Nepomuceno Bolognini

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Nepomuceno Bolognini nel 1866, tenente colonnello garibaldino

Nepomuceno Bolognini (Pinzolo, 24 marzo 1823Milano, 18 luglio 1900) è stato un ufficiale garibaldino italiano, etnografo del periodo di fine 1800 e fondatore, nel 1872 della Società Alpina del Trentino (SAT), la più grande associazione di alpinisti facente parte del Club Alpino Italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia[modifica | modifica wikitesto]

La sua casa a Pinzolo era presso la chiesa di San Lorenzo. Aveva due fratelli: Delaito e Francesco. Suo padre aveva una fonderia all'imbocco della Val Genova. Era - quella fonderia - lo stabilimento vetrario che Vigilio Bolognini, il padre, sorretto dalla partecipazione finanziaria del conte rivano Antonio Moscardini, aveva ideato e fatto costruire - intorno al 1805 - all'estremo limite della piana di Carisolo. Per molte stagioni, con il fratello Giovanni, Vigilio Bolognini aveva gestito a Riva del Garda un negozio di cristallerie rifornendosi, quanto a lastre di vetro e a manufatti generici, presso l'azienda Bormioli in Val d'Algone, trascorsi alcuni anni, forse per il miraggio del quarzo che abbondava in Val Rendena o forse per l'ambizione di realizzare anche a Pinzolo quei cristalli che allora solo la Boemia poneva sul mercato, Vigilio Bolognini (ai piedi del dosso che da Carisolo saliva in Val Genova) aveva coraggiosamente voluto la più moderna industria di cristalli dell'epoca in Trentino[1].

Giovinezza e passione politica[modifica | modifica wikitesto]

Aveva da poco compiuto i diciotto anni - ed era studente liceale a Cremona che fu preso da profondo entusiasmo per l'Italia e s'andò via via interessando ed animando alle esaltanti vicende della penisola dall'uscita del "Primato" di Gioberti alla nascita d'una cultura patriottica, ai moti insurrezionali del 1843 e del 1844, alla spedizione calabra dei fratelli Bandiera, e soprattutto al supremo e dilagante verbo mazziniano.

Conseguita con tenacia la sospirata maturità - s'iscrisse alla facoltà di giurisprudenza nell'austera e rinomata università di Pavia.

Sulla frequenza ai corsi e sui regolari esami, però, prese ancora una volta il sopravvento il richiamo politico di quei giorni. Tanto più che alle amnistie di Pio IX e alle riforme di Leopoldo II e di Carlo Alberto erano seguiti - nel gennaio del 1848 - i moti di Sicilia e le concessioni di Ferdinando II delle Due Sicilie, sì che tutta l'Italia ne parve contagiata e scossa.

Cominciarono momenti difficili, ora torbidi, ora drammatici. Chiusa - il 15 febbraio di quell'anno - l'università pavese ("covo ormai di provocazioni continue") alcuni studenti fecero ritorno alle loro case, altri (compromessi dai rapporti della gendarmeria) cercarono rifugio in Piemonte. Tra essi Nepomuceno Bolognini.

In tutto il Lombardo-Veneto, nello stesso tempo, s'andavano moltiplicando gli speciali “Corpi franchi” destinati ad affiancare i piemontesi nella guerra contro l'impero asburgico: “Corpi franchi” presenti in breve anche nel Trentino occidentale a contrastare - alle Sarche e a Castel Toblino - la nutrita ed allertata sorveglianza austriaca.
Certamente alla ferocia del colonnello Friedrich Zobel - l'uomo dalle spietate fucilazioni marziali - non fu difficile riportare nelle Giudicarie la normalità, e soprattutto costringere i traditori (tra cui l'invischiato Nepomuceno) a riparare in Lombardia. Ma proprio là l'indomito Rendenese, con l'aiuto di altri corregionali, mise insieme la valorosa “Legione trentina” che - attestatasi a Ponte Caffaro - raggiunse, dopo una settimana, le settecento unità.

Né quell'anno (per la sconfitta di Custoza), né la primavera seguente (con la disfatta di Novara) il Bolognini vide realizzati i suoi ardenti sogni. Quando poi - in seguito al “Trattato di Milano” (6 agosto 1849) - tanti nobili sacrifici e tante gloriose morti risultarono crudelmente vanificate, egli non solo si dimise sdegnato dal contingente cui apparteneva, ma nascostamente rientrò in Pavia e - gettatosi con accanimento sugli abbandonati testi - riuscì a conseguire (4 dicembre 1850), presso il celebre ateneo, la tanto desiderata laurea in diritto.

Era dunque dottore in legge. La grande aspirazione della sua famiglia, pur attraverso non poche angosce, s'era fatta realtà. Il giovane avvocato anzi (sperando a tutti ignoto il compromettente curricolo che si portava dietro) era tornato - senza perdere tempo - nella sua terra e s'era impiegato a Trento, in qualità di minutante (come allora si diceva) presso lo Studio legale di Angelo Ducati - uno dei più reputati del capoluogo - rimanendovi ben quattro anni, nella fiducia (una volta ottenuta la “patente” richiesta) di poter esercitare in proprio l'onorata ed ambìta professione.

Fu la stessa polizia austriaca della città, invece, a troncargli ogni più rosea speranza. Mai (gli fu comunicato), per i non pochi verbali in possesso degli archivi giudiziari, la necessaria “licenza” gli sarebbe stata rilasciata. Per cui egli, dato uno sconsolato addio alla toga, risalì fremente la sua valle e, per qualche tempo, non pensò ad altro che a condurre avanti - con abnegazione più che con convinzione - l'attività della Vetreria paterna.

