combattimento con un gruppo di carri armati sovietici[41].

Mentre l'operazione Wintergewitter procedeva con apparente pieno successo; le riserve sovietiche che il generale Erëmenko, giustamente allarmato, aveva richiamato con urgenza[42], stavano confluendo verso la linea dell'Aksaj; mentre i resti del 4º Corpo di cavalleria e delle divisioni fucilieri 302ª, 126ª e 91ª, cercavano di mantenere le loro posizioni sui fianchi del cuneo tedesco del 57º Panzerkorps, erano in arrivo sotto il comando superiore del generale G. F. Zacharov, vice-comandante del Fronte di Stalingrado, il 4º Corpo meccanizzato, il 13º Corpo meccanizzato, la 234ª e la 235ª Brigata carri, la 20ª Brigata anticarro e la 87ª Divisione fucilieri[43]. Una parte di queste forze entrarono in combattimento già il 13 dicembre. A Verčne Kumskij la 6. Panzer-Division, dopo aver respinto la cavalleria sovietica, fu impegnata in una serie di combattimenti contro la 234ª e la 235ª Brigata carri e contro i primi elementi del 55º reggimento carri del 4º Corpo meccanizzato. Secondo il resoconto del generale Raus, i panzer tedeschi del kampfgruppe von Hünersdorff ebbero la meglio in tre successive battaglie di carri e mantennero per il momento il possesso di Verčne Kumskij[44]. Anche la 23. Panzer-Division dovette fronteggiare duri contrattacchi il 13 dicembre: due brigate del 13º Corpo meccanizzato del generale Tanasčišin attaccarono il fianco destro della divisione mentre i reparti giunti sull'Aksaj a Krugliakov vennero attaccati da un'altra brigata meccanizzata. Dopo violenti scontri di carri la 23. Panzer-Division mantenne le sue posizioni ma non poté riprendere l'avanzata[45].

I combattimenti del 13 dicembre furono solo il preludio della vera battaglia di Verčne Kumskij che ebbe realmente inizio il 14 dicembre 1942 quando la 6. Panzer-Division entrò in combattimento con due brigate del 4º Corpo meccanizzato sovietico del generale Vasilij T. Volskij, appena giunto sul campo di battaglia. Fino al 19 dicembre 1942 si sarebbero succeduti attacchi e contrattacchi intorno a Verčne Kumskij che bloccarono momentaneamente l'avanzata tedesca e logorarono le forze impegnate nella controffensiva, trasformando la prevista rapidissima puntata corazzata verso la sacca di Stalingrado in una faticosa progressione verso nord, lenta e costosa in uomini e mezzi[46]. Il 14 dicembre i panzer del kampfgruppe von Hünersdorff furono attaccati da nord-est e da nord-ovest; i tedeschi vennero in parte accerchiati all'interno di Verčne Kumskij, ma riuscirono progressivamente a respingere gli attacchi dei carri sovietici e mantennero le posizioni; sull'Aksaj un'altra brigata sovietica del 4º Corpo meccanizzato avanzò da ovest verso est lungo la riva settentrionale in direzione della testa di ponte di Zalivskij. Sull'ala destra, la 23. Panzer-Division guadagnò terreno, respinse due brigate del 13º Corpo meccanizzato e il kampfgruppe Bachmann conquistò una testa di ponte sull'Aksaj a Krugliakov[47].

Il generale Vasilij T. Volskij.

Nonostante gli apparenti successi tedeschi la battaglia per Verčne Kumskij era appena iniziata, il generale Volskij aveva completato il concentramento delle sue forze e il 15 dicembre 1942 sferrò un grande assalto coordinato; due brigate meccanizzate e un reggimento carri avrebbero attaccato il villaggio occupato dalla 6. Panzer-Division da tre direzioni, nord-ovest, nord e nord-est, mentre a sud la terza brigata del 4º Corpo meccanizzato, rinforzata da un altro reggimento carri, avrebbe ripreso la manovra lungo la riva settentrionale dell'Aksaj per raggiungere Zalivskij e intercettare le comunicazioni delle forze tedesche avanzate a nord del fiume[48]. Dopo una serie di confusi combattimenti, la battaglia del 15 dicembre si concluse con il successo dei sovietici; anche se il generale Raus, comandante della 6. Panzer-Division, descrive nelle sue memorie le manovre e gli scontri condotti dai suoi panzer e riferisce di vittorie tattiche locali contro le varie brigate meccanizzate nemiche, in realtà al termine della giornata il kampfgruppe von Hünersdorff della 6. Panzer-Division fu costretto ad evacuare Verčne Kumskij e ripiegare a sud fino alla riva dell'Aksaj[49].

