Novelle per un anno

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Novelle per un anno
Luigi Pirandello 1932.jpg
Luigi Pirandello nel 1932
Autore Luigi Pirandello
1ª ed. originale 1922
Genere prose
Lingua originale italiano

Le Novelle per un anno sono una raccolta di novelle scritte da Luigi Pirandello, pubblicata in 15 volumi editi tra il 1922 (241 novelle), e il 1937 (ultime 15, postume), dagli editori Bemporad e Mondadori. Tra le più famose vi sono La giara e Ciàula scopre la luna.

Storia, temi e composizione[modifica | modifica wikitesto]

La produzione novellistica accompagna tutta la vita dell’autore, dalla sua adolescenza sino al limitare della sua dipartita, sospinta però maggiormente da quando Luigi Capuana a Roma lo invita ad approfondire la scrittura di narrativa; infatti, la prima novella è un bozzetto siciliano scritto addirittura nel 1884, titolato “La Capannetta” e rimasto inedito sino alle raccolte mature, invece l’ultima novella, uscita nel 1936 sul “Corriere della Sera”, il giorno prima della morte, è “Effetti di un sogno interrotto”. La novella un genere di moda all’epoca e di gran dignità letteraria, compreso nella scia del verismo, ma soprattutto è una narratio brevis di facile e veloce scrittura, congeniale all’autore quando ha bisogno, nei momenti di maggiore difficoltà economica, di un mero remunero.
Pirandello ha pubblicato in volume moltissime raccolte di novelle, che sono sempre però di esiguo numero per ogni libro, e moltissime novelle alla spicciolata sulle più svariate testate giornalistiche o riviste: si contano “Amori senza amore” (1894), “Beffe della morte e della vita” e “Quand'ero matto” (1902), “Bianche e nere” (1904), “Erma bifronte” (1906), “La vita nuda” (1910), “Terzetti” (1912), “Le Due Maschere” (1914), “La Trappola” e “Erba Del Nostro Orto” (1915), “E Domani, Lunedì...” (1917), “Un Cavallo Nella luna” (1918), “Berecche e la guerra” e “Il Carnevale dei Morti” (1919).
Nel 1922, tuttavia, Pirandello decide di progettare un ciclo unico che raccolga ben 365 novelle in 24 libri, poiché l’editore fiorentino Bemporad si è dichiarato disposto a varare un piano editoriale che riorganizzasse l’intero corpus della sua produzione novellistica: sotto il titolo unificante di “Novelle per un anno”, Pirandello si propone una novella al giorno, “per tutt’un anno, senza che dai giorni, dai mesi o dalle stagioni nessuna abbia tratto la sua qualità”, inserendosi nel solco programmatico del “Decameron” e de “Le mille e una notte”, in cui un numero fisso di novelle viene raccontato in un preciso tempo, quasi come un rituale magico ed affabulatorio. Da quell’anno, il 1922, sino al 1937, l’anno successivo alla sua morte, escono allora ben quindici volumi di novelle, subentrando anche la casa editrice milanese Mondadori nella pubblicazione degli ultimi libri, ma il ciclo rimane comunque incompiuto per la morte dell’autore (benché non siano mancati i proseguimenti ad opera di diversi curatori successivi, dato che il numero richiesto di novelle per quel novero di libri è stato comunque scritto vivente l’autore).

Pirandello negli anni Trenta

I quindici tomi usciti in questo periodo, tuttavia, non sono una semplice ristampa delle raccolte pubblicate in precedenza, né tantomeno un loro semplice riordino con qualche integrazione: Pirandello, da buon umorista, si è divertito a rimescolare le carte, a smembrare i libri vecchi ed a confonderli, a cambiare i titoli, a togliere alcune novelle dalle raccolte e ad inserirne altre mai pubblicate se non sui quotidiani, cosa che diviene un’operazione commerciale, volendo offrire qualcosa di sempre nuovo al lettore. Un lavoro così accurato potrebbe far pensare ad una volontà ordinatrice, che tenta di trovare delle costanti e delle forme, di dare una regola o di rendere omogeneo il progetto, tuttavia non è così, poiché la poetica pirandelliana vuole che l’autenticità e la verità esistano solo nel caos multiforme del flusso della vita, l’unico stadio in cui possono esistere la libertà e la realtà, ecco che dunque si assiste ad una volontaria scomposizione nella disposizione dei racconti, fatta di novelle giustapposte, senza una cornice, senza un filo logico che le unisca, in maniera irrazionalistica. Tuttavia, anche in questo disordine, creato quasi apposta per complicare la vita ai critici in maniera deliziosamente spiritosa, non manca chi ha voluto vedere alcune implicazioni letterarie, date dal fatto che i ventiquattro volumi della raccolta siano gli stessi dei due grandi poemi omerici, l’“Iliade” e l’“Odissea”, e dal fatto che i trecentosessantacinque testi della raccolta siano gli i medesimi del “Canzoniere” di Petrarca, se si esclude il sonetto proemiale. Sembra possibile allora che Pirandello, servendosi di questi numeri così letterariamente connotati, abbia voluto suggerire, di nuovo, l’eterogeneità dei casi del mondo e dell’esistenza, come piccoli frammenti che insieme ricostituiscono una vita potenzialmente illimitata, colta in tutte le sfumature possibili del relativismo cui soggiace il cosmo.