Non immaginava certo quale logorante calvario lo attendeva! Con l'inconsolabile lutto, nel 1852, per la morte del ventiseienne fratello Francesco. Con la negata concessione (come s'è detto) nel 1854 dell'esercizio dell'avvocatura. Con la dolorosa imprevista scomparsa del padre, il 10 giugno 1855, l'insostituibile Vigilio Bolognini. E con il duro colpo inferto all'azienda vetraria dal ritiro, da parte di Demetrio Pernici (il solido socio subentrato al conte Moscardini), della sua quota azionaria.

È ben vero che tale quota era stata quasi subito rilevata dal dinamico imprenditore modenese Alessandro Garuti, già padrone della vetreria della Val d'Algone. Il nuovo socio però si dimostrava interessato più alla produzione di vetri comuni di bottiglie e di campane di vetro che non ai raffinati manufatti in cristallo, orgoglio esclusivo - nel Trentino - dello stabilimento di Carisolo. Motivo che disanimò ancor più il piuttosto avvilito Nepomuceno Bolognini.

Ma quando l'imperatore Francesco Giuseppe - commettendo un errore tattico grave - inviò al Cavour l'avventato (oltre che provocatorio) “ultimatum” del 23 aprile 1859, con l'ordine d'un immediato disarmo, e quando l'Impero austro-ungarico (passando con i suoi contingenti il Ticino) mise in moto al tempo stesso il patto difensivo franco-piemontese e l'arrivo degli eserciti di Napoleone III, Nepomuceno Bolognini - colto ancora una volta il momento favorevole - cedette al consocio Garuti quanto della vetreria possedeva e, lasciando ai paesani la soddisfazione delle loro congetture e delle loro malignità, riparò in Lombardia riuscendo ad entrare come ufficiale nell'esercito sabaudo.
Contemporaneamente, su un altro fronte (quello assoluto dell'azzardo), Giuseppe Garibaldi già snidava gli austriaci dalle loro posizioni, tra i laghi Maggiore e di Como, impossessandosi gloriosamente di Arona, di Varese, di San Fermo, e riempiendo del suo nome il settore bellico dell'alta Lombardia.
Era proprio un tale eroismo che affascinava il Rendenese. Una tale affinità elettiva che lo legava spiritualmente al Nizzardo.
La sua figura scarna, l'intrepidezza del suo dire, la maturità risorgimentale del suo animo, il bagaglio culturale che portava con sé, la relativa commovente esperienza d'armi ch'ebbe a raccontargli, piacquero, al “sempre Vittorioso”.

Mentre, però, la seconda guerra di indipendenza - con il Bolognini accolto tra le Guide garibaldine - veniva da Napoleone III unilateralmente interrotta con il deprecato armistizio del 6 luglio 1859 a Villafranca, la Sicilia insorgeva.
In effetti nonostante il tradimento dell'imperatore francese, le vittorie di San Martino e di Solferino avevano riacceso le illusioni italiane: addirittura elettrizzato gli animi. A Torino patrioti e uomini di cultura, emigrati ed esuli, meridionali ma anche di altre regioni, si organizzavano e si disponevano ad una spedizione ch'era nell'aria, anzi sulla bocca di tutti. A Milano Giuseppe Garibaldi stava addirittura promuovendo una libera sottoscrizione per un milione di fucili dopo che Cavour aveva detto no ad ogni intervento militare.
Finalmente la sera del 5 maggio 1860 Genova - ov'era il quartier generale dell'Eroe - si mosse verso Quarto. Là Giambattista Fouchè (uno dei dirigenti della Società Rubattino) aveva messo a disposizione della “folle impresa” due vecchi vapori quasi in disarmo, il Lombardo e il Piemonte. All'alba del 6 maggio quindi, con poco più di mille uomini, le due navi presero il largo dirette in Sicilia.
Nepomuceno Bolognini, che tanto avrebbe voluto partire su una di esse, rimase a terra assieme a coloro che - secondo le disposizioni di Garibaldi sarebbero scesi con la successiva spedizione agli ordini del generale Clemente Corte il 9 giugno 1860.
Quello però che doveva essere un viaggio di quattro o cinque giorni si rivelò un'odissea di parecchie settimane. Tanto il veliero che il rimorchiatore di supporto, in realtà, sorpresi da un piroscafo da guerra borbonico (il Fulminante) vennero costretti a fare rotta su Gaeta dove - sotto il tiro dei cannoni intorno - furono ispezionati e considerati “naviglio nemico”. Alla fine - erano i primi di luglio - veliero e rimorchiatore, liberati, ripresero il mare con tutti i volontari verso Genova da dove, il 16 luglio, risalparono alla volta della Sicilia, in tempo per partecipare vittoriosamente alla drammatica e terrificante battaglia di Milazzo.