Il generale Volskij attaccò alle ore 09.00 del 15 dicembre da nord con una brigata meccanizzata che fece irruzione dentro Verčne Kumskij dopo violenti scontri tra carri; un tentativo di contrattacco tedesco venne respinto. A ovest del villaggio un'altra brigata meccanizzata sovietica ed il 55º reggimento carri colpirono il fianco sinistro della 6. Panzer-Division e alle ore 14.00 superarono la resistenza dei panzer tedeschi. A est del villaggio il 4º Corpo meccanizzato del generale Volskij ricevette inoltre il sostegno del 1378º reggimento fucilieri, dei resti di due brigate carri e di una brigata anticarro[50]. Alla fine della giornata i sovietici, dopo aver liberato Verčne Kumskij, raggiunsero la riva settentrionale dell'Aksaj, mentre il kampfgruppe von Hünersdorff ripiegava verso la testa di ponte di Zalivskij che contemporaneamente era pericolosamente minacciata dalla terza brigata meccanizzata sovietica che stava avanzando da ovest; i panzer, appena arrivati, riuscirono a fermare questo attacco nemico. Il 15 dicembre la 6. Panzer-Division rivendicò la distruzione di 23 carri armati sovietici, ma dovette lamentare la perdita di 19 panzer, le fonti sovietiche invece riferiscono che i tedeschi persero almeno 40 carri armati[51]. Mentre la 6. Panzer-Division era costretta ad evacuare le sue posizioni a Verčne Kumskij, sul fianco destro del 57º Panzerkorps il kampfgruppe Heydebreck della 23. Panzer-Division riuscì a costituire a Šestakov, dieci chilometri a est di Zalivskij, una nuova testa di ponte sull'Aksaj. Il 13º Corpo meccanizzato sovietico ripiegò a nord del fiume per mantenere la coesione dello schieramento e rimanere collegato con il fianco sinistro del 4º Corpo meccanizzato[52].

Il generale Volskij aveva riconquistato Verčne Kumskij ma era consapevole che i tedeschi avrebbero presto ripreso l'offensiva; egli, che disponeva ancora di circa 8.000 soldati e 70 carri armati, ritenne essenziale costituire una forte posizione difensiva per fermare i nuovi attacchi. Per consolidare le posizioni, la brigata meccanizzata che aveva attaccato lungo la riva settentrionale dell'Aksaj, venne lentamente ritirata verso nord per coprire il fianco destro sovietico. Nel frattempo il grosso del 4º Corpo meccanizzato organizzò le posizioni intorno a Verčne Kumskij; alcuni reparti corazzati vennero anche impiegati in attacchi diversivi per intralciare i preparativi tedeschi; infine il 1378º reggimento di fucilieri si schierò a difesa della linea di colline su un arco di circa 10 chilometri subito a sud del villaggio[53]. Le forze tedesche della 6. Panzer-Division erano state a loro volta rinforzate e il generale Raus disponeva ancora di circa 100 mezzi corazzati[54]. Il 16 dicembre il 57º Panzerkorps riprese quindi gli attacchi, era decisivo per i tedeschi accelerare i tempi, superare al più presto la difesa sovietica e marciare in direzione della sacca di Stalingrado[55]. La situazione strategica globale stava ulteriormente evolvendo sfavorevolmente per la Wehrmacht; lo stesso giorno infatti l'Armata Rossa sferrava sul Medio Don l'operazione Piccolo Saturno contro la debole armata italiana di cui si temeva il cedimento. Nonostante i ripetuti attacchi dei carri armati della 6. Panzer-Division tuttavia anche il 16 dicembre i tedeschi non riuscirono a entrare a Verčne Kumskij; sulle colline a sud del villaggio il 1378º reggimento fucilieri sovietico organizzò una tenace resistenza e i cannoni anticarro inflissero dure perdite ai mezzi corazzati tedeschi del kampfgruppe von Hünersdorff; alcuni reparti si trovarono in forte difficoltà sotto il fuoco nemico[56]. Anche gli attacchi sul fianco destro da parte della 23. Panzer-Division fallirono a Krugliakov e a Kovalevka; due brigate del 13º Corpo meccanizzato sovietico respinsero gli attacchi e impedirono l'estensione delle teste di ponte a nord dell'Aksaj[57].