Occorre tener presente, poi, che, come già in Giovanni Verga, molte delle novelle sono state trasposte in opere teatrali, con i dovuti adattamenti da parte dell’autore, soprattutto tramite le didascalie ed i ritocchi delle circostanze. È il caso di drammi molto famosi, quali “Non è una cosa seria”, “Pensaci, Giacomino!”, “Lumie di Sicilia”, “Quando si è capito il giuoco” col titolo de “Il gioco delle parti”, “La signora Frola e il signor Ponza, suo genero” col titolo di “Così è (se vi pare)”, “La giara”, “La patente”, “La morte addosso” col titolo di “L'uomo dal fiore in bocca” e “Tirocinio” col titolo de “Il piacere dell'onestà”.
Le novelle arrivano proprio ad avere una vocazione teatrale per certi aspetti, dato che la critica ha puntualizzato come circa due terzi del teatro pirandelliano non sia autonomo, ma scaturisca da precedenti narrativi. Queste riprese e questi transiti da un genere all’altro rimandano alla filosofia bergsoniana, rielaborata in pieno da Pirandello, della vita come flusso incessante, divenire e metamorfosi continue, offrendo alle opere un altro punto di vista che, seppur relativo, serva a cercare di uscire dalla “prigione della forma”, con, insomma, un pizzico di follia letteraria.

Fermo restando che sarebbe un’impresa proibitiva rendere conto della varietà delle situazioni e dei personaggi allineati dall’autore nelle gallerie dei suoi tomi, si possono tuttavia isolare alcune caratteristiche dominanti. Anzitutto, il tentativo riuscito di negare e superare i moduli veristi, sia sul piano dello stile, con un unico punto di vista interno, la narrazione prevalentemente interna ed in prima persona, in linea se mai con il decadentismo; sia sul piano della tematica, che se nelle prime prove lo vincola ancora ai vinti veristi, con la descrizione mimetica della realtà, il determinismo ed il darwinismo sociale, già negli anni ’90 lo libera totalmente e lo fa aprire ad altro. Poi, l’ambientazione spaziale privilegiata, essendo quella temporale sempre il tempo coevo all’autore, risulta essere da un lato la Sicilia, isola arida ed infuocata, coperta di zolfo e polvere, colta in una dimensione arcaica e folkloristica, quasi terra del mito e della superstizione, abitata dai contadini; dall’altro una Roma vista in controluce, senza monumenti e ritrovi mondani, senza sfarzo bizantino o politica, ma concepita come burocratica ed impiegatizia, teatro angusto, grigio ed asfissiante delle esistenze anonime e meschine nella modernità, abitata da piccoli borghesi.