Fu a Milazzo che la spedizione dei Mille si decise. Dalla roccaforte della piccola penisola - non appena i Garibaldini ne tentarono l'assalto - l'artiglieria borbonica scatenò un finimondo di fuoco. Ai volontari, atterriti e stroncati, non rimaneva che indietreggiare mentre Garibaldi, con ripetuti attacchi alla baionetta, cercava di limitare la disfatta.
Fu una vera carneficina, dopo la quale sulle bocche dei cannoni - occultati tra la vegetazione mediterranea e messi fuori uso da quanti s'erano sacrificati allo scopo - scese il silenzio. Non avevano avuto il tempo i Garibaldini di riorganizzarsi che, dalla fortezza “milaita”, si riversò su di loro un secondo deflagrante inferno. Ancora una volta, anzi, essi stavano per avere la peggio allorché dal mare sopraggiunse - inatteso - il piroscafo Tukori che scaricò, sui Borbonici usciti al contrattacco, un'altrettanto intensa tempesta di ferro e di morte. I Garibaldini si rianimarono, e circondarono la fortezza dove quattromila soldati alla fine furono costretti alla resa. Fu per il Bolognini l'esperienza bellica più sconvolgente. L'atrocità e la bestialità delle urla e dei rantoli di quel giorno lo segnarono per sempre. Con quelle immagini negli occhi e nel cuore, intanto, egli sbarcò con il Generale sul continente da dove - una volta scompaginata la strategia difensiva nemica - iniziò l'inarrestabile e, per certi versi, trionfale marcia su Napoli.
Due settimane dopo i reparti garibaldini (ingrossati dalle bande calabresi) erano a Napoli.
Garibaldi, a questo punto, dovendo recarsi a Palermo, aveva raccomandato al colonnello Stefano Turr di continuare - nella lotta - a mantenere l'iniziativa. Era il 19 settembre. E nell'entusiasmo della fiducia accordatagli l'eroico ufficiale s'illuse di poter conquistare, sulla destra del Volturno, il villaggio di Caiazzo. Lo attendeva invece una pesante sconfitta su tutta la linea, con un costo di vite umane altissimo. Di quell'infausta giornata sappiamo comunque che “degli ufficiali del Reggimento Vocchieri si distinsero, in modo singolare, Nepomuceno Bolognini e Giacinto Carini”.
Dieci giorni dopo il Bolognini partecipò a quella che fu detta la catastrofe del Volturno. Dodici ore di combattimenti ravvicinati e di scontri all'arma bianca senza respiro. Il 24 ottobre il generale Giuseppe Avezzana, dal Quartier Generale di Sant'Angelo, ricordava il Bolognini con lettera autografa: “In seguito ai lunghi servizi da Lei, Capitano Nepomuceno Bolognini, resi alla Patria, e alla riputazione con i medesimi acquistatasi, La promuovo con la data d'oggi stesso al grado di maggiore”.
Seguiva, il 30 ottobre, la decorazione massima che - in tali situazioni - veniva ad un combattente accordata, vale a dire la medaglia d'argento al valor militare.

Alleatasi l'Italia con la Prussia, ed entrata in guerra contro l'Austria nell'immane conflitto austro-prussiano del 1866, era tornata a fiorire nell'animo irrassegnato di migliaia di patrioti la grande speranza (Terza guerra di indipendenza italiana).
Già il 23 giugno, dalla Lombardia, un esercito garibaldino, risalendo il corso del fiume Chiese, aveva raggiunto il Trentino a dare compimento all'ardente sogno unitario. E pure questa volta - come nell'impresa dei Mille - ogni azione strategica sembrava preludere ad un grande trionfo: dall'occupazione di Ponte Caffaro (5 giugno) alla conquista di Bagolino (5 luglio), agli accaniti combattimenti di Lodrone (7 luglio), all'Assedio del Forte d'Ampola (15 luglio), alla battaglia di Condino, alla battaglia di Bezzecca (21 luglio), alle puntate esplorative ai Forti di Lardaro (25 luglio). Ben poco trionfanti, e men che meno edificanti, furono le voci che subito - sulla nuova iniziativa garibaldina - presero a diffondersi in tutte le Giudicarie.
Già quello stesso luglio era stato letto, anche in Val Rendena, il drammatico proclama dell'arciduca Alberto dal quartier generale delle truppe austriache in Verona. “Un governo - così il testo - senza fede e senza legge, dominato solo dalle fazioni, ci ha dichiarato un'ingiusta guerra. Il suolo del Tirolo, vostra esclusiva patria, celebre propugnacolo dell'onore, della fedeltà e della probità austriaca, è di nuovo attaccato. Torme d'avventurieri oziosi irrompono nelle vostre pacifiche valli per profanare le vostre chiese, distruggere la vostra felicità domestica, rapirvi le vostre sostanze, col fermo intendimento di spezzare il legame, che da più di mille anni tiene unite le province del Tirolo”. Pure il rettore della Pieve di Storo, il 12 agosto 1866, esprimeva al Principe vescovo Benedetto Riccabona (1861-1879) la sua esecrazione per quanto avevano commesso i volontari garibaldini. La chiesa di San Giuseppe convertita in caserma. Caserme, magazzini, dormitori, e persino - dove c'era l'organo - locali da ballo, erano divenute le chiese di Sant'Andrea, di San Lorenzo, e di San Floriano a Storo; di Sant'Andrea a Lodrone; di San Rocco, di San Lorenzo, e l'Arcipretale a Condino; di Sant'Antonio a Cimego; e la Parrocchiale di Bondone. Possiam quindi ben immaginare il gran discorrere che la religiosità delle Valli giudicariesi andava facendo di tanto scempio.
Fu in quei giorni che Nepomuceno Bolognini dimostrò la sua dedizione totale all'irredentismo. Ai battaglioni del colonnello Chiassi, del quale il Bolognini faceva parte, era stata affidata la liberazione dell'intera Val di Ledro. Ma lo schieramento, ferito a morte l'eroico Chiassi sorpreso da forze superiori, subì il tracollo. Sopraggiunse per fortuna, da Tiarno, Garibaldi. E con i rincalzi freschi che portava trascinò tutti alla vittoria (battaglia di Bezzecca). Quella sera stessa l'indomabile Bolognini - per il coraggioso comportamento tenuto - si vide proposto per una seconda medaglia d'argento, e promosso al grado di colonnello.