I combattimenti ripresero il 17 dicembre con un pericoloso contrattacco di una brigata meccanizzata sovietica che, rinforzata da reparti della 87ª Divisione fucilieri, attaccò la testa di ponte della 23. Panzer-Division a Krugliakov; solo grazie all'intervento di una parte dei carri armati della 6. Panzer-Division, i tedeschi riuscirono a respingere gli attacchi[58]. Dopo aver superato questa crisi, il kampfgruppe von Hünersdorff riprese l'assalto principale l'assalto principale verso nord in direzione ancora una volta di Verčne Kumskij dove si svolsero durante tutto il giorno battaglie di grande violenza dall'esito alterno. L'attacco tedesco, sostenuto dall'efficace intervento degli aerei della Luftwaffe, venne sferrato con forti gruppi di panzer lungo tutto il fronte difensivo del 4º Corpo meccanizzato che il generale Volskij aveva rinforzato con i resti della 85ª Brigata carri e con la 20ª e la 383ª Brigata anticarro[59]. Un tentativo di aggiramento del fianco destro sovietico da parte di un gruppo di panzer del colonnello von Hünersdorff venne neutralizzato dal 55º reggimento carri del tenente colonnello Azi Aslanov, i carristi sovietici combatterono con valore e abilità e respinsero l'attacco[58]. Anche le altre brigate meccanizzate sovietiche mantennero le posizioni mentre la 20ª Brigata anticarro difese accanitamente fino al tardo pomeriggio la quota 145.9 prima di essere costretta a ripiegare; infine il 1378º reggimento fucilieri del tenente colonnello Diasamidze respinse gli attacchi tedeschi contro le colline a sud di Verčne Kumskij[60]. La 6. panzer-Division del generale Raus perse altri 14 carri armati il 17 dicembre senza raggiungere alcun successo decisivo; le fonti sovietiche riferiscono di perdite nemiche ancora più alte[61].

Mentre si combattevano le aspre battaglie intorno a Verčne Kumskij, gli alti comando tedesco e sovietico erano impegnati a rafforzare con la massima urgenza le loro truppe per provocare una svolta decisiva delle operazioni; il 13 dicembre finalmente Adolf Hitler, dopo ripetute richieste, aveva assegnato al feldmaresciallo von Manstein la 17. Panzer-Division del generale Frido von Senger und Etterlin, per accelerare la controffensiva del 57º Panzerkorps in direzione della sacca[61]. La 17. Panzer-Division era una unità esperta ma era equipaggiata con solo 30 carri armati efficienti; il 15 dicembre la formazione corazzata si concentrò a Kotelnikovo e il generale von Senger incontrò il generale Hoth che, pur consapevole della debolezza dell'equipaggiamento della divisione, espresse la sua fiducia sulle capacità e la combattività della 17. Panzer-Division[62]. La divisione corazzata entrò quindi in azione il 17 dicembre sul fianco sinistro della 6. Panzer-Division; dopo aver appoggiato le divisioni rumene, respinse una divisione di cavalleria sovietica, quindi raggiunse l'Aksaj e costituì una testa di ponte a nord del fiume a Generalovskij[63].

