Nicolò Barattieri
Nicolò Barattieri (vero nome N. Stratonio o Starantonio) (Bergamo, fine XII secolo – inizio XIII secolo) è stato un ingegnere italiano. Tra le sue opere principali vi sono la creazione del primo passaggio sul Canal Grande di Venezia e l'erezione delle due colonne di marmo di Piazzetta San Marco.
La Serenissima Repubblica di Venezia, repubblica marinara per eccellenza, con uno spiccatissimo senso degli affari, non tralasciava nessuna occasione per ricavare profitti. Infatti non disdegnava di fornire, a potenze straniere, a re e imperatori, l'uso delle proprie galee e della propria potenza navale, per azioni di guerra. Ovviamente in cambio di ciò chiedeva compensi, sia in denaro che in diritti di bottino di guerra. Anche i diritti di commercio e le esenzioni da tasse e dazi erano merce di scambio.
Nel 1099, Costantinopoli ottenne l'aiuto della flotta Veneziana, nella sua guerra contro il re di Tiro, e grazie ad essa conseguì una splendida vittoria. Come bottino di guerra, tra le altre cose, Venezia ottenne tre enormi colonne monolitiche di granito, che riportò, via mare, fino in patria, al molo davanti all'attuale Piazzetta San Marco. Durante le operazioni di sbarco, una delle tre colonne affondò a seguito di un incidente e andò persa, affondando nel fondale melmoso del canale, dove, malgrado successive intense ricerche, non fu possibile localizzarla. Le altre due furono invece sbarcate con miglior fortuna, impresa molto ardua, dati i mezzi dell'epoca. Ma, una volta a terra nessuno si sentì in grado di assumersi la responsabilità dell'impresa di rizzare tali colonne, pesanti centinaia di tonnellate l'una.
Esse rimasero completamente dimenticate per quasi un secolo.
Nel 1196 un costruttore bergamasco, certo Niccolò Stratonio - o Starantonio, secondo altre fonti - uomo di valente ingegno propose di assumersi l'incarico di dirigere il cantiere per la messa in verticale delle due colonne rimaste. Ingegnere già noto alla Serenissima per aver realizzato un sollevatore a contrappeso, grazie al quale venne costruito il primo Campanile di San Marco e per aver realizzato il primo passaggio sul Canal Grande, un ponte di barche costruito nel 1181 e che fu chiamato Ponte della Moneta, presumibilmente per via della Zecca che sorgeva vicino al suo ingresso orientale.
Per il lavoro delle colonne, se portato a compimento con successo, chiese un compenso molto originale, che vedremo in seguito.
Per eseguire l'opera, egli utilizzò un metodo chiamato "acqua alle corde". Ciò consiste in un fenomeno ben noto ai marinai: una corda di canapa, se bagnata, aumenta di diametro e di conseguenza diminuisce di lunghezza. Stratonio fece quindi fissare la base della colonna al terreno, nella zona dove essa si serebbe dovuta rizzare. Fissò poi dei canapi all'altra estremità, li fece correre lungo la colonna stessa, che era disposta orizzontalmente, e li fermò saldamente a terra abbastanza lontano dalla colonna stessa. Fece poi bagnare le funi; esse, come detto sopra, cominciarono ad accorciarsi, esercitando così una trazione tra il punto fisso a terra e l'estremità libera della colonna. Tale trazione sollevò leggermente la colonna, consentendo così di introdurre uno spessore, una zeppa, tra la colonna stessa ed il terreno. A questo punto si poteva allentare la fune, sostituirla con una asciutta e leggermente più corta, ripetere l'operazione di "acqua alle corde" e sollevare di un altro poco la colonna. Il gioco era fatto. Ripetendo più e più volte l'operazione, con canapi via via più corti, finalmente la colonna fu messa un piedi.
Stratonio riuscì nell'opera e, come da accordo, chiese il suo compenso: Licenza di poter tener banco di gioco dei dadi in città, cosa assolutamente proibita a quei tempi. Il Governo della Serenissima concesse tale licenza, anche se con una clausola particolarissima, e da allora Nicolò Stratonio venne conosciuto in Venezia come il Barattiere, colui cioè che teneva banco di baratteria. Egli diede così origine alla dinastia dei Barattieri, famiglia che tutt'oggi annovera parecchi discendenti, sia in Italia che all'estero, e nel cui stemma araldico fanno bella mostra di sé tre dadi, in ricordo della curiosa origine del nome.
La clausola posta del Governo delle Serenissima era semplice: Il Barattieri doveva esercitare il suo lucroso, benché riprovevole mestiere solo nello spazio tra le due colonne. E non senza motivo: in tale luogo veniva eretto il patibolo sul quale avvenivano le esecuzioni dei condannati a morte della Repubblica. È evidente che tale posto veniva scaramanticamente evitato dai cittadini veneziani. Con ciò il Governo tentò di bilanciare l'impudicizia del gioco con la punizione, almeno morale, di esercitarlo in un posto così sinistro. I condannati a morte, spalle al Bacino di San Marco, vedevano come ultima cosa l'orologio della Torre e quindi l'ora della loro morte. È per questo motivo che ancora oggi, quando si vuole sgridare qualcuno in modo imperativo, a Venezia si usa dire: "Te fasso vedar mi che ora che ze!!", che significa: "Ti faccio vedere io che ora è!!".