Ma l'onore delle armi, così gloriosamente tenuto alto dai trentamila volontari di Bezzecca - a fronte degli squallidi esiti italiani alla battaglia di Custoza (24 giugno 1866) ed alla battaglia di Lissa (1866) (20 luglio 1866) - doveva pochi giorni dopo venire dolorosamente vanificato dall'ordine governativo di sospendere le ostilità e di riportarsi ai precedenti confini.
Fu in seguito a una così umiliante acquiescenza bellica (con l'armistizio di Cormons del 12 agosto 1866) che il Bolognini si ritirò sdegnato - e per sempre - dall'esercito, e nel suo nuovo e disincantato amor di patria dedicò tutto sé stesso al “risorgimento” di quella sua regione per la quale aveva speso, senza alcun riconoscimento né materiale né morale, l'intera giovinezza.
Nel medesimo tempo non disperava di trovare, prima o poi, qualcuno che lo persuadesse e lo aiutasse a non lasciarsi sconfortare dalla tanta indifferenza intorno. E per fortuna quel “qualcuno” - dopo l'inaspettata presa di Roma (20 settembre 1870) - realmente comparve. Era il dottor Prospero Marchetti di Arco, grande irredentista egli pure - già vicesegretario generale del Comitato di pubblica sicurezza durante le Cinque Giornate di Milano - infaticabile promotore di aspirazioni risorgimentali.
E ad opera di loro due infatti, a Campiglio, nell'albergo di quel geniale pioniere del turismo alpino che fu Giovan Battista Righi, il 2 settembre 1872 sorse alfine la “Società Alpina del Trentino” che con tanto lustro e decoro accompagnò la realizzazione d'un'Italia libera ed unita. Il seguente 9 febbraio poi, in Arco, la società - legalmente costituita - tenne la sua prima adunanza, proclamò il proprio Statuto, e rese di pubblica ragione il piccolo nucleo d'iscritti che sarebbe in breve divenuto legione.
Ad Arco inoltre venne unanimemente deliberata la regolare pubblicazione d'un “Annuario” dedicato ai soci: un bollettino cioè di tutte le notizie riguardanti la vita, le iniziative, i traguardi della costituita associazione, nonché uno strumento prezioso per conoscere nuovi monti e nuovi paesi, per infondere nei lettori l'amore della propria terra, per valorizzare le innumerevoli realtà turistiche e folkloristiche delle valli, e per creare contemporaneamente una prima letteratura delle popolazioni alpine.
E diciamo che proprio in questa sua attività di ricercatore, di studioso, di giornalista, Nepomuceno Bolognini rivelò le sue doti culturali più appassionate e più alte, dimostrandosi non solo alfiere d'una nuova tendenza letteraria (quella affascinata dal folklore), non solo narratore di straordinaria psicologia e sensibilità, ma anche e soprattutto padrone d'uno stile manzonianamente limpido, armonioso, felice, tale da essere sentito ancora - dopo oltre cento anni - piacevolmente invitante e moderno.

Quanto accadde alla Società Alpina del Trentino nel 1876 - cioè a tre anni appena dalla sua fondazione - fu per Nepomuceno Bolognini, nell'arco d'una vita di contraccolpi, un dolore inconsolabile.
Va subito detto che la Società Alpina non aveva, né doveva avere, alcun carattere politico. Essa anzi “si asteneva studiosamente - sono parole del conte Antonio Fossati, devoto amico del Marchetti e del Bolognini - da tutto ciò che aveva attinenza con la politica e che potesse quindi metterla in sospetto presso le autorità austriache”.
Tanta prudenza però, pur accorta ed incessante, riuscì fin dal principio vana poiché gli organi di censura avvertirono immediatamente che uno spirito antigovernativo aleggiava sopra la giovane associazione, e penetrava sottile nelle sue compagini, sì che tendenze ed aspirazioni nazionalistiche venivano più o meno metaforicamente coltivate tra i soci. Orbene, era il 1876, quando le autorità austriache ritennero di non poter pazientare oltre, anzi di dover drasticamente intervenire.
“Stava per uscire - è sempre il conte Fossati a raccontarlo - un nuovo numero dell'Annuario: il terzo che la società Alpina pubblicava, e che doveva rendere conto della crescente attività e del fiorente stato dell'organizzazione. Ultimata dunque la stampa il libraio, come prescriveva la legge, prima di mettere il testo in commercio ne presentò copia all'autorità politica. L'Imperial Regio Consigliere, appena l'ebbe in mano, lettala avidamente, tornò tosto sopra un verso del Petrarca”. Questa l'audace ed osata citazione:
“Il bel paese
che Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe”.
Poche parole del Petrarca insomma, ed altre del Bolognini “sui poveri morti di Bezzecca che ancora attendevano una lapide a ricordo del loro sacrificio” decretarono la condanna a morte dell'Annuario e la soppressione della rispettiva Società. Cosicché l'Imperial Regio Tribunale di Trento, stante la domanda di giudizio dell'Imperial Regia Procura, trovati negli scritti dell'Annuario “gli elementi del crimine di perturbazione della pubblica tranquillità a mente del paragrafo 65 del Codice penale” confermava in data 31 luglio il sequestro dell'intero opuscolo ordinando la distruzione di tutti gli esemplari. In data 4 agosto poi la deliberazione più grave intimava lo scioglimento della Società Alpina del Trentino.
Fu il conte Antonio Fossati, eccelso patriota milanese, e splendido mecenate, che provvidenzialmente “fatta una gita nel Trentino, incontrate molte persone garbate, conosciuto un imperial regio impiegato di polizia, riuscì ad avere una copia del dannato Annuario, e a ripubblicarlo a Milano, tale e quale, a sue spese”.