Il 18 dicembre quindi il generale Kirchner ritenne di poter sferrare un attacco coordinato decisivo con tutte e tre le sue Panzer-Division concentrate che disponevano nel complesso di circa 155 carri armati; egli prevedeva di sbaragliare finalmente il 4º Corpo meccanizzato e raggiungere il fiume Myškova[64]. Nonostante l'arrivo della 17. Panzer-Division e l'indebolimento delle forze del 4º Corpo meccanizzato e del 13º Corpo meccanizzato, che disponevano ancora di circa 60 mezzi corazzati, tuttavia gli attacchi del 18 dicembre si conclusero con un nuovo fallimento[65]. In un primo momento la 17. Panzer-Division avanzò a nord della testa di ponte sull'Aksaj a Generalovskij, superò la resistenza di una brigata meccanizzata memica distruggendo 22 carri armati e minacciò pericolosamente il fianco destro del generale Volskij; l'intervento del 26º reggimento carri del maggiore Doroškevič riuscì a ristabilire la situazione e i sovietici, pur perdendo terreno, arrestarono la marcia della 17. Panzer-Division[66]. Mentre la 23. Panzer-Division, ridotta a soli 13 carri armati operativi, effettuava una manovra secondaria a nord di Klugliakov senza grandi risultati, il generale Raus sferrò l'attacco principale al centro contro Verčne Kumskij con la 6. Panzer-Division che disponeva ancora di circa 80 panzer[67]. Il settore delle colline era sempre difeso dalle posizioni anticarro del 1378º reggimento di fucilieri del tenente colonnello Diasamidze che si batterono accanitamente durente l'intera giornata; i tedeschi subirono forti perdite e, nonostante il sostegno della Luftwaffe, non riuscirono a sfondare[68]. una manovra aggirante del kampfgruppe von Hünersdorff mise in difficoltà una brigata meccanizzata sovietica ma un disperato contrattacco del 55º reggimento carri del tenente colonnello Aslanov con gli ultimi 17 mezzi corazzati disponibili permise di sventare la minaccia[66]. Quasi tutti i carri sovietici furono distrutti e la importante quota 137.2 venne temperaneamente conquistata dai tedeschi ma al cader della notte i sovietici contrattaccarono e ripresero la collina. Alla fine della giornata la 6. Panzer-Division aveva ancora 57 panzer operativi; i tedeschi persero, secondo le fonti sovietiche, circa 30 carri armati, nella battaglia del 18 dicembre[69].

Avanzata tedesca fino al fiume Myškova[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante i ripetuti successi difensivi la situazione delle forze del generale Volskij era tuttavia peggiorata; il 4º Corpo meccanizzato era gravemente indebolito dopo le continue perdite subite e non era più in grado di prolungare a lungo la resistenza a Verčne Kumskij[70].

Nei giorni successivi le forze corazzate tedesche, rallentate sempre dalla tenace resistenza sovietica e anche dalle intemperie climatiche, ripresero l'avanzata in direzione della sacca: il 20 dicembre raggiunsero il fiume Myskova e costituirono teste di ponte sulla riva settentrionale a Nizhne Kumskij e a Vasilevka: le esauste avanguardie corazzate della 6. Panzer-Division (kampfgruppe von Hünersdorff) erano giunte ora a circa 50 km dal perimetro della sacca (le cui luci erano visibili all'orizzonte), ma la via non era libera, le riserve sovietiche erano arrivate sul posto e impedivano ogni ulteriore avanzata tedesca[71].

Il generale Rodion Jakovlevič Malinovskij, comandante della 2. Armata della Guardia

In realtà la situazione generale sul teatro meridionale del fronte orientale ormai stava precipitando per i tedeschi: fin dal 16 dicembre era iniziata l'offensiva sovietica sul Medio Don (Operazione Piccolo Saturno) che avrebbe provocato in pochi giorni il crollo delle difese dell'Asse e l'irruzione dei corpi meccanizzati sovietici in profondità minacciando le retrovie del raggruppamento del feldmaresciallo von Manstein impegnato nel tentativo di salvare la 6ª Armata. Inoltre Stalin ed il generale Vasilevskij, peraltro dopo grossi disaccordi iniziali[72], avevano deciso di dirottare potenti riserve sul fronte dell'Aksaj e della Myskova per bloccare l'attacco tedesco e passare quindi all'offensiva.

Il piano della controffensiva tedesca.

La potente 2ª Armata della Guardia del generale Rodion Malinovskij, costituita da due corpi di fucilieri (1º Corpo della Guardia e 13º Corpo) e dal 2º Corpo meccanizzato della Guardia del generale Sviridov, venne fatta affluire d'urgenza, ed inoltre il 7º Corpo corazzato del generale Pavel Rotmistrov, impegnato nella testa di ponte di Nižne Čirskaja alle dipendenze della 5ª Armata d'assalto del generale Markian M. Popov, venne trasferito a sud del Don e aggregato alle forze del generale Malinovskij insieme al 6º Corpo meccanizzato del generale Sëmen Bogdanov. Infine il 4º Corpo meccanizzato e il 13º Corpo meccanizzato, duramente impegnati nei giorni precedenti, vennero raggruppati sul fianco sinistro alle dipendenze della 51ª Armata[73].