Pirandello nel 1930

Ancora, il nucleo essenziale è quello del dramma quotidiano e privato, che rende, tutti i giorni e nel piccolo microcosmo dei personaggi, l’esistenza un travaglio al calvario: la dimensione domestica si esplica in una famiglia completamente sconvolta, priva di intimità, ferita dal tradimento, subita come un peso schiacciante di doveri e responsabilità, assalita da reiterate o persistenti sciagure, un luogo di mera finzione ed adempimento di stupide convenzioni sociali; anche la dimensione lavorativa appare caratterizzata dall’alienazione, ripetitiva fino alla nausea, deprimente e grigia, quasi meccanizzata, poco apprezzata e mal retribuita, dove si indossa una maschera e si tira avanti. Inoltre, i personaggi, non di rado figure di inetti e vinti, sono tutti vittime della poetica pirandelliana dell’umorismo e del relativismo, già teorizzata nel saggio “L’Umorismo” ed applicabile alla maggior parte delle novelle, anteriori o posteriori ad esso. I protagonisti infatti sono visti non tanto come figure comiche e ridicole, quanto come persone che fanno scaturire una risata la quale, dopo un’attenta riflessione, fa piangere, in linea col “sentimento del contrario”; questo perché sono paralizzati in un ruolo da cui non possono più uscire, intrappolati in una figura che si sono attribuiti da soli o che la società ha provveduto ad attribuir loro, ridotti a vivere in qualità di mere maschere, mortificata ogni aspirazione vitale e soppressa ogni originalità, maschere che in realtà, nel flusso continuo della vita, cambiano spesso, sia in base alle persone con cui interagiscono, sia in base alla situazione in cui si trovano, ma pur sempre incastonati nella “prigione della forma”. Tuttavia, in maniera rivalutante, è proprio nelle “Novelle per un anno” che prende voga, non sempre ma in molti casi, durante la breve narrazione, un momento raro ed inconsueto, accadente in un contesto banale ed insignificante, in cui la realtà si incrina irrimediabilmente e si spalancano gli occhi al protagonista, il quale si rende conto della propria condizione fittizia e della propria maschera, cogliendo il mondo suo ed altrui spogliato dalle convenzioni e dalla prigione della forma, arrivando alla verità oggettiva ed all’interno della propria anima, capendo ciò che è veramente: come un’epifania joyceana od un’intermittenza del cuore proustiana, in un attimo rivelatorio il personaggio si vede vivere, si specchia in qualcosa, si vede di riflesso sino al suo profondo, in maniera irrazionale ed alogica.
Non può mancare, infine, la rappresentazione espressionistica delle figure, tipicamente pirandelliana, che prevede il gusto per il paradossale, il deformante, il caricaturale ed grottesco, al limite dell’inverosimile, in cui i dati sensoriali sono piegati dall’interpretazione soggettiva dello scrittore, che dall’interno si proietta all’esterno, sulla realtà medesima. Questa pittura espressionista in realtà è fondamentale nella filosofia dell’autore, perché i personaggi, i loro gesti ed i loro frangenti strampalati, strani ed inaspettati, insino al caso limite, sono l’unica cosa che consente all’uomo di rifuggire dalla prigione della forma in cui il relativismo lo costringe, fuori dal ruolo e dalle convenzioni imposti dalla società, che causano in chi legge l’umorismo tra il riso ed il pianto, tra il ghigno e la pietà, con un pizzico di follia che comporta una valvola di sfogo sino ad un back to origins, allo stato disordinato e sconvolto, ma autentico e vero, del caos. Tuttavia, nemmeno la follia serve sempre ad evadere dalla propria situazione stagnante, e così, quando nessuno di questi ripieghi riesce, si squarcia, inquietante, l’abisso tetro della pazzia per i protagonisti delle novelle, che decadono nell’esasperazione anche per un nonnulla, facendo esplodere la tensione accumulata per anni e compromettendo irrimediabilmente l’equilibrio precario di una normalità solo apparente.

Particolare, infine, risulta l’ultima ondata di novelle, quella a cui Pirandello lavora tra il 1931, anno in cui, dopo la lunga pausa per le occupazioni teatrali, torna alla novellistica, e la sua morte: infatti, queste novelle rivelano una diversità d’impianto e di tono, che ha indotto i critici a parlare di una fase surrealista, metafisica, fantastica della produzione. In realtà tutto si spiega con l’avvicinamento dell’autore a Massimo Bontempelli, che ha fatto parte dell’esperienza del Teatro D’Arte, e con la lettura del romanziere Franz Kafka: è palese dunque l’adesione al loro realismo magico. A parte una drastica riduzione del dialogo e delle parti riflessive ed argomentative in favore del monologo, nonché un limitato ed accorto uso dei vocaboli, seppur sempre in un registro medio, i racconti volgono verso una dimensione simbolica, onirica, che traduce il viaggio, spesso allucinato, del protagonista nella propria interiorità o nella propria interpretazione degli eventi quotidiani, con una percezione turbata della realtà, dettata dallo stupore di chi la distingue a fatica dal sogno.

Dal punto di vista stilistico, oltre al gusto per l’espressionismo nella rappresentazione ed alla volontà decadente di superare il verismo utilizzando un’unica focalizzazione interna ed un narratore spesso interno ed alla prima persona, non si possono non notare da un lato la prominenza, non assoluta, di dialoghi e monologhi rispetto alla riflessione e all’argomentazione, favorevoli invece alla dialettica filosofica, e dall’altro l’adozione di un registro medio e piano, scandito e regolare, senza inclinazioni particolari, non privo tuttavia di qualche preziosismo, come toscanismi o dialettismi siciliani. Inoltre, tutta pirandelliana è la mania, al limite dell’ossessivo, per il lessico settoriale e tecnico, che ha lo scopo di dimostrare il relativismo del mondo e la frammentazione dell’identità.

Elenco delle novelle[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito vengono elencate in ordine alfabetico le novelle:

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Langella - P. Frare - P. Gresti - U. Motta, Letteratura.it, vol. 3B, Milano, Mondadori
  • E. Raimondi, Tempi e immagini della letteratura, vol. 6, Milano, Mondadori
  • D. Savio, Il carnevale dei morti, Novara, Interlinea, 2013