Undici mesi dopo l'abolizione della Società Alpina, l'appassionata e solidale volontà dei suoi soci decise di far rinascere l'ormai celebre ente con la denominazione di “Società degli Alpinisti Tridentini”. Era il 2 luglio 1877.
Commosso dalla comprensione e dall'ammirazione dimostrategli Nepomuceno Bolognini - riparato a Milano - accettò con entusiasmo di rimanere tra i membri del nuovo direttivo, e soprattutto tra i collaboratori di quello che sarebbe stato il risorto “Annuario”.
Non era però trascorso un anno da quella data ch'egli - resosi conto delle difficoltà politiche che si opponevano ai suoi ritorni nel Trentino, nonché dei pericoli che il suo nome poteva far correre ad un periodico costantemente vigilato dalla censura - non solo volle dimettersi dalla Direzione, ma chiese anche di poter firmare ogni futuro articolo per la società con uno pseudonimo - e cioè “Nescio” - che avrebbe tolto dall'inquietudine tutti quanti, e dato a tutti l'indispensabile serenità.
Fu in tale serenità di spirito che incominciò per il Bolognini una vita nuova: una vita che a Mezzana Corte, o nello sterminio di Milazzo, o sulle rive insanguinate del Volturno, o durante l'infernale giornata di Bezzecca non avrebbe immaginato di conoscere mai.
Erano gli anni, oltre tutto, nei quali il verbo del “folklore” - dall'Inghilterra, dalla Germania, dalla Russia - andava autorevolmente diffondendosi in tutta Europa. La lingua popolare, il gusto popolare, la sensibilità popolare, l'immediatezza popolare, ma soprattutto la genialità popolare assurgevano per la prima volta (nel raffinato Ottocento) a vere e proprie categorie d'arte.
Riscoperti e rivalutati parametri d'ispirazione e di creatività (c'era tutto un Medioevo ad attestarli) animavano coloro che potremmo chiamare i “pionieri” d'una nuova letteratura. E il pioniere per eccellenza - anzi l'antesignano, nella sua terra, in senso assoluto - fu proprio Nepomuceno Bolognini: uno scrittore autentico che scriveva perché aveva cose da dire. Uno scrittore dalla prosa armoniosa, elaborata, scintillante, viva, offerta con una psicologia eccezionale ai bambini in avvincenti nenie e cantilene; ai fanciulli in levigate fiabe e leggende; ai giovani e alle giovani in palpitanti "maitinade" e in entusiastiche narrazioni alpine; e agli adulti in invitanti divagazioni etnologiche e storiche. Uno scrittore semplice, che con sciolta eleganza e con rara limpidità filtrava attraverso la sua umanità e la sua tribolata esperienza la nostalgia infinita della sua non goduta giovinezza. Della sua non goduta valle. Della sua non goduta gratificazione sociale. E tutto nella luce d'una realtà connaturata con la vita - vita reale e quotidiana - e con le sue scaturigini di poesia e di prosa, di nenia e di canto, di storia e di fiaba, di aspirazione e di conquista.

Di una tale nuova letteratura - di un tale genuino folklore - Nepomuceno Bolognini fu, per il Trentino, un alfiere insuperato. Il più grande.
La parola folklore - nel senso originario del termine - venne coniata, proposta, e diffusa, dall'archeologo inglese Ambrose Merton nel 1846 (attraverso la rivista londinese “Athenaum” dov'egli si firmava William John Thoms) per raccogliere sotto un unico vocabolo tutta quella erudizione del popolo (e quella tradizione vicina ai generi letterari) che costituiva il patrimonio delle conoscenze umili, escluse dalle dottrine paludate ed ufficiali. A tutto ciò dava un apporto il trionfante clima tardoromantico del secolo che vedeva in ogni uomo e in ogni situazione le infinite soggettività creative dell'arte.
Questo era il folklore che aveva avvinto - grazie agli spiriti più avveduti - tutti i cultori del verbo letterario “popolare” dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, esponenti della grande letteratura tedesca, all'austero Niccolò Tommaseo, ricercatore di preziosità umanistiche minori, al Giovanni Berchet delle “Vecchie Romanze” spagnole, ad Alessandro D'Ancona sostenitore appassionato e a Giuseppe Pitrè raccoglitore insuperabile di tutte le tradizioni culturali del popolo, fino al massimo apostolo dell'elevazione scolastica e morale dei poveri servi della gleba, Lev Nikolaevic Tolstoj, colui che al folklore avrebbe dato il contributo più grande.
E, in verità, talmente evangelico e coinvolgente era l'imperativo di questa nuova e rivoluzionaria corrente culturale nel “convertito” Tolstoj che neppure la famiglia riuscì a capire le ragioni di questa specie di apostolato proletario: ovverosia come potesse un uomo della levatura geniale ed artistica del sommo romanziere perdere, anzi profanare il suo tempo insegnando a leggere ai figli della servitù (nella sua tenuta di Jasnaia Poljana), coltivando con loro la terra, tagliando la legna, costruendo abituri, cercando e trascrivendo in fiabe e leggende tutto ciò che faceva parte di un passato da non dimenticare.
Ecco quindi immaginabile come - in una Milano della seconda metà dell'Ottocento, sazia, ingolfata, quasi nauseata di letteratura e d'arte - il Bolognini spendesse, con la modestia e la riservatezza del suo carattere (e al tempo stesso nella totale indifferenza dell'aristocratica cultura ufficiale) la parte migliore delle sue energie nella costante ricerca e nella gratuita offerta delle realtà più valide e più belle del Trentino.