Fin dal 19 dicembre il feldmaresciallo von Manstein comprese che la controffensiva del generale Hoth era destinata al fallimento e pertanto fece pressioni su Hitler per autorizzare una sortita generale delle forze ancora efficienti della 6ª Armata accerchiata in direzione delle truppe tedesche sulla Myskova (cosiddetta "operazione Colpo di Tuono", Donnerschlag ). Questa ipotesi, forse considerata anche da von Manstein con scetticismo e inutile ai fini di una solida ricostituzione del fronte tedesco a causa dell'inutilizzabilità delle residue truppe tedesche che sarebbero sopravvissute, senza mezzi, ad una sortita allo scoperto in inverno, venne avversata da Hitler (che allegò le insufficienti disponibilità di carburante della 6ª Armata) convinto di poter sferrare una seconda controffensiva a febbraio 1943 con l'afflusso di due Panzer-Division Waffen-SS a pieno organico dalla Francia (prevista "operazione Dietrich"), ed anche dal generale Paulus, timoroso di un fallimento e comprensibilmente restio a prendere una simile responsabilità senza ordini diretti dei comandi superiori[74].

Infuriarono lunghe discussioni tra Hitler, von Manstein e Paulus (per telescrivente) che non portarono ad alcuna decisione definitiva[75]; il 23 dicembre era ormai troppo tardi: la catastrofe sul fronte del Don contringeva il feldmaresciallo von Manstein a ritirare dal fronte della Myskova l'ancora solida 6. Panzer-Division e a dirottarla in aiuto della 11. Panzer-Division per frenare i corpi corazzati sovietici che stavano minacciando le retrovie tedesche ed i campi di aviazione che rifornivano la sacca. Di conseguenza le residue forze tedesche del generale Hoth passarono sulla difensiva e, minacciate dal nuovo e poderoso concentramento sovietico sulla Myskova, rischiavano di essere ributtate indietro lontano dal kessel di Stalingrado[76].

Sconfitta e ritirata tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi offensiva Ostrogorzk-Rossoš, offensiva Voronež-Kastornoe e operazione Anello.
« Oggi abbiamo finalmente fermato un formidabile nemico. Ora saremo noi ad attaccare »
(Affermazione del generale sovietico Rodion Malinovskij dopo il fallimento del contrattacco tedesco[77])
Il generale Pavel Rotmistrov, comandante del 7º Corpo corazzato sovietico, in piedi di fianco ad un carro armato T-34

Controffensiva sovietica[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 dicembre il potente raggruppamento sovietico coordinato personalmente dal generale Vasilevskij, radunato sulla Myskova per contrastare le forze del generale Hoth (ormai indebolite e ridotte alle sole 17. e 23. Panzer-Division con circa 60 carri armati[78]) sferrava la sua offensiva generale che, entro la fine dell'anno, avrebbe completato la sconfitta tedesca, il fallimento del tentativo di salvataggio della 6ª Armata e il destino delle truppe tedesche accerchiate[79]. Le forze ammassate da Stalin e Vasilevskij erano ora nettamente superiori: quasi 150.000 soldati scelti e 635 carri armati, divisi in tre armate del Fronte di Stalingrado del generale Erëmenko (5ª Armata d'assalto, 51ª Armata e soprattutto la potente 2ª Armata della Guardia). Le forze sovietiche disponevano di un corpo corazzato - il 7º Corpo corazzato -, quattro corpi meccanizzati - 2º e 3º Corpo meccanizzato della Guardia, 6º e 13º Corpo meccanizzato - e due corpi di cavalleria - 3º Corpo di cavalleria della Guardia e 4º Corpo di cavalleria[80].

Il raggruppamento tedesco venne attaccato frontalmente dal 7º Corpo corazzato del generale Rotmistrov e dal 6º Corpo meccanizzato del generale Bogdanov, e minacciato d'aggiramento sul fianco destro in direzione del fiume Sal dal 3º Corpo meccanizzato della Guardia del generale Volskij[81] e dal 13º Corpo meccanizzato del generale Tanascicin. La sproporzione di forze era grande, e quindi i tedeschi vennero respinti indietro e i russi forzarono il fiume Aksaj già il 27 dicembre. Il raggruppamento del generale Malinovskij (comandante della 2ª Armata della Guardia) proseguì in direzione di Kotelnikovo, che venne liberata con una abile manovra dal 7º Corpo corazzato del generale Rotmistrov il 29 dicembre[82], di Zavietnoie sul fianco destro tedesco ed anche a nord del Don (conquista di Tormošin il 31 dicembre da parte del 2º Corpo meccanizzato della Guardia)[83].