Per quelle scaturigini - tripudianti nelle nenie, nei canti, nelle leggende, nelle tradizioni delle valli trentine - Nepomuceno Bolognini, nel pieno della sua vita, seppe veramente e volutamente rinunciare ad ogni altro bene.
Egli che, per la propria cultura umanistica, sarebbe potuto essere l'uomo della parola (egli che, per propensione letteraria, avrebbe saputo raccontare in prima persona il Risorgimento intero), preferì essere - nei riguardi d'un esercizio linguistico ottocentesco ormai fine a sé stesso - l'uomo del silenzio.
Dominavano l'agone letterario trentino di quegli anni il delicato Antonio Gazzoletti con le sue ballate e le sue cantiche; l'aristocratico e raffinato Andrea Maffei con i suoi idillii, i suoi poemetti, le sue odi elegantemente tradotte dall'inglese e dal tedesco; e - sopra ogni altro - con le sue liriche, i suoi carmi, le sue novelle poetiche, l'ammirato ed osannato Giovanni Prati, il vate trentino per antonomasia. E di fronte a questi grandi cultori e interpreti magici di tutti i sentimenti il Bolognini altro non si sentiva (e non si dichiarava) che un raccoglitore di modeste e povere cose altrui. Modeste e povere sì, ma racchiudenti una gioia, una freschezza, un'emotività, un'elaborazione “che rianimavano e facevano battere sempre giovanilmente il cuore”.
Solo conoscendo infatti la dedizione appassionata - e disinteressata - di questo spirito limpido, di questo entusiasta d'un sapere primigenio (e talora primordiale), ci renderemo conto di quanto chiara nella sua elementarità e immediata nella sua significazione fosse la sua parola. E poiché - schedato e sorvegliato com'era - solo sugli “Annuari” della Società degli Alpinisti Tridentini aveva modo di esaltare “il suo caro e sfortunato paese”, prese su quelli a scrivere della “sua” Val Rendena. “Mia” voglio dire, - spiegava - nel senso che essa mi fu culla, e perché credo e crederò sempre cosa giovevole il raccogliere e l'annotare tutto quanto riguarda la vita intima passata e presente dei nostri montanari per investigarne poi la storia recondita e lontana, e dedurne previsioni per l'avvenire!”.
Scelse così la via popolare dei canti, delle fiabe, delle leggende, dei temi etnografici, dei motivi sapienziali, dei saggi didascalici, fino a darci - da ultimo - l'originale capolavoro sugli “Usi e costumi del Trentino” attraverso il quale possiamo renderci conto dello studioso ch'egli era, della vasta cultura che lo sosteneva, della convinzione con cui seguiva e favoriva l'ingresso del “folklore” in ogni impegno culturale del popolo, ma specialmente dell'amore con cui donava tutto sé stesso all'arricchimento della sua gente: quell'amore che lo faceva trepidare d'ogni più piccola consuetudine, d'ogni più insignificante usanza, d'ogni più fanciullesca alacrità, d'ogni più ingenuo sentimento. L'amore effusivo, partecipe, altruistico di cui diceva Cervantes: “L'avaro nasconde le sue ricchezze, l'ambizioso i suoi vasti disegni, il saggio la sua sapienza. L'amore, solo il chiassoso amore, dice tutto”.

In tal modo dunque Nepomuceno Bolognini - per amore di quella “cultura popolare” che tanto gli stava a cuore - traduceva in pagine fiorite e raccolte, per la sua terra, quei princìpi di bellezza e quegli ideali di verità ch'erano passati - come le leggende e le fiabe - attraverso la decantazione dei secoli. La decantazione dei secoli! Ma potevamo dire - meglio ancora - il vaglio della straordinaria disposizione umanistica che il Rendenese si portava dentro. E, a questo punto, faremmo veramente torto ad ogni estimatore dell'uomo retto e del trentino colto ch'egli fu se, qui, non ricordassimo le pagine inimitabili - documenti perenni della letteratura mondiale - attraverso le quali con riferimenti e con citazioni continue egli largamente rivelò la profonda conoscenza che possedeva di quanti (prima di lui) avevano contemplato e cantato il mondo. Da Omero a Simonide, da Eschilo a Platone, da Teocrito a Terenzio, da Catullo a Virgilio, da Orazio a Seneca, da Strabone a Plinio, da Quintiliano a Stazio, da Plutarco a Giovenale, e poi da Guinizelli a Cavalcanti, da Dante a Jacopone da Todi, da Lorenzo il Magnifico a Poliziano, da Ariosto a Pulci, da Villani a Sacchetti, da Galileo a Goldoni, per giungere a Foscolo, a Leopardi, a Manzoni, a Giusti, senza dimenticare Calderon, Cervantes, Goethe, Heine, Carlyle, Tjutcev, Puskin, Shelley, Longfellow, Swinburne, Walt Whitman, e tanti altri. Tanti! Eppure a nulla servirebbe questa nutrita e lusinghiera elencazione se non venisse valutata e - diciamo pure - goduta nel contesto d'una ricchezza d'opere che ancor oggi rende inspiegabile la scarsa considerazione in cui il Bolognini, nella sua stessa valle, per oltre un secolo fu relegato. Veniamo allora ad alcune sue pagine, o meglio ad alcuni brani di esse, poiché‚ il tempo in fondo è un galantuomo, e sa alla fine riconoscere (e restituire al suo intrinseco valore) ciò che fu scritto con tanta purezza di cuore, e con tanta fedeltà etnografica.
“Pareva che i silenzi delle nevi e le vaste ombre della foresta simboleggiassero la profondità e il raccoglimento del pensiero, come le acque ruinose e precipitanti a valle - che si udivano rumoreggiar da lontano - la forza e l'audacia del volere che ovunque sa scavarsi la sua via. Una natura così imponente sembrava quasi intendesse rivelare parte dei suoi misteri, come per abilitarci a leggere nel libro di Dio, per dirla con una frase di Keplèro”. Ma la sua capacità verbale e la sua commossa humanitas sapevano andare ben oltre. “I monti sono le pietre miliari nella storia del mondo. L'Ararat, l'Oreb, il Sinai, sono i monti della manifestazione; l'Atlante, il Caucaso, l'Etna, i Pirenei, le Alpi, i monti dello sforzo, del terrore, della separazione; l'Olimpo, il Tabor, i monti della gloria; e il Calvario, il monte della redenzione. M'abbandonai così ad un mondo di fantasticherie svegliate dai profondi silenzi di quelle solitudini dalla voce grandiosa e potente della natura. - La voce della natura sveglierà le nazioni! - cantò, anzi gridò Shelley”.
Poesia - come si vede - nella poesia. Parole meravigliose, quasi bibliche, portate dal Bolognini alla significazione suprema quando, inebriato della sua valle, scriveva: “Fummo presto in fondo, entro una folta selva di abeti, mentre già imbruniva. - Oh, l'odore resinoso, il crepuscolo della foresta, la sacra naturale quiete, i solenni silenzi! Venti d'autunno! quando io passeggiavo nel bosco, sull'imbrunire, ho sentito i vostri lunghi sospiri, salienti in alto dolorosamente. - Così s'espresse il massimo poeta americano, Walt Whitman. E questi versi rispondevano perfettamente allo stato d'animo in cui mi trovavo”. In realtà solo attraverso la luce di queste parole si può comprendere appieno da quale onestà intellettuale e ricchezza interiore venne dettata tutta la sua opera.“M'assisi sulla neve in estatica contemplazione di quei massi enormi e fantastici, e dell'immensità dello spazio azzurro che ci copriva e circondava. Pensai: 'Quanti secoli hanno veduto queste rupi che non possiamo considerare senza sognare?' Dove confina questo cielo sì splendido la cui misura ci spaventa? Da ogni parte ci avviluppava l'infinito, né si poteva girare lo sguardo, formare un pensiero, non sentirsi annichiliti. Velleio scrisse che Epicuro per primo s'avvide esservi la Divinità dall'impressione che la natura medesima fa sullo spirito degli uomini. E dev'essere vero! Cos'è mai infatti il piccolo globo ove noi abitiamo in mezzo a tanta grandiosa infinità? Una piccola nave galleggiante sulle acque”.
Pagine che apparterranno per sempre - senza bisogno d'essere profeti - alla più bella e consolidata letteratura trentina, come quelle - forse migliori ancora - dedicate dal Bolognini all'attività alpinistica vera e propria, delle quali ben pochi si resero conto, o - per meglio dire - appena appena s'accorsero.

Il genere di scrittura, comunque, più congeniale per parlare della propria terra fu quello che il Bolognini dotato di una sensibilità estrema riservò alla novellistica, e precipuamente alla leggenda e alla fiaba. Un genere che spalancava al lettore il regno della meraviglia e del mistero. Un regno dove fra l'uomo e la natura non esisteva divisoria alcuna. La natura, con le sue creature fantastiche, mostrava d'avere un'attività sentimentale affine a quella dell'uomo. E l'uomo sapeva vivere appieno il senso onnipresente ed incantato della partecipe natura intorno. Tutto ciò attraverso un'arte narrativa d'invitante immediatezza. Un'arte abilissima nel saper graduare i momenti del reale e dell'arcano, dell'imponderato e dell'inevitabile, del portentoso e del drammatico: momenti tesi a tener desta l'attenzione - pur con orditi semplici, con esseri inermi, con epiloghi fanciulleschi - sull'onda fluente d'un discorso al tempo stesso raffinato e piano, emozionato e fiducioso. E appunto favorendo questo gioco accorto - e consumato - di sensazioni insolite, e di eventi inopinabili, egli offriva alla gente comune, legata alla dura povertà, alla cruda fatica, all'amara sofferenza, la possibilità di evadere dalla quotidianità, di alimentarsi di sogni, di popolare il mondo di maghi, di fate, di visioni, di prodigi, di accadimenti gioiosi, o quanto meno sperati: e tutto questo in infantili favole, in storielle amorose, in episodi arcani, in cronache paesane, in aneddoti grotteschi, in racconti religiosi, in novelline ingenue, in francescani fioretti, in tradizioni esemplari, in vicende incantate, in allegorie bucoliche, in tenebrosi eventi, in antiche agiografie. Invenzioni e rivisitazioni di eventi fantastici all'ascolto dei quali generazioni e generazioni erano cresciute imparando la gioia della rettitudine, la gratificazione del sacrificio, il fascino della virtù, il prodigio dell'amore, e - al tempo stesso - le astuzie della malvagità, gli eccessi della violenza, i raggiri della frode, le lusinghe della dissolutezza, in un mondo dove con il buon grano mai sarebbe mancata la desolante presenza del loglio. Per un tale mondo, in realtà, Nepomuceno Bolognini accese i fuochi delle sue riproposizioni contemperando le oscurità del male, i geli della perfidia, i tradimenti del cuore, gli incubi del rimorso, con la luce dell'innocenza, la dolcezza della bontà, la grazia della cortesia, la santità del perdono: convinzioni che nessun trattato morale avrebbe saputo in egual modo suscitare mai. Un narratore oltre tutto sia di fine psicologia artistica che di onesta consapevolezza del proprio ruolo e del proprio limite.
Capace quindi - pubblicando le sue storie - di confessare la sua profonda riconoscenza a chiunque gliele avesse suggerite: ma pronto anche - da critico acutissimo - a tacitare (e talora - diciamolo pure - a sottilmente demolire) ogni malevolo recensore che si piccasse d'accusarlo di plagio per certe fiabesche fantasie di evidente derivazione classica.
Per questi presuntuosi e a volte anonimi stroncatori egli ebbe la lezione più elegante, e più pacata, ma certamente più efficace ed inesorabile in difesa delle sue creazioni nobili e gentili. Già aveva avvertito di non voler dar a credere che fiabe e leggende fossero nate nella sua “bella e poetica valle”, ma aveva argutamente coinvolto nella stessa imputazione di plagio la maggior parte dei favolieri del Settecento e dell'Ottocento dicendo: “Alcune di esse ci vennero dalla più remota antichità, come Cenerentola, che ha la sua fede di nascita nell'Egitto, in quella Rodope storica la quale, perduta la pianella, o quella calzatura che aveva al piede, fra la calda arena di quella regione, divenne per un fatto così semplice la sposa fortunata del re Psammetico”. E aggiungendo poco dopo: “O come l'altra, quella dell'anello fatato, pronipote della leggenda accennata da Platone, di quel tal Gige che, semplice mandriano del re di Lidia, dopo un forte terremoto, vedutasi accanto una larga fessura nella terra, pensò di scendervi e vi trovò un cavallo cavo di rame entro il quale giaceva il cadavere d'un gigante con un grosso anello d'oro al dito. Ladruncolo per natura, egli portò via l'anello e s'avvide subito che quello lo rendeva invisibile. Con sì potente talismano al dito s'impossessò della bella e voluttuosa regina, poi col di lei aiuto assassinò il re, e s'impadronì del trono di Lidia”. E affermando più documentalmente ancora: “Ben antica doveva essere quella di Florio e di Biancofiore, che fu cantata in francese e in tedesco, e diede origine al Filòcopo, primo lavoro del Boccaccio, e correva oralmente per l'Italia assai prima delle Crociate, come accenna il trovatore Rambaldo di Vaqueiras, il fido amico e compagno di Bonifacio I del Monferrato”. In modo particolare, insomma, nella temperie della declinante stagione ottocentesca, egli mostrò di diligere questo genere letterario che lo portava ai “beati anni giovanili quando tante cose interessanti passavano inosservate perché in più gran numero e assai più belle se ne presentavano sulla fantastica e splendente soglia dell'avvenire”. Genere letterario, oltre tutto, che fama e riconoscenza ben maggiori avrebbe dovuto meritare a colui che tanto del Trentino aveva raccolto perché non andasse perduto, ed esaltato perché anche altri l'amasse, ed impreziosito con il cuore in mano, a trasformare il lettore - come per incanto - in un fanciullo eterno.