Conseguenze strategiche[modifica | modifica wikitesto]

Il 30 dicembre Hitler fu costretto ad ammettere la sconfitta: le speranze di salvare la 6ª Armata erano definitivamente svanite e, inoltre, in mancanza di rinforzi lo stesso raggruppamento del generale Hoth rischiava di essere sopraffatto scoprendo la via di Rostov a sud del Don e mettendo quindi in pericolo le comunicazioni del Gruppo d'armate A sempre fermo nel Caucaso. Dopo lunghe discussioni, il generale Zeitzler riuscì a strappare al Führer l'autorizzazione a sottrarre forze mobili dal raggruppamento del generale von Kleist per rinforzare Hoth, ed anche a iniziare la ritirata (da effettuare metodicamente e salvando il massimo dei materiali) dell'intero Gruppo d'armate nel Caucaso[84].

Per molte settimane il feldmaresciallo von Manstein avrebbe dovuto frenare l'offensiva sovietica sia a nord del Don (con la 6. Panzer-Division e la 11. Panzer-Division, rinforzate dall'arrivo dalla Francia della 7. Panzer-Division) sia a sud del grande fiume con i resti delle forze di Hoth e con la 5. divisione Waffen-SS 'Wiking' e la 3. Panzer-Division ritirate immediatamente dal Caucaso, per permettere al Gruppo d'armate A di ripiegare ordinatamente e porsi in salvo attraverso Rostov[85]. Nella prima settimana di febbraio 1943 Il feldmaresciallo sarebbe riuscito nell'impresa ma nel frattempo la situazione nel settore meridionale del fronte orientale era mutata per sempre: la 6ª Armata aveva cessato la resistenza il 2 febbraio 1943 dopo un'ultima sanguinosa battaglia invernale e i sovietici avevano proseguito la loro offensiva estendendola ancora e ottenendo nuove importanti vittorie lungo l'Alto Don (offensiva Ostrogorzk-Rossoš) e nella regione di Voronež (offensiva Voronež-Kastornoe)[86].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b G.Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana, p. 233.
  2. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 23.
  3. ^ a b D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 327.
  4. ^ D. Irving, La guerra di Hitler, p. 639.
  5. ^ D. Irving, La guerra di Hitler, pp. 638-639.
  6. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1031 e 1034.
  7. ^ D.Irving, La guerra di Hitler, pp. 639-640.
  8. ^ F.Paulus/W.Görlitz, Stalingrado, pp. 268-269.
  9. ^ E.Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, p. 279.
  10. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 3-4.
  11. ^ A.Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, p. 7.
  12. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 2-4.
  13. ^ A.Beevor, Stalingrado, pp. 473-478.
  14. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1131 e 1139.
  15. ^ AA.VV., Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, pp. 279-281.
  16. ^ D.Irving La guerra di Hitler, pp. 640-641.
  17. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1134-1136.
  18. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1136-1140
  19. ^ P.Carell, Operazione Barbarossa, pp. 714-717.
  20. ^ AA.VV., Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1140-1144.
  21. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 54 e 615. I panzer della 11. Panzer-Division scesero a 58 il 10 dicembre 1942. Le fonti non concordano sulle reali forze corazzate della 11. Panzer-Division; in H.Heiber (a cura di) I verbali di Hitler, volume I, p. 132, si parla di 75 carri armati disponibili, scesi a 47 a metà dicembre 1942.
  22. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 44-46.
  23. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 49-56.
  24. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 44 e 58-59.
  25. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 60-64.
  26. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 65-69.
  27. ^ Y.Buffetaut, Objectif Kharkov!, pp. 12-13.
  28. ^ E.Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, pp. 283-284; in H.Heiber (a cura di) I verbali di Hitler, volume I, p. 131 , la 23. Panzer-Division viene data a 96 carri armati e la 6. Panzer-Division a 138.
  29. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1141-1143.
  30. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1143-1145.
  31. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 5-7.
  32. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 4-8.
  33. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 8-10.
  34. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 8-9.
  35. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 11.
  36. ^ G.Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana, pp. 224-225 e 233.
  37. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado fronte russo, p. 357.
  38. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 110.
  39. ^ A. Kluge, Organizzazione di una disfatta, pp. 148-149.
  40. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 112-115.
  41. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 114-115.
  42. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 11-12.
  43. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 114 e 117.
  44. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 118-119.
  45. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 120-121.
  46. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1145-1146.
  47. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 123-124.
  48. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 124.
  49. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 125.
  50. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 128-129.
  51. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 129-131.
  52. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 131.
  53. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 134-135.
  54. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 131.
  55. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 360-361.
  56. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, p. 360.
  57. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 136.
  58. ^ a b A. M. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, p. 361.
  59. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 139-141.
  60. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 361-362.
  61. ^ a b D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 142.
  62. ^ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, pp. 285-286.
  63. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 142-143.
  64. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 143.
  65. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 143-145.
  66. ^ a b D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, p. 146.
  67. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 145-146.
  68. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 364-365.
  69. ^ D. Glantz/J. House, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, pp. 146-147.
  70. ^ A. M. Samsonov, Stalingrado, fronte russo, pp. 365-366.
  71. ^ P.Carell, Operazione Barbarossa, pp. 720-721. Secondo F.Kurowski in: Panzer aces, pp. 41-46, le forze della 6. Panzer-Division sarebbero scese a 51 carri armati operativi il 19 dicembre e addirittura a 24 panzer il 24 dicembre, risaliti a 41 alla fine dell'anno.
  72. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 12.
  73. ^ J.Erickson, The road to Berlin, p. 13.
  74. ^ AA.VV., Germany and the second world war, pp. 1147-1154.
  75. ^ P.Carell, Operazione Barbarossa, pp. 724-728.
  76. ^ J.Erickson The road ot Berlin, pp. 22-23.
  77. ^ K. Macksey, Carri armati. Le battaglie decisive, p. 109.
  78. ^ E.Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. IV, p. 290.
  79. ^ G.Scotoni L'Armata Rossa e la disfatta italiana, p. 230.
  80. ^ G.Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana, pp. 220 e 230.
  81. ^ J.Erickson, The road to Berlin, pp. 23-24. Il 4º Corpo meccanizzato era stato, su deciisone dello Stavka, ridenominato per la sua valorosa condotta sul campo, 3º Corpo meccanizzato della Guardia.
  82. ^ Questa vittoria avrebbe guadagnato al 7º Corpo corazzato la denominazione onorifica di 3º Corpo corazzato della Guardia "Kotelnikoskij".
  83. ^ G.Scotoni L'Armata Rossa e la disfatta italiana, pp. 230-231.
  84. ^ D.Irving La guerra di Hitler, pp. 651-654.
  85. ^ P.Carell Terra bruciata, pp. 135-159.
  86. ^ AA.VV. Germany and the second world war, vol. VI, pp. 1173-1180.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) AA. VV., Germany and the Second World War, Volume VI: the global war, Oxford press, 1991.
  • Eddy Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, Mondadori, 1971.
  • Antony Beevor, Stalingrado, Milano, Rizzoli, 1998.
  • (FR) Yves Buffetaut, Objectif Kharkov!, Histoire&Collections, 1997.
  • Paul Carell, Operazione Barbarossa, RCS Libri, 2000.
  • Paul Carell, Terra bruciata, RCS Libri, 2000.
  • Alfio Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, Longanesi, 2006.
  • (EN) John Erickson, The road to Berlin, Cassell, 2003.
  • (EN) Glantz David; House, Jonathan;, Endgame at Stalingrad, book two: december 1942-february 1943, Lawrence, University press of Kansas, 2014, ISBN 978-0-7006-1955-9.
  • Walter Görlitz/Friedrich Paulus, Stalingrado, Garzanti, 1964.
  • Helmut Heiber, I verbali di Hitler, LEG, 2009.
  • David Irving, La guerra di Hitler, Edizioni Settimo Sigillo, 2001.
  • Alexander Kluge, Organizzazione di una disfatta, Rizzoli, 1967
  • Aleksandr M. Samsonov, Stalingrado fronte russo, Garzanti, 1961
  • Giorgio Scotoni, L'Armata Rossa e la disfatta italiana (1942-43), Casa editrice Panorama, 2007.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]