Dimessosi intanto dalla direzione degli Annuari, ma non dalla fedele collaborazione ad essi, Nepomuceno Bolognini, dal 19 aprile 1880, assunse la presidenza del Circolo Trentino di Milano, il coraggioso sodalizio sorto per il sostegno e l'aiuto a tanti lavoratori e patrioti del cosiddetto “Sudtirolo” (oggi Regione Trentino - Alto Adige) che, nell'esilio lombardo, attendevano per la propria terra giorni migliori.
Dura e vigilata naturalmente era stata in città, sin da principio, la vita del Circolo: covo - come diceva il console viennese a Milano - di sediziosi e di sovversivi sfuggiti ai rigori della legge. Non per nulla invero - dopo le energiche proteste dell'Austria - le autorità italiane (quasi obbligate verso l'Impero absburgico in seguito - 1882 - alla “Triplice Alleanza”) avevano imposto all'istituzione irredentista, onde poterla legalmente riconoscere, la denominazione di “Circolo Trentino di Beneficenza”.
Ebbene, dopo una prima breve presidenza dell'avvocato Antonio Angelini, l'onorifica carica era passata sulle spalle del colonnello garibaldino Bolognini che, il 3 novembre 1880, in tale veste incontrò Giuseppe Garibaldi (quando l'Eroe fu per l'ultima volta a Milano) a ricordare con lui gli epici giorni del Volturno e di Bezzecca. Da quel momento - quasi rianimato (ancorché le forze andassero di anno in anno diminuendo) - egli per quasi diciott'anni seppe reggere con dedizione missionaria un'associazione operante in continua perdita finanziaria, eppure sempre presente nel soccorso ai conterranei privi di lavoro, o per irredentismo disertori e contumaci in condizioni disperate.
Egli stesso - superati ormai i sessant'anni (e taciute a tutti, sempre, le sue strettezze economiche) - si trovò nella necessità di cercarsi un impiego con cui provvedere alla devota moglie Maria e alla figlia Emma, alle quali tanta vicinanza e tanto affetto doveva. Entrò così, nel 1885, come segretario nella modesta “Società italiana di esplorazioni geografiche e commerciali”: incarico che l'invidia e la meschinità di qualcuno gli avrebbe senz'altro sottratto se la sua tenace volontà non si fosse assunta anche la redazione del periodico dell'azienda.
Ma ciò che non poterono gli uomini lo poté lentamente l'inesorabile tempo. La salute dell'uomo sempre intrepido (come non dire che, in città, egli era pure vicepresidente dell'Unione Sportiva Marciatori?) cominciò a venir meno. Già ai primi del 1894 la Società, con grande discrezione, lo aveva sollevato dalla gravosa conduzione del periodico. Il 3 agosto 1898 infine provvide a gratificarlo con il sospirato e meritato sentiero del riposo. Lungo quel sentiero - il 18 luglio 1900 - la morte colse colui che, temperato da una vita di lotte e di patimenti, venne ricordato dal colonnello garibaldino Enrico Guastalla (al Cimitero monumentale di Milano) non solo come la personificazione del valore trentino per la patria, ma anche e soprattutto come l'espressione più generosa e più illibata d'un cuore magnanimo nell'ultima battaglia risorgimentale: quella per la cultura.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (Nepomuceno Bolognini, Usi e costumi del Trentino.)

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